December 2012

Una gran confusione

Il cantautore francese Pierre PerretIn questi giorni non è facile scrivere di politica: quella italiana è avvolta da una nebbia che rende tutto difficile da capire. Direi che si conta ormai sulla forza salvifica delle elezioni politiche, come un "nodo gordiano" che una volta tagliato indicherà la strada giusta senza paura di perdersi. Spero che questo ottimismo abbia un suo fondamento, ma francamente non so fin dove spingermi nel tentativo di convincermi.
Qui in Valle - perché negarlo? - si entra invece in una settimana significativa per molte ragioni e non mi riferisco a chi contrabbanda il rischio di elezioni anticipate in Valle d'Aosta, evidentemente non sapendo che da noi la legge sulla forma di Governo prevede la "sfiducia costruttiva" e dunque per far cadere un Governo regionale bisogna averne uno "nuovo di zecca" pronto con apposita mozione con le firme necessarie.
Per cui, aspettando gli eventi, meglio dedicarsi a una considerazione generale da tenere ben presente in questo frangente. «Avere la memoria corta»: questa è un'espressione corrente, che si usa in molteplici occasioni nella vita quotidiana, ed è applicabile anche alla politica che resta poi lo specchio, magari deformato ma pur sempre specchio, della società in cui viviamo e dei cittadini che si interessano alla "cosa pubblica" e anche, in fondo, di chi non se ne interessa.
Ogni giorno ci sono degli esempi interessanti: basti vedere quanto sta avvenendo in questi giorni con l'incredibile toupet (espressione tricologica valida per il personaggio) di Silvio Berlusconi, che si presenta come un homo novus per la prossima legislatura repubblicana, contando proprio sulla smemoratezza di molti, anzitutto dei suoi che, dopo averlo ringraziato per essere uscito di scena, ora lo applaudono in egual misura per esserci tornato. Molti lo fanno per non perdere la candidatura alle imminenti elezioni: vale più un "seggio sicuro" che ricordarsi le cose, se questo non serve o anzi danneggia. Specie se il voto avverrà con quel "Porcellum" che consente in Italia ai partiti di piazzare chi vogliono loro nelle liste bloccate come garanzia per l'elezione in Parlamento (da noi con l'uninominale tutto è già nelle mani degli elettori).
Non è il solo caso in cui qualcuno, in Italia ma anche in Valle d'Aosta, conti sulla capacità di oblio di parte dell'opinione pubblica che scorda con facilità il passato di certi uomini pubblici e le giravolte di alcune forze politiche. Bisognerebbe distribuire un "bignamino" su cui annotare storia e fatti precedenti per evitare vuoti di memoria graditi a chi fa della dimenticanza una sua forza, specie accompagnata da due aspetti annessi: la logica camaleontica con cui si cambia posizione e modo di essere e quella capacità di menzogna alla base di grandi successi per dispensare promesse e non spiacere mai a nessuno, dicendo a ciascuno solo quello che vuole sentirsi dire.
Ricordo una frase del cantautore francese Pierre Perret: «Quand on passe l'éponge, on n'éponge pas la mémoire». Almeno così dovrebbe essere e questo a beneficio di quel principio di trasparenza di cui tanto si parla. Ma il nuovo è il vecchio, comunque lo si guardi, e l'Italia torna al punto di partenza.
Chiamala se vuoi... confusione.

