October 2012

Non è solo questione di nemici

Carciofi...Tutto cambia da sempre, anche se non è mai successo che le cose mutassero con questa velocità e certo non ci si può disinteressare in un periodo come questo.
Ne parlo spesso qui, ponendo la nostra autonomia in rapporto con l'esterno e con i tanti avvenimenti che condizioneranno il futuro della nostra comunità. Chi si distrae sarà travolto.
Ma mi è venuto il dubbio che nell'incalzare degli eventi potesse essere sfuggito un punto per nulla banale: l'autonomia non è solo gridare contro i pericoli di un nemico alle porte. L'appello va bene ma esistono anche delle responsabilità nostre, perché autonomia è assunzione di responsabilità e non solo l'obbligo di reagire alle minacce.
Certo che i nemici esistono: sono tanti e multiformi e, come ho detto non più tardi di ieri, contano su diverse tipologie di collaborazionisti locali. È sempre avvenuto e sarebbe inutile stupirsene.
Ma è bene riflettere su che cosa avvenga dentro la "Cittadella dell'autonomia" per sapere come organizzarsi nei confronti della politica aggressiva nei nostri confronti. Viene giocata con diverse tattiche: una assomiglia alla ben nota "Politica del carciofo", come si dice di una modalità di azione che permette di arrivare al risultato voluto attraverso fasi successive, per piccoli passi. Un'espressione che deriva da una frase attribuita al re di Sardegna, Carlo Emanuele III, che alla fine del 1700 spiegò - non a torto, pensando alla successiva politica di Casa Savoia - che l'Italia era come un carciofo e come tale «andava mangiata una foglia alla volta». Ma direi che a questa tattica se ne n'è aggiunta una più aggressiva, politica e mediatica, che tende a svilire e ridicolizzare la nostra autonomia.
Ecco perché bisogna che l'area autonomista, più libera di muoversi dei partiti nazionali e della loro politica dei due forni (uno ad Aosta e uno a Roma), deve "battere un colpo". Anzitutto lo deve fare, dimostrando di essere interprete di quella larga parte dei valdostani che lo votano, il movimento cui io stesso appartengo, l'Union Valdôtaine.
So bene, perché lo vivo, che il partito di raccolta, che ha sofferto di fuoriuscite importanti e anche dolorose per i rapporti personali con alcuni, ha problemi da risolvere di dialogo interno. Il pluralismo non è la fissazione di pochi o tanti "dissidenti" (ho detto che il termine, testualmente "sedersi in disparte", non mi piace), ma penso che sia una precondizione per progetti e speranze che nutrono la vitalità dell'autonomia e poi quella resistenza per combattere anche aggressioni esterne. Tutto è più facile se si è capaci a pensare e a reagire in tanti e non è un gioco di personalismi. In palio non ci sono solo potere o poltrone, perché questo sarebbe avvilente.
C'è invece da scommettere su azioni concrete importanti e l'UV ha dei doveri (unione viene dal latino "adunare") in un'area autonomista che si aggrega e disaggrega già per conto suo e che deve fare i conti con scelte decisive nei mesi a venire, compresa la riflessione su alleanze attuali e future.

