October 2012

Questo Governo tritasassi

Una schiacciasassiGiulio Tremonti, già potentissimo ministro dell'Economia, che per primo violò nell'estate del 2011 le nostre nuove norme d'attuazione sull'ordinamento finanziario, applicative del malaugurato "federalismo fiscale", giorni fa dixit: «quando dicevo che i governatori erano dei cialtroni, era colpa mia che ero maleducato: e adesso? Perché per un anno, due anni abbiamo di continuo litigato sui soldi: adesso si vede cosa è successo...»'.
Ecco svelato - con l'uso inaccettabile di termini offensivi, ora che non è più a tavola alla cena degli ossi coi suoi "difensori" leghisti - uno dei volti feroci del Governo Berlusconi, di cui l'attuale ministro dell'Economia e delle Finanze, Vittorio Grilli, è la naturale continuazione, visto che fu per Tremonti il fido direttore generale del Tesoro. "Tutto cambia affinché nulla cambi", come si legge nel "Gattopardo".
Non è solo questa la continuità "Berlusconi-Monti": ce ne sono altre e lo stesso vale non solo per il Popolo della Libertà ma anche, in modo speculare, per il Partito Democratico, i cui voti di fiducia - ripeto, "di fiducia" - reggono un Mario Monti impermeabile a ogni suggerimento di chi pure ne regge le sorti.
Il Governo tecnico non vive fra le nuvole, ma ha anzi i piedi ben piantati per terra proprio grazie a quei voti bipartisan di centro-destra e centro-sinistra, uniti in un insolito destino comprensibile di fronte alle emergenze.
Diverso è quando i tecnocrati-politici "non per caso" si occupano di riforme di sostanza come quella del regionalismo e del sistema dei comuni. Riforme a regime, a colpi in parte di decreto legge e ora persino di una proposta di legge costituzionale del Titolo V come modificato una decina di anni fa, che mostrano come il Governo abbia perso la bussola. Evidenziando un disprezzo per la Costituzione vigente e un'acredine verso le autonomie speciali degna, nel nostro caso, di miglior causa, visto che - con tutti gli errori possibili di cui dobbiamo dolerci - funzioniamo meglio dello Stato!
L'insieme delle misure colpiscono rudemente la Valle d'Aosta e non mi convincono certi appelli di queste ore al "volemose bene", ad un unanimismo per combattere il nemico alle porte. Perché io voglio sapere se c'è chi qui, e dentro la nostra autonomia, ha legami con chi in Parlamento vota tutte le volte gli attacchi al cuore della nostra autonomia. Gli amici dei miei nemici sono anch'essi miei nemici. Non può esistere una logica politica come i tessuti double-face in cui esiste una posizione di partiti nazionali che è posta in un modo ad Aosta per piacere ai valdostani e in modo diverso, anzi opposto, a Roma per appoggiare gli sbagli per noi nocivi del Governo Monti. I doppiogiochismi vanno evidenziati senza farne un dramma, sapendo che le bugie hanno le gambe corte!
Lo scrivo, per così dire, senza dietrologie.

