December 2012

Il Benigni "costituzionalista"

Roberto Benigni durante la trasmissione sulla CostituzioneImmagino, ma ce lo dirà più tardi l'Auditel, che siano stati molti a seguire ieri sera in prima serata su "Rai1" il lunghissimo monologo di Roberto Benigni attorno alla Costituzione italiana. Io l'ho visto con mia figlia Eugénie che era stata invitata a guardare la trasmissione dall'insegnante di Diritto ed era stata opportunamente preparata a farlo.
Benigni ha scaldato il pubblico con una serie di racconti scherzosi sulla politica italiana e i suoi protagonisti per poi passare alla lettura vera e propria dei primi articoli della Costituzione, i cosiddetti "principi fondamentali". Lo ha fatto con cenni storici a come ci si arrivò e in quale clima e non so dire - non sapendolo - come lavori Benigni e cioè se con uno staff di autori oppure no.
A naso direi di sì e dunque ha mischiato i registri scherzosi e sarcastici con un tentativo pedagogico di rendere familiare temi su cui la gran parte degli italiani sono digiuni e cioè la storia e quella che un tempo si chiamava "educazione civica". Dalla lettura in diretta dei social media due reazioni: entusiasmo popolare per Benigni, grandi dubbi di chi conosce la materia complessa e avvincente del diritto costituzionale.
Io, nel mio piccolo, mi situerei nel mezzo. Trovo l'operazione coraggiosa e Benigni è e resta un comico e non lo nasconde affatto. Ma con il suo tono da affabulatore cerca di emozionare e trascinare su di un terreno in cui manca da sempre una capacità di divulgazione oltre la cerchia di quelli che sono, come me, addetti ai lavori, visto che ho sempre studiato e praticato, specie da deputato nella Commissione apposita della Camera, il diritto costituzionale.
Inutile dire dunque come fossi interessato per le implicazioni che ci riguardano, dall'articolo 5 ("La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento") e dal 6 ("La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche").
Benigni li ha illustrati ricordandone le ragioni, rifacendosi alle premesse in cui aveva ricordato i regimi totalitari del Novecento (fascismo, nazismo, comunismo) e come i principi tipo la valorizzazione delle autonomie locali, del decentramento statale e della tutela delle minoranze fossero affermazioni esattamente contrarie alle logiche centralistiche delle diverse forme di dittatura.
Ovvio il tono divertito nel riferimento alla Lega su quell'inciso che indica la Repubblica "una e indivisibile", piuttosto scontate le battute su certe ruberie nel sistema regionalista. Complessivamente corretti i riferimenti: non si trattava di lezioni ma di rendere fruibile una materia in genere arida per gran parte della popolazione e solo chi ama il diritto costituzionale sa che non è così.
Sulle minoranze linguistiche, fatto salvo la bella citazione della Valle d'Aosta e del suo francese e ricordato come il fascismo perseguisse una logica di sradicamento delle minoranze e di uso grottesco dell'affermazione dell'italiano con la traduzione di qualunque termine straniero. Benigni ha ricordato come la tutela delle minoranze finisca per valorizzare l'italiano e ha pure accennato all'uso diffuso dei dialetti. Si è anche riferito all'esistenza delle autonomie speciali legate alla difesa delle "lingue diverse".
Chi lo ha aiutato in questa parte, al di là delle battute, non ha colto affatto la complessità della norma, pur semplice e facilmente leggibile, forse non conoscendone l'esatta genesi alla Costituente, compresa la particolarità degli Statuti speciali come il nostro e neppure è stata citata la legge applicativa dell'articolo 6 che parla proprio l'italiano come lingua ufficiale per esaltare, per differenza, le lingue minoritarie, specie proprio quelle non già tutelate da Statuti di rango costituzionale.
Per carità non mi addentro in complesse spiegazioni e il rapido "volo d'uccello" del comico toscano su questa parte di Costituzione va comunque apprezzata al di là delle sottigliezze di chi conosce questi argomenti. Parlare di Costituzione è bene e dunque l'esperimento è stato interessante, come dimostrato da mia figlia che non si è persa neppure una parola.

