August 2012

Quel rovello

Anche su 'Twitter' contro l'autonomia valdostanaCapisco che talvolta possa capitare di fissarsi su un punto, ma un rovello è un rovello e non ci posso fare niente.
Ho sempre pensato e praticato nel mio lavoro politico il pensiero che lo Statuto d'autonomia fosse il punto di partenza, mai il punto d'arrivo per i valdostani. Per questo ho predicato e mi sono dato da fare per modifiche statutarie, norme d'attuazione e attività varie sull'ampliamento dei nostri diritti nella legislazione statale e sulla qualità della nostra legislazione regionale che va spinta sempre sino al limite nel rapporto con lo Stato. L'alternativa è essere sciatti, attendisti o peggio ancora "calabrache".
Altrimenti sarebbe pienamente realizzata  la profetica previsione di mio zio Severino Caveri, cioè che lo Statuto octroyé e dimezzato rispetto alle aspettative nel periodo 1945-1948 avrebbe originato comunque un'"endroumia" (addormentamento delle coscienze e delle rivendicazioni).
Non che il rischio non ci sia o meglio che non si manifesti in una specie di spirito di rassegnazione, simile a quella catatonia che portò al declino del Duché d'Aoste verso il centralismo sabaudo nel Settecento.
Spesso mi chiedo se chi la pensa come me, considerando lo Statuto intangibile e da portare al più presto a livelli maggiori d'autogoverno lungo la difficile via del federalismo, non rischi di trovarsi al dunque come un generale con bei galloni ma senza truppe, nel caso disgraziato in cui - come temo - progredisse davvero quella "tentazione" oggi chiassosissima di sopprimere le autonomie speciali nel quadro di una feroce ricentralizzazione che qualcuno - scommettiamo? - potrà sfruttare per un disegno autoritario.
L'altro giorno su "Twitter" c'era chi, qui in Valle e non in Transilvania, ha scritto, riferendosi ai ripetuti editoriali che invocano la morte delle autonomie differenziate: «ditemi dove si firma». Provocazione intellettuale, immagino, ma penso che tra coscienze che sonnecchiano, atteggiamenti un poco snob e nemici dell'autonomia che numerosi e spesso solo "in sonno" agiscono fra di noi, come i guerrieri nascosti nel "cavallo di Troia", ci sia davvero poco da stare allegri.
Sarebbe bene che il mondo autonomista, che è frastagliato e diviso, si ponesse in Valle e nel dialogo fra le diverse "speciali" qualche interrogativo in comune e giocasse in squadra. 
Altrimenti è meglio far preparare la pietra tombale dell'attuale regime autonomistico (e per beffa ce la scolpiranno pure in francese) e poco conterà, se non per mostrare le loro responsabilità, denunciare assassini, complici e collaborazionisti del misfatto.