I classici Disney

I personaggi Disney sui pattiniAvendo a che fare con tre figli di diverse età, posso testimoniare di come certe cose proposte loro durante l'infanzia li segnino più di quanto ci si immagini sul momento e riemergano periodicamente come un bagaglio della loro formazione culturale.
Come molti della mia generazione, sono cresciuto con "Topolino": non so a che età venne fatto l'abbonamento, ma so che per lunghi periodi il giornalino mi arrivava per posta. Quando la "Posta" era il vero canale di collegamento fra la propria casa e il resto del mondo, altro che Internet e i tempi sempre più ristretti cui ci siamo abituati, diventando tutti un po' fissati. Allora esisteva una scansione temporale più dilatata e esisteva anche la straordinaria possibilità del dolce far niente e di momenti di noia, nei quali oggi la gran parte di noi - maledizione! - "siamo connessi".
Quando diventi adulto, "Topolino" ti resta nella testa con i suoi personaggi spesso usati come riferimento rispetto alle persone nella vita quotidiana. Io conosco persone che sono Pippo, Paperon de' Paperoni e persino Gambadilegno e Clarabella. Io stesso mi sono sempre riconosciuto in Paperino, con quella sua certa goffaggine ma anche una sua intraprendenza onesta. E' vero, però, che l'intrigo familiare dei personaggi "Disney" resta piuttosto misterioso.
Ci avevo riflettuto le diverse volte che sono stato - una volta portando persino mio padre e mia madre! - ad "Eurodisney" nei pressi di Parigi, luogo scelto da chissà quale matto perché vanta meteo e clima disastrosi per un parco di questo genere. E ci riflettevo ieri mattina per lo spettacolo "Disney On Ice" in tournée al "PalaVela" di Torino con una ricchezza di personaggi e di storie sui pattini da ghiaccio con personaggi storici e nuovi ingressi che conosco attraverso i miei figli e la visione obbligata per alcuni anni dei canali "Disney".
Non mi ripeterò con osservazioni già note: tipo perché Topolino e Minni non si sposino e lo stesso vale per Paperino e Paperina, che neppure convivono; oppure su di chi siano figli Qui, Quo e Qua e perché Pluto sia un "cane-cane", mentre Pippo sia un "cane umanizzato".
Forse quel che colpisce davvero è come sia possibile che il nucleo storico dei personaggi siano diventati dei classici, malgrado il passare del tempo e le mode che abbiano travolto molte altre star dei fumetti.
Magari, ma è una supposizione, i personaggi "Disney" sono talmente avvolti da una nostra rete affettiva che siamo bravi noi genitori a farli amare ai nostri figli.

Giornata internazionale della Montagna

Il sottoscritto con Messner nel 2002Sono passati dieci anni da quell'"Anno internazionale delle Montagne", voluto dalle "Nazioni Unite", e all'epoca ebbi l’onore di presiedere il Comitato italiano attraverso un lungo lavoro preparatorio e poi ci furono mesi intensi e ricchi di manifestazioni che caratterizzarono l'intero 2002.
Tutto sommato una bella esperienza che mi permise ancora meglio di capire, nel fallimento di tutte le "Internazionali" di vario genere, di come l'"Internazionale della montagna" - o meglio, al plurale, "delle montagne" proprio per la ricchezza intrinseca nelle molte varianti - abbia un senso reale per un'affinità di fondo che attraversa le numerose popolazioni montane del mondo attraverso i differenti Continenti. Ovvio che esistono altimetrie varie, culture assai eterogenee, gradi di sviluppo diversificati, ma la montagna forgia delle identità che finiscono per avere - almeno è quanto ho avuto modo di verificare - delle assonanze straordinarie a fronte di tanti problemi concreti del tutto analoghi.
Quell'Anno internazionale, che cementò tante amicizie e la scoperta di una parte molte utile del lavoro della "FAO" (Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura con sede a Roma) che fu capofila delle diverse iniziative, gemmò - a partire dal 2003 - una giornata internazionale, quest'anno dedicata alle foreste montane come radici del nostro futuro.
Un caso di scuola, in questo caso, di una grande differenza fra Nord e Sud del mondo, la prima vittima di un fenomeno di crescente sviluppo delle foreste per il contrarsi delle attività agricole tradizionali, la seconda vittima, invece, della deforestazione, spesso autentica rapina di una risorsa straordinaria. Nel caso valdostano, con alcune mostre e convegni per l'occasione, siamo appunto nel solco di un bosco che si espande sempre di più per la crisi crescente di quella che fu un tempo la prevalente civiltà rurale, che aveva, anche per ragioni di autosussistenza, un controllo della parte colturale vera e propria del bosco, compresa quella gestione collettiva di queste ricchezze. Lo dimostrano le Consorterie ancora sopravvissute e non a caso persino citate nel nostro Statuto d'autonomia come parte originale dell'antico ordinamento valdostano. Un caso straordinario in cui la tradizione giuridica sapeva corrispondere alle esigenze prioritarie della comunità autoctona.
Oggi, anche se spiace doverlo scrivere, a tutti i livelli il dibattito sui problemi delle montagne e di una politica specifica sembra essersi incartato e, per chi se ne occupa da anni, credo sia una legittima preoccupazione.
Troppi "decisori", espressi dalle popolazioni montane, preferiscono occuparsi d'altro.

