September 2012

Per spiegare un'assenza

Mario BorghezioNon sono andato alla festa degli indipendentisti a Cogne alla quale ero stato invitato dalla Lega.
Due le ragioni. La prima è che l'Union Valdôtaine ha deciso di non andare per la coloritura della manifestazione e ho ritenuto corretto adeguarmi alla scelta e naturalmente non l'ho fatto per paura di chicchessia.
La seconda, che sarebbe stata in subordine, è l'assenza e dunque l'impossibilità di incontrarlo di Roberto Maroni, nuovo leader della Lega, la cui mancata partecipazione nei complessi equilibri interni suona come una presa di distanza da questo incontro voluto dal sulfureo Mario Borghezio. Conosco da anni Mario e so che un po' "lo è" è un po' "ci fa", sapendo che una posizione oltranzista e dichiarazioni borderline gli assegnano una visibilità altrimenti impossibile e lui gioca con i media questa parte del bizzarro. Ogni tanto finisce male, come per il "caso Breivik", il norvegese autore della terribile strage nel luglio 2011, quando Borghezio annunciò «comprensione» per le motivazioni di fatti agghiaccianti e la Lega prese le distanze dalla "sparata".
E pensare che il tema indipendentismo è argomento interessante, restando nella sola Europa. Ricordo nel 1979 la nascita di una nuova Repubblica della Confederazione elvetica, il Jura svizzero, che diventò il ventiseiesimo cantone elvetico. Oppure c'è l'altro caso caso della fine della Cecoslovacchia nel lontano dicembre 1992 con la nascita di due Repubbliche indipendenti: Cechia e Slovacchia.
Medesimi movimenti ci sono con il prossimo referendum scozzese nel 2014 per andarsene dal Regno Unito e analoga richiesta potrebbe arrivare dal Galles, mentre la situazione irlandese resta ancora più complessa per il fattore religioso. Non manca molto che analoga storia si materializzi in Belgio fra fiamminghi e valloni e intanto un milione e mezzo di catalani in piazza a Barcellona rilanciano l'indipendentismo della Catalogna e una parte delle forze politiche basche hanno mantenuto le stesse aspettative.
Ci sono indipendentisti in Sardegna (e qualche sopravvissuto in Sicilia) e in Corsica e Bretagna, ce ne sono tanti in Sud Tirolo e schegge di venetisti, lombardi e liguri. Per finire il giro: ci sono speranze di indipendenza per le isole Farøer dalla Danimarca.
E in Valle d'Aosta? Esiste nella storia un filone che potremmo definire senza complessi indipendentista, che nella storia va dalla Resistenza (compreso in parte Emile Chanoux) scompare e riappare, specie attraverso quel principio di autodeterminazione presente anche nello Statuto dell'Union Valdôtaine in una logica di federalismo integrale. Personalmente l'ho scritto bene questo concetto di autodeterminazione nella seconda versione, quella presentata nel 1993, della proposta di legge costituzionale per un'Italia federale, molto più concreta di tanti fiammeggianti proclami verbali.
Lavorare con correttezza istituzionale e rispetto per la Costituzione e lo Statuto non preclude spazi politici nuovi e diversi a fronte dei processi futuri di crisi politica degli Stati nazionali come li conosciamo oggi, sapendo che coprono una parte infinitesimale di storia. Certo se l'equilibrio oggi minacciato della nostra autonomia speciale venisse posto in discussione nelle sue fondamenta nella logica, che temo già avviata, di soffocamento, questo vorrebbe dire che si vuole sciogliere quel "patto politico" alla base della nostra specialità. Deriva che spingerebbe una parte del mondo autonomista su nuovi terreni di lotta politica.