Idee da discutere

La copertina del libro di Carlo De BenedettiGaleotto fu, qualche settimana fa, uno scambio di "tweet" fra due esperti del settore informatico (forse "digitale" è più giusto), Paolo Conta (che se ne occupa in "Confindustria") e Alex Foudon (che lavora nel settore ed è un giovane amministratore comunale) e tre consiglieri regionali, Raimondo Donzel, Massimo Lattanzi e chi vi scrive.
L'oggetto era la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo, quello che un anglicismo irrinunciabile definisce "information technology" e le sue applicazioni sul futuro di una piccola comunità come quella valdostana.
Saranno esercizi di stile, ma trovo che ragionare liberamente, come abbiamo poi fatto attorno ad un tavolo, dopo lo scambio via Internet, sia stato interessante e produttivo. Ognuno ha sulle stesse vicende una chiave di lettura e la discussione offre a tutti la possibilità per avere un quadro diverso che consente anche di rielaborare e affinare le proprie posizioni.
Il caso ha voluto che molte delle cose che ci siamo dette appaiano in un libriccino di una settantina di righe scritto per "Einaudi" (casa editrice di Berlusconi!) da Carlo De Benedetti dal titolo "Mettersi in gioco".
Quel che colpisce, in un quasi ottuagenario, è la freschezza del suo pensiero applicato alla modernità in fibrillazione di oggi. Certo ci sono passaggi, tipo la ricostruzione autoassolvente da parte sua della morte della "Olivetti" o la dimenticanza di quando non comprò il venti per cento della "Apple" offertagli da un giovanissimo Steve Jobs, che sono discutibili, ma restano spunti utili per il dibattito anche in salsa valdostana.
I libri vanno letti e poi costa solo dieci euro, ma qualche spunto ve lo racconto. Come De Benedetti veda la situazione attuale lo si capisce dal titolo esaustivo del capitolo primo "L'Apocalisse dell'Occidente", la cui logica è la decadenza europea e l'impoverimento dei suoi cittadini, specie il ceto medio. Il problema è secondo lui il lavoro specie per i giovani e sull'attrazione del lavoro ci sarà una forte competizione fra i territori, che vuol dire fra i Continenti e nel nostro caso fra i Paesi europei e al loro interno (cosa che ci interessa per non obbligare i nostri giovani all'emigrazione come avvenne, in forma acuta, circa un secolo fa).
Per suscitare il nuovo spirito d'impresa e impiegare il ruolo importante della mano pubblica non c'è altro se non, dice nel titolo al capitolo due , "Un nuovo paradigma fondato sull'innovazione". L'Ingegnere, in questa parte e anche più avanti nel libro, dimostra di padroneggiare le sfide tecnologiche e contenutistiche, come dimostrato dal ruolo dell'informazione e del giornalista, cui spetta mettere in ordine la messe eccessiva di notizie che possono creare confusione nel cittadino e illuderlo di "sapere" nella prateria del Web.
Gli innovatori devono allearsi fra loro e questa è un'osservazione valida anche per la Valle d'Aosta, che pone i giovani di fronte alle proprie responsabilità non consentendo loro di essere rinunciatari e per evitare che siano vittime - tenetevi forte - di un "genocidio generazionale", che finisca per uccidere il rinnovamento e tanti talenti.
Mi fermo qui non svelando altre concatenazioni logiche che consentono all'autore di esplicitare delle proposte. Trovo che comunque queste idee alimentino in modo proficuo una riflessione che riguarda anche la nostra piccola Valle d'Aosta e i rischi che il cambiamento necessario cada nelle mani dei luddisti dei nostri tempi contro la rivoluzione digitale. Invece si tratta di un'opportunità da cogliere fatta non solo di infrastrutture tecnologiche ma di contenuti.