Alleanze sotto l'albero di Natale

Il Consiglio Valle durante l'ultima riunioneUn cortese lettore mi scrive una mail per sollecitare un mio post e mi chiede: «Come mai esponenti della Stella Alpina lanciano in Valle d'Aosta l'idea di una "grande coalizione", allargando l'attuale maggioranza a fine legislatura al Partito Democratico? E qual è la sua valutazione?».
La prima risposta è naturale: bisogna chiederlo a loro e in particolare al capogruppo Francesco Salzone per capire se questo ballon d'essai lanciato nel cielo della politica valdostana - e mai espresso in riunioni di maggioranza e affidato ai giornali - sia un frutto spontaneo di una sola componente di maggioranza o se il disegno sia stato concordato con altri, magari nella famosa "cabina di regia", quell'invenzione voluta dal Popolo della Libertà valdostano all'atto del suo ingresso nell'anticamera della "stanza dei bottoni" - per supplire all'assenza in Giunta di suoi esponenti - e che vede assieme in una riunione almeno settimanale i capigruppo di maggioranza e il presidente della Regione e talvolta qualche ospite illustre. Un organo non previsto né dello Statuto speciale ma neppure dalla prassi della politica valdostana che ha, a mio avviso, e l'ho sempre sostenuto sin dall'inizio in sedi di partito, gravemente nuociuto ai rapporti nella maggioranza regionale, creando - forse solo in apparenza, vista l'attitudine decisionista del presidente Augusto Rollandin - un piccolo nucleo di "decisori" in barba alle regole normali di condivisione nei partiti, nei gruppi politici e nelle riunioni di maggioranza. Mi era stato detto in un "Conseil fédéral", anni fa, che era solo «una riunione di tipo tecnico», ma così non è mai stato.
La seconda domanda è più complessa. Immagino che l'idea di una grande alleanza - mi par di capire con lo stesso presidente - miri a finire in serenità la legislatura, che oggi registra una serie di turbolenze per il confronto interno all'Union Valdôtaine e per alcune minacce di uscita dalla maggioranza del PdL valdostano, che periodicamente mostra i muscoli (sinora senza registrare successi) come se gli avvenimenti italiani che stanno coinvolgendo il futuro del loro partito - compreso il ritorno di Silvio Berlusconi - fossero un dato del tutto ininfluente e un futuro radioso li attendesse, a dispetto di sondaggi che li vedono malconci e basta vedere gli esiti in Valle d'Aosta per capire come i dati nazionali si riflettano con una certa regolarità in Valle.
Nell'idea della Stella Alpina immagino che si dovrebbe leggere una visione di prospettiva: coinvolgere il PD vorrebbe dire agganciare il futuro Governo nazionale e forse prefigurare una vasta alleanza per la prossima legislatura regionale. Interpreto, non lo so con sicurezza. Peccato che, chiusa l'esperienza di Mario Monti e la paradossale convivenza "tecnica" fra PdL e PD, uniti dall'insolito destino di essere in contemporanea cani e gatti nel dibattito politico ma di dover votare assieme le fiducie per reggere il Governo, oggi immaginare un analogo "ponte" in Valle d'Aosta sarebbe davvero un'operazione ardita e incomprensibile per i rispettivi elettorati e dunque rischiosa per entrambi - e anche per la credibilità dell'Union Valdôtaine - a poche settimane dal voto per politiche e regionali.
Per carità, caro lettore, magari sono io che non capisco niente e mi sfuggono dinamiche che possono portare a valutazioni diverse, ma io penso che la "grande coalizione" - per i quattro mesi prima del periodo della campagna elettorale vera e propria - non si farà.