Il tempo delle lettere

Un ormai antico set di scrittura«Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò»
.
Alzi la mano chi, di qualunque generazione sia, non ricordi l'attacco de "L'anno che verrà". Lucio Dalla usava un'immagine antica, quella della lettera.
Mi domando purtroppo quanto tempo sia che non ne scrivo una personale. E non mi si dica che sms o "WhatsApp", così come "Twitter" o i post su "Facebook" siano sostitutivi della lettera. Al limite qualche assonanza si può trovare nelle poste elettroniche, ma è qualche cosa di vago rispetto alla lettera vera e propria.
E' vero che su questo non si può che vivere di ricordi, perché tornare indietro non si può. Perché la sostanza è semplice: quando il telefono era ancora una tecnologia artigianale per i contatti più intimi, ci sia affidava per necessità alla corrispondenza.
Così uno dei regali che si ricevevano da ragazzino era carta da lettere con le proprie iniziali o persino nome e cognome. Era straordinario, specie con le amicizie estive, scoprire a quell'età il piacere di scrivere e di ricevere la risposta. Come vecchi messaggi in bottiglia ne trovo di scritte ad amici della "compagnia" o a fidanzatine del tempo che fu. Queste ultime erano le più difficili da scrivere perché bisognava essere sintetici ma efficaci. Ha ragione Blaise Pascal quando diceva : «Je vous écris une longue lettre parce que je n'ai pas le temps d'en écrire une courte».
Per contro, quale emozione trovare al rientro da scuola quella letterina intonsa da aprire con il batticuore. Credo che ci sia poco di comparabile a quella lettura rapidissima e poi al successivo soppesare frasi ed espressioni. «C'est l'amour qui fait qu'on aime», come cantava Edith Piaf.
Certo per la mia generazione, diversamente da certe lettere dei miei parenti del passato più remoto, il salto verso il nuovo - tipo telefono - è stato vissuto con tanto di sorpasso e ritorno dello scritto prima con il fax, ormai defunto, e poi con i diversi strumenti attraverso Internet. Mentre per secoli nulla di alternativo alla lettera esisteva per attraversare lo spazio e le distanze geografiche.
Niente di nostalgico, solo pensieri, frutto anche del ritrovamento di una scatola di lettere.

A proposito di gossip

La principessa mentre prende il soleTrovo che un personaggio pubblico debba accettare il peso della popolarità. Compreso il topless assai modesto di Kate Middleton, la Duchessa di Cambridge, che tanto fa discutere in queste ore. Gli agenti di sicurezza inglesi non possono non aver notato il teleobiettivo del fotografo, altrimenti sarebbero degli imbecilli, perché al posto del fotografo poteva essere un cecchino.
Resta il problema del mercato delle foto dei "paparazzi" e l'opportunità o meno di pubblicare "foto rubate". Visto che "Chi" è in edicola con un numero straordinario tutto dedicato alle foto di Kate e del marito, dopo che una pubblicazione più ristretta era avvenuta su di un settimanale di gossip francese sempre della "Mondadori", è chiaro che la diffusione è stata decisa ai massimi livelli, come da intervento del vertice della casa editrice, Marina Berlusconi. In nome della... libertà di stampa, la figlia del Cavaliere ha polemizzato con "La Repubblica" che ipotizzava che lo sgarbo delle foto della coppia reale fosse in una logica di vendetta con il Regno Unito dello stesso Silvio, che a questo punto potrebbe essere accusato di armare la mano di Alfonso Signorini, direttore di "Chi" e maître à penser - ognuno ha chi si merita - della famiglia Berlusconi.
Il "gossip" è un genere giornalistico che funziona e i limiti del pettegolezzo vanno fissati con alcuni paletti di buongusto e di deontologia professionale. In fondo qui in Valle la stampa rosa esiste in un logica di tam-tam da bar che deforma e ingigantisce le storie personali o talvolta le censura inspiegabilmente e questo impedisce in alcuni casi di capire le ragioni di certe circostanze. Sarebbe quasi meglio che qualcuno scrivesse "pane e pane e vino al vino", mettendo tutte le vittime di gossip sullo stesso piano. Io di danni da "chiacchiere" ne ho subiti parecchi, mentre c'è chi attraversa problemi veri che cadono tuttavia in silenzi glaciali. 
Tornando a Kate: le foto dimostrano che l'eccesso di dimagrimento consente una figura invidiabile stretta nei suoi vestitini, ma una bella pasta e fagioli ogni tanto ingentilirebbe le forme principesche. Per dire: la "Biancaneve" della Walt Disney era graziosamente paffutella e con un seno ben marcato sulla figura.