La mensolina delle conchiglie

Una conchiglia sulla spiaggiaNelle estati della mia infanzia ad Imperia prima ci furono i sassolini. Con i miei cugini li raccoglievamo nella spiaggia della Galeazza ad Oneglia, dove cercavamo quelli più belli, come colore e come forma, e finivano infilati in damigianette di vetro per l'olio a Castelvecchio. Erano ricercati quelli verdi in genere vetri levigati dal mare, quelli bianchi candidi o quelli neri come la pece e andavano per la maggiore quelli perfettamente tondi o quelli a forma di cuore. Se chiudo gli occhi mi viene a mente quello sciabordio dell'onda sulla riva che trascina proprio i sassi in un rumore che testimonia il moto perenne del mare.
Poi, invece, con le spiagge di sabbia di Porto Maurizio, le protagoniste da collezionare erano le conchiglie, dapprima raccolte prestissimo sul bagnasciuga e messe nel secchiello e poi, da grandicello, prelevate dal fondale con la maschera. Ricordo, quando mi ero fatto esperto, le tracce zigzaganti sulla sabbia dei paguri che ne indicavano la presenza. Li prendevi, li portavi sulla spiaggia tenendoli nel pugno e poi, con sadismo infantile, facevi uscire il granchietto soffiando dentro la conchiglia e lo estraevi prendendolo dalla minuscola chela. A quel punto la conchiglia era pulita e evitavi la putrefazione.
Ma conchiglie particolarmente belle si trovavano verso la spiaggia libera, dove resisteva - per poi finire distrutta negli anni - un rimasuglio di costa più selvaggia con scogli che consentivano sorprese rispetto alla monotonia della spiaggia sabbiosa. Dovevamo fare attenzione a non toccare gli urticanti "pomodori di mare".
Ma le conchiglie più stupefacenti della mia infanzia le vedevo quando con mia madre andavamo al porto a trovare il "dottor Ninito" (Giuseppe Demaurizi), un medico che amava fare il pescatore sul suo gozzo ("gusso" in dialetto). Lo ricordo mentre riparava le reti con un grosso ago e l'eterna sigaretta in bocca e a fianco a lui, in questa rimessa, c'erano conchiglie gigantesche e colorate, rimaste impigliate durante la pesca.
A fine stagione, ripartivo per la Valle d'Aosta con le conchiglie più belle, che finivano su di una mensolina di vetro all'ingresso di casa, come un pezzo di mare trasferito lì apposta per conservare il ricordo anche in mezzo alle montagne.
Quando ho avuto la fortuna di vedere conchiglie incredibili in mari tropicali, ero ormai "politicamente corretto": le guardavo e le lasciavo lì. Ma questo non fa venire meno lo stupore per geometrie e colori di questi oggetti-creature del mare. In fondo applicabile alla vita e ai suoi misteri insondabili. Come dice Kahlil Gibran: «siamo ancora intenti a studiare le conchiglie, come se fossero tutto ciò che emerge dal mare della vita e si deposita sulla riva del giorno e della notte».

Capire i cambiamenti climatici

Leggeremo a giorni i dati sugli scorsi mesi estivi per misurare se e quanto le sensazione di un caldo micidiale siano confermate. Nel mio piccolo, per pura curiosità, ho seguito quel dato dello "zero termico" per diversi giorni e le conseguenti temperature ad alta quota che confermano il caldo sulle montagne come nel fondovalle.
Qualche giorno fa, nel suo ufficio in mezzo alle vigne ad Aymavilles, ho incontrato il grande viticoltore Costantino Charrère che aveva di fronte a sé i dati delle sue uve che confermavano una vendemmia anticipata sino ad ora.
Il clima quasi tropicale fa soffrire le viti come gli uomini e nella mia ignoranza credo di aver capito che o si vendemmia o l'acino, il cui grado zuccherino non si alza più, si rovina irrimediabilmente.

Della libertà

Un particolare della chiesa di San Domenico, a NardòParecchio tempo fa, parlai con il Senatore César Dujany dell'epoca in cui fu uno dei protagonisti del distacco della sinistra democristiana - non dall'Union Valdôtaine, come scrive maldestramente "Wikipedia" - da cui nacquero negli anni Settanta i "DP - Democratici popolari", che durarono una decina d'anni.
Gli domandai, dopo aver ascoltato il suo lungo racconto, quale fosse stato l'apporto della comunità di immigrati veneti in Valle al movimento, visto che molti esponenti erano ancora nati in Veneto - una delle zone culla del popolarismo - da famiglie trasferite e radicate da noi. 
Mi raccontò del loro contributo, specie sulla città di Aosta lungo la linea di quella parte progressista e autonomista che militava nell'area democristiana. Poi mi aggiunse un'osservazione, che mi è tornata in mente in questi giorni, che suonava grossomodo così: «Vi erano però anche dei veneti che mostravano spesso l'antico complesso del "siorsì"».
Chiaro cosa intendesse: ispirato alla risposta di un militare ad un ordine impartito da un superiore, ci troviamo di fronte ad una sorta di atteggiamento psicologico di sudditanza. E' la stessa logica rinvenibile nell'espressione inglese "yes man", tradotto - ma non rende la secchezza dell'inglese (e del veneto!) - "persona accondiscendente" e per certe sfumature andrebbe bene anche "servile". Volgarmente farebbe "leccapiedi" o la sua versione con pulizia linguale di altra parte del corpo, mentre "adulatore" (che muove la coda come i cani) o "lacchè" (tipo di servo) sono un poco più letterari.
In francese l'espressione equivalente è "béni-oui-oui", la cui etimologia è: "Emprunt à l’arabe magrébin benī, pluriel de ben, "fils de", et du français moderne oui".
Insomma: ci siamo capiti. L'ammonimento dujaniano in fondo chiama all'appello contro una situazione ben illustrata da Leo Longanesi: «Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi»
E ai «siorsì» - ormai diffusi fra valdostani d'adozione e d'origine - andrebbe risposto naturalmente in veneto: «Tasi, mona!».