Aspettando i Maya

Uno dei tanti calendari MayaIn questi giorni sto piuttosto bene, non ho particolari mal di pancia e osservo con curiosità le cose del mondo con uno spirito pre-natalizio che deriva proprio dall'imminenza delle festività. Natale mette naturalmente allegria e pensare che l'anno nuovo potrebbe essere fantastico non costa molto, se non lo sforzo di crederci. Per altro il preventivo, in questo senso, è sempre meglio del consuntivo. Insomma uno stato d'animo piuttosto ben disposto, cui dovrebbe aggiungersi il piacere dei regali.
Tuttavia, e a dire il vero, sono piuttosto restio a scrivere di quell'ombra, che sarebbe poi la famosa "fine del mondo" prevista dei Maya e che dovrebbe colpire fa tre giorni con modalità - da quel che ho letto - piuttosto indeterminate. Se fosse un meteorite già si sarebbe avvistato, gli alieni non sono un problema perché il premier russo Dmitry Medvedev ha detto che sono già fra noi (bella scoperta!), escluderei l'inversione dei poli e lo spostamento dell'asse terrestre perché non ho capito bene di che cosa si tratti.
Io, a essere precisi, quel giorno non ho appuntamenti di lavoro, se non - e non mi pare poco - la bicchierata in "Rai" con il "Panciucco" di Mauro Morandin alle 11 e il solstizio sarà alle 11.11 e dunque se quella fosse l'"ora X" sarei in pieno brindisi e con il boccone in bocca. Poi l'orario sarebbe davvero sbagliato per altre ragioni, visto che nel pomeriggio dovrei andare alla recita di Natale al nido di Alexis e portare la sera mio figlio Laurent a Pila per una festa in discoteca. In seguito il 22 e il 23 ho un sacco di cose da fare. Idem il 24, e il 25 c'è anche il compleanno che festeggerei l'indomani e poi siamo vicini a Capodanno...
Quando scrissi con dovizia di particolari di questa "bufala" che sembra avere un qualche seguito, era posizionata assieme agli auguri di "buon anno" il 1° gennaio 2012. Mancando un annetto potevo fare lo spiritoso, anche se con ammirazione per questo popolo che nella profondità del passato aveva calcolato il solstizio d'inverno, previsto appunto per l'imminente 21 dicembre.
Ora ne scrivo con i dovuto scongiuri non perché pensi davvero che la sventura ci investirà mai, ma perché visto che la nostra vita è sempre appesa ad un filo non vorrei che da qui ad allora mi cadesse un "Boing 747" sulla testa e ci fosse così una dipartita personalizzata.
A convincermi, infine, di star tranquillo è il gran tramestio della politica valdostana: se il mondo dovesse finire davvero non ci sarebbero i sommovimenti in corso, tipo l'annunciata sparizione del Popolo della Libertà locale che potrebbe diventare un nuovo partito autonomista e non per colpa dei Maya ma delle future alleanze politiche.

Attorno ad Internet

Psy durante una recente esibizioneIo non so se tutti sappiano che cosa sia lo "Gangnam style": si tratta di un genere musicale, di ballo, fatto di video esilaranti montati in un certo modo e direi alla fine di un fenomeno di costume legato ad un rapper sudcoreano, tale Psy, che ha segnato il 2012.
La moda è esplosa in tutto il mondo con una rapidità e una capillarità ancora più evidente di quanto potesse avvenire in passato, perché a fare da cassa di risonanza è stata la fitta rete di Internet, che come un tam tam planetario ha diffuso il fenomeno dappertutto. Questo più di altro è elemento di riflessione: è infatti un caso fra i tanti che si potevano scegliere che dimostra di come la Rete si imponga in maniera forte e direi soprattutto impensabile. Chi segue questa mia pagina quotidiana sa che ho sempre sostenuto che Internet avrebbe agito in profondità sulla nostra vita, ma sino a qualche anno fa pensavo che la progressione del fenomeno sarebbe stata molto più lenta e meno onnicomprensiva. Ed invece il boom è sotto gli occhi di tutti e avvolge ormai tutti i media in una logica di interazione e di sovrapposizione e agisce soprattutto su di una parte crescente della nostra società, procedendo di pari passo con un'alfabetizzazione ancora più rapida e incisiva di quanto sarebbe stato logico supporre.
Chi usa da tempo questi strumenti, resi sempre più performanti dall'affermarsi di nuove tecnologie che si susseguono con grande rapidità, sa che non deve esistere una contrapposizione fra questo mondo digitale e il mondo reale. Chi lo fa, vivendo ad esempio la dimensione dei social media in un fenomeno di isolamento sociale e non di arricchimento delle proprie amicizie in carne e ossa, finisce per finire in aspetti patologici.
Ma la tigre, che pure fa paura per alcuni suoi aspetti, va obbligatoriamente cavalcata. Ormai - da tempo lo dico per il "modello valdostano" - non è più questione di "digital divide", vale a dire la rete, che pure va migliorata e resa capillare e deve seguire l'evoluzione tecnica, ma di "cultural divide" e cioè lo sforzo vero è quello di dare contenuti utili ai nostri cittadini perché la Rete sia sempre più uno strumento vivo per la nostra dimensione regionale.