A sei mesi dalle politiche

Conciliabolo con Viérin e Rosset nell'aula del Consiglio ValleTra sei mesi ci saranno le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento italiano, che assumono il significato non banale - se così sarà davvero - dell'uscita dalla straordinarietà di un Governo tecnico con il ritorno alla democrazia rappresentativa. Oggi la politica è stata "sospesa" e commissariata per far fronte all'eccezionalità della crisi e all'impotenza proprio della politica in questa fase storica. Ciò che stupisce è, in un tempo così breve, il fatto che i due principali schieramenti non abbiano indicato il loro leader. 
Il centrodestra aspetta l'ennesima "discesa in campo" di Silvio Berlusconi che, uscito dalla porta mesi fa e lanciata la fase di rinnovamento, si accinge a tornare dalla finestra e a riproposi come novità. Il centrosinistra ha avviato le primarie con un numero ormai impressionante di candidati, che mostrano le molte anime della grande coalizione, foriere della solita difficoltà di governare.
Il centro, che voleva essere la grande novità, si sta disgregando lentamente e forse aspetta che qualche personalità del Governo tecnico - genere Corrado Passera - si dimostri in grado di garantire una leadership decente.
In questo scenario fatto più da attese che da certezze, sia chiaro che - accanto al referendum sul pirogassificatore - in Valle d'Aosta il passaggio delle politiche, a poche settimane dalle regionali, non è per nulla banale perché le scelte di alleanza della prima elezione influenzeranno l'altra. Ecco perché il passaggio del voto in Consiglio Valle del nuovo presidente dell'Assemblea è un passaggio complesso se vi è il dubbio che celi scelte segretate sulle future alleanze e dunque perde di fatto quella connotazione di neutralità che una carica apicale dovrebbe avere, al di là della scelta delle persone e dei metodi adottati per la selezione del candidato.
Sulla complessità del momento inutile esprimersi: i lavoratori della "Verrès SpA" che volantinano sotto la Regione quest'oggi sono il simbolo, come già quelli della "Olivetti I-Jet", di una crisi evidente che picchia duro e alla quale - con meno soldi da spendere - la Regione  potrà reagire con minor efficacia. I "tagli" dovranno essere cospicui e dolorosi e peseranno sul benessere dei valdostani.
Per questo l'invito alla coesione e al dialogo, dentro i partiti e fra di loro, non sono una furberia o una lesa maestà.

La pecora era un lupo

Capisco di essere come un disco rotto che, fermo sul solco, continua a suonare un pezzo del brano musicale.
Metafora destinata a scomparire con la logica dei file musicali, ma la cui efficacia è evidente.
Specie se si riferisce ad un mio solito cruccio che rischia di sfociare in ripetitività, ma come è noto è la goccia che scava la pietra e in questo caso, nel lungo processo di trasformazione delle nostre montagne che mai si arresta, l’esempio resta valido e impressionistico.

Il futuro della Verrès

Lo stabilimento della 'Verres SpA'Seguo con particolare preoccupazione il destino della "Verrès SpA" per il suo carattere esemplare di crisi e perché è il mio paese natale e conosco molti dipendenti. Nato nel 1972, lo stabilimento ereditò le attività di monetazione della "Cogne", nate battendo moneta nel 1944 ad Aosta in parte con materiale delle miniere di Cogne in epoca di Repubblica di Salò e poi nel dopoguerra producendo quei tondelli che poi venivano coniati dalla Zecca a Roma, come poi si è continuato a fare per decenni in bassa Valle, passando dalla lira all'euro e lavorando anche per numerosi Paesi stranieri.
Quando la fabbrica andava a gonfie vele, gli organici crescevano, mentre il rarefarsi delle produzioni ha portato ai 77 dipendenti di oggi, dopo la chiusura sbagliata di quel reparto di microfusione che era un'eccellenza tecnologica. Non è stato l'unico errore di questi anni di un "Poligrafico dello Stato", socio di maggioranza, che ha imbarcato soci sbagliati italiani e stranieri e vertici aziendali non sempre all'altezza dei cambiamenti necessari e che non hanno mai pagato certi comportamenti. In particolare - i sindacati sanno che l'ho sempre detto - diversificando in qualche modo le produzioni e la bella nicchia della fonderia artistica non era sufficiente a reggere la prevedibile crisi della produzione dei tondini per le monete.
Ora il "Poligrafico", dopo tentennamenti vari sul da farsi, sembra intenzionata a fare di Verrès un suo stabilimento dimezzando i dipendenti, mentre la parte artistica vivrebbe di vita propria. Vedremo cosa capita e ieri a Palazzo regionale i dipendenti hanno trasmesso tutta la loro angoscia e il Consiglio Valle ha votato un documento di sostegno e d'impegno per il Governo regionale. Chi segue la fabbrica per la Valle è "Finaosta", socio di minoranza in passato, con rappresentanza non sempre brillante come controllo di che cosa avvenisse nella società e calo per carità di patria un silenzio sul passato.
Ora bisogna guardare al futuro dell'industria in quella zona e in tutta la Valle, perché altre brutte voci rimbalzano su altre attività produttive e la crisi potrebbe sortire nuove emorragie difficili da contrastare fra limiti agli aiuti pubblici e aziende che piuttosto che aprire attività qui delocalizzano in Paesi dove il lavoro costa meno e ci sono meno tutele sindacali. Anni fa tracciammo come Giunta non solo una mappa di quali aziende attrarre per non avere certe brutte sorprese del passato, ma proprio a Verrès fu imbastito un accordo con la "Lavazza" che non ha avuto seguito, purtroppo.

