August 2012

Quella frase di Caligola

E il cavallo se la rideOgni tanto le cose si incontrano. Capita che con mio figlio ci si scambi attraverso i telefonini delle frasi in latino. Lui le trae dalla letteratura latina che studia o da qualche versione che fa, mentre io cerco la frase adatta sul dizionario delle citazioni latine.
Capita poi che, di tanto in tanto, queste citazioni si riferiscano agli Imperatori romani e questo mi apre il ricordo terribile del mandare a memoria i nomi e le successioni dinastia dopo dinastia.
L'incrocio sta in una frase che Laurent mi ha mandato una sera e naturalmente - visto che il mio esercizio con il latino non è granché e non loro era neppure ai tempi del Liceo classico - sono andato a cercare a che cosa si riferisse.
"Oderint dum metuant" (Odino, purché temano) è una frase attribuita all'imperatore romano Caligola, come racconta uno dei suoi biografi, Svetonio Tranquillo, anche se poi la frase, tratta da una tragedia di Lucio Accio, viene usata anche da altri, tra i quali il solito Cicerone. Tranquillo scrisse di Caligola (soprannome di Gaio Giulio Cesare Germanico derivato dal sandalo dei militari) come fece anche Dione Cassio Cocceiano. Entrambi dimostrarono una manifesta ostilità e ciò dimostra che basta un biografo ex post per farti nero.
Per altro, se a freddo chiedi a qualcuno, che non ha potuto fare delle ricerchine come me per limitare le boiate qui scritte, il nome Caligola si riallaccia alla celebre questione - illuminante del suo caratterino - della minaccia, mai realizzata, di nominare Senatore il suo cavallo preferito. Esempio che nella fase contemporanea si usa per i politici che si trascinano in Assemblee come eletti dei gregari non particolarmente autonomi (uso un eufemismo) sia che si usino "liste bloccate", sia che si usi il gioco delle preferenze.
Certo Caligola, nei tre anni e otto mesi del suo regno, ne ha combinate di cotte e di crude, ma a leggere le vicende della sua vita - finita con una trentina di pugnalate - la sua bizzarria aveva pure qualche giustificazione, senza ricorrere, come ho letto che si fa oggi, alla follia dovuta al saturnismo, perché i romani tenevano il vino in otri di piombo (e diventavano matti come il "cappellaio matto" di Lewis Carroll).
Comunque sia, la frase "Odino, purché temano", oltre a mostrare che senza l'uso del congiuntivo si perde una bella possibilità di espressione, andrebbe scolpita nei palazzi del potere, perché spesso fotografa la realtà.

L'esibizione della scorta

Un ministro del Governo con la sua scortaQuando una dozzina di anni fa divenni Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, mi divertii molto - specie il giorno del giuramento nella "Sala Verde" di Palazzo Chigi - a sentire alcuni colleghi (di cui taccio il nome per carità di patria) che fra di loro parlavano della "scorta". Mi pareva di capire che l'idea di essere accompagnati dalle Forze dell'ordine solleticasse il loro ego e che lo ritenessero un vero e proprio status symbol, specie nel collegio dove venivano eletti, perché la lettura esterna pareva essere quella di diventare "uno che conta" e che come tale protetto.
Per quel che mi riguarda, quando mi venne chiesto che cosa intendessi fare dissi che non avevo alcuna preoccupazione per la mia incolumità né a Roma e ancor meno in Valle d'Aosta. Per cui per gli spostamenti nella Capitale - servizio che usavo raramente e in condominio con altri - mi venne assegnata una vecchia "auto blu" con autista e alla guida, a seconda dei turni, si alternavano un carabiniere e un finanziere, entrambi in borghese ed armati.
Aggiungerei che solo una volta in tutta la mia vita, non avendo mai avuto paura di incontrare nessuno, ho avuto un pochino di preoccupazione ad Aosta, quando qualche croupier del Casinò (oggi assolutamente mansueti di fronte alla crisi aziendale, ma allora assai aggressivi anche perché eterodiretti) si avvicinarono con aria minacciosa e ci pensarono due poliziotti della "Digos" in quattro e quattro otto a rimettere i pochi facinorosi al loro posto. 
Intendiamoci: io penso che in un'Italia dove esistono ancora frange terroristiche è bene che alcuni rappresentanti delle istituzioni vadano difesi davvero da possibili azioni violente. Il caso di Marco Biagi, ucciso anche grazie alla sciatteria di uno Stato che non diede seguito alle minacce che riceveva, non può ripetersi, ma se si guarda in modo analitico a chi gode delle scorte (che hanno diversi livelli a seconda della pericolosità cui viene esposto il soggetto sottoposto a protezione) si vede che in certi casi non ce n'è affatto bisogno per dei "Signor Nessuno" e in altri casi le scorte possono essere serenamente sfoltite e ci sono molte circostanze in cui la scorta  può tranquillamente non esserci.
Vi è poi l'aspetto scenico della scorta e del suo uso: chi passi una giornata a Roma non può che essere schifato dall'esibizione delle sirene spiegate, delle palette esposte dai finestrini, da "autorità" portate sino ai piedi dell'aereo come se fossero delle Madonne pellegrine.
Questa Italia, in queste cose e in altre ancora, assomiglia purtroppo ad una Repubblica delle banane.