L'addio di Berlusconi

Silvio BerlusconiNon ho mai avuto - e penso che non avrò mai - l'occasione per un faccia a faccia con Silvio Berlusconi. A differenza di altri leader italiani, l'ho incontrato parecchie volte nei molti anni in cui è stato sulla scena politica, ma sempre in contesti ufficiali e mai da solo. Per altro ricordo che mai è venuto in visita ufficiale in Valle d'Aosta e gli unici che lo hanno visto in azione in Valle sono alcuni dirigenti del "Casinò" di Saint-Vincent all'epoca in cui veniva agli incontri di "Publitalia" e pagava sale e pranzi con mirabolanti "cambi merce".
La prima volta che lo incontrai, dopo la sua "discesa in campo", ero deputato e l'ultima in qualche incontro a "Palazzo Chigi" da presidente della Regione. In mezzo decine di situazioni in cui mi ha sempre dato l'impressione che l'ufficialità lo annoiasse, essendo un uomo abituato a decidere in proprio e senza quelle mediazioni cui la politica costringe che immagino gli fossero insopportabile. Ma la politica, e non solo per il "gusto del potere", è attività attrattiva, che strega davvero e libero così tante endorfine da renderla una droga e liberarsene non è semplice e dimostra carattere. Tanto che oggi, rispetto alla sua decisione di non candidarsi, molti commentatori si chiedono se davvero sia così o se, ad esempio di fronte a primarie che diventino un massacro per il Popolo della Libertà, il Cavaliere non stia lì, ancora pronto a "mettersi a disposizione". Non mi stupirei che così potesse essere, a meno che davvero gli sia scattato un "clic" e si sia stufato di tutto e alla sua veneranda età ne avrebbe pure diritto.
Berlusconi ha fatto di tutto per far scadere la sua immagine in una logica caricaturale, ma farne una caricatura non è solo ingiusto verso il suo indubbio carisma, ma credo non restituisca la complessità della sua personalità e anche i molti misteri che un giorno verranno definitivamente svelati sull'origine reale delle sue fortune e della sua lunga avventura prima imprenditoriale e poi politica sulla soglia di quella che venne chiamata Seconda Repubblica.
Vedremo che cosa avverrà e non si può certo far finta di niente e del fatto che il "berlusconismo" sia risultato estranero alla Valle d'Aosta. Con la sua uscita di scena, ammesso che ci sia davvero, finisce un partito personalista, quale era stato Forza Italia, pur nelle successive trasformazioni. Credo che in questo modo termini anche l'epoca dell'"uomo solo al comando", ormai l'eccesso di complessità obbliga anche i leader ad avere squadre forti e motivate, altrimenti prima o poi arriverà per chiunque il "redde rationem".

