September 2012

Quel Catasto mai regionalizzato

La sede del 'Catasto', in piazza della Repubblica ad AostaCi sono delle cose che non capisco e sulle quali mi stupisce il silenzio assordante di chi dovrebbe essere interessato.
Un caso di scuola è un oggetto misterioso, ormai scomparso come quei satelliti che di tanto in tanto si perdono nelle profondità dello spazio.
Aggiungo un pensiero, prima di entrare nel merito: l'autonomia speciale e i suo contenuti giuridici sono un elemento dinamico, che segue l'evoluzione del contesto generale e il cui scopo alla fine è quello di consentire alla nostra Regione di esercitare il massimo di poteri e competenze, contando sulle necessarie risorse finanziarie.
L'oggetto misterioso è il decreto legislativo 3 agosto 2007, numero 142, pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" del 4 settembre 2007, numero 205. Dunque parliamo di cinque anni fa, quando ero Presidente della Regione e ritenevo doveroso ampliare la nostra autonomia. Il contenuto è chiaro sin dal titolo: "Norme di attuazione dello statuto speciale della regione autonoma Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, in materia di catasto". Chiaro, pulito e leggibile.
Pubblico tutto il testo per evitare dubbi:

  • Art. 1
    1. Le funzioni amministrative in materia di catasto terreni e di catasto edilizio urbano sono esercitate dalla Regione e dagli enti locali della Valle d'Aosta. La legge regionale provvede all'allocazione delle funzioni tra gli enti locali, salve quelle da esercitarsi direttamente dalla Regione sulla base delle esigenze di adeguatezza e unitarietà.
  • Art. 2
    1. Le funzioni amministrative di cui all'articolo 1, comma 1, concernono:
    a) la conservazione, l'utilizzazione e l'aggiornamento degli atti del catasto terreni e del catasto edilizio urbano, nonché, anche su iniziativa dell'Amministrazione finanziaria statale e comunque d'intesa con quest'ultima, la revisione degli estimi e del classamento, ferma l'applicazione della disciplina generale sulla materia nel caso di mancato raggiungimento dell'intesa nel termine di sessanta giorni;
    b) la rilevazione dei consorzi di bonifica e degli oneri consortili gravanti sugli immobili;c) il rilevamento e l'aggiornamento topografico e la formazione di mappe e di cartografia catastali;
    d) l'elaborazione di osservazioni geodetiche e l'esecuzione delle compensazioni di reti trigonometriche e di livellazione.
    2. Alle riunioni del comitato direttivo, comunque denominato, dell'Agenzia del territorio o di altro organismo che venisse istituito ai sensi dell'articolo 67 del decreto legislativo 31 marzo 1998, numero 112, partecipano, quando vengono trattate questioni di diretto interesse della Valle d'Aosta, anche rappresentanti della Regione o degli enti locali direttamente interessati.
    3. La Regione è delegata a stabilire, in conformità ai criteri fissati dallo Stato e comunque in armonia con i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, le tipologie e gli importi dei tributi speciali catastali e provvede alla loro riscossione. Gli introiti relativi confluiscono nel bilancio della Regione che, quando ricorrono i presupposti di cui all'articolo 3 del decreto legislativo 28 dicembre 1989, numero 431, provvede a ripartirli tra gli enti locali.
  • Art. 3
    1. L'individuazione delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative da attribuire ai sensi del presente decreto legislativo sono definite con atto di intesa tra lo Stato e la Regione entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della legge regionale di cui all'articolo 1, comma 1.
    2. Le risorse finanziarie da attribuire alla Regione non possono essere di entità inferiore al novantacinque per cento delle spese effettivamente sostenute dallo Stato nell'ultimo esercizio finanziario. L'ammontare di tali risorse è determinato al netto dei tributi speciali introitati nel bilancio regionale.
    3. L'Agenzia del territorio, o altra struttura che dovesse subentrare ad essa, continua a svolgere le funzioni indicate nell'articolo 2, comma 1, senza oneri per la Regione e gli enti locali, fino alla data di entrata in vigore della legge regionale di cui all'articolo 1, comma 1.
    4. A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge regionale di cui all'articolo 1, comma 1, il personale in servizio nell'Agenzia del territorio, o altra struttura che dovesse subentrare ad essa, operante nel territorio della Valle d'Aosta, è comandato, per l'esercizio delle funzioni conferite dal presente decreto, presso la Regione, alla quale sono, altresì, date in uso gratuito le relative risorse strumentali ed organizzative, comprese quelle informatiche.

