November 2012

Quando non c'è limite al peggio

La firma di 'Alp-Med' al Forte di BardSono ormai passati sette anni da quando, per la prima volta, tre Regioni italiane (Valle d'Aosta, Piemonte e Liguria) e due francesi (Rhône-Alpes e Provence-Alpes-Côte d'Azur) decisero - in quel luogo simbolico che è il Forte di Bard, "macchina da guerra" trasformata in luogo di cultura - di unirsi in un'Euroregione.
All'epoca non era ancora operativo quello strumento giuridico europeo, il "Gect - Gruppo europeo di cooperazione territoriale", che di lì a poco avrebbe consentito di avere rapporti rafforzati a cavallo delle vecchie frontiere. L'idea era quella di essere i primi a sfruttare questa nouvelle vague europeista nel solco di un vecchio pallino del "Consiglio d'Europa", quello della cooperazione transfrontaliera, ora finalmente cavalcata dall'Unione europea a completamento in fondo di quella "politica regionale", resa concreta nel caso delle "nostre" Regioni da anni di lavoro comune con lo strumento comunitario noto come "Interreg".
Purtroppo avevamo - ed io per primo - sottostimato la stupidità dei rispettivi Stati nazionali. Benché il "Gect" fosse un regolamento europeo e come tale immediatamente applicabile, restavano spazi autorizzatori che Roma e Parigi in questi lunghi anni hanno adoperato con abilità sino all'attuale evidenza: l'Euroregione (termine che ai burocrati statali faceva orrore almeno quanto il termine "politico" che chiedevano di cancellare a piè sospinto dallo Statuto del "Gect") non è ancora stata riconosciuta ufficialmente. Vive certo, ma senza quello status giuridico che dovrebbe avere nel nome dell'Europa.
Una cosa da voltastomaco, intollerabile e grave, che mi ripugna, ma che doveva essere un campanello d'allarme che non abbiamo sentito. Quegli stessi burocrati che hanno messo sabbia negli ingranaggi sono oggi al Governo con Monti: sono quelli che non solo vorrebbero sostituire al regionalismo un tenue e sterilizzato decentramento amministrativo, ma sono gli stessi che mai e poi mai cederanno un grammo di sovranità nazionale a Euroregioni come la nostra che servono solo a territori omogenei per millenni a svolgere lavori in comune su temi concreti (trasporti, ambiente, scuola e formazione, sanità...).
Ma no, niente da fare, i boiardi statalisti non vogliono e questi stessi Stati sono gli stessi che nel Consiglio europeo stanno pian piano spegnendo l'integrazione europea. Una manovra a tenaglia di rara stupidità: un attacco dal basso alla democrazia regionale e comunale e uno dall'alto all'Unione europea e ai suoi principi.
A casa questi "tecnici", complici in questo caso del sistema prefettizio francese, perché il nazionalismo becero che cavalcano puzza lontano un miglio di ritorno al passato. Svolte autoritarie in guanti bianchi mi auguro non passeranno mai, ma fanno perdere tempo prezioso.
Nell'Euroregione Alp-Med la piccola Valle d'Aosta portava in dote la propria storia autonomistica e il bilinguismo, oggi dobbiamo essere di pungolo alle altre Regioni per trovare forme e modalità per ricorrere alla Corte europea di Giustizia contro ritardi e impedimenti di Italia e Francia per un "Gect" dovuto e frutto del diritto comunitario. Bisogna dire «basta» alle prevaricazioni segno di forme di neocentralismo pericoloso. Un Ministro italiano di elevatissimo rango, giorni fa ad una delegazione di una Regione europea in visita a Roma, avrebbe esplicitato il disegno di cancellazione delle Regioni italiane in una riforma costituzionale. Roba da camicia di forza, ma non stento a crederci.