No, Presidente

Enrico RossiStimo molto il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, esponente di spicco odierno e certamente futuro del Partito Democratico. Sarà che siamo coetanei e giornalisti, ma soprattutto perché ho avuto modo di seguire il suo percorso nel settore più delicato per le Regioni, quello della sanità, di cui è stato responsabile per dieci anni con un ruolo di traino anche nella discussione nazionale sul tema del contenimento della spesa e della razionalizzazione dei servizi.
Purtroppo avevo letto di recente delle sue dichiarazioni molto critiche sulle Regioni a Statuto speciale e Province autonome, che ora ritrovo per scritto - e fanno ancora più impressione - in un libro del giornalista "Rai" Federico Monechi su "L'Italia delle Regioni", dedicato in molti passaggi al ruolo di spinta verso il processo regionale, sin dalla Resistenza, della Toscana e dunque non a caso concluso con un intervento del presidente di quella Regione.
Il libro, delle edizioni "Aska", risale al maggio del 2012 ed è ricchissimo di una ricostruzione storica sul regionalismo italiano delle "ordinarie", compreso il "buco nero" fra la nuova Costituzione repubblicana regionalista e l'elezione dei Consigli regionali avvenuta solo nel 1970!
Certo, la pubblicazione non offre nessuna notizia sulla recente terribile sterzata antiregionalista del Governo Monti e di parte del mondo accademico e giornalistico. Fa comunque sorridere pensare che le polemiche già allora fossero le stesse e sul centralismo dello Stato sentite cosa scriveva Riccardo Lombardi nel 1944, quando era nel "Partito d'Azione": "il regionalismo rappresenterà una potente leva rivoluzionaria, perché sarà la riscossa di ceti sociali e proletari, rurali e provinciali, che sono i nove decimi d'Italia contro il capitalismo che trova nell'accentramento il terreno favorevole per la conquista e l'esercizio dei suoi monopoli". La frase finale, tolta certa ingenuità da associare all'epoca in cui il testo fu scritto, andrebbe posta sotto la fotografia di molti ministri dell'attuale Governo Monti.
Ma torniamo a Rossi, che annota: "a me sembra che siano maturi i tempi per riconsiderare l'esistenza delle regioni a statuto speciale: Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Valle d'Aosta. Le prime quattro furono istituite nel 1948 quando c'erano le tensioni con l'Austria, il separatismo siciliano e le difficoltà con la Francia per motivi linguistici". Nel proseguo si cita poi l'ultima nata delle speciali, il Friuli Venezia Giulia, nata nel 1963, ricordando la particolare situazione politica e geografica.
Permettetemi di dire che questa semplificazione della Valle d'Aosta autonoma grazie alla Francia, di cui spesso siamo vittime, è infondata per chiunque studi la nostra storia dalla Resistenza alla Costituente e poi anche negli anni successivi. L'autonomia, in diverse forme più o meno sviluppate, al di là di qualunque ruolo giocato dai francesi e che sappiamo come a un certo punto si disinteressarono del "caso valdostano", è stata una creatura per cui in primis si sono battuti i valdostani e la pattuizione politica è frutto dei nostri padri e non di altri.
Per cui non sta in piedi scrivere per noi quanto aggiunge Rossi rispetto all'insieme delle "speciali": "c'erano , all'epoca, valide ragioni di politica estera che ne giustificavano la nascita. Ragioni che oggi sembrano essere svanite e superate dagli eventi. Tali da far apparire il mantenimento dello status di Regioni speciali anacronistico. I Paesi confinanti fanno parte, insieme a noi, dell'Unione europea, dove, grazie al "Trattato di Schengen", circolano liberamente persone e merci. E le due principali isole sono oggi divenute convinte sostenitrici dell'unità nazionale".
A parte quest'ultimo accenno all'unità nazionale, che è ben presente nelle Regioni a Statuto speciale e dunque appare una motivazione eccentrica e al fatto che Schengen nulla c'entri con le merci, ridurre l'autonomia speciale della Valle d'Aosta a una questione italo-francese è sbagliato e infondato.
Vi risparmio poi la parte dedicata da Rossi ai "costi" delle Speciali, dove non si comparano mai a trasferimenti finanziari alle funzioni e competenze esercitate, perché quel che conta è la parte conclusiva: "e mi domando se non sia arrivato il momento di mettere tutti sullo stesso piano. La risposta è per me ovvia. Dobbiamo azzerare queste differenze e ristabilire l'eguaglianza fra tutte le Regioni. Ciò, ovviamente, non esclude che lo Stato possa attivare interventi di sostegno mirati verso zone svantaggiate del Sud e delle isole".
Insomma: le Regioni autonome che si sono comportate male, come fra tutte la Sicilia ma ci sono stati problemi anche con la Sardegna ad esempio sul rispetto del "Patto di stabilità", vedono ancoro uno spiraglio, mentre la porta è chiusa per le Speciali del Nord.
Una semplificazione, quella di Rossi, che spiace e preoccupa, visto che il PD - a meno che arrivino i marziani - dovrebbe governare nella prossima Legislatura.