All'epoca dell'emanazione delle norme professionisti ed Enti locali plaudirono e iniziò la trattativa con Roma, che nicchiava già a suo tempo sia per il solito mancato desiderio di darci qualcosa per automatici riflessi condizionati centralisti delle burocrazie sia perché qualche dipendente statale locale non voleva passare alla Regione e si muoveva in diversi ambiti.
Pensavo che il "tira e molla", visti gli interessi in campo che derivano da un Catasto migliore e più efficace e moderno, sarebbe finito in un tempo ragionevole.
Invece tutto tace e la norma d'attuazione, in barba al suo rango subcostituzionale che la rende più forte di una legge ordinaria, resta scritta solo sulla carta.

Le incertezze del grillismo

In fondo manca ormai poco per capire come si svilupperà, dopo aver a lungo vivacchiato nel limbo della politica, il "fenomeno Grillo".
I sondaggi garantiscono una forte presenza nelle intenzioni di voto del comico genovese e lui e una parte dei suoi entreranno in Parlamento.
Da lì potrà guidare una numerosa pattuglia di "antisistema" e penso che i neoeletti lo faranno con quei toni urlati che sembrano sortire consenso. Le Istituzioni - lo stanno provando al Comune di Parma - non sono macchine semplici e la mancanza d'esperienza è un problema. Così come la politica vis-à-vis non ha niente a che fare con le maschere indossate sul Web da chi ha fatto la scelta di non confrontarsi mai in nessuna forma che non sia il monologo.

Il destino in un nome

Mario DraghiMi sarebbe piaciuto scrivere nei giorni scorsi dei successi del presidente della "Banca centrale europea - Bce", Mario Draghi, rispetto alle posizioni, pur articolate, della Germania e di una Angela Merkel - nata e cresciuta oltre la "Cortina di ferro" - che comprensibilmente guarda alle future elezioni tedesche.
Mi frullava in testa un divertissement: vedere nel cognome "Draghi" qualche cosa di evocativo di queste battaglie che l'ex Governatore della "Banca d'Italia" si trova oggi a combattere nel nome della moneta unica, l'euro, un simbolo stupefacente dell'unità europea. Simbolo che si trova assai concretamente nel cuore di tempeste speculative che si affollano, sotto diverse vesti, alle porte della cittadella fortificata dell'Unione europea, che rischia di essere rasa al suolo per divisioni proprie e attacchi altrui.
Ero andato a vedere la densità del cognome Draghi e le sue varianti di vario genere e poi speravo che fosse proficuo il filone dell'etimologia della parola "drago". Ma - qui ve la riporto - non mi era sembrata degna di grande interesse: "Latino proveniente dal greco: latino dracōne (m) (nominativo drăco), dal greco drákōn -ontos 'serpente; drago', dalla stessa radice di dérkomai 'guardare' per via dello sguardo fisso e ritenuto paralizzante - panromanzo: francese dragon, occitano dragó, catalano tragó, spagnolo dragón, portoghese dragão, sardo dragòne, rumeno drac".
Per cui, come spesso capita nel riflettere su che cosa scrivere nella speranza di non tediare i benevoli lettori, avevo accantonato l'idea. Poi, ieri sera, sul volo Lyon-Biarritz mi sono trovato fra le mani quello strano giornale - l'unico che esca in Francia la domenica, dove incredibilmente i quotidiani non escono in un giorno che dovrebbe essere di gran consumo - che è "Le Journal de Dimanche", che è in edicola solo la domenica.
Il caso vuole che sia incappato in una rubrica intitolata "La clé des mots" di Jean-Louis Beaucarnot, presentato come «généalogiste et journaliste», che si occupa proprio di Mario Draghi con spunti che mi sarebbero sfuggiti.
Scrive Beaucarnot: "Né a Rome en 1947, le président de la "Bce" a une identité au sens très fort, avec un prénom Mario - équivalent de notre Marius - porteur d'une référence à Mars, le dieu romain de la guerre, et un patronyme signifiant "dragon". Surtout fréquent en Lombardie, ce nom de famille ne désignait pas forcément une personne cruelle et belliqueuse. Il évoquait davantage le dragon des anciennes processions religieuses et l'homme portant la bannière qui représentait l'animal fabuleux, symbole des passions coupables et gardien des lieux interdits, que seuls les saints réussissaient à vaincre".
Bello, dire, nel solco di "nomen omen". A me questa storia dei draghi - penso all'affresco del castello di Fénis con San Giorgio che ne uccide uno - è sempre piaciuta  e ricordo come mi avesse affascinato l'idea, assai fantasiosa ma simpatica, che questi dragoni medioevali davvero esistessero perché rare sopravvivenze di dinosauri rimasti sulla terra dopo la scomparsa di gran parte dei loro simili forse a causa di una collisione del nostro pianeta con un asteroide. 
Ovvio, invece, che fossero creature maligne con uno sguardo magico e pernicioso dal valore meramente simbolico nelle numerose allegorie medioevali.
Che cosa sia il male oggi combattuto da Draghi - nel portare idealmente l'effige del mostro nella processione contro la crisi - lo lascio al pensiero di ciascuno di voi. Molte e non banali possono essere le risposte possibili.