Berlusconi e Monti

Silvio Berlusconi e Mario Monti versione 'Sgommati'Giuro che fino all'anno prossimo non scriverò mai più nel mio post il nome "Silvio" ed il cognome "Berlusconi". Una rimozione a fin di bene, come per una persona che non si sa - con un evidente imbarazzo per il suo stato - come trattare per una forma di pietas, nel senso di un sentimento di compassione umana.
Ho seguito Berlusconi su "Sky" nella diretta della presentazione del libro natalizio di Bruno Vespa e ho visto (ed ascoltato attonito) un Berlusconi ormai plastificato e sotto vuoto. Dice sempre e solo le stesse cose con una claque insistente e ridicola.
Per cui parlo di Mario Monti, che ha sette anni in meno del Cavaliere e dimostra l'età che ha senza plastiche, trucco e parrucco. In questo contesto una sicurezza. Il Professore, giunto ormai al capolinea del suo Governo "tecnico", unicum nella storia repubblicana, alterna dichiarazioni contrastanti: ogni tanto annuncia un suo impegno diretto in politica (ma il no alla candidatura l'ha pronunciato il Presidente Giorgio Napolitano, ricordandogli la nomina a senatore a vita), in altri momenti propende per il no secco alla sua candidatura.
Il centro, specie ex democristiano, lo vorrebbe come leader, il centrosinistra propone Ministeri di prestigio e poi ruoli europei di primo piano, il centrodestra lo lusinga con la premiership.
Confesso che non so bene cosa farà: forse la Presidenza della Repubblica, più di altro, potrebbe tentarlo, ma certo la Presidenza del Consiglio strega. Lo si è visto nella lenta ma evidente metamorfosi di Monti: al riserbo e alla timidezza iniziale si è sostituito il piacere di apparire nella selva dei microfoni e il gusto, umanissimo, di esercitare il potere. In questo facilitato da un percorso governativo di un annetto tutto rose e poche, recenti spine. D'altra parte ha governato in carrozza, con lo schema decreto legge-voto di fiducia, con un Parlamento messo sotto i tacchi.
Monti stato vittima della sua tecnocrazia algida e di molti suoi Ministri, sgradevoli, arroganti e presuntuosi. I valdostani lo sanno bene e per fortuna i due parlamentari valdostani hanno votato quasi sempre contro le gravi invasioni della nostra autonomia speciale. Bravi - ve l'ho detto tante volte di persona - a dire «no» ai liquidatori della specialità, pronti a diventarne anche i becchini.
Ma criticare Monti - sia chiaro - non vuol dire mai e poi mai rimpiangere Berlusconi.

