July 2012

Note dal fronte

Una bussola anticaLa Storia è una grande fregatura. A bocce ferme siamo tutti bravissimi ad analizzare i perché di certi avvenimenti e la finezza della ricerca ci può aiutare a capire in profondità fatti e personaggi.
Ma quando ci sei in mezzo è raro che si possa cogliere nel flusso quotidiano il senso delle cose che poi, quando il presente è passato, diventa così evidente. Per questo - ma lo dico incidentalmente - ho sempre ammirato quelle personalità che in fasi difficili hanno fatto scelte coraggiose (penso al primo antifascismo in Valle d'Aosta) proprio perché è in quei momenti decisivo farlo e non quando si segue il flusso del conformismo (dopo il 25 aprile erano quasi tutti antifascisti).
Ci sono diverse circostanze che mi angosciano di questi anni di crisi economica. La prima è certo l'imprevedibilità di certi avvenimenti a catena, cominciando dall'inizio. E' vero che oggi qualcuno sostiene di averlo detto o scritto, ma la verità è che gli economisti che ora pontificano non avevano capito un tubo. 
Ci sono poi i banchieri, gli uomini dell'alta finanza e i grandi funzionari degli Stati e dell'Unione europea. Anche qui la Storia dovrà far chiarezza su di un paradosso: la spregiudicatezza e la mancanza di controlli hanno creato un mix mostruoso che ha innescato e alimentato la situazione attuale che non è un gioco virtuale ma sta  mettendo in difficoltà con un meccanismo che - fatto di una somma di storie personali che diventano fenomeno sociale - sta impoverendo tutti. Ebbene non solo i responsabili non hanno pagato ma addirittura - basta scorrere l'elenco dei Ministri del Governo Monti per trovarne facilmente - alcuni hanno fatto carriera e sono pompieri e soccorritori per una tragedia di cui sono in parte responsabili.
Questo, per il poco che conta, aggiunge alla preoccupazione per il futuro nostro e dei nostri figli una rabbia crescente, che ormai è politica e non solo emotiva. Se poi si aggiunge - l'ho verificato ieri ascoltando via Web il dibattito sulle riforme costituzionali destinate al fallimento - il clima ostile verso la democrazia locale, compresa la nostra autonomia speciale, abbiamo fatto il pieno. Sentivo ieri, nel flusso dello statalismo stolto e vuoto, come si usava il compiacimento in alcuni commentatori per la crisi economica della Catalogna, adoperata per dire: basta con queste situazioni di autonomia speciale. Dimenticandosi - per Barcellona come per Aosta - che  se anche le autonomie soffrono che cosa si dovrebbe dire di Madrid e Roma? Sono le Capitali e gli Stati esempio di virtù tali da dettare agli altri regole e comportamenti?
Resta l'angoscia del momento e la necessità di scuotersi dall'apatia e ripartire. Un giorno capiremo il disegno, oggi bisogna limitare i danni e rifarsi ad idee e principi, come ad una bussola (oggi diremmo ad un navigatore satellitare) per non sbagliare strada e contro il rischio dell'inanità della politica.

Che barba, che noia...

Il sottoscritto in Consiglio Valle al telefonoNella mia vita ho fatto parte di diverse assemblee parlamentari: la Camera dei deputati (ma come Sottosegretario ho talvolta partecipato ai lavori del Senato), il Parlamento europeo, il Consiglio Valle, il "Comitato delle Regioni" e la Camera dei poteri locali del "Consiglio d'Europa".
Per cui capisco come, per i cronisti politici anche più scafati, i lavori in sé dei parlamenti - che siano le Commissioni o l'aula - non hanno grande appeal. Non lo avevano ai miei tempi, quando cominciai ad occuparmi di politica proprio come cronista ed il mondo era ancora molto "slow", figurarsi oggi con mezzi di comunicazione che hanno la velocità di un lampo e si stancano in fretta delle notizie che invecchiano in un batter d'occhio.
Mentre le procedure parlamentari - anche quelle più moderne come a Strasburgo e a Bruxelles - puzzano ancora di naftalina, essendo basate su logiche ottocentesche, che creano nei loro tempi e nell'ingessatura del protocollo una crescente incomprensione da chi segua le sedute in diretta. Esiste addirittura un problema di linguaggio, che ricordo mi appassionò quando ero un giovane parlamentare e mi divertivo a rendere comprensibile quel "politico-burocratese" che finirà per ammorbare anche il più aulico degli oratori.
Noto che questo avviene con i giovani colleghi che seguono i lavori del Consiglio Valle, che magari twittando i lavori piombano in una catatonia sonnolenta per i minuetti di interrogazioni e interpellanze, per il braccio di ferro fra maggioranza e opposizione sulle mozioni e risoluzioni, sugli interventi in aula per la votazione delle leggi. Per cui si legge spesso una logica «che noia, che barba, che barba, che noia» alla Sandra Mondaini con la facilità di ridicolizzare i politici e i paludamenti regolamentari che li attorniano.
A Montecitorio ho partecipato ai lavori di modifica dei regolamenti che, negli anni in cui ero a Roma, subirono delle migliorie per dare maggior attrattività ai lavori, ad esempio con riduzioni dei tempi di parola per evitare discussioni "monstre" o con l'introduzione di formule aula-televisione in occasione del "question time" e delle dichiarazioni di voto su particolari momenti, come ad esempio sui voti di fiducia. L'esito era assai dubbio anche perché i politici italiani hanno la "sindrome del discorso scritto", che io ho cercato - sembrerò vanaglorioso - di superare in fretta, perché solo andando "a braccio" si ha la garanzia che un qualunque tipo di platea possa seguirti con uno straccio d'interesse.
So dunque quale sia la malattia, confesso però che non ho ben presente quale potrebbe essere la cura. Sul tema s'interrogano credo tutti i Parlamenti del mondo, grandi o piccoli che siano, alla ricerca di soluzioni che siano degne della società della comunicazioni di massa nella versione 2.0, almeno nel quadro della democrazia, perché dove ci sono le dittature c'è la logica dell'aula «sorda e grigia», come diceva con tono intimidatorio Benito Mussolini non a caso nel discorso alla Camera nel 1922.
Per cui chiedo ai giovani cronisti di essere clementi: la nostra "qualità" ad personam è dettata dalle preferenze degli elettori e ci troviamo comunque in una bolla di una qual certa vetustà che si chiama "democrazia parlamentare". Per ora non so quale potrà essere la tappa successiva con qualche evoluzione che renda tutto più interessante e - lo dico scherzosamente - "glamour", mantenendo quella dignità delle istituzioni che resterà pur sempre vagamente inamidata.