Usi e consuetudini negli aeroporti

Gli occhi di Tom Cruise nel fantascientifico 'Minority report'Esiste un vivo mistero che non riesco a risolvere, anche se so - per averlo letto - che in futuro ci saranno tecnologie mirabolanti che spazzeranno via ogni vecchiume. Io ho fiducia nella tecnologia, anche se l'assenza delle macchine volanti che i futurologi annunciavano quand'ero bambino mi rendono guardingo.
Il salto nel futuro riguarderà una delle più grandi "rotture" esistenti a tutt'oggi: si tratta dei controlli personali e dei propri bagagli a mano negli aeroporti. Ci dicono che un giorno dalla sola iride del nostro occhio e da un'analisi rapida e sofisticata dei bagagli ci sarà consentito di andare in pochi secondi dritti filati al gate di partenza. Già si parlava mesi fa di nuovi metodi radiografici che ci avrebbero messi a nudo, ma ci avrebbero risparmiato tempo. Mai visti: raramente ricordo polemiche così inutili nella pratica.
Capisco che scriverne oggi, nel fatidico e evocatore 11 settembre (ero all'epoca parlamentare europeo), potrebbe essere stridente, per cui esprimo un ricordo serio, tragicamente serio dei fatti. Gli aerei contro le "Torri Gemelle" divennero un punto a capo per le misure di sicurezza: si scoprirono i troppo buchi che consentirono al tempo ai terroristi di impadronirsi dei velivoli, pur se marginali rispetto agli errori dei servizi segreti che avevano degli elementi vari che, se opportunamente incrociati, avrebbero potuto evitare quella strage epocale. Ma per certi nefasti fatti storici c'è spesso questo "quid" che poteva consentire strade diverse, ma quando gli incroci sono ormai alle spalle importa solo per evitare che certe vicende non si ripetano e si stia più attenti.
Così nel periodo immediatamente successivo si viveva una psicosi collettiva e i controlli erano subiti di buon grado, anche se certe dinamiche mi sono sempre sfuggite. Che so: ho visto in un aeroporto africano agenti di sicurezza che facevano passare qualunque cosa con una piccola mancia; ho notato come, dopo i controlli, nei negozi si potevano in certi scali comprare oggetti ben più pericolosi delle povere forbicine regolarmente sequestrate; i liquidi per la propria igiene personale dovrebbero finire in sacchetti separati ma le regola è ormai caduta in prescrizione.
Ma l'oggetto del contendere maggiore è la varietà arcobaleno di regolazione degli apparecchi: in trasferimenti mi è capitato di suonare in un posto e passare in silenzio in un altro varco vestito esattamente nello stesso modo e dopo essermi liberato da tutti gli oggetti da far scorrere nel nastro per gli occhiuti controlli. C'è chi vuole che io tolga sempre le scarpe, che siano scarpe di tela o le metallicissime calzature inglesi da cerimonia, c'è chi ti perquisisce in modo soft e chi ti palpa come se fossi un cugino primo di Bin Laden.
Senza badare cioè agli obblighi, ai protocolli, alle procedure mondiali esistono le interpretazioni locali, come se gli usi e consuetudini reagissero alla mondializzazione con la nobile arte del distinguo, della deroga, dello sfregio al pensiero unico.
Che poi, purtroppo, su di un treno affollato o sulla metropolitana in una grande città uno può entrare con cose terribili. Se uno ci pensa, è roba da star chiusi nello sgabuzzino di casa.