Monti mai più tecnocrate

Mario MontiL'Unione europea incombe e invade la nostra vita quotidiana molto più di quello che possiamo pensare. Un esempio facile è quello di scorrere le competenze che ha un Regione autonoma come la nostra: il Consiglio Valle, nei primi anni dell'autonomia, ogni volta che legiferava aveva a Roma il suo interlocutore, oggi direi che il problema è duplice, perché esiste la vasta normazione europea, che pesa sia sulle scelte nazionali che suoi nostri spazi giuridici e anche politici e da Bruxelles non si può mai prescindere anche nelle decisioni più elementari. Penso di aver avuto per questo, prima al Parlamento europeo e poi al "Comitato delle Regioni", un osservatorio privilegiato e la possibilità di scavare nei complicati meccanismi dei Trattati che regolamentano l'Europa e le sue istituzioni comunitarie.
Piano piano l'integrazione europea ha creato delle "famiglie politiche" a livello continentale, che mettono assieme realtà nazionali diversissime. Scorrete la lista dei raggruppamenti ufficialmente riconosciuti e vedrete che nei popolari, nei socialisti, nei liberali e democratici e nell'alleanza libera europea - per citare i più importanti - convivono posizioni che rendono la vita interna una discussione continua su singoli argomenti proprio per la logica eterogenea.
Io in Europa, nei dodici anni di esperienza, sono sempre stato nel gruppo liberale per due considerazione: l'Alleanza libera europea (che raggruppa diversi partiti di minoranze linguistiche) convive con i Verdi nelle istituzioni e questo crea un'alleanza illogica, così come non ho mai pensato di aderire ai Partito Popolare Europeo perché la storia degli autonomisti valdostani non lo consentirebbe.
Oggi sui giornali si parla molto della forte spinta che i popolari europei hanno dato ieri ad una candidatura a presidente del Consiglio per la prossima legislatura in Italia di Mario Monti. Ciò è avvenuto nella loro assemblea con i leader europei del centrodestra più importanti, compreso Silvio Berlusconi che non gode in Europa di grande simpatia e credibilità e compreso - inaspettato ospite - proprio quel Monti sinora cauto a schierarsi, ma che questa volta ha scelto la sua collocazione per il futuro. Una decisione che cambierà molto e che lo spoglia dalle vesti, confortevoli in molti momenti, del tecnocrate un po' catatonico. Ora è un politico e basta.
Posso dire che questo passaggio di spintarella europea l'ho trovato inopportuno? Non in una logica nazionalistica, che non mi appartiene affatto, ma perché bisogna che gli "altri" abbiano maggior cautela nell'esprimersi sul confronto politico in Italia che è complicato da leggere all'esterno. A me sono sembrati come "elefanti nella cristalleria", che hanno trovato quell'unanimismo che è merce rara nel complicato dibattito europeo su di un fatto su cui avrebbero dovuto dir la loro in modo molto più garbato.
Mentre resta un silenzio sui tanti fatti che hanno ridotto l'Unione europea ad essere ostaggio dei capricci degli Stati anche purtroppo per le visioni miopi dei partiti europei.
Altro che il Premier italiano!

L'orrore davanti alla televisione

Alcune maestre portano via i bimbi dopo la strageQuando l'orrore irrompe in casa e finisce per inchiodarti alla televisione sei occupato nelle cose quotidiane: un pacco che si aggiunge sotto l'albero, una telefonata per la politica e le sue attese, due chiacchiere sulla neve e sulla cena tra poco in tavola. Cose così che rappresentano la vita di ogni giorno che inanella uno dietro l'altro la normalità.
Poi dalla televisione accesa inizia a riversarsi quel flusso di notizie consentito da un mondo che le nuove tecnologie hanno accorciato sempre più e così il Connecticut è come se fosse qui dietro l'angolo di casa tua.
E' una storia americana quella che occupa tutto lo spazio: un tizio ha ucciso i propri genitori e poi ha fatto una strage di bambini in una scuola elementare. armi alla mano. Purtroppo non è un fatto nuovo in un'America dove fatti analoghi sono purtroppo ripetitivi: cambiano gli Stati e l'età delle vittime ma il copione è molto simile.
E la polemica di fondo è sempre la stessa: a consentire al matto di turno di compiere certe gesta è la facilità in quasi tutti gli Stati Uniti di comprare ogni tipo di arma e questa circostanza crea drammi come quello di ieri. Lo sappiamo bene e ogni volta ci si stupisce che certe ferite terribili, che mobilitano pure la Casa Bianca, non sortiscano nuove regole. Così, durante le minuziose ricostruzioni degli avvenimenti che mostrano dagli USA cosa vuol dire far televisione e la forza della reale concorrenza fra le reti tv, si ripropone questo vecchio dibattito fra chi - Costituzione americana alla mano - difende il diritto di essere armati come tradizione connessa al "sogno americano" e chi da la conta dei morti per l'acquisto di armi senza norme restrittive.
Ma in fondo quel che conta è come, in una fredda sera d'inverno, mentre le interruzioni pubblicitarie ti offrono tutta la banalità della rappresentazione del Natale in famiglia, ti immedesimi con quei genitori cui un killer ha ucciso un figlio, che nella scala del dolore penso che sia qualcosa di indicibile.
Ci ripensi poi al mattino, in un dormiveglia reso surreale per il silenzio felpato della nevicata notturna, e immagini il Natale di strazio di tante famiglie e di una comunità intera e relativizzi ogni tuo problema.