Un cinepanettone in Comune

Gabriele 'Lele' Mora a Courmayeur con la figlia DianaCi vorrebbe la penna arguta di Laurent Ferretti, gran conoscitore di Courmayeur di cui fu pure sindaco nel dopoguerra, per raccontare di come si sia passati dal turismo delle grandi famiglie borghesi di industriali e intellettuali frequentatori della località alla difesa d'ufficio di un ex vip, Gabriele (già "Lele") Mora.
I fatti sono noti: giorni fa il Mora, reduce dalle patrie galere, simbolo di un'Italia sbracata e chiassona, è su una delle due auto che "forza" il blocco della Val Ferret, bloccata al traffico per ragioni ambientali. A caldo la giustificazione è del genere: lui non c'entra perché non la patente.
La storia, finita sui giornali, non piace perché fa a pugni con l'immagine  del redento che Mora voleva accreditare, dopo una vita al massimo fra tronisti, feste su di giri e cimeli di epoca fascista (suoneria del telefono compresa).
Poi la svolta: il sindaco Fabrizia Derriard organizza con il suddetto (definito fantozzianamente nel comunicato ufficiale "Dottor Mora", ma le inchieste hanno mostrato che lauree non ce n'erano) e gli altri suoi amici un summit in Comune, come avviene di fronte a problemi gravi. L'esito è un comunicato stampa degno della grande diplomazia, roba da "Nazioni Unite". Verrebbe quasi da dire che il "caso Assange" o la tragedia della Siria dovrebbero prendere esempio da tanto esprit de finesse.
Facciamo parlare il sindaco: «l'episodio ha avuto origine da un equivoco causato anche dalla notevole affluenza turistica che ha caratterizzato queste giornate e che ha visto gli addetti alle valli fortemente impegnati nell'attività di controllo e regolamentazione. In sostanza, gli amici del dottor Mora, dopo essersi fermati al punto di controllo della viabilità a Lavachey, in attesa dello scadere del termine delle ore 16 per la limitazione del traffico, avendo visto due vetture proseguire, e non sapendo che si trattasse di veicoli autorizzati, hanno ritenuto che la limitazione fosse terminata e che fosse dunque possibile proseguire»
Ecco un altro passaggio del comunicato ufficiale degno di miglior causa: «il dottor Mora  ha tenuto a ribadire non solo di avere apprezzato l'incontro con l'Amministrazione, ma anche di condividere le modalità di intervento adottate per la tutela ambientale della Val Ferret. Abbiamo apprezzato la sua volontà di fornire spiegazioni, giudicando a questo punto di poter considerare chiarita la vicenda. Auspichiamo che il dottor Mora possa continuare ad apprezzare l'ospitalità e la tranquillità di Courmayeur».
Insomma, par di capire niente multa per quanto avvenuto nella "ricostruzione comprensiva", e anzi «viva Mora!». Un epilogo da cinepanettone con happy end!
In tempo di crisi ci si accontenta di quel che viene e la dignità ne soffre.