Il sistema elettorale e la politica inceppata

Uno dei tanti voti di fiducia alla CameraLa credibilità della classe politica italiana è al minimo storico. Tanto che il meccanismo democratico si è inceppato ed i "salvatori della Patria" al Governo non sono degli eletti. Un'anomalia consentita dalla Costituzione, anche se si tratta di un unicum in queste forme, ma quel che risultava imprevedibile era che il Parlamento diventasse niente altro che un "votificio" di una fiducia dietro l'altra sulla conversione di decreti legge. Per il resto è ormai un inutile fantasma.
Per questo si attendeva dai partiti uno scatto d'orgoglio: scrivere una legge elettorale che consentisse, almeno nel voto, una scelta per gli elettori e una stabilità. Ed invece siamo alla vigilia del voto delle politiche e le discussioni proseguono con lentezza e bisticci, terreno ideale per passare dal "berlusconismo" al "grillismo" con gli altri europei che hanno rinunciato a capire la politica italiana. Io a Bruxelles - certo per limiti di comprendonio tutti miei - Grillo non riesco a spiegarlo.
L'attuale sistema elettorale per il Parlamento, non a caso detto "Porcellum" e non trattandosi di un insaccato non è un complimento, è un sistema proporzionale con liste bloccate, che non permette all'elettore di esprimere preferenze e così - trionfo del dominio dei clan dei partiti - i candidati vengono eletti secondo l'ordine di presentazione in base ai seggi ottenuti dalla singola lista.
Riporto qui - anche a beneficio dei valdostani che hanno per il Parlamento un facile sistema uninominale all'inglese per eleggere i due parlamentari - una piccola scheda tecnica di riassunto: "Alla Camera sono previste soglie di sbarramento su base nazionale: il dieci per cento del totale dei voti validi per le coalizioni e il due per cento per le liste che ne fanno parte; il quattro per cento per le liste che si presentano al di fuori di una coalizione. All'interno della coalizione partecipa alla ripartizione dei seggi anche la lista che abbia conquistato più voti tra quelle che non hanno conseguito il due per cento dei voti. Alla coalizione di liste (o alla lista non coalizzata) più votata, qualora non abbia già conseguito almeno 340 seggi, è attribuito un premio di maggioranza tale da farle raggiungere il numero di seggi in questione. Anche per il Senato è previsto un premio di maggioranza volto ad assicurare almeno il 55 per cento dei seggi regionali alla coalizione (o alla lista) che abbia ottenuto più voti.
Il meccanismo opera perciò su base regionale, con la conseguenza che può determinarsi una maggioranza diversa da quella formatasi alla Camera. Anche le soglie di sbarramento operano su base regionale: venti per cento per la coalizione che abbia al suo interno almeno una lista che abbia raggiunto il tre per cento; otto per cento per le singole liste; otto per cento per le liste che fanno parte di coalizioni che non hanno raggiunto il venti per cento. All'interno delle coalizioni partecipano al riparto dei seggi le liste che abbiano ottenuto almeno il tre per cento"
.
Una schifezza che ha riempito la Camera di persone che mai hanno dovuto affrontare una vera campagna elettorale e vivono in assenza di reale contatto con cittadini che mai li hanno scelti davvero. Da questo punto di vista era meglio il precedente "Mattarellum" che eleggeva il 75 per cento dei deputati con collegi uninominale ed il 25 per cento con sistema proporzionale. Una certa distonia con il sistema del Senato creava però l'effetto di maggioranze diverse fra Camera e Senato, che è un brutto problema.
Abbandono qui i tecnicismi, che pure sono interessanti, per tornare al nodo politico. I partiti vorrebbero in questa fase la botte piena e la moglie ubriaca. In sostanza non si esce dal problema italiano: un bipolarismo... tripolare (con certi centristi che vogliono scegliere il miglior offerente dopo le elezioni!) e una "congerie" di partiti e partitini che vivono dentro Partito Democratico e Popolo della Libertà che restano "contenitori" di idee spesso opposte. Aggiungiamo infine che l'idea di mantenere un pochettino di liste bloccate senza forme di scelta per gli elettori (preferenze o collegi uninominali) piace a una parte di parlamentari che con una vera riforma elettorale resterebbero a casa.
Un bel quadretto, vero?