Il Casino de la Vallée

La nuova hall del Casinò de la ValléeOgni tanto, quando si parla della ricchezza passata del riparto fiscale della Valle d'Aosta, ormai molto ridimensionato rispetto agli "anni d'oro" tra tagli e regole nella possibilità di spesa, capita di pensare a quanti anni poveri ci siano stati durante la nostra prima autonomia. Allora, quando i rapporti finanziari erano incerti a causa di uno Stato capriccioso e vendicativo, erano essenziali i proventi derivanti dalle percentuali regionali sugli incassi cospicui del "Casino de la Vallée". Una grande intuizione dei padri fondatori della nostra Regione autonoma, che alimentò per anni il funzionamento della nascente macchina regionale e i primi passi del contemporaneo ordinamento valdostano.
Oggi i tempi sono cambiati e quel ruolo appare come un retaggio del passato, mostrando con chiarezza come tutto cambi. Certo mi piacerebbe essere smentito, ma ho l'impressione che dovendo risolvere la questione del Casinò di Saint-Vincent, riducendola all'osso, risulterebbe così riassumibile: 85 milioni di costi e - nella migliore delle previsioni - 75 milioni di ricavi. Cifre forse spoglie ma significative di un andamento negativo, pensando che quando mi occupavo della questione c'erano più dipendenti e dunque più costi di oggi, la casa da gioco non tratteneva il novanta per cento dei ricavi e soprattutto i valdostani non giocavano nel "loro" Casino e chi oggi fa i conti sa quanto i residenti siano serviti ad evitare conti ancora peggiori.
Altri tempi si dirà ed è vero, perché nel frattempo - rispetto al complesso crescente dei giochi di uno Stato biscazziere - lo spazio dei quattro Casinò italiani si è ristretto sempre più e questo è avvenuto in un clima piuttosto silenzioso. Basti pensare alla vivacissima conflittualità sindacale ai miei tempi - una settimana di sciopero! - oggi praticamente scomparsa, come se tutto filasse liscio e si vivesse nei migliori dei mondi, specie per la categoria dei croupier.
Ora sono in corso i lavori di modernizzazione della parte alberghiera (se all'epoca il "Billia" non fosse stato comprato forse la Casa da gioco sarebbe già chiusa) e del complesso sale da gioco e accoglienza resi possibili dall'acquisto dei terreni attigui: una scelta giusta per ampliare l'attrattività e che ha avuto - per l'importanza degli investimenti in atto - anche problemi di finanziamento, come dimostrato dal prestito "interaziendale" - da partecipata a partecipata - attraverso la società elettrica "Cva", ovviamente non adoperabile, per ragioni note, per la gestione ordinaria ma solo per gli investimenti per non mischiare mele e pere.
Ora, al di là di alcuni problemi verificatisi nei lavori già conclusi (imperfezioni nelle camere d'albergo, infiltrazioni d'acqua in altre zone, una sala congressuale con un palco più piccolo del precedente), è ovvio come i cantieri aperti non agevolino la ripresa, ma il clima generale in Italia e in Europa delle case da gioco dimostra che il terreno non sarà comunque molto produttivo, pur ampliando la gamma dell'offerta etichettata come "leisure" con un anglicismo che comprende tempo libero e relax rispetto al "solo gioco". Vedremo: l'importante è monitorare la situazione per agire con efficacia, quando necessario, in un panorama rapidamente variabile in cui anche dire la verità conta.