La calma prima della tempesta

L'effettiva calma dopo la tempesta, atmosfericaIn politica, dovendo scegliere, è meglio la calma prima della tempesta che la quiete dopo la tempesta. Quest'ultima è più nota per via della poesia di Giacomo Leopardi. La ricordate? Inizia così:

"Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato".

In politica, però, diversamente dal risorgere poetico del dopo tempesta, certe tempeste possono essere letali e cambiare in profondità il quadro di riferimento e quindi è bene fare il punto, specie quando a prepararsi sembra essere una "tempesta perfetta". Vale a dire un insieme concomitante di eventi che possono colare a picco la nostra autonomia.
Riflessione - quella della calma che precede - che calza a pennello per queste ore di canicola estiva che assomiglia ad un frutto così maturo da declinare con rapidità nella coda della stagione che in montagna anticipa d'improvviso il primo autunno.
Siamo nei guai come autonomia speciale ma la logica scacciapensieri ci avvolge. A breve quelle nuvole scure che osserviamo all'orizzonte faranno un fronte unico e romperanno questa quiete purtroppo solo apparente.
Mai come oggi la nostra autonomia speciale, il suo ordinamento, le sue fondamenta sono in discussione grazie ad un'azione politica precisa veicolata attraverso un'aggressione fatta di scelte giuridiche e di sordità politica.
La seconda - la sordità politica - è facilmente spiegabile: i "tecnici" tirano dritti, sbattendosene dell'interlocuzione politica e forse capirebbero solo atteggiamenti duri e non una logica accondiscendente rispetto al disegno.
E il disegno è quel che preoccupa: un uso sempre più rigido e punitivo del patto di stabilita cui si sommano i tagli derivanti dal nuovo riparto fiscale, mentre i servizi statali (tipo Ferrovia e Poste) sono sempre più scandenti e alcuni sarebbero già paralizzati, come la Giustizia, senza il personale amministrativo regionale.
Poi in violazione del nuovo riparto ci sono stati ulteriori tagli unilaterali da parte dello Stato, comprese tasse non più trasferite alla nostra Regione e pasticci sull'Imu a svantaggio dei nostri Comuni.
Ciliegina anzi "ciliegiona" sulla torta, la "spending review" con la selva di tagli e taglieggiamenti, cui si aggiunge l'opera onnicomprensiva di Enrico Bondi con la follia di certi costi standard che sembrano calcoli fatti da un bambino dell'asilo.
Ma cova, in questo intrico enigmistico fra orizzontale e verticale, la grande riforma che è come un rumore di cacciabombardieri all'orizzonte. Bella e pronta è la bomba nucleare della "grande riforma", di cui incostituzionalità varie e sgarbi istituzionali sono solo la premessa. Quella si chiamerà: soppressione dell'autonomia speciale e sancirà la "tempesta perfetta" e la calma successiva sarà quella di un cimitero.
A meno che non si reagisca per tempo.

Il "caso Catalogna"

Ho già raccontato in passato di quanto mi disse l’allora presidente della Catalogna, Jordi Pujol, quando lo incontrai per la prima volta a Barcellona.
Era il suo un racconto divertito di come, alla fine degli anni Cinquanta, con gran arrabbiatura della moglie, decise di dedicare il suo viaggio di nozze ad un tour nel Tirolo del Sud ed in Valle d'Aosta per capire come funzionassero le autonomie speciali in Italia. Nell'occasione conobbe mio zio Severino Caveri, leader autonomista della nostra Regione con cui - mi disse - simpatizzò vivamente.
Pujol negli anni successivi pagò questo suo attivismo con la galera e con il confino, ma dopo la caduta della dittatura franchista divenne il capo incontrastato dei catalani e riuscì in anni difficili a forgiare un sistema autonomistico di tutto rilievo, specie a partire dal 1980 quando divenne presidente della Generalitat de Catalunya.