Ricordare per non dimenticare

Uno degli articoli contro le autonomie specialiIl prossimo anno, il 28 febbraio, data simbolo della nostra Regione dopo l'abolizione di fatto della "Festa della Valle d'Aosta", si ricorderanno i 65 anni dello Statuto d'autonomia. Festeggiamento utile, ma dalla profondità storica risibile per la storia millenaria della Valle, su cui è bene fare mente locale e la Festa serviva ad "agganciare" la storia contemporanea a tutto quanto c'era stato prima, che non è mai da dimenticare.
Si tratta, comunque, di una celebrazione utile quella dello Statuto, che avverrà a  pochi mesi dalle prossime elezioni regionali e forse in piena campagna elettorale per le politiche. Occasione per discutere del nostro ordinamento attuale e soprattutto del clima attuale - greve e ostile - che circonda le autonomie speciali.
Trovo singolare dei giochi della Storia, che nei suoi percorsi somiglia ogni tanto ai passaggi contorti e spiazzanti di un dedalo in cui ci si perde, che i valdostani - o almeno una parte di essi - si trovino a difendere quell'autonomia speciale che allora, all'epoca dell'emanazione dello Statuto, venne considerata poca cosa rispetto alle speranze maturate negli anni precedenti, specie nelle proposte emerse nel dibattito qui in Valle e poi annacquate alla Costituente.
E comunque così è: lo Statuto "imperfetto" e migliorato un poco con alcune modifiche di cui sono stato autore materiale è sempre più - fallita la prospettiva di un federalismo per tutti - una sorta di ancora di salvataggio nel mare agitato in cui la "nave Italia" sta andando alla deriva. Lo dico conoscendo i limiti strutturali dello Statuto, le sue parti disattese e le "invasioni di campo" delle funzioni e competenze di fonte europea e nazionale. E lo dico anche conoscendo errori passati e presenti nell'interpretazione che noi stessi abbiamo dato della nostra autonomia. Dobbiamo essere lucidi e crudi anche in questa analisi.
Le norme statutarie, che comprendono le norme d'attuazione, sono materia vivente che ha agito differentemente nel clima politico lungo i decenni successivi alla sua entrata in vigore. Mi è capitato in conferenze di vario genere di cercare di rendere comprensibile questa materia, che è frutto giuridico dell'intrico di passioni che la "questione valdostana" suscitò dopo il fascismo e che oggi troppo spesso nella pubblicistica italiana viene banalizzata o derisa. 
L'autonomia speciale va difesa: l'ho fatto nel mio percorso politico, cercando spazi nuovi, dopo essermi convinto che solo un'"autonomia dinamica" - in continuo movimento nel dibattito interno e con le istituzioni "esterne" - può avere un reale significato.
E' con dispiacere che prendo atto che il clima attorno a noi ha impedito una riscrittura dello Statuto per adeguarlo ai tempi. Da Presidente della Regione proposi una "Convenzione" a carattere costituente che non arrivò a conclusioni davvero modificative non perché mancassero idee o proposte, fra regionalismo e federalismo, ma perché per toccare lo Statuto ci vuole un presupposto. 
Questo presupposto è il principio dell'intesa, che eviti che un testo approvato dal Consiglio Valle finisca al Parlamento, che lo deve approvare con la procedura rinforzata di una legge costituzionale, e corra il rischio - senza un placet finale della Regione stessa - di essere svuotato o stravolto nel corso dell'iter alle Camere. Specie in momenti come questi, in cui buona parte potere politico e amministrativo centrale considera, con aiuto di giornalisti e professori, la diversità delle "speciali" come un'anomalia da sopprimere nel quadro di un generale ridimensionamento dei poteri locali. Il modello è riaffermare uno Stato centralista, che resiste solo più nei Paesi variamente autoritari, ma questo in questa fase sembra importare poco,
Una deriva terribile e stupida, accarezzata da "poteri forti" di varia fatta e che è difficile contrastare perché in fondo larga parte dell'opinione pubblica è ormai schifata da politica e distante dalle istituzioni e pronta - anche con l'indifferenza e non solo con l'indignazione - alla soluzione di un "uomo forte" che tutto aggiusti. Una soluzione salvifica a causa di una democrazia malata e poco conta che questo comporti un cieco effetto distruttore: non sarebbe la prima e l'ultima volta che la democrazia cannibalizza sé stessa e lo farebbe questa volta in un misto statalismo-nazionalismo letale per le autonomie speciali e per ogni altra istituzione locale.
Roma, simbolo dolente e inefficace della democrazia italiana, rivuole il suo potere e poco conta che questo sia anacronistico e ridicolo. Si tratta di una scelta calcolata che approfitta del vento dell'Indignazione contro la politica e di quello della paura della crisi economica.
Ce n'è di cui riflettere ampliamente nei mesi a venire in vista delle celebrazioni dell"autonomia.