Ciao, Albert

Io con Albert quando era mio assessoreAlbert Cerise, che ci ha appena lasciati, non gradirebbe un suo ricordo sdolcinato. Non era questo un tratto del suo carattere. 
Albert era un gran lavoratore, pignolo e talvolta ruvido e quando aveva un dossier in mano - nei diversi ruoli ricoperti nella sua vita - lo portava sino in fondo con accuratezza e con il piglio di un caterpillar. 
Era la sua una passione per l'operosità, appresa nella vita e praticata sino all'epilogo del recente declino fisico derivato da una malattia divorante, cui pareva in limine essersi lasciato andare, quasi conscio - lui uomo di fede, amico di Giovanni Paolo II - della fine che si avvicinava nel profilo di quelle amate montagne che poteva vedere da casa sua e su cui, immagino, sia volato via al momento dell'estremo distacco.
L'avevo conosciuto dapprima come giornalista, quando era a capo della Forestale. Già allora avevo capito quanto amasse in concreto la Valle attraverso una conoscenza rara nella sua accuratezza del suo territorio. Per noi cronisti era un "pozzo di San Patrizio": specie nei periodi di stanca ci aiutava a trovare spunti interessanti che interpretava in modo teatrale, come quando cavava di tasca a tavola la sua scatolina con l'immancabile peperoncino polverizzato.
Poi lo conobbi da politico, notando l'attenzione per l'Amministrazione, le sue regole e le fonti giuridiche. Quando lui stesso era sceso in politica, l'ho avuto come collega in Consiglio e poi in Giunta. Un decisionista pronto a discutere anche con grande animazione, ma poi in molte occasioni - specie dopo la morte dell'amatissima Dinella - si mostrava in tutta la sua fragilità, talvolta con telefonate serali in cui metteva a nudo - e non erano debolezze ma umanità - un tratto caratteriale nostalgico, imprevisto per chi non lo conoscesse. 
Ma io voglio ricordarlo come "mio" Assessore, quando stupiva tutti -  ad esempio nel momento in cui si discutevano delibere su zone poco note - per quella sua capacità di descrivere ogni luogo, anche il più oscuro, della nostra Regione, con un'aneddotica ricca e divertente, spesso rappresentazione di una Valle che non c'è più con tanti personaggi d'antan ormai scomparsi.
Abbraccio con affetto i figli e i fratelli e dico ai nipoti che potranno, ad esempio attraverso i suoi interventi in Consiglio Valle o nelle interviste del vasto archivio "Rai", ritrovare ancor meglio, accanto ai ricordi personali, il proprio nonno con il suo contributo di lavoro e di idee.
Il nostro era un rapporto schietto, senza formalismi e infingimenti e, come avviene in politica, fatto di alti e di bassi, specie - perché tacerlo? - quando era diventato Presidente del Consiglio, incarico per cui mi ero proposto anch'io.
Ma non bisogna mai guardarsi indietro e questo nei suoi confronti non ha mai significato il venir meno della stima e dell'apprezzamento, specie quando ritrovi nel tuo interlocutore la stoffa di politico e l'amore per la Valle, la sua natura, le sue genti. 
Saluto, come talvolta lo chiamavamo per scherzo, per la sua guida vigorosa del Corpo Forestale, il Generale Cerise (lui sapeva che c'era un generale di Napoleone, Guillaume, che portava il suo stesso cognome). 
La Valle d'Aosta oggi gli rende onore per l'insieme della sua vita e anche per l'ultima, coraggiosa battaglia contro il cancro.

La televisione che cambia

La sala stampa del 'Rendez vous francophone'
Sulla televisione, Enzo Jannacci, che nella televisione pionieristica c'era davvero, scherzava in milanese in una sua celebre canzone:

"La televisiun la g'ha na forsa de leun
la televisiun la g'ha paura de nisun
la televisiun la t'endormenta cume un cuiun".