Le Alpi "viventi"

Il 'Dent-du-Midi', in Vallese«Un albero sotto i raggi del sole, un sasso segnato dalle intemperie, un animale, una montagna: tutti hanno una vita, una storia, vivono, soffrono, affrontano i pericoli, godono, muoiono. Ma non sappiamo il perché».
Questa è una frase di Hermann Hesse, che può apparire bizzarra, perché mischia oggetti animati (animali) e oggetti inanimati (sasso) e pone fra le categorie "viventi" anche le montagne.
Ci riflettevo l'altro giorno, perché la vita è fatta di flash, guardando le immagini della caduta di una massa enorme di rocce da una catena di montagne che, il giorno di Ferragosto, ho contemplato a lungo, proprio nella sua apparente e maestosa immobilità, dall'altra parte della vallata, Les Dents-du-Midi.
Sono guglie rocciose nel vicino Vallese, ai cui piedi è nato uno primi tour escursionistici come rilevabile nel sito dentsdumidi.ch e che così vengono descritte in sintesi: "Ce chaînon montagneux de trois kilomètres de long, domine le val d'Illiez et la vallée du Rhône avec orgueil. Ses setpt sommets de plus de 3.000 mètres peuvent être admirés depuis le Lac Léman".
La frana in questo caso dimostra proprio quel che sappiamo: l'incredibile e avvincente storia geologica delle Alpi. Prendo da un sito qualunque un breve descrittivo degli avvenimenti ab origine: "l'attuale struttura geologica dell'Italia deriva essenzialmente dall'orogenesi alpina, detta anche alpino-himalaiana o alpidica. Si tratta di un complesso di deformazioni e di accavallamenti degli strati rocciosi, che è iniziato nel Cretaceo (circa cento milioni di anni fa) e si è concluso praticamente nel Miocene (circa quindici milioni di anni fa) anche se alcuni contraccolpi, di non secondaria importanza, sono tuttora in atto. L'orogenesi alpina si è manifestata in seguito alla collisione della zolla africana con quella europea. Questo scontro colossale fra due cratoni, cioè fra due grossi blocchi di crosta terrestre, ha provocato la compressione del materiale roccioso che costituiva il fondale di un piccolo bacino oceanico chiamato "piemontese-ligure" ampio probabilmente più di mille chilometri e lungo cinque volte tanto, situato fra la paleoeuropa e una propaggine dell'Africa occidentale, ora scomparsa, detta "Promontorio africano" o Insubria".
Ricordo a questo proposito il bel libro "In principio era il mare. La storia geologica delle Alpi" di Enrico e Stefano Camanni, che mostra appunto la vitalità di incroci di vario genere che hanno generato la catena alpina come un habitat in continua evoluzione. Sappiamo come l'attuale cambiamento climatico sia foriero di ulteriori significative novità, oggi come in un passato, che definire turbolente è dir poco. Basti pensare a quel "cemento", il permafrost, che si sta sciogliendo nel sottosuolo delle nostre cime e rischia di cambiare i profili e i disegni delle montagne così come oggi le vediamo.
Ecco perché non si può non consigliare a noi valdostani e a chi ama e percorre la Valle di guardare alla montagna odierna pensando ai cambiamenti del passato e a certi odierni sgretolamenti, crolli, arretramenti dei ghiacciai. Una vitalità, un cambiamento continuo che hanno ricadute, oggi come nel fluire dei millenni, sulle popolazioni che hanno scelto di vivere sulle Alpi.
E comunque: la prima volta che mi lamenterò della neve quest'inverno che mi venga ricordata la canicola di queste ore.