Un Natale "politico"

I posti vuoti davanti all'ultimo Conseil fédéral UVTutto è possibile, ma se mi avessero detto tempo fa che il Natale sarebbe stata pieno di argomenti politici avrei risposto serenamente: «Le Feste natalizie paralizzano tutto!». Una sorta di sospensione che agisce normalmente sulle ostilità.
Ed invece sono stato smentito ed eccoci qua. Ieri sera il presidente Mario Monti è salito a dare le dimissioni al Quirinale e, chiusa per ora l'eccentrica esperienza del Governo tecnico, si voterà a fine febbraio, obbligando le forze politiche a un tour de force proprio nelle prossime settimane festive. Tutto questo in un clima di incertezza e effervescenza con uno scenario politico italiano - basta tornare indietro di pochi anni per effettuare il confronto - del tutto irriconoscibile e molto al di là della camaleontica capacità della politica italiana di cambiare colore a seconda delle necessità. E questo non avviene in un periodo ordinario, ma in un momento di crisi economica dalle evidenti e drammatiche conseguenze sociali e appunto con una politica alla ricerca di nuovi equilibri con soggetto vecchi e nuovi che si affannano in un andirivieni difficilmente comprensibile. Per cui le elezioni non si sa bene se saranno davvero risolutive per tornare sui binari di una qual certa normalità.
Questa attesa riguarda anche ovviamente la Valle d'Aosta che, pur con le sue dinamiche politiche originali, non può certo chiamarsi fuori da un dibattito italiano da seguire con attenzione non fosse altro per le gravi minacce che incombono ormai sull'esistenza stessa della nostra autonomia speciale, già in parte azzoppata da un centralismo romano politico e amministrativo e da meccanismi di trasferimento finanziario e di limitazione della spesa che rischiano di soffocarci come se una garrota ci stringesse il collo.
Anche da noi questi giorni saranno interessanti e non solo per le prospettive elettorali di un'Italia che va ma non si sa bene dove andrà, ma perché nell'Union Valdõtaine è in atto un confronto dalle modalità forse inusuali ma che mira a cercare di rispondere ad alcuni interrogativi importanti per il futuro della nostra comunità. Vivendo dal di dentro questa riflessione, assicuro che non è una camarilla per questioni personali o di chissà quale convenienza in gioco, è qualcosa invece di profondo che riguarda le istituzioni della nostra autonomia e la necessità di rimettere in marcia il sistema politico nel solco di elementari regole di democrazia e di convivenza in un periodo cruciale.
Per capire che non sono paroloni al vento e per dire su questo la mia posizione sarò domani sera alle 17.30 ad una manifestazione a Fénis all'albergo "Comte de Challant". Capisco che all'antivigilia di Natale è impegnativo, ma le circostanze obbligano a questo sforzo, che mi sembra suscitare - dai riscontri miei personali - un grande interesse.
Vedremo.

Le luci e un sorriso

Le luci natalizie a ParigiTalvolta per rappresentare la realtà basta guardarsi attorno. Noto, nell'applicare lo spirito d'osservazione, meno luci e festoni sulle case per questo Natale, che piomba nelle nostre vite, con rassicurante regolarità, anche quando lo scenario è difficile e i problemi non mancano.
E' vero che spesso impressioni come queste - più buio del solito - possono essere in parte falsate dal ricordo: certo nella mia infanzia, con bambini in ogni casa e l'elettricità come una conquista rispetto ai problemi di illuminazione del passato, non si lesinava specie con gli alberi avvolti dalle ghirlande elettrificate. Mi piace pensare a quando ero ragazzino e scendevo in cantina a controllare le luci indispensabili per animare le festività per ornare il pino fuori di casa.
Oggi siamo una società più vecchia e soprattutto, specie ora, più sfiduciata, e negli anni di grande disponibilità di denaro pubblico le illuminazioni e le addobbi erano ricchi e ridondanti, rendendo di fatto ormai inutili gli sforzi familiari.
In più la luce di questi tempi sembrava qualcosa da colpevolizzare, come dimostrato dal provvedimento, poi ritirato del Governo Monti noto come "cieli bui", che prevedeva - per risparmiare - di spegnere o di ridurre l'illuminazione pubblica. Per carità: idea condivisibile nella logica dell'efficienza energetica, ma che era da discutere con un approccio meno ideologico. Non a caso ho sempre trovato straordinariamente esemplificativo del mio piacere per la luce - d'altra parte mi chiamo Luciano, nome che i romani davano ai bambini che nascevano in giornate particolarmente luminose! - il fatto che il label di Parigi sia "la Ville lumière".
Non vorrei apparire venale, rispetto alla spiritualità natalizia, che non a caso associa tante luci alla natalità, in primis quella della stella cometa e l'antica luminescenza del vischio, ereditata dai celti, sotto cui baciarsi. Quella spiritualità che i cattolici associano anche nella morte alla luce eterna (lux perpetua).
In queste ore - e lo dico a me stesso per primo - vale quella bella frase di un prete che ha vissuto con gli ultimi, l'Abbé Pierre, che diceva: «un sourire coûte moins cher que l'électricité, mais donne autant de lumière».
A Natale ancor di più.