Le incertezze sui fondi strutturali

Ramón Luis Valcárcel SisoA cascata i terribili tagli finanziari inflitti alla nostra Regione dallo Stato, in violazione dei più elementari principi autonomistici, colpiscono il sistema degli Enti locali, ogni settore dell'economia sino a raggiungere i cittadini e le loro famiglie. A breve non ci sarà ganglio vitale della nostra società che non ne risentirà ed indigna l'idea che tutto ciò non sia mai avvenuto con l'elementare principio dell'intesa, ma con una logica centralista e con metodi colonialisti che sono anacronistici e pericolosi.
Ora, però, dobbiamo anche guardare all'Europa e ai fondi strutturali: nell'attuale periodo di programmazione 2007-2013 la Valle d'Aosta ha avuto 370 milioni di euro, compreso lo "sviluppo rurale" e vi assicuro che la negoziazione di quella cifra - che seguii personalmente - non fu per nulla banale. Questi soldi sono stati utili e diventeranno ancora più preziosi per il prossimo periodo di programmazione 2014-2020. Infatti nei prossimi anni si ridurrà ancora e poi verrà meno il fondo di compensazione dell'Iva da importazione, tassazione sparita nel 1993 con l'avvento del mercato unico. Ma a renderci più poveri ci saranno anche i "tagli" di diverso genere al nostro ordinamento finanziario, già avviato dal Governo Berlusconi e diventati pesantissimi con Monti, specie con la tenaglia fra "riserve erariali" delle nuove tassazioni e impossibilità di spendere del sempre peggiore "Patto di stabilità".
Ecco perché bisogna guardare con attenzione a cosa sta avvenendo nell'Unione europea, dove già per il settore agricolo si profilano tagli di bilancio e un possibile rinvio di un anno per l'operatività delle nuove regole e ciò è foriero di guai.
Vi trascrivo una lettera che ho ricevuto nella mie veste di capo della delegazione nazionale italiana dal presidente del "Comitato delle Regioni" Ramón Luis Valcárcel Siso e dalla sua vice Mercedes Bresso: "come Lei sa, il 9 ottobre scorso il "Comitato delle Regioni", in sessione plenaria, ha adottato un parere riveduto sul nuovo "Quadro finanziario pluriennale - Qfp" per il periodo dopo il 2013.
Il parere si inserisce nel quadro de negoziati interistituzionali in corso su questo dossier, il cui punto culminante sarà il Consiglio europeo straordinario del 22 e 23 novembre prossimi. Il presidente Herman Van Rompuy preparerà questo evento con una serie di riunioni bilaterali con ciascuno Stato membro a partire dal 5 novembre. Per allora la presidenza cipriota del Consiglio avrà pubblicato le sue proposte quantificate del "Qfp" e i negoziati entreranno allora, secondo gli auspici, in dirittura d'arrivo.
E' pertanto indispensabile con tutte le nostre forze nei negoziati in corso! È infatti fra oggi e il 23 novembre che tutto sarà deciso e in particolare si fisserà l'entità del bilancio di cui noi, Enti regionali e locali, disporremo per i nostri investimenti nei prossimi sette anni. Come lei sa, una grandissima parte dei nostri investimenti pubblici a livello locale e regionale è condizionata dai fondi strutturali, che, in taluni Stati membri, rappresentano fino ad oltre il sessanta per cento degli investimenti pubblici. Ebbene, siamo convinti che saranno proprio questi investimenti e gli effetti leva e moltiplicatori che ne deriveranno, a permetterci di uscire dalla crisi economica e sociale che stiamo attraversando. Si tratta di esercitare la massima influenza possibile sui nostri Governi nazionali, e in particolare sui nostri rispettivi capi di Stato e di Governo"
.
Questo il cuore della lettera, da cui traspare una fervida attesa e direi che resta in parte celata dal toni ufficiale quella preoccupazione palpabile che ho, invece, riscontrato a Bruxelles. E' bene darsi da fare, sapendo che la posta in gioco - in tempi di vacche magrissime - è fatta in questo caso di somme di denaro cospicue, evitando che al neocentralismo montiano si aggiunga, come ciliegina sulla torta, un tentativo di forte rinazionalizzazione dei fondi strutturali nella giacca alle Regioni senza colpire, semmai, le inadempienti.
Una generalizzazione sarebbe una sciagura, l'ennesima, specie per una Regione come la Valle d'Aosta che ha saputo spendere in modo efficace e puntuale i fondi comunitari.