Quella ferrovia cul-de-sac

Un treno a vaporeMi scrive, con molto garbo, un giovane aostano, Alexandre Obino, una mail che qui trascrivo in parte, perché centra una serie di problemi sui trasporti mica da ridere.
«Gradirei avere un commento da parte sua, se non direttamente, almeno tramite il suo blog, circa la situazione attuale della mobilità in Valle d'Aosta. Oltre al problema dell'Aosta - Pré-Saint-Didier, i recenti tagli dei treni verso Ivrea - Chivasso, la rete ferroviaria (elettrificazione, binario unico) e i dubbi sull'effettiva utilità e sostenibilità economica dell'aeroporto aostano, proprio oggi ho letto dell'imminente chiusura di alcune tratte "Savda"».
Ci si riferisce naturalmente alla soppressione, devo dire inaspettata in termini così draconiani, della linea di pullman fra Aosta e Torino e della linea a suo tempo nata per collegare il nostro capoluogo con Chambéry a beneficio soprattutto dei giovani universitari che lì studiano.
Ho parlato con il titolare della "Savda", Beppe Bordon, che mi ha confermato quanto detto ai giornali e cioè che non tengono più in piedi linee per la quali ci rimettano dei soldi senza contare sui compensazioni pubbliche.
Aggiunge Alexandre: «in quanto giovane aostano ho sempre pensato che il fatto di non avere un'apertura verso la Francia o la Svizzera in treno, sarebbe stato motivo di isolamento nel lungo periodo. Ad oggi mi sembra sempre più chiaro che, pur vivendo in una regione di confine, siamo sempre meno in grado di sfruttare questo vantaggio. Ginevra è soltanto a 130 chilometri da Aosta, eppure la si percepisce come una realtà lontana, poiché meno accessibile. Vedremo un giorno concretizzarsi il progetto dell'Aosta-Martigny o rimarrà soltanto un bel progetto? Ritornando indietro negli anni: come mai la Regione non si è mai proposta per un progetto alternativo alla Torino-Lione?».
Sgombriamo subito il campo da un problema, quello dell'aeroporto: qui ne ho scritto tante volte e non mi ripeto. Ho tutti gli elementi per ritenere che si tratti di una buona scelta anche se i ritardi nell'appalto "Enac" del volo su Roma mi preoccupano così come il ruolo ormai giocato da "Air Vallée" nella gestione dello scalo. Idem per la ferrovia nelle tratte valdostane: per ora queste linee sono saldamente statali, sino a quando non verrà - vorrei aggiungere: finalmente - applicata la norma d'attuazione sulla ferrovia, che regionalizzi l'esercizio, di cui ho pubblicato qui stralci e commenti, parlando da sole le norme.
Resta il tema serissimo che viene posto dei collegamenti internazionali. Nel tempo, sin dall'Ottocento, ci sono state idee di trafori ferroviari sotto il Monte Bianco o sotto il Piccolo San Bernardo direzione Francia e sotto il Gran San Bernardo in direzione Svizzera.
La Storia, con dei revirement assai interessanti dovuti spesso a problemi di politica estera, ha bocciato le tutte queste ipotesi ferroviarie transfrontaliere e, a consolazione, siamo stati invece i primi, negli anni Sessanta dello scorso secolo, ad avere tunnel stradali moderni (per l'epoca) lungo le stesse direttrici.
I francesi - lo posso testimoniare direttamente - non sono mai stati interessati in questi ultimi anni a un collegamento ferroviario sotto il Monte Bianco, di cui esiste anche qualche progettualità recente di larghissima massima. Mi è capitato, sia in Europa che dalla Regione, di provare a rilanciare l'idea, ma Lione è Lione e dunque la direttrice attraverso la Val di Susa è sempre stata - allora come oggi che la nuova opera è incardinata in una convenzione internazionale - prevalente senza "se" e senza "ma".
Gli svizzeri, invece, hanno fatto, ancora pochi anni fa quando ero presidente, un discorso chiaro: per ora noi siamo impegnati a livello di una direttrice internazionale con l'Italia con il tunnel del Lotschberg (completato) e con quello di base del San Gottardo (che potrebbe aprire nel 2016-2017), solo in una fase successiva il dossier potrà essere riaperto.
Certo - per essere chiari - un tunnel verso la Svizzera, ampliamente studiato in anni in cui eravamo "capienti" e potevamo spendere in progettazioni come queste, comporta investimenti colossali che la Valle d'Aosta, assai impoverita dai "tagli", non potrebbe reggere neanche lontanamente e l'Italia oggi - impegnata con i tunnel di base Torino-Lione e con quello del Brennero - penso che non sia in grado di mettere soldi almeno per alcune generazioni.
Per cui il "cul-de-sac" ferroviario, almeno per ora, resta, e realizzazioni che "buchino" le montagne per una ferrovia verso l'Europa sono ora un'utopia, ma sappiamo che le utopie - uno dei motori che tengono sveglio l'ingegno umano - un giorno potranno diventare realtà.