Treno e aeroporto dossier complessi

Un treno che arriva ad AostaNell'ultimo Consiglio Valle dell'anno c'è stato un dibattito sui trasporti che, solo per caso, si è incrociato con la vicenda tanto discussa - forse troppo! - della tratta "Aosta - Pré-Saint-Didier".
Per molte ragioni non avevo una gran voglia di intervenire su argomento che pure conosco bene per il lavoro a Roma, Bruxelles e Aosta, avendo il vantaggio - direi proprio federalista - di avere uno scenario che da continentale, diventa nazionale e poi regionale.
Questa "scala" ci dev'essere ben presente in tutti gli argomenti per evitare di limitarci a guardare il nostro ombelico.
Poi, come può capitare e quando ci si accorge che qualche riflessione può essere anche utile, ho preso la parola sul tema trasporti, limitandomi a ferrovia e aeroporto.
Spero che, al di là delle opinioni che sono ovviamente discutibili, possa essere interessante.

Perché me ne vado

Il sottoscritto durante il mio intervento a FénisFénis, 23 dicembre, sancisce una rottura nell'Union Valdôtaine. Ne sono addolorato, ma sono convinto della mia scelta.
Si tratta di un passaggio che mai avrei previsto in passato: sono nato e cresciuto nel milieu unionista, ma non si possono evitare separazioni per un quieto vivere o per un interesse di qualunque genere.
Qui metto il mio intervento che spero sia utile per ricostruire il mio pensiero e le mie ragioni. Capisco che non sarà un periodo facile ed è bene prevedere una serie niente male di cattiverie. Come si dice: «porta pazienza».

