August 2012

Povere minoranze

Un carroarmato 'Panzer' in un museoMi chiama questa mattina, per un'intervista, "Radio Beckwith" dalla Val Pellice, per parlarmi dell’ultimo scherzetto della "spending review", un "pozzo di San Patrizio" di scempiaggini centraliste. Il "casus belli" riguarda le minoranze linguistiche ed un'interpretazione balzana e pericolosa che emerge nel decreto convertito in legge, in una parte che riguarda - ma il caso specifico poco conta - il dimensionamento dei plessi scolastici nelle zone dove si registrano "specificità linguistiche", come diceva un decreto legge di un annetto fa. Ora il legislatore, in barba alla legislazione vigente sulle minoranze linguistiche, dice che per "specificità linguistiche si intendono quelle nelle quali siano presenti minoranze di lingua madre straniera".
La relazione tecnica al decreto è un delirio, che sostiene testualmente: "l'interpretazione della norma si rende opportuna perché alcune Regioni estendono il significato di "specificità linguistica" anche a territori dove si parla un particolare dialetto utilizzando la legge 482 del 1999 relativo alle norme di tutela delle minoranze linguistiche storiche tra cui il friulano, l'occitano e il sardo".
Peccato che la legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche del 1999 non parli affatto di dialetti e sia la diretta applicazione dell'articolo 6 della Costituzione, che recita: "La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche. Per cui chi ne limita la portata compie un evidente atto incostituzionale, che sarà facilmente risolto dalla Corte costituzionale, ma che indica tristemente l'aria dei tempi in cui a diventare antipatiche sono anche - in barba ai principi costituzionali - le minoranze linguistiche, specie con questa precisazione risibile della "lingua madre straniera".
Certo per il nostro francese non ci sono problemi anche per il radicamento con legge costituzionale del nostro Statuto d'autonomia e lo stesso vale per i walser valdostani e le loro parlate germanofone. Ma certo l'interpretazione eccentrica della norma, che trasforma sua sponte lingue storiche di minoranza, rischia in prospettiva di svilire proprio lingue autoctone come il nostro patois, che tra l'altro otterrebbe un maggior riconoscimento - senza alcuna contrapposizione con il francese - attraverso le norme d'attuazione che giacciono ormai da troppo tempo nell'anticamera del Consiglio dei Ministri.
Pensate che il Consiglio Valle diede parere nell'ottobre del 2011 sullo schema di decreto sull'ordinamento linguistico da allora inspiegabilmente "scomparso" a Palazzo Chigi. Palazzo ormai assorbito da una logica centralistica senza eguale nel dopoguerra e che sembra non sapere - in materia di minoranze - di aver presentato un disegno di legge alle Camere per ratificare quella "Carta europea delle lingue regionali o minoritarie" del Consiglio d'Europa, che risale purtroppo al 1992, e che riconosce tutte quelle lingue "squalificate" nel recente provvedimento.
Circostanza che si commenta da sola e che apre uno spaccato inquietante sulla deriva legata alla filosofia "tagli e sacrifici", che sembra avanzare come un panzer rispetto a valori costituzionali e ad aspetti fondamentali del diritto internazionale.