Oggi quella televisione degli esordi, quando il bianco e nero era tecnologia e non finezza vintage, si è espansa ulteriormente: accendetela e vedrete oggi come, sul digitale terreste e sul satellite, i canali si moltiplichino e nascano e muoiano proposte e fenomeni nuovi. La televisione appare oggi anche sul Web con i siti delle televisioni e con le televisioni nate appositamente con la Rete come canale di trasmissione. E forse un giorno tutto finirà lì su Internet e sulle nuove tecnologie che seguiranno in questo solco, o con le fibre ottiche o con sistemi wi-fi, è difficile sbilanciarsi. L'evoluzione tecnologica si è fatta così veloce da non escludere affatto sorprese mirabolanti.
E intanto la "TV" - uso la maiuscola appositamente - prosegue il suo cammino. Ne scrivo da Biarritz nell'incontro annuale di produttori e distributori francesi, dove si presentano al pubblico di addetti ai lavori migliaia di ore di documentari, film, inchieste, cartoni animati. Un gigantismo impressionante, pur sfiorato - specie per i grandi del settore - dalla crisi che taglia a tutti i propri budget e getta una luce crepuscolare d'incertezza sul futuro. La televisione mischia materiale e immateriale, pensiero e azione, concreto e astratto, arte e tecnologia: esistono tanti aspetti che convivono in questo prodotto maturo che cambia di continuo imponendo mode e seguendole per non perdere terreno.
Si manifestano sulle piccole realtà come la Valle d'Aosta la necessità e  la difficoltà, valide per altri settori e comunque universali, di far convivere l'enormità della globalizzazione con il mondo che ci entra in casa dallo schermo e la piccolezza della televisione di prossimità senza la quali una comunità non ha un posto dove specchiarsi per dire - proprio per questo rapporto fra identità e sua rappresentazione - «anche io esisto in televisione».
Biarritz e il suo "Le Rendez-Vous" di "TV France International" per chi vive nella "periferia" della televisione, ma che potrebbe essere area test per molte novità, è luogo dove si possono imparare tante cose.

Dopo la sentenza in Germania

La quadriga sulla 'Porta di Brandeburgo' a BerlinoLa notizia "Ansa" sulla sentenza della Corte Costituzionale tedesca è breve ma esaustiva e dice: "Dalla corte tedesca "sì condizionato" al "Fondo Salva-Stati". I giudici tedeschi pongono la condizione che il contributo della Germania sia limitato a 190 miliardi. Un aumento del contributo di 190 miliardi di Berlino al "Fondo Esm" sarà possibile solo con il "sì" del Parlamento tedesco. Lo hanno deciso i giudici di Karlsruhe, sottolineando che Bundestag e Bundestrat devono essere pienamente informati di tutte le discussioni".
Quel che ci aspettava si è concretizzato: il disegno per il "salvataggio" dell'Europa, concepito da Stati e Unione europea, passa le "forche caudine" dei "giudici delle leggi" tedeschi. Un loro "no" di oggi avrebbe colato a picco l'Unione europea e ragionevolmente nessuno poteva pensare che questo potesse avvenire.
Tuttavia l'ammonimento dei giudici non è da prendere sottogamba e riguarda una questione preziosissima e irrisolta: il contenuto democratico del processo d'integrazione europea. Quel baratro profondissimo che si è creato fra le istituzioni europee e le popolazione del Vecchio Continente, che oggi - se fossero chiamate ad un referendum - affonderebbero l'attuale Unione senza spazi di trattativa sulla spinta di una crisi feroce rispetto alla quale i ritardi e le impotenze di Bruxelles e dei vecchi Stati nazionali sono stati sotto gli occhi di tutti.
Anche da noi in Valle d'Aosta, dove l'europeismo fa parte del "dna" costitutivo dell'autonomismo, noto un crescente scetticismo che sfocia in aperta ostilità in certi ambienti e in generale dilaga una forma di analfabetismo sull'Unione europea, sulle sue istituzioni, sul suo funzionamento e sul principi che la reggono. Come unico valdostano in un'istituzione europea, il "Comitato delle Regioni", me ne dolgo profondamente.
Quello di oggi è un punto a capo nel cuore di una crisi economica che atterrisce e colpisce senza risparmiare nessuno. E' come un lampo nel buio che mostra uno scenario desolante, ma obbliga tutti a darsi da fare con speranza, perché un atteggiamento depressivo o remissivo non è degno della causa europeista.
Ma i giudici tedeschi hanno chiesto più partecipazione e se il sistema tedesco consente alle Regioni con il Bundestrat di essere partecipi al disegno, questo per l'Italia spinge ancor di più verso quel Senato delle Regioni su cui la politica italiana prende tempo.