Tagliamoci le palle

Tre palloni...Il caso, probabilmente felice, ha voluto che fossi a Bruxelles ieri sera, quando la trasmissione settimanale "Ballarò" ha trasmesso in tarda serata un reportage sulla Valle d'Aosta. Non avendolo visto, non posso esprimere un mio pensiero sui contenuti, mi limito a osservare la grottesca trasformazione del giornalismo televisivo d'inchiesta.
Solo in Italia non esiste mai un reale equilibrio in certe trasmissioni "a tesi", fatte da inviati "paracadutati" che in poche ore costruiscono storie che seguono un filo logico precotto in cui manca il punto essenziale del giornalismo: il confronto equilibrato fra tesi diverse di fronte alla necessità di analisi della realtà presentata. Tutto è sempre abnorme e grottesco e costruito non per raccontare ma per romanzare.
Così il montaggio ridicolizza chi non condivide l'assunto da dimostrare e in studio - dove esiste la figura del "conduttore cult" - manca chi possa mettere i puntini sulle "i", perché romperebbe il meccanismo su cui si basa l'indignazione costruita a tavolino e carburante del sensazionalismo che non molla un attimo.
Questa tecnica è inconcepibile negli altri Paesi, ma non lo è in Italia dove la neutralità e l'indipendenza sono considerate ormai caratteristiche da "mollaccioni" e non elementari principi deontologici. Più che al giornalismo anglosassone e francese si guarda al garbato equilibrio di un'informazione militante alla "mullah Omar".
E' singolare vivere la reazione degli spettatori dal campione così specifico che è la nicchia di "Twitter", dove sin dall'annuncio della trasmissione che verrà fino ai commenti dopo la messa in onda emergono le tifoserie. Ogni critica, anche la più feroce e ingiusta al "sistema Valle d'Aosta", non soddisfa l'oppositore politico che vorrebbe vedere scorrere più sangue. Anzi più estremista è - da un lato o dall'altra poco importa - e più cavalca la tesi: «chiudiamo questa autonomia ormai vetusta». Manca la controproposta ma immagino che sarebbe un cambio al vertice e si riparte, specie per chi dimentica il declinarsi dal 1949 ad oggi degli schieramenti politici che, con diverse geometrie di alleanze, hanno governato la Valle e alcuni dimenticano di esserci stati.
Esiste poi una vasta categoria, non solo sul web, dei "tafazziani", cioè quelli che vogliono rompere il giocattolo con virulenza, dimenticando cosa facciano nella loro quotidianità con l'evidente paradosso che - chiusa l'autonomia e "normalizzata" la specialità - per svolgere il loro lavoro dovranno andarsene a Timbuctù e naturalmente chi resta non avrà più molti servizi garantiti oggi dalla vituperata Regione autonoma e dal suo welfare.
Ma l'odio è un potente aggregatore e galvanizza, per cui si è pronti a tutto, magari coltivando l'idea che il distruttore "effetto domino" toccherà tutto ma non il proprio giardino. Pia illusione, ma logica nel Paese in cui "il cornuto si taglia le palle per far dispetto alla moglie" e in cui dopo l'8 settembre - seguendo il cambio del vento - tanti fascisti sono diventati, con brusca "inversione a u", antifascisti.
Proprio come i regionalisti e federalisti oggi votati alla nuova causa dello Stato centralista autoritario. Triste parabola.

Monti, a casa!

Al 'Comitato delle RegioniOgnuno sugli attacchi al sistema regionalista italiano del Governo Monti deve fare la sua parte e per quel che mi riguarda ritengo che uno dei punti forti sia far sapere quanto sta avvenendo a livello di Unione europea.
Per questo ieri mattina al Comitato delle Regioni, prima dell'inizio della seduta, ho chiesto al presidente spagnolo, Ramón Luis Valcárcel Siso, di poter parlare in apertura per alcuni minuti, come capo della delegazione italiana, su quanto sta avvenendo in Italia e me lo ha concesso.
Devo dire con piacere che i colleghi presenti mi hanno seguito mentre illustravo succintamente una mia tesi: certe decisioni centraliste del Governo Monti contro il sistema autonomistico italiano violano principi cardine dell'Unione, come quel principio di sussidiarietà che deve regolamentare il rispetto per i diversi livelli di Governo. Ho sostenuto che, se non siamo ancora ad un'emergenza democratica, l'Unione deve vigilare sul "caso italiano" e che assumevo l'impegno di informare l'Assemblea degli sviluppi futuri.
Sarà una magra consolazione, ma trovo che questo processo d'involuzione del regionalismo e del sistema degli enti locali sia da propagandare a Bruxelles per intaccare quell'aurea algida dei tecnici al Governo in Italia, mentre cresce la possibilità di vedere le reti d'interessi che coltivano e non vogliono fra i piedi gli eletti locali e soprattutto quelle procedure democratiche che sono una garanzia. Anche perché lo slogan "lo vuole l'Europa" è davvero la foglia di fico di un anacronistico tentativo di riportare l'Italia ad un decentramento amministrativo ottocentesco indegno di un Paese democratico. Roma e una piccola combriccola deve fare e disfare.
Nessuno a Bruxelles ha mai dubitato che Monti, con buona pace dei "progressisti", fosse un conservatore, ma che si prestasse a certe operazioni - che nulla hanno a che fare con debito pubblico e risparmi - nessuno se lo sarebbe immaginato. Questo comportamento, ormai davvero sprezzante, lo abbiamo commentato con i Presidenti di Regione ieri a Bruxelles: il sudtirolese Durnwalder che inalbererà la "garanzia internazionale" dell'Austria, il sardo Cappellacci stupefatto della proposta di legge costituzionale antiregionalista e con lui il marchigiano Spacca e l'umbra Marini.
Penso che sia ora che chi appoggia Monti stacchi la spina, che si voti e si mandi casa chi oggi attenta alla Costituzione. Per quel che mi riguarda, a difesa della nostra autonomia speciale, farò tutto quanto è possibile.