Il reset

Chissà se troviamo il nostro pulsante 'reset'Devi "resettare": il termine risale alla seconda metà degli anni Sessanta e deriva dall'italianizazione del termine inglese "reset", applicato alla nascente informatica e che vuol dire azzerare, riportare allo stato iniziale.
Ricordo quando usai la prima complicatissima agenda elettronica. Se tutto andava in vacca, c'era un buchino che serviva per rimettere ordine al caos. Questa poi si dimostrò spesso, ma non sempre, l'ancora di salvezza nello strisciante affermarsi del computer, mentre oggi la mia vita nel palmare ogni tanto si blocca e ormai ho diverse modalità per resettarlo con affettuosa speranza che si ripigli.
Il marchingegno manca nella vita comune ed è un peccato. Si creano delle situazioni di vario genere in cui sarebbe bello avere, come una bacchetta magica, un pulsante del "reset" per ripartire specie quando la matassa si è fatta inestricabile.
Esempi dalla vita politica. Peccato che il Parlamento italiano e il Governo Monti non possano essere resettati. Magari il primo tornerebbero a fare il potere legislativo e il secondo il potere esecutivo. Ora siamo in un'inquietante impasse istituzionale, che ha spostato anche l'asse del Quirinale. Non sarebbe neppure male riazzerare il rapporto fra Regioni e il centralismo romano, ormai invasore senza precedenti di poteri, competenze e finanze che quella bazzecola della Costituzione assegna loro.
Andrebbe resettato il rapporto saldato fra una certa magistratura militante e un giornalismo d'assalto, che scuote i loro ruoli reciproci che dovrebbero essere equilibrati in una democrazia sana.
E da noi? Difficile dire. Credo che qualche "reset" lo userei per capire lo strano clima nell'Union Valdôtaine, dove ora e troppo spesso il "silenzio è d'oro". E anche da noi ci vorrebbe qualche "reset" nel rapporto fra esecutivo e legislativo. Forse l'intero dibattito politico andrebbe fatto ripartire e io vorrei ricordare che al centro dello Statuto c'è la democrazia rappresentativa e non il proliferare di comitati e comitatini, di società civile che ne implica una incivile, di petizioni e esposti. Tutte cose degnissime, ma il sistema istituzionale è altra cosa.
Vorrei resettare il dibattito su lingua e cultura, perché le ragioni del particolarismo - che non è provincialismo - sono a rischio banalizzazione. Del federalismo non fatemi dire perché ci vorrebbe una macchina del tempo e andare ad aggiustare le cose o durante il Risorgimento o al momento della Costituente.
Vorrei resettare me stesso e coinvolgere altri nella speranza per il futuro oggi tutto imprigionato nelle sabbie mobili della crisi e dalle paure che ciascuno di noi ha. I problemi veri, concreti sono come ombre confuse di fronte all'emergenza che soffoca regole, idee e principi.
Vorrei resettare il presente per guardare con forza e speranza al domani, altrimenti ogni giorno rischia di essere una schifezza.
Scusate lo sfogo.

La gita fuori porta

L'inizio dei lavori alla Porta Prætoria di AostaPensavo a che cosa scrivere oggi e mi sono fatto uno di quei sonni secchi e improvvisi con tanto di sogno incorporato. Sarà che l'altro giorno guardavo, sporgendomi verso il cantiere archeologico dalla pensilina posta sopra i vecchi piani di calpestio della Porta Prætoria di Aosta, l'insieme dei ritrovamenti, ma mi sono visto - direi nella bellezza del 3D - vestito da antico romano, pronto per una scampagnata verso il Buthier.
Tutto questo perché prima di abbioccarmi aveva pensato che avrei dovuto occuparmi delle "gite fuori porta". Potere della suggestione, con tanto di rievocazione storica o forse segno evidente che si è fatta l'ora di stendersi sul lettino di uno psicanalista.
Ma il tema resta buono. Quest'anno, in epoca di "spending review" (sarebbe "revisione della spesa"), applicabile anche a scala familiare, le vacanze - per chi ha avuto la fortuna di poterle fare - sono state ridotte ad un bonsai. Ragion per cui si rivaluta la logica della "gita fuori porta", che mi ricorda con acuta nostalgia il passato, quando l'avvento dell'autovettura di massa spingeva a muoversi con l'auto. Era la motorizzazione per tutti, ragazzi!
Dalle ricerche di un amico è appurato che la prima macchina di mio padre, prima da giovane veterinario andava a far le visite in moto, fu una "Topolino", che penso sia stata cambiata dopo il 1953, data di nascita di mio fratello Alberto
Mio fratello che sostiene che seguirono - e su quelle viaggiai anch'io - prima una "Anglia" e poi una "Consul" della "Ford" (ho cercato le foto su Internet e ritrovato i modelli sepolti nella memoria).
Poi penso, ma son supposizioni, che mio padre passò alla serie, che durò per anni, di auto "Alfa Romeo Giulia super" (l'ultima l'ho ancora guidata anch'io). L'auto "buona", tipo salotto "buono", mentre l'auto da lavoro erano state una serie di "500", poi di "500 Abarth" e poi di "126 Giannini" per finire con alcune "Panda 4x4".
Da piccolo, sino alla ribellione adolescenziale dopo il motorino a quattordici anni, c'erano le "gite fuori porta" domenicali in località valdostane dove arrivavano le strade carrozzabili allora in costruzione oppure - top dell'esotismo - l'uso dei due trafori, appena aperti, con destinazione Ginevra dal Monte Bianco e Martigny dal Gran San Bernardo, di cui ricordo anche ascese al Colle fra muri di neve e lo stesso vale, altra gita classica, per il Piccolo San Bernardo.
Questo faceva parte dell'educazione sentimentale (per citare Gustave Flaubert) o, se preferite, del lessico familiare (Natalia Ginzburg). Con il particolare non gradevolissimo che mi capitava di soffrire la macchina. Ma era il prezzo del progresso.
Ciò detto resta la validità della "gita fuori porta", oggi come allora, sino a quando i figli non si ribellano o per un'escursione in coppia buona per tutte le età.