«Il metodo non è acqua fresca»

Il sottoscritto durante il Consiglio Valle del 19 settembrePassaggio politico in Consiglio Valle per votazioni del nuovo Presidente e di conseguenza del nuovo Segretario. Immagino che sul punto ognuno abbia legittimamente i suoi pensieri.
Io mi sono espresso in aula e anche su questo - immagino - non tutti i gusti sono al limone: c'è chi ha apprezzato e chi mi ha dato del "cagnolino scodinzolante". Prendo e porto a casa, sapendo che ci sono sempre quelli che la sanno più lunga e mi inchino.
Quel che resta è l'insieme di ragionamenti che modestamente ho presentato all'aula. I tempi sono strani, le "bocce" sono in movimento e l'orizzonte incerto. Invidio chi ha capito tutto e magari chi ha la sfera di cristallo, prevedendo cosa avverrà al millimetro.
Io ho imparato solo una cosa: la politica non è una scienza esatta e molte cose mutano, nel bene o nel male, nello spazio di un mattino.
Certo i tempi sono oggettivamente grami e la politica, me compreso, antipatica e impopolare. Rari e forse risibili sono i rimasugli di "culti di personalità", che sono anacronistici e immotivati, essendo tutti fallibili.
La crisi, comunque sia, obbliga al confronto e a scelte che, in buona parte impopolari, vanno condivise.

Ore di preoccupazione

Stéphane Charbonnier direttore di 'Charlie Hebdo'«La France se prépare à un possible regain de tension en cette fin de semaine dans la communauté musulmane après la publication par "Charlie Hebdo" de caricatures du prophète Mahomet. Dans le monde arabe, la journée test, c'est pour aujourd'hui, jour de la grande prière».
Così oggi tutti i giornali francesi presentano una giornata piena di pericoli in Francia, Paese europeo con la più grande comunità islamica in Europa e con la paura che qualche azione terroristica possa colpire in patria o cittadini francesi in qualunque parte del mondo. Al famoso film offensivo su Maometto uscito negli Stati Uniti, che aveva dato origine a proteste di vario genere, si sono aggiunte le vignette del settimanale satirico.
Una fanfaronata inutile, come ha detto bene il leader europeo dei Verdi al "Nouvel Observateur": «Daniel Cohn-Bendit estime que les dirigeants de "Charlie Hebdo" sont "des cons" et qu’il y a une limite à la provocation. "Quand on est sur une poudrière, dit-il, on réfléchit avant de craquer une allumette"».
Il giudizio dunque dev'essere chiaro: la libertà d'espressione è sacrosanta in Occidente ma bisogna respingere sia operazioni come quella del film fatte apposta per nuocere sia scelte come le vignette che finiscano per essere ingiuriose verso qualunque religione in momenti particolari. So quanto i confini e gli obblighi possano risultare opinabili ma certe tensioni vanno disinnescate.
Ciò detto, tuttavia, restano alcune questioni ulteriori. La prima è che comunque sia non è accettabile che la violenza rappresenti la risposta di una parte della comunità islamica e che è evidente come gli estremisti siano sempre alla ricerca del minimo pretesto per infiammare folle che protestano ciecamente senza neppure saperne le ragioni. Ci sono ormai analisi finissime sulla capacità di penetrazione in mille modi del cancro del fondamentalismo su cui ovunque, compresa la Valle d'Aosta dove la comunità islamica ha assunto dimensioni significative, bisogna vigilare. La logica è che mai si interrompa il quadro della coesione sociale e culturale - in sostanza una civile convivenza nel rispetto di ciascuno e in primis di chi accoglie - che eviti quelle barriere reciproche che sortiscono incomprensioni e armano la mano di chi si sente chiamato ad una missione divina. E' questo, purtroppo, può avvenire ovunque, come dimostrato ormai da una vasta casistica che va dal matto singolo alle grandi azioni di organizzazioni sofisticate.
Il momento che viviamo è difficile con un'Europa che soffre e arranca fra tagli negli interventi pubblici e disagio sociale, come dimostrabile da fattori come la crescente disoccupazione e un generale impoverimento, e questo crea fenomeni d'intolleranza e di xenofobia verso quelle parti d'immigrazione che coltivano visioni di rottura con la comunità che li accoglie. Non aiutano certe comportamenti e mentalità oltranziste che creino "comunità separate" nel nome di un relativismo culturale che pretendano un diritto parallelo a quello del Paese ospitante. Chi viene - e in Francia questo è stato definito con chiarezza - deve adeguarsi alla tradizione giuridica e ai valori comuni, fra i quali vi è la tutela della diversità culturale e del pluralismo religioso, ma sempre in un quadro di convivenza reciproca basato su regole e comportamenti.
Sarà banale ripeterlo ma basta poco per far saltare meccanismi delicati e trovarsi di fronte ad emergenze come quelle di queste ore perché nella normalità si è lasciata troppa acqua ai pescecani.