In team con Luca

Al 'Comitato delle RegioniMi sono molto divertito ad occuparmi, con l'aiuto del mio vecchio amico Luca Mercalli (oggi personalità scientifica e personaggio televisivo come imbattibile divulgatore), a proporre e a poi a scrivere - come dicevo a due mani - un rapporto al "Comitato delle Regioni" sui cambiamenti climatici nelle zone montane in Europa.
E' stato un lungo percorso fatto di incontri politici e tecnici con decisori di vario genere e associazioni le più diverse, culminato con un rapporto votato due giorni fa all'unanimità e con un bel dibattito sui cambiamenti climatici che ho in parte presieduto. Tutto ciò mi ha consentito di approfondire un tema importante per la Terra tutta intera e per quei territori di montagna così pieni di problemi comuni e di affinità fra loro.
Ho ricordato qualche volta nei diversi confronti come se le Alpi sono, fin dalla notte dei tempi, oggetto di cambiamenti incredibili sino ad avere i territori attuali, è altrettanto vero che nessuna generazione come avviene con quelle attuali hanno visto nella propria vita cambiamenti così forti e in più causati in larga parte per mano di noi esseri umani.
Con Luca - lo dico con gran divertimento - siamo stati un team affiatato e l'esito, cui si è aggiunto qualche emendamento d'aula, è riassumibile così:

  • Negli ultimi anni si è accumulata un'ampia letteratura scientifica, numerosi documenti politici e progetti scientifici nell'Unione europea, che evidenziano come le regioni di montagna siano altamente sensibili ai cambiamenti climatici, in quanto riuniscono in una ristretta area ambienti differenti per quota, esposizione e influenza delle circolazioni atmosferiche.
  • Le aree montane sono forzieri di biodiversità minacciati dal cambiamento rapido del clima: di tutti i siti "Natura 2000" il 43 per cento si trova nelle zone di montagna e 118 delle 1.148 specie elencate negli allegati II e IV della "Direttiva Habitat" sono legate ad ambienti montani.
  • Variazioni climatiche poco percepibili nelle zone di pianura vengono amplificate nelle aree montane e assumono un valore di diagnosi precoce dell'evoluzione climatica a macroscala, costituendo un'eccezionale fonte di osservazione per la ricerca scientifica e un banco di prova per lo sviluppo e la valutazione delle politiche di adattamento.
  • I cambiamenti climatici sono già in atto e causano: incremento del rischio idrogeologico (alluvioni, frane) e aumento della vulnerabilità delle persone e delle infrastrutture; riduzione della disponibilità di acqua soprattutto in estate (anche nei territori adiacenti non montani); cambiamento del regime delle portate dei fiumi (nella regione alpina è attesa una maggior frequenza di piene invernali e siccità estive); riduzione dei ghiacciai (dal 1850 i ghiacciai alpini hanno perso circa due terzi del loro volume con una netta accelerazione dopo il 1985); riduzione del permafrost; riduzione della durata del manto nevoso soprattutto a quote inferiori ai 1500 metri; cambiamento di frequenza delle valanghe, minaccia alla biodiversità e migrazioni vegetali e animali; cambiamenti nell'economia del turismo invernale ed estivo e della produzione di energia idroelettrica; incertezze nella produzione agricola e danni alla selvicoltura. La sensibilità dell'ambiente alpino a questa rapida evoluzione climatica ne fa una zona di "handicap permanente". L'aumento di temperatura rilevato negli ultimi 150 anni sulle Alpi (+1,5 °C) è doppio rispetto alla media mondiale di +0,7 °C.
  • Le tradizioni e le culture di montagna si fondano sull'importante concetto della consapevolezza dei limiti ambientali. Le relazioni con gli stretti vincoli fisici del territorio hanno permesso di elaborare nel tempo raffinati criteri di sostenibilità e di uso razionale delle risorse. Questi valori di fondo possono essere integrati in una visione moderna attraverso l'aiuto delle nuove tecnologie, producendo conoscenza e modelli di sviluppo che siano utili non solo alle stesse aree di montagna, ma anche alle zone periferiche, e in molti casi possono assumere valore universale.
  • Il cambiamento climatico sfiderà le nostre capacità di adattamento più di ogni altro ostacolo che la nostra specie abbia mai affrontato, tuttavia è solo un indicatore parziale di una più complessa crisi ambientale e dell'umanità che interessa anche: disponibilità di risorse naturali rinnovabili (foreste, risorse ittiche, prelievo di biomassa); riduzione della biodiversità; fragilità della produzione alimentare (elevato costo energetico fossile degli alimenti, riduzione del suolo coltivabile, squilibrio dei cicli di carbonio, azoto e fosforo); riduzione della disponibilità di risorse minerarie; riduzione della disponibilità di energia fossile a basso costo (picco del petrolio); inquinamento dell'aria, dell'acqua, dei suoli e accumulo di rifiuti non biodegradabili; aumento demografico e flussi migratori (anche dovuti ai cambiamenti climatici).