Quei mari

Il mare ad Imperia Ho molti amici che sono in vacanza al mare ed io sono qui e sto benissimo in mezzo alle nostre montagne. Tuttavia l'amore per la nostra Valle non può soffocare quella parte di me che ama il mare. Considero con onestà montagna e mare complementari, come gemelli eterozigoti.
Mia mamma è ligure, Riviera di Ponente, mentre l'origine dei Caveri è dall'altra parte fra Moneglia e Genova, anche se il ramo valdostano è qui da un secolo e mezzo e si è imparentato con antiche famiglie locali.
Però il mare nel dna ci dev'essere, pensando al primo avo celebre, quel Nicolò Caveri, cartografico genovese amico di Cristoforo Colombo o, cosa ancora più curiosa, quel soldato romano, Caverius, fondatore del paesino francese di Caveirac nel Languedoc Roussillon vicino a Nîmes. Io lo dicevo quando ero stato in Camargue, con quelle straordinarie spiagge e le saline, che mi sembrava di esserci già stato!
A parte gli scherzi, il mare è straordinario e vale l'accortezza che riguarda la montagna. Bisogna  sempre usare il plurale: montagne e mari. Perché se il dizionario la fa facile in termini geografici: "il complesso delle acque salate che circondano i continenti e le isole" il plurale offre, invece, la ricchezza di situazioni, già ben visibile nel comparare le differenze nel Mediterraneo, immaginarsi poi quando ti trovi a confrontare realtà ancora più diverse.
Il mio mare domestico è il mare d'Imperia, di cui ricordo ancora zone selvagge che ormai sono state cementificate. Lì ho imparato a nuotare senza paure, ad andare sott'acqua, a pescare con canna e fiocina (se esiste un dio delle sogliole e dei polipi me la farà pagare). Ogni tanto da bambino sparivo con pinne e maschera e andavo al largo a vedere nei fondali di sabbia quanto riuscissi ad andare in profondità o aspettavo le mareggiate più forti per andare "a prendere le onde".
Poi nella vita ho avuto il privilegio di vederne tanti altri di mari, al Sud come al Nord, e doverne capire le differenze. Con le bombole, ad un livello modesto, ho visto mari stupefacenti per flora e fauna, come il Mar Rosso e le Maldive prima del Niño e dei sui danni, proseguiti dal riscaldamento globale. Fra i mari freddi come non pensare alle coste rocciose delle Färoër i cui abitanti pescatori e bravi calciatori per i prati verdissimi malgrado le latitudini sperano che le società petrolifere riescano a bucare il basalto e a portare in superficie il petrolio. E come non impressionarsi dell'Atlantico lungo le scogliere della Galizia o nelle spiaggie sabbiose di Biarritz con i bagnini che controllano che non ci scappi il morto.
Certo in Valle d'Aosta il mare non l'abbiamo, ma il mare delle Alpi è ovviamente il Mediterraneo ed è proprio la dimensione che potremo condividere - quando nascerà giuridicamente - nell'Euroregione Alp-Med.