Sereno nella scelta difficile

Io con Elso, Gigi, Laurent ed Andrea al tavolo"The day after" è la vigilia di Natale e del mio compleanno. Da ieri sera «il dado è tratto» e mi ritrovo sicuro della decisione assunta - lasciare l'Union Valdôtaine - ma con uno stato d'animo addolorato di chi ha dovuto compiere un gesto che mai avrebbe voluto fare.
Ho sempre respirato aria e Union nella mia famiglia che dalla fondazione della "Jeune Vallée d'Aoste" nel 1927 alla nascita - direi conseguente nel 1945 -dell'Union Valdôtaine, specie ma non solo con quella straordinaria personalità che è stato mio zio Séverin, ha dato un contributo importante alla "causa valdostana". Io stesso spero di averlo fatto in venticinque anni di carriera politica di cui devo essere grato al Mouvement ed agli elettori.
Questo legame affettivo e politico ha reso la scelta di lasciare l'Union difficile e a lungo ragionata, ma oggi sono sereno. Ormai lavorare da dentro per cambiare e correggere la gestione verticistica e personalista del presidente Augusto Rollandin era diventato impossibile e il Movimento è in via di mutazione da tempo e ormai si caratterizza come un partito personalista manovrato da Palazzo e dove sono ormai venute meno regole di civile convivenza di quelle anime diverse che devono stare assieme in un partito "di raccolta", come i politologi definiscono movimenti autonomistici di questo genere, dove i tratti identitari e territoriali agiscono come un collante.
So bene che nelle prossime settimane e forse sin da oggi la parola più gentile per il gruppo di "fuoriusciti", che non rinnoveranno la tessera del partito, sarà «traditori». Ieri il vecchio Senatore César Dujany, che nel 1970 fuoriuscì a sinistra dalla Democrazia Cristiana fondando un movimento autonomista (i Democratici Popolari) e che è stato con me in Parlamento, ha raccontato all'assemblea di Fénis il suo travaglio dell'epoca, dicendoci di avere coraggio nella nostra scelta. Da qui in poi la cosiddetta "contraerea" non avrà pietà di noi e delle nostre storie politiche e personali. Ma io non ho nulla da temere: i miei figli possono guardare in faccia il loro papà senza il timore di dovere vergognarsi per il suo comportamento in politica per chissà quale malaffare.
Da gennaio in Consiglio Valle e nella comunità ci sarà l'occasione per spiegare le ragioni e le motivazioni, guardando avanti e mai indietro. Non si tratta di chiedere rispetto, perché la politica ha suoi meccanismi che si accettano quando si entra in gioco, ma di pretendere la serietà delle questioni poste che non sono capricci personali o frutto di ambizioni personali o di chissà quali risibili frustrazioni, ma temi seri che riguardano il futuro della comunità valdostana che non possono diventare una caricatura per chi questi argomenti non li vuole affrontare.
Per questo "il giorno dopo" sono tranquillo soprattutto con la mia coscienza, benché - come dicevo all'inizio - addolorato dopo tanti anni e tante energie spese nell'UV. Il cammino che mi trovo di fronte è uno spazio di libertà da riempire e un giorno verrà in cui anche quest'ultima diaspora unionista (sono usciti ormai dall'Union quattro presidenti della Regione unionisti degli ultimi quarant'anni, tranne... il quinto) verrà ricomposta in una riunificazione.
Ringrazio tutti quelli che, in vario modo, si sono manifestati in questo passaggio per nulla banale della mia vita.

Babbo Natale ha alzato il gomito

Babbo Natale motociclistaQuesta mattina mi limiterò ai soli auguri: è Natale e dunque sono giustificato se non scrivo per un giorno dell'anno, interrompendo un appuntamento quotidiano che è - lo dico con piacere - molto seguito...
E' giusto però rispondere anche qui ai molti auguri ricevuti in un crescendo ormai davvero multimediale che ormai attraversa stili e modalità diversissimi, dal sobrio al kitsch.
Grazie di cuore a tutti e grazie anche a chi si è ricordato della personale bizzarria di essere nato il giorno di Natale. Oggi in effetti compio i miei primi 54 anni! Un'età un tempo veneranda, ma oggi non ancora così terribile.
Un'avvertenza finale è necessaria. Se in alcune zone della Valle d'Aosta Babbo Natale non è ancora arrivato - con sconcerto dei bambini e dei genitori che questa mattina ci resteranno di sasso - confesso le mie colpe.
Stanotte, infatti, ho sentito armeggiare in soggiorno. Con questa storia dei ladri d'appartamento sono sceso piano piano e ho colto in flagrante un'ombra furtiva e massiccia che si aggirava vicino all'albero di Natale. Ho acceso le luci ed era lui: Babbo Natale.
L'ho invitato a sedersi e gli ho offerto da bere qualcosa di serio e non il banalissimo bicchiere di latte preparato la sera come accoglienza. «Io odio il latte - mi ha spiegato Babbo Natale - perché sono intollerante al lattosio, ma sono costretto a berlo lo stesso per ottemperare alla tradizione cominciata dai miei avi».
Si è sciroppato senza colpo ferire alcuni bicchieri di Barbaresco e non ha disdegnato neppure qualche grappetta. Mi ha raccontato la sua vita nel "dietro le quinte" e pian piano si è sgretolato il mito del personaggio. «Quel che odio è la ripetitività, la lettura di milioni di lettere dei bambini, l'organizzazione dei lavoro degli elfi, lo stress delle consegne in una sola notte!». Le lamentazioni si sono così concentrate in quella che è diventata la classica ciucca triste.
Ad un certo punto si è addormentato di schianto. Sono tornato a letto e ancora adesso lo sento russare di sotto. Tra poco lo andrò a svegliare: non vorrei che al risveglio il piccolo Alexis lo trovasse. Già nella vita le delusioni non gli mancheranno ma cominciare con un Babbo Natale ubriacone...

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