Una sentenza su cui riflettere

I giudici del processo sul terremoto abruzzeseHa molto fatto discutere nei giorni scorsi l'esito del processo nei confronti dei sette esperti che, sei giorni prima del terremoto che colpì l'Abruzzo nel 2009, valutarono come "basso" il pericolo di un terremoto in quel momento, poi drammaticamente smentiti dagli eventi, che ho avuto modo di vedere con i miei occhi quando visitai L'Aquila e i paesi vicini.
Gli scienziati sono stati dichiarati colpevoli della morte di ventinove persone e del ferimento di quattro. Tutto deriverebbe, perché questa era la chiave di volta della tesi dell'accusa, dalla sottovalutazione del pericolo da parte della "Commissione grandi rischi", di cui i condannati erano membri autorevoli e la lettura del verbale "incriminato" è assai interessante.
I molti che hanno reagito alla decisione della magistratura hanno ricordato come nessuno sia in grado oggi di prevedere i terremoti e dunque ci sarebbe una componente antiscientifica nella condanna del giudice. Ma, attenzione, proprio perché i terremoti non si possono prevedere, non si può neanche di conseguenza rassicurare la popolazione che non ci siano rischi, come era stato fatto allora per reagire in particolare a tal Giampaolo Giuliani che ancora oggi vanta - controllando il livello di gas radon - di poter prevedere i terremoti, ma non è in grado di dimostrarlo, come detto da tutta la comunità scientifica internazionale.
Dovrebbe essere questo il punto principale (le motivazioni usciranno in seguito e andranno lette bene), cioè in sostanza di aver fornito agli abruzzesi "informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie" sulla pericolosità delle scosse registrate nei sei mesi precedenti al terremoto, anche se questo - va ricordato - avvenne per placare le preoccupazioni crescenti di una popolazione in parte aizzata dalle infondate previsioni catastrofiche del Giuliani (che per altro - e non poteva essere altrimenti - sbagliò la data del sisma).
Sin qui ho provato a ricostruire gli avvenimenti. Fatemi aggiungere che le scelte dei giudici, forse discutibili nella loro severità e nell'impostazione data, aprono una discussione mica da ridere su previsioni scientifiche e informazioni da fornire alla popolazione. Lo dico pensando alla situazione di una Regione montana come la nostra che per note ragioni territoriali, accentuate ormai dai cambiamenti climatici in atto, è un concentrato oggettivo di pericoli di vario genere. L'informazione preventiva - lo dico per le responsabilità che ho avuto in materia di "Protezione civile" perché da noi il vertice della piramide è senza dubbio il presidente della Regione - passerà sempre attraverso le competenze tecniche che nessun politico può avere in materie delicate come frane, inondazioni e valanghe. Penso, ad esempio, a come siano decisive in certi frangenti le previsioni del tempo e come la minaccia di una responsabilità penale possa teoricamente portare ad allarmismi inutili considerabili più agevoli da reggere in giudizio rispetto ai timori di sottovalutazioni perseguibili.
Insomma: bisogna avere regole più certe, altrimenti tutta una macchina previsionale, preziosa per decidere con cognizione di causa, rischia di andare in tilt.

Lo stupore per la neve

La neve del 29 ottobre in bassa ValleA fine ottobre una bella nevicata finisce per avere un effetto curioso nell'ordinario scorrere delle stagioni e della nostra vita. Specie quando le previsioni del tempo "ci prendono" a dispetto dello scetticismo cui ci siamo abituati per i molti effetti annuncio.
La neve è un ordinario fenomeno naturale e su questo dubbi non dovrebbero esserci, per cui la descrizione potrebbe fermarsi qui a un puro fenomeno fisico.
Poi prendi un bimbo e lo metti nella neve e magari ci metti assieme un cane e scopri quello che hai sempre pensato: esiste nella neve una straordinaria magia che colpisce noi essere umani e una parte del mondo animale.
E poi la neve al singolare non rende l'idea: lo vedevi ieri, rispetto all'altimetria, essendo in basso pesante e bagnata e sciolta in poche ore, mentre più salivi di quota e più diventava abbondante e leggera.
Così, per chi abbia avuto la fortuna di crescere in Valle d'Aosta, il concetto di neve va stretto e bisognerebbe usare il plurale: le nevi. Perché le nevicate sono diverse a seconda delle condizioni e la neve che cade si trasforma a seconda delle circostanze e il termine "neve" va poi affiancato a molti termini che fanno di quell'insieme di cristalli che formano ogni fiocco una bella varietà.
Lo racconta nella poesia "La terza neve" del poeta russo Evgenij Evtusenko.