Non resta altro che la democrazia

Il monumento a Laurent CeriseUna volta mi capitava, magari in vacanza, di rispondere alla domanda su quale mestiere facessi e per molti anni non ho avuto dubbi nel rispondere con voce chiara: «Il politico». Poi, se capitava, declinavo il mio curriculum, in fondo contento di aver potuto fare una serie di esperienze significative. Convinto come sono che, se pure la politica è attività effimera nella sua intrinseca durata indeterminata, vada fatta con professionalità e preveda apprendimento e esperienza.
Oggi è raro che mi esprima, ripiegando sul termine, per altro vero, di "giornalista" (un giorno scriverò come anche questo mestiere abbia vissuto una perdita secca di credibilità).
I politici, in Italia, hanno fatto di tutto per farsi odiare e le cronache di questi giorni sembrano solo l'epilogo conclusivo, come la glassa su di una torta avvelenata. Di fronte ad un cumulo di fatti, rovinosi come una valanga, non resta che arrendersi, perché chiunque voglia fare dei distinguo rischia di essere messo in un tritacarne e finire in polpette.
Giuro, però, che è un peccato. Cari lettori, come alcuni sapranno il sottoscritto è finito in politica per caso, essendo la mia passione divorante sin da ragazzino il giornalismo. Chissà se la vita avesse preso un’altra piega cosa avrei fatto, magari nulla o magari qualcosa di interessantissimo. Fatto sta, comunque, che nei lunghi anni di impegno politico mi sono convinto di un paio di cosette che qui sintetizzo.
La prima è che non esiste alternativa alla democrazia. Banale, forse, ma con i "chiari di luna" che ci sono è bene dirlo. La seconda è che la politica coinvolge ottime persone che nell'attività giocano il loro impegno e la loro reputazione, ma esistono anche persone che sono attirate dalla politica per affarismo o per trovarsi un lavoro remunerato. La terza è che qualunque scelta politica o amministrativa (la politica è ideale e detta la linea, mentre l'amministrazione dà gambe alle idee) è opinabile e il rapporto maggioranza e opposizione è una dialettica sana che alimenta la competizione e migliora a progettualità.
L'ago della bilancia dovrebbe essere l'insieme dei cittadini, che nella scelta dei propri eletti – se crediamo in una democrazia rappresentativa e io ho premesso di crederci – dovrebbe optare per i migliori e i più competenti (che non ha che fare con il titolo di studio, ma può essere anche frutto di buonsenso o spirito pratico), se reso fattibile da leggi elettorali che consentano meccanismi di reale scelta. Poi si sa che la guerra delle preferenze trasforma questa possibilità in una guerriglia che scatena clientele e persino mercato dei voti, roba da far piangere chi si è battuto per il suffragio universale. Meglio in questo senso i collegi uninominali, che possono spezzare le pastette e creare sorprese.
Capisco che qualcuno potrebbe dirmi: «fai la verginella dopo aver avuto a che fare con degli orchi». Per carità, verissimo. Non mi sono mai sporcato le mani, ma qualche "zaffata" l'ho sentita e ho avuto anche grosse delusioni personali. Ma questo – fatto salvo che al mattino posso guardarmi in faccia nello specchio dove mi faccio la barba - non mi spinge verso il qualunquismo, l'anti-parlamentarismo, la demagogia spicciola, la "logica dell'Aventino" e le altre molteplici varianti come reazione rabbiosa alla crisi democratica.
Mi limito a pensare che ci sono gli antidoti giusti per quasi tutti i veleni e anche in Italia un giorno "essere politico" smetterà di essere qualcosa di cui vergognarsi. Nessuno pretende di avere strade o vie dedicate e tanto meno, come i deputati valdostani ottocenteschi, targhe o statue, ma da lì a doversi considerare un reietto un pochino ci passa.