Le radio francofone e le nuove tecnologie

Una vecchia radio AMIn Consiglio Valle un gruppo d'opposizione, Alpe, ha chiesto un impegno della Regione per la ricezione delle radio francofone. Il tema, interessante vista la ricchezza della radiofonia in lingua francese, penso che in questa fase sia ormai più una scelta d'impegno personale che di denaro pubblico.
In un passato remoto, chi avesse voluto ascoltare radio francofone, doveva aspettare la sera e qualcosa in Onde Medie (AM), Onde Lunghe (LW) o Onde Corte (SW) lo si poteva trovare. Erano ascolti pieni di fruscii e interferenze, nulla a che fare con la qualità oggi giustamente reclamata.
Ma la gran parte dell'ascolto radio era allora concentrato - e lo è ancora oggi - sulla Modulazione di Frequenza (FM) che non consentiva da noi ricezioni d'Oltralpe neppure al momento, nella seconda metà degli anni Settanta, della liberalizzazione con la nascita di numerose radio private. Questa nascita della concorrenza ha saturato le frequenze e così da noi, lungo l'asse centrale della Valle, di spazio di trasmissione non ce n'è più per prevedere l'arrivo di emittenti francofone (oggi il segnale potrebbe essere captato via satellite e ridiffuso).
Ma penso che oggi ci siano possibilità alternative: chiunque voglia ascoltare emittenti in francese può farlo attraverso Internet nelle sue diverse modalità di diffusione e alcuni consentono di sentire tutte le radio del mondo in apposite raccolte. Chi abbia un wifi a disposizione può usare anche le "App", se proprietario di un telefono adatto, che consentono di ascoltare tutte le radio pubbliche francesi, svizzere, del Québec, del Belgio vallone e un gran numero di emittenti private degli stessi Paesi. Ad esempio su "Radio France" si possono ascoltare tutte le radio "regionali", compresa "Radio Bleu-Savoie".
Un giorno verrà in cui la radio digitale (nota come "DAB", ma in realtà la tecnologia è migliorata nel tempo) consentirà ottima ricezione, specie rispetto al pasticcio italiano attuale soprattutto nelle città, con maggior spazio per trasmettere numerose emittenti. Purtroppo in Italia si stanno accumulando i soliti ritardi, che paradossalmente hanno consentito la maturazione della tecnologia (chi abbia una radio "DAB" può ascoltare i canali "Rai" su Aosta).
Il passaggio al digitale permetterebbe, se lo si volesse, di avere anche in Valle dei bouquet radio francofoni in una logica di ulteriore, maggior facilità per gli ascoltatori.

Monti, un anno dopo

«Il riequilibrio di bilancio, le riforme strutturali e la coesione territoriale - aveva detto Mario Monti al Senato un anno fa al momento della fiducia al suo Governo - richiedono piena e leale collaborazione tra i diversi livelli istituzionali. Occorre riconoscere il valore costituzionale delle autonomie speciali, nel duplice binario della responsabilità e della reciprocità».
Come spesso capita, sull'onda dell'entusiasmo e dell'attesa in positivo, queste parole del Premier del primo Governo "tutto tecnico" nella storia della Repubblica era stato accolta con grande fiducia, come è dovuta al programma presentato da una persona seria. A ben leggere le frasi sopra riportate qualche piccolo dubbio, derivante dall'equilibrismo dialettico, poteva pure starci, ma si sa che partire con scetticismo sarebbe stato da prevenuti.