Guardavamo dalle finestre, là
dove i tigli
si stagliavano neri
nella profondità del cortile.
sospirammo -
ancora, la neve non veniva,
ed era tempo, ormai,
era tempo…

E la neve venne,
venne verso sera,
essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento;
e nel volo oscillava.
A falde sottili come lamine,
fragili,
era confusa di se stessa.
La prendevamo nelle mani,
e stupivamo:
dunque, era quella la neve?

… Dopo sette giorni
venne la neve nuova.
Non venne -
precipitò.
Cadeva così fitta, da non potere
tenere aperti gli occhi,
a tutta forza
vorticava in cerchio, mugliando.
… ma disperò di sé,
non resistette
e si diede per vinta.
E noi, ansiosi
sempre più spesso
scrutavamo l’orizzonte:
quando quella vera verrà?
Perché era tempo,
era tempo…

Ed un mattino
era davvero tanta
ed era davvero bella.
Cadeva e cadeva
nel baccano dell’alba
fra il rombo della macchine e lo sbuffare dei cavalli,
e sotto i piedi non si scioglieva,
anzi diventava più compatta.
Giaceva
fresca e scintillante
e ognuno ne restava abbagliato.
Ed era lei, la neve. La vera.
L’aspettavamo.
Era venuta.

E' una delle tante poesie sulle nevi, segno che quella magia non è un fatto soggettivo e ieri, nell'epoca delle catene dei social network, era uno spasso seguire commenti e stupori.

Sulla Sicilia

Beppe Grillo durante la sua traversata dello Stretto di MessinaL'Autorità Garante nelle Comunicazioni, che già ha normato con grande severità i sondaggi d'opinione e quelli politici e elettorali, punendo quelli farlocchi quando sono privi di basi scientifiche, sarà bene che si occupi meglio degli "exit poll" (previsioni dell'esito globale di una votazione, effettuato domandando alle persone che lasciano un seggio elettorale come hanno votato).
Infatti va detto che la discussione sulle elezioni nella Regione siciliana era partita già da domenica notte in modo del tutto sballato sulla base di dati su "exit poll" diffusi dagli stessi grillini e che davano scenari diversi.
Intendiamoci: l'esito del "Movimento 5 Stelle" è stato più che lusinghiero, ma ieri mattina - quando sarebbe stato meglio occuparsi del tasso record di astensioni - si dava il candidato grillino Giancarlo Cancelleri addirittura in testa, mentre è poi risultato terzo con il 18 per cento, che è comunque percentuale rilevante, come lo è stato il dato del voto di lista del 15 per cento, che pone il partito come il primo sull'Isola.
Ma la Sicilia è la Sicilia e, mai come in questo caso, dare una valore nazionale al voto è rischioso perché le dinamiche siciliane sono particolarissime e solo una conoscenza approfondita di fatti e di personalità - che personalmente non ho - consente di decriptare quanto sta avvenendo. Un dato sicuro è che Beppe Grillo - che guida un partito personalista, perché nessuno può dimostrare il contrario - questa volta ha battuto il territorio, dopo averlo raggiunto... a nuoto, smentendo l'uso pressoché esclusivo del Web che è stato sinora uno dei suoi cavalli di battaglia.
Per il resto centrodestra, molto perdente, e centrosinistra - senza l'ala estrema - con un esito discreto, sono comunque come dei sopravvissuti allo tsunami del "non voto", che può dispiacere in elezioni regionali ma mostra con chiarezza l'abisso che ormai divide la politica da una larga fetta di opinione pubblica (per favore, evitiamo di usarlo sulla questione del referendum sul "piro", che è altra storia).
Conta anche un Governo tecnico che ha umiliato il Parlamento e dunque la politica, riducendolo ad un teatrino di comparse senza alcun potere in nome del "Generale Emergenza", oltretutto con la scelta evidente di uccidere Regioni ed Enti locali.
Tornando alla Sicilia, quel che colpisce ogni autonomista serio è come lo straordinario contenuto dell'originale Statuto d'autonomia della Regione siciliana sia stato adoperato pochissimo e male, preferendo di gran lunga una larga parte dei politici siciliani pesare sulla politica a Roma non impegnandosi nel loro enorme spazio politico. Poi, in certi casi, riscoprono l'autonomismo come bandierone in cui avvolgersi, ma con credibilità zero.
Intanto l'autonomia - pure così piena di potenzialità - si è spenta, diventando incremento senza limiti e risultati concreti di una spesa pubblica pazza e senza orizzonti.
Oggi quando in molti tuonano contro l'autonomia speciale in generale mirano in concreto alla Sicilia, che porterà allegramente a fondo anche le altre autonomie speciali come la nostra, accomunate dalla logica di un'abrogazione cieca e indiscriminata della specialità.