Il colossale business del vino

Il libro sulle guerre dei viniSono un bevitore di vino moderato, cresciuto in una famiglia che aveva sempre il vino in tavola nella quotidianità e nei giorni di festa. Mio padre curava una bella cantina, che alimentava con l'acquisto di vini piemontesi in damigiana che venivano imbottigliati in casa e con una sorta di abbonamento con una rivista che credo si chiamasse "Quattrosoldi", che proponeva bottiglie di pregio. Da ragazzo "prelevavo" qualche bottiglia per le feste con gli amici e questo portò mia madre - tirchia dalla nascita - a mettere in piedi un sistema di sorveglianza sul patrimonio di vino che avevamo in casa.
La mia generazione ha assistito e ha fatto il tifo per il cambio di velocità della viticoltura valdostana e i suoi passi da gigante, creando una bella parte di agricoltura sdoganata dalla sola zootecnia. Oggi, quando si va al ristorante con amici di fuori Valle, ci può esibire nella parte del connaisseur, scorrendo la carta dei vini locali, quasi sempre associando ogni vino - come capita in una piccola comunità - se non al viso del viticoltore ai luoghi dove ci sono le vigne.
Pensavo alla nostra viticoltura di montagna ("eroica" che con "enoica" ha una bella assonanza...), leggendo il libro a due mani di Aymeroc Mantoux e Benoist Simmat, nella collana "Flammarion Enquête", intitolato "La guerre des vins" con sottotitolo chiaro: "plus cher que l'or, plus rare que le pétrole".
Lo scenario è molto interessante e parte dalla previsione della cifra totale derivante dalla vendita di vino sul pianeta: 230 miliardi di dollari nel 2014. Si tratta - secondo gli autori del libro - del doppio del mercato della cosmetica!
Poi - dopo un'inconsueta spiegazione sulla viticoltura in India - inizia il reportage vero e proprio, cominciando dalla California e dal loro "modello turistico" con interessanti cenni storici che ricordano come da qui tornarono in Europa alcuni vitigni, che erano stati importati dai precursori della viticoltura nordamericana, quando nel Vecchio Continente la fillossera aveva distrutto le viti. Il mercato degli Stati Uniti è cruciale per il futuro del vino, essendo il primo mercato mondiale.
Poi ci si sposta in Argentina e in Cile, dove in scenari mozzafiato alcune multinazionali stanno investendo fior di quattrini in vini interessanti e poco costosi. Successivamente il libro scava in un mercato vastissimo come il Giappone, assai filofrancese, che conta anche su di una discreta produzione locale in crescita. Si incrociano nei capitoli seguenti il mercato del lusso di Hong Kong, che ha rubato a Londra la leadership in materia di aste su bottiglie pregiate, e poi la potenzialità terrificante - per consumi e anche per produzione - della Cina.
Infine gli autori propongono "casi di scuola" in Francia e Spagna, occupandosi in vari passaggi dell'Italia, compresa la gaffe di un vino che diventa "Pinot Griggio" con due g...
Il quadro che ne emerge è utile per riflettere sulla nostra viticoltura valdostana, assolutamente minuscola, ma che fa bene a puntare sulla qualità, sapendo che i prezzi elevati - se c'è eccellenza vera - non sono un problema. E sapendo, come morale che sottende tutto il libro, che viticoltura e territorio si sposano sull'altare del turismo anche con apposite strutture d'accoglienza (in inglese "winery").
Termine, quello di altare, non irriverente, visto che per noi cattolici il vino fa pure parte della Santa Messa.