Di conseguenza abbiamo provato a porci degli obiettivi:

  • Favorire l'integrazione dell'adattamento ai cambiamenti climatici in un più ampio progetto di aumento della resilienza individuale e collettiva che tenga conto di tutte le criticità ambientali, energetiche e sociali inevitabilmente interconnesse.
  • L'adattamento è una questione prettamente locale, differenziata secondo le specificità geografiche, demografiche e socioeconomiche, come sancito dall'articolo 174 del Trattato di Lisbona con la "coesione territoriale".
  • Si prevedano politiche di miglioramento dell'accesso e della fornitura di servizi d'interesse generale nelle zone montane.

Ancora più in pillole bisogna perseguire:

  • Il raggiungimento della massima efficienza energetica di edifici nuovi e riqualificazione di quelli esistenti.
  • L'introduzione di energie rinnovabili a seconda delle caratteristiche del territorio (solare, termico e fotovoltaico, eolico, idroelettrico, biomassa), fino al raggiungimento, ove possibile, dell'autosufficienza energetica.
  • La necessità di piani energetici regionali integrati, gestione degli invasi idroelettrici di pompaggio in funzione di stoccaggio della produzione fotovoltaica.
  • La promozione di audit energetici a scala comunale e regionale.
  • La riduzione dei flussi di energia e materia nelle comunità locali a parità di standard di vita.
  • La riduzione della produzione di rifiuti e massima riciclabilità, incentivo alla produzione di compost domestico da rifiuti organici.
  • La riattivazione delle filiere alimentari locali: agricoltura e allevamento di qualità per sostenere principalmente il consumo sul posto e il commercio per i turisti.
  • La gestione forestale regolamentata in relazione al prelievo di biomassa legnosa a fini energetici e da costruzione e attenta alle pressioni derivanti dai cambiamenti climatici.
  • Il dimensionamento degli impianti di produzione di calore da biomassa non superiore alla producibilità forestale annuale.
  • Il mantenimento delle foreste di protezione.
  • La forte limitazione del consumo di suolo per edilizia e infrastrutture.
  • La riduzione delle esigenze di mobilità attraverso il potenziamento delle reti informatiche e le ICT, i servizi informatizzati e il telelavoro (che permetterebbero anche il ripopolamento di zone di montagna abbandonate e una miglior fruizione turistica).
  • La promozione di turismo ambientalmente responsabile; la creazione di un osservatorio europeo del turismo, sviluppo dell'agriturismo.

Lascio altre parti meno significative, ma che indicano alcune strade che andranno intraprese a fronte di cambiamenti reali che incideranno sulle nostre vite.