Il cinquantenne Diabolik

'Diabolik' come compare nella fiction che andrà in onda su 'Sky' nel 2013Il tempo che passa non mi turba più di tanto. Forse l'unica circostanza scocciante è che più invecchi e più si nota una costante e percettibile accelerazione, tipo "effetto gorgo", di cui farei volentieri a meno e che dimostra purtroppo la relatività del tempo meglio delle teorie di Einstein. D'altra parte è consolante che progredisca il fenomeno di un invecchiamento generalizzato che si manifesta in forme macroscopiche di gerontocrazia, per cui "sentirsi giovani" è oggetto di un periodico e salutare fenomeno di riposizionamento rispetto a certe "pantere grigie" che non mollano la posizione neanche se le abbatti a fucilate. Molto bene, insomma, se uno non fosse fregato - nel mostrare che il tempo passa - dai figli che crescono con la velocità della luce e passi in un batter d'occhio dal primo giro in bicicletta senza le rotelle ai corsi per la patente di guida.
Così i cinquant'anni di Diabolik sono rassicuranti e preoccupanti nello stesso tempo. Il personaggio delle sorelle Giussani, ladro neppure troppo gentiluomo in calzamaglia nera, era nella mia infanzia inserito - per chissà quali dicerie - nei "fumetti vietati". Per cui apparteneva a quei miti giovanili che, avvolti da una sovrastimata pruderie adulta, odoravano di peccato. Dunque quando da ragazzino mi sono trovato a sfogliarli, grazie ad un cugino più grande d'età, la delusione è stata evidente. Io mi immaginavo disegni ad elevato tenore erotico e invece al massimo c'era la fidanzata di Diabolik, Eva Kant, leggermente scollacciata. Nulla in confronto al primo, impressionante giornale porno mostratomi da un compagno di classe delle elementari,
Diabolik ha aspetti anche preoccupanti. La lettura per un certo periodo delle storie, per via di una fidanzatina che era abbonata al giornalino, mi dimostrò l'assoluta pochezza dei racconti, assolutamente monotoni e ripetitivi. Diabolik in fondo vivacchiava e le stesse passate e recenti trasposizioni filmiche mostrano la debolezza del personaggio, per altro surclassato dalle vicende quotidiane di cronaca nera che battono ogni finzione.
Oltretutto proprio nel 1962 esce il primo film della serie dell'Agente 007, James Bond, che mostra come anche i personaggi di fantasia possano seguire l'evolversi dei tempi senza sapere di naftalina.
Basti pensare che sempre nel 1962 nascono e sfornano i primi dischi i Beatles, la cui modernità persiste ancora oggi.
O pensiamo al fatto che Marilyn Monroe venne trovata morta nella sua casa a Brentwood, a Los Angeles, sempre nel 1962, con la nascita di un mito che è rimasto inossidabile.
Capisco che sono carognoso e mi piace vincere facile come può avvenire - versus Diabolik - con 007, i Beatles e Marilyn (che come testimonial di "Chanel n. 5" era - a mio modesto parere - più apprezzabile di Brad Pitt).

I baby boomers e i giovani

Un passeggino d'antanCi sono, quando si parla in pubblico assumendo il rischio di parlare "a braccio", come mi sforzo di fare sempre, dei momenti in cui ti guizza un'idea che provi ad afferrare al volo e ogni tanto ci riesci.
L’altro giorno con questo spirito - un pensiero improvviso che ti viene e e riporti - ho parlato a Torino ad un'assemblea di sindacalisti interessati alla Euregione "Alp-Med". Con loro ho fatto un ragionamento in premessa che vorrei condividere.
Proprio guardando i presenti alla riunione, in un emiciclo del Consiglio regionale del Piemonte, non si poteva non notare come la larga maggioranza delle persone appartenessero, come me, alla generazione dei "baby boomers". Si tratta di quell'ondata anomala di natalità che varia nelle interpretazioni di qualche anno: chi situa gli interessati, come anno di nascita, fra il 1943 e il 1960 e chi pone la forchetta fra il 1945 e il 1964. Comunque sia, io che sono del 1958 sono nella coda di questa fiammata di neonati, frutto dell'ottimismo e del benessere crescente di quell'epoca storica in cui si faceva l'amore come segno di vitalità dopo gli orrori della guerra.
Milioni e milioni di bambini che sono diventati adulti in un clima unico e straordinario quale è stato il secondo dopoguerra. Con tutte le eccezioni possibili, abbiamo potuto vivere una forte evoluzione dei costumi, forme crescenti di libertà personale, una clamorosa evoluzione tecnologica, modificazioni profonde nella società, forti cambiamenti nell'economia e mille altre cose che si potrebbero aggiungere.
Noi "privilegiati" per aver cavalcato anni unici e irripetibili abbiamo un dovere: quello di aiutare i giovani ad affermarsi senza dar loro il senso di essere "vecchi egoisti" per quanto ottenuto e chiusi a quegli stessi cambiamenti di cui siamo stati fautori nei nostri anni d'oro.
Il dialogo intergenerazionale è un caposaldo che non si butta via né ponendo degli ostacoli e neppure, per converso, con il gioco della rottamazione.
Equilibrio delicatissimo, capisco bene. Ma noto con orrore che questa nostra società che invecchia sempre più rischia di essere conservatrice, chiudendo i giovani e le loro energie in un recinto fatto di incomprensioni e precarietà. Errore madornale.