Tutta l'erba un fascio

Non è sempre tutto ugualeScorrendo quanto scritto in questi ultimi mesi, noto come per una sorta di rigetto ho scritto raramente della politica italiana. E se l'ho fatto è soprattutto per segnalare quanto si sta facendo per far scomparire la nostra autonomia speciale. Tema che mi pare, tra l'altro, che non faccia molta presa in una politica valdostana assorbita dal puzzle dei posti di potere e dalle candidature alle regionali, oltreché da polemiche infinite su questioni degne di miglior causa.
Ora provo a scrivere della dolente deriva della politica italiana, che ha un esempio eclatante di come manchi il buonsenso. Passano i mesi e sono alle porte le elezioni politiche, direi finalmente e meglio sarebbero state elezioni anticipate anni fa quando Silvio Berlusconi arrancava, ma non ci si riesce a mettere d'accordo su di un nuovo sistema elettorale che cambi l'orrido "Porcellum" in vigore. Cresce il rischio che nulla cambi.
Intanto, per il resto, sembra di vedere da tempo lo stesso film: il centro destra cerca una sua nuova identità, il centro sinistra si lacera con le primarie, il centro aspetta. Tutto sempre uguale e immobile. compreso il Beppe "Pierino la Peste" Grillo e un Antonio Di Pietro movimentista. Intanto molti giornali cannoneggiano su politica stupida, inutile, sprecona - senza nessun distinguo - e questo innesca un crescente sospetto verso chiunque faccia politica e verso qualunque forma d'istituzione repubblicana.
Così Mario Monti, che spesso sembra una sfinge o un marziano caduto sulla Terra, aspetta il bis o persino il tris. Se la politica è inetta e divisa non ci sarà bisogno della politica e al posto degli eletti ci saranno tecnici e professori, cui piace in generale questa idea di governare senza la scocciatura di passare al vaglio dell'elettorato. Le scelte impopolari pesano sulle schiene dei partiti che allegramente passano da un voto di fiducia all'altro su testi blindati di decreti legge in un Parlamento diventato ormai una caricatura della democrazia rappresentativa.
Non mi sono svegliato di cattivo umore, come potrebbe sembrare e come potrebbe essere anche legittimo per chi si è occupato per tanti anni di politica e ora si trova nella condizione di far parte di "tutta l'erba un fascio", ma trovo che la paralisi attuale può finire persino per affondare la democrazia. Non esagero: cresce la tentazione di avere qualcuno "che metta a posto le cose".
Brividi per la pericolosità di "uomini della Provvidenza".

Gli appelli al dialogo...

Si voterà in Consiglio ValleE' un peccato, ma è comprensibile, che la "riunione-pranzo" di ieri a Brusson del gruppo consiliare dell'Union Valdôtaine sia assurta alle cronache per la discussione su chi diverrà presidente del Consiglio nei mesi che restano da qui alle elezioni regionali del 26 maggio prossimo.
Intendiamoci: il tema era importante non tanto per il nome di chi sarà il presidente, ma per le modalità della scelta che è stata alla fine discussione sui generis perché - come detto dal capogruppo Diego Empereur che ha formulato la proposta - «ne avevamo già parlato io e il presidente Rollandin».
Insomma: il Presidente gli aveva comunicato la scelta di cui è stato megafono. Punto e basta: scelta precotta. Lei, la giovane candidata, ha detto candidamente di non essersi proposta da sola «perché la scelta le appariva scontata». Mi pare che non ci sia altro da aggiungere se non quanto suonino singolari gli appelli al dialogo interno, quando forse basterebbe mandare un sms per dire cosa si sia deciso.
Resta da capire cosa dirà l'Union al Popolo della Libertà che pretendeva la Presidenza e non l'ha avuta. Ora i pidiellini chiedono un nuovo "Patto di Legislatura" per per i sei mesi finali con dichiarazioni sui Comuni che dovrebbero risultare indigeste agli unionisti, ma soprattutto sperano in accordi stretti per politiche e regionali. Ieri tutti hanno detto che non se ne parla, ma i voti del PdL servono per la votazione che dicevo, per cui vedremo come verranno tenuti buoni...
Ma il dato di ieri che invece è rimasto silente è un altro, e ne parlo perché ne ho molto scritto qui, e già si sono viste le conseguenze. Chiunque si troverà in Consiglio e chiunque si troverà a governare farà i conti con scenari di disponibilità finanziarie gravemente decrescenti - per le diverse "manovre Berlusconi-Monti" in via di peggioramento - che obbligheranno ad un cambio notevole dell'autonomia come concepita negli ultimi decenni. Questo dovrebbe essere davvero oggetto di dialogo per capire cosa fare di fronte ad un'autonomia che si impoverisce e si svuota, ma dialogare dipende dall'attitudine del tuo interlocutore che deve sapere come si fa a farlo.
Questione di predisposizione, come si è visto a Brusson.

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