Il Nobel della Pace per noi europei

La medaglia del premio 'Nobel'"Per oltre sessant'anni ha contibuito all'avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa".
Questa la motivazione per il "Nobel" per la Pace, assegnato quest'anno all'Unione Europea. Certo verrebbe voglia di spulciare i premiati - persone e organizzazioni - dal 1901 ad oggi per capire come si è evoluto il premio, comprese le ciambelle non venute con il buco.
Ma quel che conta è capire il senso del premio di quest'anno ed esprimere, nel mio piccolo, un giudizio.
Il senso è facile da capire: è incalcolabile quanto sangue sia colato per le guerre attraverso il Vecchio Continente e quanta sofferenza ci sia stata in una vera e propria escalation che ha riguardato il secolo scorso, quel "secolo breve", come lo aveva definito quella mente geniale che è stato lo storico britannico Eric Hobsbawm, morto poco tempo fa a 95 anni. Ed è indubitabile che le istituzioni comunitarie nate e maturate nel secondo dopoguerra sino all'attuale Unione siano il frutto dell'orrore. Come un fiore nato d'improvviso nel terribile film in bianco e nero di guerre, battaglie, stragi, genocidi e tutta una stratificazione di eventi tragici e luttuosi di cui gli europei di oggi devono avere buona memoria.
Le Istituzioni europee, oggi in crisi di credibilità e a distanze siderali dai cittadini che dovrebbero rappresentare, sono state un potente strumento che, come un antidoto, ha trasformato in regole politiche e economiche quel che una volta veniva risolto con le armi a disposizione: dalla clava alla bomba atomica che paralizzò nella "Guerra Fredda" la nascente integrazione europea, pur con i movimenti di alti e bassi con cui si è lentamente affermata.
Lo dico sempre ai giovani che incontro: pensate a questo aspetto dell'Europa e troverete una storia avvincente da studiare. Ci ho pensato parecchie volte nel mio lavoro al Parlamento europeo ed al "Comitato delle Regioni" quando ho imparato a conoscere gli "altri" europei, un tempo a rotazione amici nemici degli uni e degli altri, prigionieri di odi e pregiudizi.
Oggi la pur flebile politica europea è una vittoria contro la Morte, maledetta creatura che con la sua falce ha portato via tante vite per colpa della Guerra con le sue diverse e feroci maschere, ma la Pace - fragile come una colomba con cui spesso la si rappresenta - alla fine è qui e io non sono stato mai al fronte, sotto un bombardamento, con la fame per le privazioni, terrorizzato dai gas o dalla minaccia della "Bomba H", come la si chiamava quando ero bambino.
Io sono un cittadino europeo che si inchina a questo aspetto dell'Unione Europea che ci ha resi migliori, come hanno scritto - in tanti - i padri fondatori della nostra autonomia speciale. Anche questa autonomia, così discussa oggi, è un tassello del puzzle europeo per stare sereni.