Bilancio regionale e dintorni

Il sottoscritto in aula, prima dell'apertura della lunga sedutaNel corso del dibattito sui documenti finanziari del Bilancio 2013 sono intervenuto con un discorso più politico che tecnico.
Si potrebbe a lungo smontare e rimontare la Finanziaria e i suoi allegati, ma quel che va detto è come l'amministrazione debba seguire la politica, che deve volare alto, specie in tempi difficili come quello attuali.
Forse sono andato un po' lungo, ma in fondo - all'orizzonte di questa legislatura - questo era il momento per dire anche qualche cosa che andasse al di là delle polemiche contingenti.
Il Consiglio Valle ha bisogno di essere espressione di un sistema politico forte e rappresentativo e questo purtroppo non sempre avviene.
Purtroppo.

Forse è un problema d'educazione

Un esempio di mancata puliziaE' divertente come tutto sia relativo e come il bello dell'umanità stia nella varietà di comportamenti rispetto alla stessa cosa. Paese che vai, usanze che trovi.
Quante volte abbiamo sentito parlare della pulizia della Svizzera e della reprimenda sociale, ancor prima che la punizione vera e propria, non solo per chi butti una carta per terra ma, in una logica più vasta, per chi non abbia cura della sua proprietà e non tenga comportamenti che una vecchia parola chiamava "urbani", nel senso di eleganza e cortesia. Ricordo un amico di Aosta, che vende macchinari a Singapore, che mi raccontava di quanto la pulizia sia un pallino per questo Paese asiatico, dove una gomma da masticare o una cicca di sigaretta gettati in terra costano carissime. Raccontano i valdostani che abitano in Cina dei problemi "culturali" di igiene domestica ben presenti anche in questa fase di grande sviluppo "capitalistico". Penso poi al lento abituarsi per i fumatori, pronti a tutto, a essere limitati nella loro libertà personale con vere e proprie persecuzioni in certi Stati americani, imponendo per legge la tutela della salute degli altri laddove non ci sono mai riuscite delle regole di "bon ton".
Questo elementare comportamento civico, ormai spesso assente, si sostanzia nel bel termine desueto di "civismo" (coscienza dei propri doveri civici da parte del cittadino, che lo porta a rispettare le regole della convivenza), parola transitata in italiano dal francese settecentesco.
Purtroppo il riferimento ad un comportamento personale che si espande in una logica più vasta di attitudine sociale, nel senso proprio di comunità, è spesso in Valle deficitario e non mi riferisco alla politica. Mi riferisco, semmai, a elementari comportamenti di ordine e di decoro che purtroppo non fanno più parte del patrimonio comune.
Il disordine di certe frazioni, le baracche e baracchine, oggetti e paccottiglie abbandonate al bordo della strada. Un disordine avvilente per un piccolo popolo alpino che non ci sono dubbi che con il cuore adori la propria terra e cada poi nell'applicazione di questo afflato sentimentale.
Forse si tratta alla fine di niente altro che di educazione.