Sconfiggere gli orchi

L'orco di Gustave DoréFranz Kafka diceva delle fiabe che esse nascono dalla «profondità del sangue e della paura». L'esperienza della paura credo che, tornando bambini, la ritroviamo nella profondità di ciascuno di noi come un passaggio decisivo della nostra formazione culturale.
Ha scritto Antonio Vita in "psicoterapeutica della fiaba": «Nella fiaba, sia che essa venga scritta da un determinato autore, o soprattutto, che sia frutto di un sapere popolare che esprime e riporta la tradizione di un popolo - vengono proiettati gli elementi dell'inconscio personale e gli archetipi dell'inconscio collettivo. E proprio nel la fiaba come nel sogno, gli archetipi assumono forma e si manifestano in immagini e in rappresentazioni. Ma la storia raccontata in una fiaba è ancora qualcosa di più distruggerla, finiscono con il fortificarla, riportandola a vita autentica. Importante: è la storia della psiche che , attraverso una serie di eventi, a volti pieni di rischi e pericoli, raggiunge una meta, un traguardo, un obiettivo. La fiaba diventa la metafora della storia della vita della psiche: narra le vicende, le peripezie, i tormenti, i dolori attraverso i quali la psiche giunge infine alla sua piena maturazione, liberandosi dai complessi che l'avvolgono e la mettono a dura prova».
Un esempio con l'orco di Pollicino è quello della famosa espressione «ucci, ucci sento odor di cristianucci», che nel pathos delle favole è uno di quei momenti culminanti che ti fanno trattenere il respiro.
Questo "battesimo" culturale delle favole rende agevole la traslazione di certe espressioni nella realtà. Vien voglia di figurarsi, nell'odierno dibattito politico, l'orco-Stato che "caccia" i rimasugli di federalismo ancora esistenti proprio come i "cristianucci".
Confesso una certa depressione di fronte al quadro d'involuzione centralista rispetto al regionalismo vigente e alle autonomie speciali in particolare. Possibile davvero che il federalismo debba essere sempre il grande sconfitto dal Risorgimento ad oggi e mai riesca ad affermarsi un modello statale diverso?
Questo mi lascia allibito e mi sconcerta che sia oggi scherno e incomprensione verso chi - in coerenza con le proprie idee e senza essere banderuola - persiste nel credere che l'origine di tutto i mali resti questo modello statalista e romano-centrico. Come scriveva Luigi Einaudi«ricostruire lo Stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno Stato vero e vivente».
In fondo è un messaggio ben presente negli scritti di Emile Chanoux, quando invitava i valdostani alla forza della coesione attorno alle idee federaliste con queste parole: "et puis, nous devons nous organiser; aller chercher tous les Valdôtains, qui sont Valdôtains, leur faire sentir qu'ils ne sont pas seuls, que d'autres pensent comme eux. Pris individuellement, tous céderaient. Pris collectivement, personne ne pourra nous abattre. Quand on sent qu'on n'est pas seul, que beaucoup d'autres partagent avec nous les idéals, la même foi dans les destinées de notre petite patrie, on est plus courageux, on est plus actif, on est plus convaincu de la justice de nos pensées".
Unico modo per sconfiggere gli orchi.