Il filo dei pensieri

Il palco della 'Notte della taranta' con Goran BregovicIl caso vuole che nel Salento, dove sono stato qualche giorno, ci sia stata una polemica politica che nel nel mio animo, per pura combinazione, si è mischiata con un libro che mi sono portato dietro. I pensieri sono come i trapezisti e possono volare da una parte all'altra.
Cominciano dalla polemica: si riferisce alla "Notte della Taranta", la famosa danza rituale dell'Italia del Sud, che aveva la funzione di ballo curativo contro il mitico morso della tarantola, ma che oggi serve per far festa in questa parte di Puglia.
A chiudere la kermesse di ballo collettivo è stata l'orchestra del bosniaco Goran Bregovic, invitato per proporre una fusion fra le sue musiche balcaniche e i ritmi autoctoni. Alla fine dell'esibizione, il gruppo intona - con il ritmo infernale dovuto - "Bella ciao", celebre canto della Resistenza.
Apriti cielo: una parte della destra locale parla di scandalo per una canzone comunista e di parte, degna solo - dice un assessore - delle vecchie "Feste dell'Unità". A sinistra si grida alla provocazione: si ricorda che la Taranta è stata sdoganata proprio dalle vecchie "Feste dell'Unità" e che la nota canzone partigiana ha un carattere popolare radicato nella coscienza nazionale.
A me "girano" - vi assicuro - perché trovo purtroppo terribilmente normale che dove la Resistenza non c'è stata e l'antifascismo pochissimo praticato possano spuntare polemiche di questo tipo. Ormai rischiano di esibirsi pure da noi con certi maîtres à penser pronti a sdoganare tutto in improbabili giravolte ideologiche che mirano pure a riscrivere il passato. Le frontiere del revisionismo sono infinite.
Ed eccoci al libro che mi sono portato dietro: "I processi in Corte straordinaria d'Assise di Aosta 1945-1947" di Tullio Omezzoli, edizioni "Le Château". Una pubblicazione storica dal carattere assieme scientifico e divulgativo di elevato livello che mostra il volto di una giustizia emergenziale che si occupò di chi si era macchiato di reati nel regime nazifascista.
Quel che si evince è un'attività che mostra il chiaro e lo scuro della giustizia e la scelta "perdonista" delle amnistie postbelliche (complice Palmiro Togliatti in persona), che ebbe come conseguenza non solo l'ordinario mantenimento di schiere di funzionari dell'apparato dello Stato ma si mostrò alla fine mitezza verso fatti penalmente e pure moralmente gravi nel nome della riconciliazione nazionale.
Un caso, avvenuto ad Aosta, riguarda anche la mia famiglia, a pagina 240, quando il 26 aprile 1945 il tenente fascista Ovidio Dal Bianco fece mettere al muro, da una dozzina di paracadutisti della "Folgore", mio zio Antonio Caveri. Intervenne per salvarlo il fascista Alberto Pellegrini, richiamato - da quel che so - dalle urla disperate di mia zia Marie, che lo fece liberare in extremis. Dal Bianco, condannato a quindici anni, venne infine amnistiato. Giustizia non è fatta. Mio zio, capo comunista alla "Cogne", morirà - il 28 aprile, due giorni dopo la mancata fucilazione, vittima comunque del destino - davanti al bar "Centro" di Aosta per un colpo di una pistola caduta accidentalmente a terra, mentre si accingeva a parlare in piazza durante i festeggiamenti per la Liberazione della città. Il suo secondo nome era Luciano e per questo mi chiamo così.
Nel libro si racconta anche - con correttezza - di una brutta storia di cinque partigiani comunisti (condannati alla fine dei processi in maniera non troppo pesante) che uccisero a Pont-Saint-Martin, nel giugno del 1945, la famiglia del veterinario Alessandro Peyretti. Si cercò di buttarla in politica, ma si trattò invece di tre omicidi per furto, come evidenziato nei processi e come mi raccontava - atterrito dalla vicenda, pur avendone viste tante durante la Resistenza - mio zio Ulrico Masini, collega veterinario del Peyretti e comandante partigiano di "Giustizia e Libertà" in Bassa Valle.
Capisco che passare da "Bella ciao" in Puglia ai processi in buona parte "a perdere" del dopoguerra possa essere ardito, ma è il filo dei miei pensieri.