Sangue e arena

Il manifesto del 'Congrès UV' con il senatore Fosson nella foto di Romain BosoninIeri al Congrès unionista c'era chi, fra i cronisti presenti ma anche fra i congressisti, si aspettava «sangue e arena», immaginando che si sarebbe creato un clima da "Plaza de toros" - noi diremmo da "Bataille des reines" - o simile all'ambiente di quei gladiatori che nell'Augusta Praetoria di epoca romana si saranno pure esibiti nei combattimenti.
E invece, direi in linea con l'austerità imperante, si è celebrata una giornata tranquilla con il clima raccolto non a caso iniziato con la candida presenza di una nevicata che ha messo il rallentatore all'avvio dei lavori. Poi si è proseguito nel solco di una mattinata ufficiale con diversi big e il pomeriggio è stato occasione per una decina di interventi eterogenei e un finale con documento ecumenico. Direi, come spettatore, senza infamia e senza lode e con passaggi interessanti.
Ovvio che l'"uno-due" del Conseil fédéral e del Congrès, in tono minore e con un'evidente sordina, si presti a letture varie: dall'embrassons-nous che chiude un periodo turbolento al fuoco rimasto sotto la cenere che resta minaccioso.
Io penso che le letture, qualunque si preferisca dei due estremi e conseguenti varianti intermedie, siano semplicistiche e frutto ovviamente di una lettura pubblica dei fatti conosciuti. Come sempre avviene, la realtà è più complessa e si situa nel presente - scusate la banalità - come conseguenza di molti eventi passati, pur senza risalire al Giurassico, e altri che sono all'orizzonte. Il dibattito interno all'Union Valdôtaine, visto nella sua complessità e nel suo divenire, deve appunto fare i conti con le stratificazioni e l'esame degli avvenimenti, così come deve riguardare pagine non scritte e per nulla banali.
Non è - perché sarebbe più facile - solo una questione di poltrone odierne o future, di alleanze politiche in corso o in prospettiva, ma inerisce metodi e comportamenti dei diversi attori unionisti.
In questo davvero "historia magistra vitae" perché non è che l'Union viva in una campana di vetro e se io sono unionista da sempre noi abbiamo nel Movimento - anche a posti di rilievo - esponenti che furono in partiti scissionisti (tipo "Union Valdôtaine Progressiste"), tornati a casa dopo la riunificazione del 1978. Quando se ne andarono - come avvenne anche, ma a destra, per il "Rassemblement Valdôtain" - lo fecero per ragioni politiche, come più di recente hanno fatto quelli che da unionisti sono passati a "Renoveau Valdôtain", oggi Alpe.
Un disaggregarsi e aggregarsi che non è mai dipeso da passaggi "ufficiali", ma dall'incapacità "en petit comité" di trovare quegli antidoti contro le incomprensioni e soprattutto con le accuse al leader di turno di un eccesso di potere che aveva finito per minare il carisma che lo attorniava.
Questo per dire che ogni semplificazione è sbagliata e il cuore del problema, per fortuna o sfortuna, resta nei comportamenti delle persone, nelle regole di civile convivenza, nelle idee e nei progetti politici.
Per questo il pendolo del dibattito si muove e oscilla ancora.