Un avversario dalle idee chiare

Il ministro Patroni GriffiDio benedica Filippo Patroni Griffi, attuale ministro per la Pubblica amministrazione e la Semplificazione, incaricato nientepopodimenoche delle Riforme, quelle con la maiuscola.
Penso di averlo incontrato parecchie volte, quando era nella veste di "suggeritore" dei politici di turno, mentre oggi agisce in prima persona e finalmente può dire - senza quella "rottura" delle mediazione politica - come la pensa e lo fa senza alcun complesso e come se la Legislatura fosse all'inizio e non alla fine.
Protagonista, nella scrittura delle norme, di questa coda antiautonomista di cui si sarebbe potuto fare a meno e che penso avvicinerà ulteriormente le sacrosante elezioni. Con la speranza che chi è stato Ministro "tecnico" torni a fare il suo mestiere d'origine.
Napoletano aristocratico, Patroni Griffi è stato presidente di sezione del Consiglio di Stato, il cuore della burocrazia statalista italiana. Ma soprattutto - traggo da "Wikipedia" - ha ricoperto a lungo l'incarico tecnico di capo dell'Ufficio legislativo del Ministero della funzione pubblica con i ministri Sabino Cassese (governo tecnico Ciampi), Giovanni Motzo (governo Dini), Franco Bassanini (primo Governo Prodi, Governo D'Alema II e secondo governo Amato) e Franco Frattini (Governo Dini). È stato inoltre capo di Gabinetto del ministro per le Riforme Istituzionali Giuliano Amato, nel Governo Prodi, capo di gabinetto della Funzione pubblica con il ministro Renato Brunetta (quarto governo Berlusconi) e capo del Dipartimento affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio nel secondo Governo Prodi.
Insomma un gran navigatore che piace a tutti, ma se non ci fosse stata l'anomalia democratica del Governo Monti sarebbe rimasto dietro le quinte, mentre ora il palcoscenico è suo e parrebbe che non ne vedesse l'ora. Conferma la mia tesi, che pure oggi sarà impopolare, che la politica devono farla i politici, se galantuomini.
Patroni Griffi - con piglio davvero napoleonico e con un pizzico di Robespierre - chiude Province, fonde Comuni, annuncia - oggi su "La Stampa" - la morte di alcune Regioni: finalmente agisce in proprio e lancia proclami e strali.
Offre la sgradevole impressione di considerare la politica, cui per altro ha reso un lungo servizio, come una specie di accidente. Con particolare cura definisce un modello di Stato da... Consiglio di Stato con la democrazia locale disciplinatamente al guinzaglio del centro, come nello Stato Nazione per eccellenza. Un modello anacronistico e inesistente se non in rari Paesi retrogradi e in genere con dittatura, ma che diventa l'idealtipo per la Riforma. Peccato che sia una Controriforma conservatrice e becera.

La bandiera con il cuore

Un momento della cerimonia di benedizione della bandiera walserC'è chi dice che l'uso della bandiera risalga al tempo delle "Crociate" per distinguere la provenienza dei cavalieri e chi invece parla degli egizi, dei greci e dei romani o cita la Bibbia con le insegne che distinguevano le tribù d'Israele.
Qualunque sia la fonte buona, resta il fatto che la bandiera si è affermata nel tempo e fa parte a pieno titolo di quella simbolistica politica che indica l'esistenza di un popolo.
Non a caso nel 2006 ritenni necessario "fissare" con legge regionale la nostra bandiera rossonera, originata dall'araldica locale e innescata poi - come si fa appunto con i simboli - dal Canonico Joseph Bréan, uno dei padri dell'autonomismo valdostano in un libro del 1942, dove campeggiavano in copertina i due colori, traslati poi in bandiera durante la Resistenza.
La legge dice: "La bandiera della Regione è formata da un drappo di forma rettangolare, alto due terzi della sua lunghezza, suddiviso verticalmente in due sezioni uguali di colore nero e rosso, con il nero aderente all'inferitura".
Un anno fa, su richiesta dei walser (Gressoney-La Trinité, Gressoney-Saint-Jean ed Issime) è stato aggiunto un articoletto in una legge di cui sono stato relatore in Consiglio Valle: "Sugli edifici pubblici dei Comuni di cui alla legge regionale 19 agosto 1998, n. 47 (Salvaguardia delle caratteristiche e tradizioni linguistiche e culturali delle popolazioni walser della valle del Lys), può essere esposta, accanto alle bandiere italiana, europea e regionale, anche quella della comunità".
Questo il descrittivo della bandiera: "La bandiera delle comunità walser della Valle d’Aosta è divisa in due campi verticali uguali di colore bianco e rosso, i colori del Vallese. Al centro è collocato lo stemma che consiste in un cerchio bordato di rosso e nero, i colori della bandiera valdostana, che racchiude un cuore rosso e bianco, con dieci stelle a rappresentare le dieci colonie walser italiane (Ayas, Gressoney, Issime, Alagna, Rima, Rimella, Macugnaga, Formazza, Ornavasso e Carcoforo). Il cuore simbolegga l’amore per la terra d’origine, per il proprio paese, per la famiglia ed è sormontato dalla croce mercantile, a forma di quattro, per ricordare l’importante attività svolta dagli emigranti gressonari, in terra svizzera e tedesca. Due fronde verdi completano lo stemma".
Bandiera frutto della storia dei walser, piccola comunità germanofona giunta in Valle nel Medioevo e riconosciuta quasi vent'anni fa nello Statuto d'autonomia con una norma di cui sono stato autore quando ero deputato.
Ieri a Issime questa bandiera, che potrà essere esposta nei palazzi pubblici della comunità, è stata benedetta nel corso di una cerimonia contemporanea all'anniversario del WalserKulturzentrum.
Una bandiera che ha come emblema principale un tema ricorrente nella cultura alpina: il cuore. Un simbolo pieno di significati e di affetti.