P.S.: In queste ore Alberto Zucchi - "dominus" odierno del Popolo della Libertà - parla di me su "La Stampa", interpretando le mie posizioni e le mie scelte. Non ne ho bisogno, posso fare da solo senza esegeti strumentalmente interessati. Le sue parole confermano che al PdL - che aveva chiesto la Presidenza del Consiglio con veemenza assieme a un nuovo patto di legislatura - sono state garantite in cambio della fedeltà:
a) una candidatura "indipendente" ma di area loro alle politiche;
b) l'alleanza per le prossime regionali.
Questo è il nodo politico.

L'attendismo della Fiat

La nuova 'Lancia Thema', la versione europea della 'Chrysler 300'Par di capire che l'incontro di ieri sera a Palazzo Chigi sulla "Fiat" non sia andato bene. Sergio Marchionne, manager ma anche azionista "in piccolo" del Gruppo (una volta si sarebbe aggiunto "torinese"...), ha ribadito quanto già si sapeva: l'Italia è importante ma ormai "Fiat" agisce in una logica internazionale che consente di far utili altrove per tappare i buchi del bilancio proprio in Italia e i nuovi modelli arriveranno ad alimentare le fabbriche italiane e ad allettare i consumatori solo quando ripartirà il mercato. Poi - nel laconico comunicato stampa di Palazzo Chigi che ha sostituito l'attesa conferenza stampa, ed è un segno dello stallo - si annunciano contatti e gruppi di lavoro. Insomma, poca roba.
Pare che non ci sia stata un'esplicita richiesta di interventi pubblici, per altro ormai si sa bene che l'Unione europea non consente "aiuti di Stato" per operazioni di salvataggio e già la "cassa integrazione" è un paracadute che viene troppo spesso usato strumentalmente.
Tutti quelli che lavorano direttamente in "Fiat" e nell'indotto in Italia, nella galassia dell'automotive, non possono che vedere accresciuta la loro preoccupazione per questa situazione attuale. In Valle questo significa timori per un'azienda già terribilmente ridimensionata negli organici rispetto ai temi d'oro. Mi riferisco alla fabbrica di componentistica al magnesio di Verrès, la "Meridian Magnesium", che un gruppo olandese acquisì direttamente due anni fa dopo un breve passaggio dell'azienda a "Teksid" (gruppo "Fiat") su precisa volontà di Marchionne, che auspicò un salvataggio pare per i suoi noti trascorsi in Canada, Paese da cui veniva la prima società che arrivò a Verrès. Pare che la nuova proprietà stia puntando molto sulla Serbia, come ha fatto la stessa "Fiat" e questo non suona bene, specie se inserita nel rallentamento complessivo del mercato delle auto che colpisce altri clienti della fabbrica. Immagino che qualche altra fabbrica più piccola operi nel settore auto - come di certo la "Tecnomec" di Arnad - e la crisi specifica nelle forniture pesa assieme alla crisi più generale. Si pensi - come mi raccontano amici imprenditori - alle difficoltà crescenti di ottenere il credito con un sistema bancario che ha già sui problemi grandissimi.
D'altra parte che il mercato dell'auto languisca è dimostrato da un altro segnale visibile sul mercato locale. L'altro giorno un amico mi snocciolava in modo puntuale i numeri delle chiusure e dei ridimensionamenti delle concessionarie d'auto nella nostra Regione. Anche questo, più di tante parole e delle spesso bizzarre affabulazioni di Marchionne, è il segno dei tempi.

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