Occhi puntati sul Casinò

Slot nella sala 'Evolution'Se mai scriverò una retrospettiva della mia attività parlamentare, quando le circostanze mi daranno più tempo libero, uno dei punti più singolari che risulterà dagli atti - ci sono ordinati resoconti che restituiscono bene il lavoro alla Camera - è il continuo interesse a tutela della Casa da gioco di Saint-Vincent. Un'azione politica di nicchia ma importante per la nostra Valle.
Questa attività del gioco è nata e cresciuta, per intuizione brillante della politica locale, nel secondo dopoguerra (mio zio Severino Caveri ebbe da Presidente il coraggio di aprire il "Casinò di Saint-Vincent", temendo la chiusura immediata da parte dello Stato) ed è stata una "miniera d'oro" per anni per la giovane autonomia speciale. Infatti, grazie al denaro delle decadi, cioè i versamenti che il gestore privato effettuava alla Regione ogni dieci giorni, questo sfruttamento del gioco d'azzardo - in deroga al codice penale - ha fatto vivere l'Amministrazione regionale in tempi di magri trasferimenti finanziari da Roma e ha contribuito a rimpinguare per molti anni le casse regionali anche dopo la stabilizzazione del riparto fiscale.
Di conseguenza, tranne quanto sta curiosamente avvenendo in questo periodo in cui un silenzio tombale è caduto sulla crisi senza precedenti della Casa da gioco in un contesto negativo italiano, europeo e mondiale, il Casinò - la più grande azienda su concessione in passato, oggi interamente pubblica - è stato un tormentone nel bene come nel male nel dibattito politico attraverso i suoi quarantacinque anni di storia.
Il mio compito per anni, prima che la diga di difesa contro la liberalizzazione si rompesse e l'Italia diventasse la patria dello Stato biscazziere senza eguali nel mondo, era stato quello di evitare la nascita "selvaggia" di nuovi Casinò e di limitare i danni per attività concorrenziali tipo sale bingo in un primo tempo e poi videopoker e slot machines nei bar. Purtroppo a un certo punto una parte crescente del Bilancio dello Stato e strane connessioni con la malavita hanno creato tutte le condizioni di un gioco diffuso e senza limiti reali, che hanno causato uno tsunami per le Case da gioco tradizionali.
Un fenomeno che è stato crescente ed è inutile contarsi troppe storie o costruirsi alibi: il settore è in crisi profonda e in grande trasformazione come mostra la tipologia di clientela e nessuno per ora, malgrado gli sforzi, riesce ad andare al di là di una attenuazione infinitesimale dei danni, pensando anche, come nel caso valdostano, all'avvenuta riduzione drastica dell'occupazione e al calo dei profitti per tutti, dai trasferimenti alla Regione decrescenti sino di fatto a sparire alla riduzione degli introiti per i croupier (i tecnici che dovrebbero essere il cuore di un Casino, laddove non ci siano troppi impiegati amministrativi).
Ora è in atto un piano di sviluppo nella logica, di cui si è discusso per anni, di modernizzazione della parte alberghiera e congressuale del "Billia" con quella delle sale da gioco e zone annesse. Il contesto è difficile e in questa fase di passaggio più che mai non è facile la scelta della rotta per quella sorta di grande nave da crociera che è il Casinò per non avere brutte sorprese.
Schettino docet.

Una lettera per discutere

Poiché troppo spesso si strumentalizzano le cose o ingigantendole o minimizzandole, essendo la politica oggetto privilegiato di lenti deformanti, pubblico qui, per esigenze di chiarezza, la lettera scritta da Tonino Fosson, André Rosset, Laurent Viérin e dal sottoscritto al Presidente dell'Union Valdôtaine, Ego Perron.
Lo abbiamo fatto civilmente e senza toni accesi, come penso debba sempre avvenire in casi come questi. Non mi convince l'obiezione, che certo arriverà, del genere "bisogna lavare i panni sporchi in casa". La politica deve essere una "casa di vetro" e dunque immaginare di giocare alle "segrete cose" sarebbe non solo deprimente ma pure illogico e fuori dal tempo in un grande Movimento politico.
Per capirci, è sufficiente aprire un giornale in qualunque Paese democratico del mondo per vedere come il confronto sia il pane quotidiano e dove questo non avviene è un brutto segno. Dunque discutere alla luce del sole non è mai una aspetto negativo.

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