Una riforma che è un nostro dovere

Via Valle d'Aosta...E' un dato di fatto che, eccettuato il Comune di Aosta con i suoi 35mila abitanti, gli altri 73 Comuni valdostani sono di taglia piccola o piccolissima. Dovendoli raggruppare a titolo dimostrativo: tre si avvicinano ai 5.000 abitanti, cinque sono nella fascia fra i 3.000 ed i 4.000, nove fra i 2.000 ed i 3.000, tredici fra i mille ed i duemila, quindici fra i seicento ed i mille, venti fra i duecento ed i seicento, nove fra i cento e i duecento. Aggiungerei che il 76 per cento dei valdostani abitano nei trentun Comuni del fondovalle ed il sessanta per cento orbita fra Aosta e i Comuni viciniori.
Ricordo che abbiamo otto Comunità Montane, anche se il nome, che ricorda un fallimento italiano per un ente che avrebbe dovuto tutelare le zone montane, non corrisponde più a quanto per scelta avviene da noi con una logica di gestione unificata di servizi.
Tra un anno saranno vent'anni da quando il nostro sistema autonomistico di dimensioni così ridotte ha rotto il cordone ombelicale con Roma con una modifica statutaria di cui vado fiero: l'ottenimento della competenza esclusiva dell'ordinamento degli Enti locali. Una competenza che - evito di citarvi le numerose sentenze - ha sempre tenuto con grande robustezza di fronte agli attacchi dello Stato finiti davanti alla Corte Costituzionale.
Questa competenza primaria è stata per la nostra autonomia importante perché ha reso più forte la nostra specialità e ci ha permesso originalità di soluzioni in termini di legge elettorale, di finanza locale, di organizzazione comunale, compreso lo status di amministratori e di segretari comunali. Un salto di qualità per la nostra democrazia locale invidiato fuori dalla Valle, come sanno i nostri amministratori, quando hanno comparato la nostra situazione con quella altrui, specie pensando alla peculiarità dei territori montani cui apparteniamo a pieno titolo.
Oggi il clima sugli enti locali in Italia è pessimo, come del resto per la nostra autonomia speciale. La filosofia è quella dei tagli finanziari feroci, di standard imposti ma astratti, del «piccolo è brutto». Lo Stato sprecone si autoassolve e sceglie la strada di colpire il sistema autonomistico, aiutato da un'ondata di antipolitica dovuta a ruberie in alcune Regioni e con alcuni Comuni italiani in tremendo dissesto finanziario.
Così negli anni si sono cercate sugli enti locali nella legislazione statale le soluzioni più diverse (chiamate non a caso con ironia "prove tecniche di legislazione" dalla professoressa Paola Bilancia su federalismi.it) sino alle norme a regime della "spending review".
Queste ultime, come quelle precedenti, non si applicano alla Valle d'Aosta proprio perché la competenza in materia spetta al nostro legislatore, il Consiglio Valle.
Segno che non dobbiamo fare nulla? Esattamente il contrario. In linea con i risparmi e con le razionalizzazioni in atto dappertutto - anche negli altri Paesi europei dove sta diminuendo il numero dei Comuni o si impongono con diverse formule gestioni comuni anche obbligatorie - bisogna trovare un nostro modello efficace e valido per conciliare queste esigenze con la nostra logica federalista.
Certo al "dimagrimento" delle finanze regionali seguirà un'austerità generale e questo vale per i costi della democrazia, dal numero degli eletti ai loro emolumenti in tutti i rami della nostra amministrazione e ai diversi livelli di governo.
Ma tutto deve essere logico e coordinato non facendo ad Aosta con logica impositiva sulla democrazia locale quel che Roma cerca di fare manu militari con la nostra Regione. Sarebbe incoerente e contraddittorio e sappiamo quanto pesi psicologicamente nella discussione il ricordo nefasto dell'accorpamento coattivo di epoca fascista. La rinascita nel 1945 in Valle dei Comuni "tradizionali" e la fine della Provincia di Aosta, nata nel 1927 per indebolire i valdostani allargando il territorio tradizionale al Canavese, furono non a caso fra i primi atti della democrazia e le prime elezioni "libere" furono proprio le comunali.
Sono certo che non tradiremo il nostro dovere derivante dalla nostra autonomia: saper creare una legislazione sulle autonomie locali innovativa e originale. Questo è il senso profondo dei doveri della specialità.