Aspettando Ferragosto

Un'immagine del centro storico di Aosta, scattata dalla collega Camilla Manconi, il 13 agostoSiamo stati in tanti al capezzale del turismo montano a chiederci, nel corso dell'ultimo ventennio, perché stesse diminuendo la capacità attrattiva delle nostre montagne, come meta di vacanza, nel corso dell'estate. 
Si può dire che in termini materiali e immateriali l'offerta è stata ampliata e rafforzata. Abbiamo svolto sul punto studi, analisi, ricerche con esiti spesso interessanti e organici. Oltretutto c'è stata anche qualche recente riforma dell'organizzazione che non ha dato i risultati sperati. Il problema capitale del "chi fa che cosa" non è stato del tutto risolto.
Poi il quadro attorno a noi si è fatto ancora più cupo con la crisi economica e finanziaria che, scendendo giù per li rami, ha impoverito e spaventato le famiglie che hanno dovuto tagliare quanto potesse essere considerato come superfluo.
Questo rinculo della crisi, con un apice in questo agosto senza il "tutto esaurito" da noi come altrove (comprese spiagge e città d'arte), colpisce duro il settore turistico sia nelle attività dirette che nell'indotto. E ciò ripropone il dibattito in termini più drammatici e senza quel consueto lenitivo di dati forniti ex post che ogni volta in passato consentivano di dire che, a conti fatti, il peggio era stato evitato. E chiunque si occupasse di turismo si chiedeva alla fine se non ci fosse un mugugno intrinseco nel settore che portava con facilità al grido «al lupo,al lupo» e anche se i metodi di verifica del numero dei turisti fossero in fondo così vecchi da non restituire mai delle certezze.
Trovo che in fondo certi argomenti siano scarsamente appassionanti: quel che conta è la constatazione di come l'aumento enorme dei flussi turistici nel mondo non abbiano in Valle d'Aosta portato a quegli incrementi del tasso d'occupazione delle strutture alberghiere et similia che tutti avremmo auspicato, recuperando anche l'estate. In primis se l'auguravano i privati che nel settore hanno investito e poi anche il settore pubblico - che in anni d'oro ha supportato molto il comparto - e  che si trova sempre, giusto o sbagliato che sia, sul banco degli imputati se il turismo non funziona.
Io ho una mia convinzione cardine: è ora che i Paesi alpini - che poi sono le Regioni dell'attesa macroregione alpina - agiscano assieme con campagne rispetto ai cittadini europei e ai grandi mercati extraeuropei, come quello cinese e indiano.
Una promozione potente e attrattiva sarebbe già un segno di impegno "dall'alto" assai utile.

Il "caso Cogne" e il "caso Taranto"

Quando sento alla televisione, riferito alle vicende difficili del gigantesco stabilimento siderurgico di Taranto, il termine "Ilva", ereditato dal "Gruppo Riva" dall'azienda delle Partecipazioni statali, è come se un flusso di ricordi mi attraversasse.
Come cronista seguii quella fase alla fine degli anni Ottanta che portò, con l'aiuto dell’allora presidente dell'Iri, Romano Prodi, alla privatizzazione dello stabilimento, nel 1994, come unica ancora di salvataggio rispetto all’ormai chiara deriva della siderurgia pubblica.
Ricordo come allora uno dei problemi fosse proprio quello ambientale, che oggi drammaticamente emerge per la fabbrica pugliese in un "batti e ribatti" di responsabilità che è esemplificativo dell'Italia.
Se lo stabilimento di Taranto è datato anni Sessanta, quello di Aosta risale - passando da lavorazioni artigianali ad attività industriali vere e proprie sotto il marchio "Ansaldo" - agli anni Venti del secolo scorso, nato sulla scia di una lunga tradizione di lavorazione dei metalli, nata in Valle per la favorevole circostanza di fonti energetiche (in successione: bosco, carbone, idroelettrico) e di materie prime, come le grandi miniere di Cogne che diedero il nome storico alla fabbrica e all'acciaio noto davvero in tutto il mondo.

Il carcere di Brissogne

La delegazione del Consiglio Valle che ha visitato la Casa circondariale di BrissogneScrivo "a caldo", perché viene meglio, della visita ferragostana al carcere circondariale di Brissogne. I problemi anche quest'anno restano simili agli anni precedenti.
In termini di affollamento, si viaggia attorno ai 280-290 detenuti (di cui una decina di valdostani), con una percentuale di cittadini extracomunitari di varia nazionalità, che oltrepassa il sessanta per cento. Questo in passato sarebbe stato definito sovraffollamento, ma la nota sentenza della Corte di giustizia permette - per ciascun detenuto e in caso di emergenza carceraria - piccoli spazi ciascuno per le detenzione e questo ha dilatato magicamente le carceri italiane, che scoppiano invece tutte di reclusi.
Per l'Amministrazione carceraria il problema restano i fondi gravemente insufficienti, che rendono problematica l'ordinaria manutenzione, la fortunitura di beni essenziali (tipo carta igienica e detersivi), lavori che migliorino la condizione detentiva (tipo campo di calcio agibile) o denaro che paghi decorosamente i detenuti per i "lavoretti" che svolgono all'interno.
Il peggio per il carcere valdostano sono i colpevoli ritardi dello Stato che in questi anni hanno ritardato il passaggio alla Regione della sanità penitenziaria e questo, tenendo conto dei problemi psichiatrici, di tossicodipendenza e di malattie infettive, pesa sulla quotidianità non solo dei detenuti, ma anche della polizia penitenziaria. E' un peccato che manchi il decreto ministeriale che ponga fine alla vicenda, sapendo poi che nel frattempo sono stati allestiti gli ambulatori necessari. Tragica la dotazione dei magistrati di sorveglianza, essendoci oggi un solo magistrato che copre Novara, Verbania e Aosta, comportando ritardo in alcuni decisioni importanti per i detenuti.
Esiste qualche sprazzo di luce, come il fatto che in alcune sezioni le celle restino aperte durante il giorno, "decomprimendo" la nevrosi da prigionia e vi sono quattordici detenuti (pochi apparentemente ma sono tanti rispetto alla media nazionale) che svolgono diversi lavori e altri sono impegnati nel tempo in corsi di formazione professionale.
L'unico applauso scrosciante, ad interrompere la triste litania dei problemi dei detenuti incontrati, è venuto quando uno di loro ha gridato: «Facciamo l'amnistia!».
Un ben strano Paese quello dove per sopperire a carceri insufficienti si deve pensare a provvedimenti di clemenza.