La montagna e la fatica

Una salita sull'alta via«Siamo arrivati, papà?». Quante volte chi da bambino ha frequentato la montagna avrà pronunciato questa frase, arrancando su di un sentiero durante una gita. La risposta, in una logica che diremmo motivazionale, era la stessa: «Ancora un pochino, giusto lì dietro e ci siamo». Una bugia a fin di bene per evitare che si facessero i capricci. La "formazione alla montagna" faceva parte, in fondo, di uno dei tasselli di quella cosa che ognuno può vedere come vuole, ma certo c’è, che potremmo classificare come "valdostanità".
Non era - badate bene - un approccio agonistico alla montagna, come oggi sembra andare per la maggiore, anzi era una semmai un'educazione ad una logica "slow", perché la montagna va affrontata con rispetto, pazienza e con quello che oggi verrebbe chiamato un approccio olistico.
In fondo questa è la grande differenza, in soldoni, fra la vacanza in montagna e al mare. Se ci si deve godere davvero la montagna e la salute lo consente non si sta "spiaggiati" ma esiste nel movimento l'autentico godimento dell'ambiente naturale e questo comporta anche fatica in un orizzonte più vasto del perimetro "piscina-sdraio-spiaggia-mare".
Ricordo come mi divertissi a leggere certi articoli estivi di Giorgio Bocca, piemontese sepolto ora per sua scelta nel cimitero di La Salle, quando si arrabbiava con i turisti della domenica che arrivavano nella zona del Monte Bianco con le loro auto rombanti (lui uno come Lele Mora lo avrebbe fatto sul barbecue e non trattato con i guanti bianchi) e perdevano la parte più bella dei panorami perché ormai bestie anchilosate non capaci di fare due passi a piedi lungo i sentieri.
Condivido e rilancio, pur amando il mare, su questa visione salutista della montagna, senza scomodare la pur esistente parte estatica e, se volete, persino mistica su cui tanto ha detto Giovanni Paolo II, quando da Les Combes si guardava attorno nello scenario alpino e pensava forse - nella logica dell'unica internazionale buona, quella delle montagne - ai natii monti Tatra.
Più prosaicamente l'abbronzatura marina è statica, quella montana è dinamica, conquistata stesi su di un prato durante una passeggiata o addirittura mentre cammini. La natura montana è molto più cangiante, non solo per il già citato movimento che consente di passare grazie all'altimetria da fasce climatiche ad altre, ma anche perché la variazione della meteo è comunque impressionante. Penso che sia capitato a tutti di trovarsi dall'estate torrida a condizioni quasi invernali stando fermi nello stesso rifugio.
Vi è poi una straordinaria illusione ottica, che divide il turista accorto da quello svanito. Le Alpi, tranne in quella soglia che distingue la parte sommitale disabitata dal resto del territorio, sono un terra lavorata nei millenni dall'uomo e il godimento dei luoghi finisce per essere - in barba a chi si fa gabbare dalla logica "wilderness" - l'incontro con una cultura, quella alpina, di cui quella valdostana è una componente.

Quando batteva il cuore

Espressione di amore un po' ingombranteBello e invidiabile l'esercizio dei primi amori dei miei figli più grandi (a proposito: auguri, Eugénie, per i tuoi quindici anni che compirai domani!).
Io penso che poche cose nella vita valgano così tanto come quelle straordinarie esperienze iniziali che, se sei fortunato, resteranno per sempre nel tuo cuore. Mi è capitato di incontrare qualche "morosa" della giovinezza e mi sono ritrovato in un secondo come proiettato indietro nel tempo.
Nessuno per quei "filarini" giovanili avrebbe usato la parola "fidanzata" che era parola desueta (noi l'avremmo definita «sfigatissima»). Così come lo schema mentale dell'impegno sentimentale era scandito da un galateo piuttosto stringente, del genere: «mi piaci», «sto bene con te», «ti voglio bene», «ti amo». Quest'ultimo era un verbo usato con grande parsimonia, del genere cartello sui tralicci elettrici con teschio e scritta "chi tocca muore". Temutissima era l'espressione che sembrava al vertice della "scala Mercalli" dei sentimenti: «ti adoro». Pareva premessa a qualche cosa di irreversibile come il celebre anello al dito. Uso scientemente questa espressione, perché la mia generazione è quella che ha votato per il divorzio e dunque negli anni precedenti nelle famiglie si raccontavano storie da tregenda su coppie o singoli deflagrati dall'assenza del divorzio e dunque l'"anello al dito" pareva essere - nella spensierata giovinezza - una prigione. 
Ora, quel nostro essere "farfalloni" in un clima post-sessantottino, era pieno d'ingenuità e fotografia - rigorosamente "Kodak" o al massimo le istantanee "Polaroid"... - di un'epoca di mezzo in cui "impegnarsi" era la tappa di un complesso "gioco dell'oca" sentimentale.
Ora - lo dico ai miei coetanei di allora - hanno meno sfumature e viaggiano a velocità supersonica, il «ti amo» pare arrivi in fretta e sono, sin da giovanissimi, portati al "fidanzamento", venendo meno quel nostro collettivismo da compagnia che ampliava le esperienze in una promiscuità senza troppe malizie. Così, solo sottovoce, i ragazzi d'antan registrano questa nouvelle vague così distante dal passato di amore più libero (l'"amore libero" vero e proprio da hippies era raro).
Ma forse è solo saggezza oppure no. De gustibus non est disputandum.

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