Prepararsi al futuro

Un parcheggio di New York devastato da 'Sandy'Resta sempre buona l'espressione "villaggio globale" (da cui discende il ben più recente "globalizzazione"), usata per la prima volta nel 1964 da Marshall McLuhan, celebre studioso delle comunicazioni di massa, prima che la rivoluzione digitale completasse quella profezia che le nostre generazioni vivono nella quotidianità.
Ci riflettevo questa mattina, leggendo le ultime notizie e guardando le televisioni che raccontano in diretta dell'uragano "Sandy" che sta investendo con violenza diverse zone degli Stati Uniti, pur essendo stato declassato - nella scala della pericolosità - a tempesta post tropicale. Le cronache, compresi i "Tweet" che trasformano ognuno in un giornalista che racconta gli eventi, confermano la drammaticità di fatti di cui ormai siamo informati come se si svolgessero sull'uscio di casa nostra.
L'altro aspetto della modernità, in questa sua "variante 2.0", sta nella constatazione - ben presente in chi abiti nei territori montani - di come la Natura continui a influenzare le nostre vite e in fondo questa paralisi di New York è una sorta di vetrina di questa constatazione, che tocca luoghi simbolici come Manhattan dove si concentra come in nessun altro posto l'insieme di fenomeni di potere economici e tecnologici di cui oggi una parte dell'umanità dispone.
Ma proprio la mondializzazione mostra come questa tracotanza umana si arresti di fronte al periodico memento della Natura che continua ad incidere sui destini di intere comunità, confrontate con la propria fragilità di fronte alle forze prevedibili e imprevedibili del mondo in cui viviamo.
Ecco perché seguire i cambiamenti climatici non è un capriccio. Lo scenario di una Valle d'Aosta senza ghiacciai, con inverni più corti e fenomeni di piogge violente che sconvolgono un territorio sempre più fragile non sono simulazioni futuribili, ma un fatto che si avverte ora e si svilupperà in pochi decenni. Ragionare anche da noi con l'ausilio della scienza e con le necessarie contromisure sui cambiamenti della natura alpina vuol dire solo sapere come dovranno vivere le generazioni dei nostri figli e nipoti e prepararsi per tempo.

Stiamo vicini ai nostri figli

Per fortuna non esiste solo una dimensione pubblica, rispetto alla quale, dopo tanti anni di presenzialismo, ho cominciato a nutrire in questi anni un atteggiamento della serie "primum vivere".
Non si tratta di snobismo, ma del fatto che è bene che l'opinione pubblica chieda a chi ha un impegno pubblico di coltivare anche una vita familiare. Mi sono "rotto" della retorica sulla famiglia di chi vive sempre e perennemente fuori casa nella continua paranoia che la politica sia moltiplicare i voti.
Una logica di attaccamento alla "poltrona" che non mi appartiene, ritenendo - in modo zen - che finché uno serve resta, altrimenti esistono altre vite da vivere e non una sola, sennò sarebbe una noia mortale.

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