In ricordo di George Valbon

Il libro di Georges ValbonL'altra sera ho parlato alla presentazione di un libro (con annesso un filmato con una bella intervista), dedicato ad un politico francese di origine valdostana, George Valbon, curato dal regista Carlo Rossi per l'Avas, acronimo che sta per "Association valdôtaine archives sonores", che così riassume la missione nel proprio sito: "fondata nel 1980, ha come scopo quello di raccogliere tutto ciò che costituisce memoria della Valle d'Aosta, come testimonianze sonore e video, oggetti, documenti, ricerche, per restituirlo alla comunità valdostana in forme diverse di comunicazione".
Fra questi ci sono anche una quarantina di libri.
George Valbon era nato a Parigi nel 1924 e morì, a 85 anni, nel 2009 in Valle d'Aosta, terra d'origine di suo padre, emigrato all'inizio degli anni Venti per cercare lavoro (alla "Ansaldo" si preferiva assumere immigrati piuttosto che operai locali, come spiega nel video lo stesso Valbon) e per ragioni di opposizione al fascismo (i fratelli Valbon avevano fondato a Nus una sezione del Partito Comunista Italiano).
Così scrissero su l'"Humanité" Marie-George Buffet secrétaire nationale du Parti communiste français et Pierre Laurent coordinateur du Parti communiste français: «la mort de Georges Valbon nous touche au cœur. C'est toute la Seine-Saint-Denis qui est en deuil, c'est tout le PCF qui pleure un combattant inlassable, un dirigeant apprécié de tous. Résistant dès l'âge de dix-sept ans, il devint après-guerre un militant de la cause du monde du travail et de la création dans les villes du nord-est de la région parisienne, Bobigny et la Seine-Saint-Denis doivent beaucoup à son énergie, à son audace sociale et culturelle, à son esprit d'ouverture, qui demeure la marque de ces territoires. Le Parti communiste perd en Georges Valbon un homme de combat et d'écoute. Il nous manquera beaucoup».
Il libro parte da un manoscritto dello stesso Valbon, sotto forma di lettera ai numerosi nipoti, in cui racconta le origini valdostane della sua famiglia a Blavy e poi la sua lunga vita per il Partito e per i suoi amministrati. Lo fa con un tono molto umano, da politico-amministratore, che inseguì l'utopia comunista (la moglie Catherine, a fianco a me nella serata, mi diceva quale dramma fosse stato per loro la caduta del "Muro di Berlino" e la fine dell'Unione Sovietica) e con uno struggente legame con la terra dei suoi avi.
Carlo Rossi, nel curare il volume e il video, ricostruisce con grande efficacia la personalità di questo uomo, votato ad un ideale e assieme politico concreto pronto a rispondere alle necessità dei cittadini. Nel rispetto della sua coscienza, nominato alla Presidenza dell'Ente carbonifero francese, ma contrario alla politica di smantellamento e alla pesante politica sociale in questo settore, salirà all'Eliseo per dare le dimissioni davanti al Presidente François Mitterand. Rara coerenza.
Io ho solo reso onore al suo impegno politico, ricordata l'amicizia con Giulio "Dudo" Dolchi e segnalato come nel dna dei valdostani ci sia la politica che mette assieme il carattere individualista e la capacità collettiva, che sono le due facce del montanaro.

Buon Ferragosto!