Se la retorica è maquillage

Tanti colori per il maquillageI programmi elettorali, che alle elezioni regionali in Valle d'Aosta fanno parte integrante della presentazione delle liste e degli eventuali apparentamenti, sono un esercizio interessante, cui ho collaborato in passato, così come ho sempre scritto di mio pugno i programmi per le elezioni politiche o europee, quando sono stato candidato e dunque parte attiva nell'organizzazione delle campagne elettorali.
Spesso sono stato in questo accusato di un modernismo dissonante rispetto ai rituali della "vecchia politica", come quando obiettai senza successo su certi riti autoreferenziali come i comizi vecchio stampo e ogni cambiamento in merito pareva essere lesa maestà e violazione di antichi riti buoni per tutte le stagioni. Con la stessa logica saremmo ancora ai piccioni viaggiatori o ai salassi in medicina. Il mondo non si ferma e chi non si adegua resta indietro, magari sciacquandosi la bocca con le tradizioni e il bel tempo che fu: ormai aborrisco la retorica - ad esempio sulla nostra autonomia - quando al posto di essere un elemento arricchente serve come un maquillage pesante e volgare a coprire le rughe di cose e pensieri invecchiati malamente.
E' un esercizio interessante la scrittura dei programmi, in cui cercare un mix giusto fra problemi politici, soluzioni amministrative, ideali e valori e anche naturalmente un impegno per dare una veste allettante e leggibile. Penso che oggi, con la maggior rapidità e secchezza dei messaggi e la forte componente d'interazione di Internet, oltretutto in un complesso di multimedialità senza precedenti, si aprano prospettive assai interessanti per una rifondazione della comunicazione politica come la conoscevamo e praticavamo sino a pochi anni fa.
Credo di poter dire che sempre più c'è bisogno in politica di buttare a mare certi approcci elettoralistici di diverse gradazioni. Non mi riferisco ai sospetti di voti venduti e comprati (magari con denaro, promesse di business o banalmente con sconti sulle assicurazioni) che sono un reato che solo "Alice nel Paese delle Meraviglie" potrebbe ignorare, ma a logiche più artigianali di "do ut des", a clientele da basso Impero, a cordate che spesso privilegiano il candidato mediocre ma fedele come se si trattasse di un concorso canino. Su questo terreno fertile agiscono i lacchè che sono un cancro proprio per l'indomita capacità di essere banderuole, compresa la disperazione quando si rendono conto di aver sbagliato i calcoli e scelto la rotta sbagliata.
Intendiamoci: queste sono degenerazioni, anzi malattie più o meno gravi che non inficiano la bontà della politica e delle democrazia nei loro fondamenti. Ma quel che turba è proprio la difficoltà di disfarsi delle mele marce che finiscono per fare andare a male tutto il cesto.
Dopo tanti anni di politica, penso che - avendo maturato tante esperienze - questo sia un aspetto cui mi vorrei dedicare davvero: contestare una certa deriva che alimenta poi i populismi come risposta scorretta a problemi veri.

La cessione della linea "Aosta - Pré-Saint-Didier"

In queste ore sto ricevendo nella posta elettronica di consigliere regionale una mail standard, con lievi personalizzazioni, da parte dei firmatari della petizione sulla "Aosta - Pré-Saint-Didier".
Naturalmente nulla da eccepire sullo strumento democratico, che è stato esaminato dal Consiglio Valle, come da regolamento.
Invece questa ulteriore sollecitazione mi sembra davvero ridondante e basata su un equivoco di fondo, che ha pesato sulla discussione in corso sin dalle sue origini e di cui, per essere onesti, la stessa petizione è lo sbocco naturale.

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