Il confronto con gli altri

Un pipistrello nel cieloA me i pipistrelli sono sempre piaciuti: li ho visti sin da piccolo nelle notti estive e mio padre - che era veterinario - mi aveva detto che erano tipo dei topolini ma volanti. Questa idea che mi aveva spiegato lui in aggiunta e cioè che volassero con sistemi tipo radar me li rendeva ancora più simpatici.
La storia dei vampiri poi - non ancora in auge come oggi con "Twilight" - non mi ha mai spaventato davvero. Avevo ragione: sarebbe meglio piantare il paletto di frassino nel cuore di qualche mascalzone che pure non dorme nella bara ma nel suo letto.
Da adulto i pipistrelli li ho trovati sulla mia strada quando si discuteva del castello di Aymavilles, perché lì vivevano - in due torri (ma anche nelle vicine miniere abbandonate di Pompiod) - esemplari rari della specie, per cui ogni accortezza era necessaria in un quadro di tutela comunitario. Confesso che se certe attenzioni le avessimo non solo per i chirotteri, ma anche per gli esseri umani, vivremmo tutti meglio.
Ora penso spesso ai pipistrelli a causa di un musicista-paroliere di Druento (forma italianizzata dal fascismo del vecchio Druent, mai ripristinato), Flavio Conforti. E' sua la canzoncina, che ha vinto lo "Zecchino d'oro" nel 2011 e trovo il motivo orecchiabile e le parole convincenti. "Mambo dei pipistrelli" - questo il titolo del brano - fa così nelle sue prime strofe:

"Quando viene sera, la notte si fa nera e col buio ci svegliamo.
Non aver paura nella notte scura
Se volando noi balliamo.
Mambo, dei pipistrelli,
Noi siamo quelli con il sangue alla testa
Quelli con un punto di vista strambo,
Siamo come ombrelli ombrelli neri, chiusi, appesi al soffitto.
Zampe in aria, testa di sotto.
Provaci un po’ anche tu, provaci!
Le gambe in aria, la testa in giù, dai prova!
Provaci un po' anche tu, provaci!
Prova a cambiare il tuo dritto punto di vista.
Mambo, dei pipistrelli
Noi siamo belli, sempre molto eleganti, neri, poi mettiamo anche i guanti, Quando, balliamo il mambo muovendo passi lenti contro il soffitto attenti a non finire di sotto.
Provaci un po' anche tu, provaci!
Le gambe in aria, la testa in giù, dai prova! Provaci un po’anche tu, provaci! Prova a cambiare il tuo dritto punto di vista.
E così capirai, che in fondo
L’unico tu non sei, nel mondo
Che il tuo dritto punto di vista è per noi un punto di vista strambo"
.

Mi fermo qui e chi la volesse ascoltare musicata e cantata - ovviamente con il ritmo di un mambo - la trova facilmente sul Web.
Quel che conta è il messaggio, utilissimo anche per noi adulti, perché è un modo arguto per combattere il pensiero unico o le distorsioni del centralismo democratico.
Mettersi nei panni degli altri, del loro punto di vista è il segreto del dialogo e la chiave necessaria per il confronto con chi la pensi diversamente o abbia modi di fare o di essere differenti dai nostri. Lo scrivo dopo una settimana in cui, nello stesso club, convivevano tedeschi e napoletani...
Ascoltata ripetutamente la canzone (con tono imperativo: "Mambo!"), come chiedono compulsivamente di fare i bimbi da piccoli, te ne convinci ancor di più con la complicità dell'effetto ipnotico.

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