Il mare dei ricordiI sensi sono alcuni dei nostri utili strumenti durante la vita ed esiste certamente un "effetto memoria" che fissa un istante nella nostra mente. Questa esperienza assomiglia alle formine con cui da bimbi giochiamo con la sabbia, consentendo cioè una ripetitività dell'evento, partendo da quella prima volta che diventa un - ora sparo una parolona - paradigma.
Per questo oggi, a Ferragosto, ho voluto riflettere su quelle "impronte" e la stagione estiva. Questo è il personalissimo risultato.
Vista: vedere un fungo porcino ben nascosto e prenderlo con accortezza; scorgere sul fondale con la maschera una conchiglia e afferrarla; guardare le scie degli aerei in alta montagna e immaginare; lo stupore per albe e tramonti secondo i luoghi (lenti al mare, più bruschi in montagna); Roma vuota nel cuore dell'estate assolata e boccheggiante.
Udito: lo sciabordio della risacca e il rumore della spiaggia; il silenzio della montagna e lo scampanio della mandria di mucche; lo scricchiolio dei materassi di foglie di granoturco nella baita; la prima radio che prendeva in onde medie "Radio Montecarlo"; il fischio delle marmotte al nostro passaggio.
Gusto: il sapore delle fragoline di bosco e delle more di rovo; il latte appena munto in alpeggio e il formaggio affumicato; la focaccia e la pizza appena sfornate e fragranti; il ghiacciolo all'anice o la dolcezza dell'orzata; la trasgressione dell'alcolico dei primi gin tonic in discoteca.
Olfatto: l'odore di salsedine durante le mareggiate; il profumo della "torta margherita" di zia Eugenia; la pienezza delle sensazioni di un prato in fiore appena falciato; le albicocche staccate dall'albero della nonna Ines; il profumo di buono dei capelli della "morosa" nei primi "lenti".
Tatto: la sabbia bagnata delle piste per le biglie; la gamba scottata per la marmitta del primo motorino; la mano furtiva e sudata al cinema con lei; la coccinella portafortuna sul polpastrello della mano; la viscidità del pesce pescato al bolentino.
Un elenco che ognuno può cambiare a suo piacimento.

Quando la logica va in fumo

Uno dei nuovi pacchetti di sigarette australianiL'estate per i non fumatori è peggio dell'inverno. Diversamente dalle sale interne, dove vige ormai per legge il divieto, nei dehors dei bar i fumatori imperversano ancora e lo stesso identico problema "dentro-fuori" lo si ha nelle sale dei ristoranti e quelle all'aperto consentono al fumatore di fumare anche per i suoi vicini.
Vengo da una famiglia di fumatori, nel senso che  oltre ai genitori affezionati alla sigaretta, ho avuto zii e cugini che spaziavano nella diversa gamma del tabacco: sigari, pipa, persino tabacco da fiuto e sigarette di tutti i generi e di diversa nocività. Per altro sono cresciuto in anni in cui la tolleranza per i tabagisti era al massimo grado e si fumava in macchina, in aereo, nelle discoteche e anche nelle riunioni politiche c'era chi fumava come un turco. 
Eppure non sono fumatore, ma non sono neppure un pasdaran che si staccia le vesti se qualcuno fuma. Trovo che l'informazione sui danni del fumo sia la strada maestra, perché ogni politica antiproibizionista eccessiva rischia di creare solo fascino verso il tabacco.
Trovo grottesca, tuttavia, la notizia di ieri, che ha visto protagonista la sentenza emessa dall'Alta corte australiana, che  conferma, ritenendola legittima, la decisione governativa secondo la quale dal primo dicembre  i pacchetti di sigarette e i sigari venduti in Australia saranno in commercio in confezioni anonime, cioè senza che siano più visibili i marchi di ciascuna azienda. Non solo i pacchetti saranno tutti uguali, ma dovranno riportare anche avvertenze ben visibili sui danni del fumo, scritte cui in Europa siamo abituati e che hanno raggiunto dizioni da paura. 
La pronuncia dell'Alta corte era attesa anche in altri Paesi come Gran Bretagna, Norvegia, Nuova Zelanda, Canada e India che stanno pensando di seguire la stessa strada del pacchetto anonimo proprio per ridurre l'impatto e la fascinazione di certe marche. Come non pensare a loghi come quello della "Marlboro"?
Questa scelta mi stupisce e non la capisco. Penso che campagne antifumo possano essere più efficaci di questa decisione ipocrita che dovrebbe avere come seconda tappa - se tanto mi dà tanto - le etichette di vini e superalcolici e i cibi spazzatura.
A me questo "Stato etico" che indica la giusta via alle vite dei cittadini, pur facendolo a fin di bene (ci mancherebbe!) non convince affatto e apre porte, sulle responsabilità personali, che non si sa bene dove possano condurre.

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