Prima che sia troppo tardi

Nell’intervenire nei giorni scorsi al "Comitato delle Regioni" e fra qualche ora al "Consiglio d'Europa" sulla grave compressione del sistema italiano della democrazia locale da parte del Governo, non ho preso un colpo di sole e non mi sono trasformato da mediatore a pericoloso estremista.
Io la penso sempre nello stesso modo, ma il "caso italiano" è quello di una giravolta senza precedenti e in poche ore si è passati da un federalismo parolaio all'adorazione dello Stato Nazione in una logica giacobina indegna di una democrazia moderna.
Devo appunto dire che certe scelte, messe tutte assieme in un crescendo rossiniano, mi indignano. Esiste un percorso fatto a tavolino e perseguito con lucida determinazione per chiudere la pagina del sistema autonomistico locale. Fra i punti cardine del progetto, che considero antidemocratico e persino criminale, distruggere le autonomie speciali, come se fossero tutte uguali, allineate cioè sulla grottesca situazione della Regione siciliana.

Flatulenze

Cagnolone contento con il suo osso...Questo periodo in cui si vedono all'orizzonte le elezioni regionali è sempre pieno di veleni, anche quando neppure si sa che cosa capiterà domani. Ma la contraerea è comunque in azione perché non si sa mai: nel dubbio meglio sparare.
Inizia perciò questo lavoro dei prezzolati che operano, in diversi ambiti, per quelli che potremmo definire elegantemente "sputtanamenti". Dei professionisti del ramo o forse "sul" ramo, come dei primati meno evoluti.
Ne ho viste in questi anni di tutti i colori per cui in tutta franchezza - specie da giornalista di lungo corso - mi vien da sorridere pensando a chi, poveretto, scodinzola a comando per sbarcare il lunario, sperando in qualche osso succulento. Con tutto il rispetto per i cani.
L'importante è che chi fa questo "lavoro sporco" non si atteggi ad "angelo vendicatore", perché vien da ridere per non piangere per certe mancanze di dignità. Come diceva Totò: «A volte è difficile fare la scelta giusta perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame».
Spesso io stesso esalto, perché ci credo, la logica dei piccoli numeri. Un ragionamento che mai come oggi è valido, perché - in certe pensate attuali sulle istituzioni in Italia - prevale la logica delle dimensioni. Come se in natura vivessero solo elefanti o rinoceronti e non creature piccole, ma complete nelle loro piccolezza. Noi come Valle d'Aosta siamo minuscoli ma originali e dunque non vedo perché dovremmo perdere la nostra identità.
Certo la dimensione limitata ha qualche rischio. Il peggiore è proprio un provincialismo autoreferenziale che porta a qualche grettezza e a certe camarille degne di un pollaio.
Ecco perché piccoli non deve voler dire essere isolati e chiusi nel compiacimento delle proprie cose. Era Cesare Pavese che diceva: «Fra gli errori ci sono quelli che puzzano di fogna, e quelli che odorano di bucato». Questi ultimi fanno piacere, gli altri no.
Ha scritto l'antropologo Claude Levi-Strass: «Qu'une culture isolée c'est une culture condamnée à mort, une culture trop en contact avec d'autres cultures perdrait sa raison d'être, ses raisons d'exister, nous pouvons dire que la solution est entre les deux».
Interessante questa idea della "chiusura-apertura", che è un modo per avere ricambio d'aria contro le flatulenze.

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