Nel bene e nel male

Le 'introvabili' Nazionali senza filtroI miei ruoli attuali non riversano su di me troppe storie piacevoli, dolorose o problematiche che siano. Per molti anni, invece, è stato così. Non in una logica clientelare, che chi mi conosce sa non appartenermi, ma perché chi riveste un ruolo pubblico diventa per i cittadini un punto di riferimento nel bene e nel male ed è giusto che sia così.
Mi è capitato di dire che talvolta sono stato una sorta di "difensore civico", magari in impenetrabili uffici romani, per pratiche pensionistiche, per imprese con problemi specifici, per giovani di leva spediti a Canicattì, per la lettura di una norma di difficile comprensione per i professionisti e via di questo passo. Non mi riferisco all’attività legislativa in difesa della Valle o di qualche problema specifico, che era altra attività, forse più tecnica ma altrettanto avvincente. Ho già scritto che, quando racconto di quanta soddisfazione materiale dia una norma scritta bene, mi guardano come si guarda un marziano.
Nel bene è appunto quando a chiederti consigli sono studenti delle superiori che ti incontrano per un consiglio per l'Università o studenti universitari - capita spesso ancora oggi - che vogliono un "aiuto tecnico" per la loro tesi oppure quando qualche sindaco chiedeva suggerimenti per risolvere un problema concreto. Poi c'erano le bizzarrie, tipo quando alla tabaccheria di Montecitorio si potevano acquistare le "Nazionali senza filtro" - pacchetto bianco, e avevo diritto a comprare una stecca alla settimana - introvabili altrove, perché inserite nel paniere della "contingenza", e mi trovavo "vecchietti tossici" che venivano nel mio ufficio a prendere un pacchetto (ovviamente gratis) delle "loro" amate e catramate sigarette. Idem per i sigari toscani, secondo la leggenda metropolitana che alla Camera fossero "più buoni".
Il male, invece, non fa per nulla sorridere: sono le tristezze della vita, come la povertà, la mancanza di lavoro, le separazioni dolorose, i figli disabili. Purtroppo anche la follia di chi voleva incontrarti e in realtà non aveva niente da dirti, ma forse il solo parlarti aveva un effetto placebo. Non avrei mai potuto fare il medico, perché ho sempre pensato che avrei portato con me i problemi di salute dei pazienti e poi da politico mi sono trovato in condizioni simili, quando ti trovavi di fronte alla tua impotenza e di fronte al loro dispiacere della tua impossibilità di risolvere questioni senza via d'uscita o che non erano per nulla nelle mie possibilità.
In fondo nel politico - e c'è chi ci gioca pesantemente con le promesse o anche con squallido "do ut des" - esiste ancora un'aspettativa atavica del "tocco del re" taumaturgo, quell'illusione che bastasse essere sfiorati dal sovrano di turno per guarire ad esempio dalla "scrofolosi" (oggi nota come "adenite tubercolare"). Nulla a che fare con la cittadinanza consapevole e con la coscienza - cui mi sono sempre attenuto - dei doveri dell'eletto.
Ripeto: "doveri".

Pensieri sparsi sui Giochi

Un momento della cerimonia di inaugurazione del Giochi olimpiciHo guardato, come tanti, l'inaugurazione delle Olimpiadi di Londra, uno di quegli eventi da non mancare proprio per la spettacolarizzazione del momento iniziale, che da sfilata dei partecipanti e accensione del tripode si è trasformata sempre più, nei Giochi olimpici moderni, in una gara per un costoso spettacolo mozzafiato. Questa volta, nello stadio olimpico e con uso di tutte le tecnologie possibili, il regista Danny Boyle ha offerto un impressionante polpettone che a tratti mi è pure piaciuto, complessivamente non troppo, anche se non si può negare lo sforzo d'insieme per una rappresentazione suggestiva. 
Ma i gusti sono un fatto soggettivo e ho letto i commenti più vari com'è giusto che sia e forse la sola unanimità riguarda la colonna musicale. Per me l'elemento più deludente è stata la scelta di una storia molto nazionalistica, pur nel rispetto delle diverse identità del Regno Unito, per una manifestazione che dovrebbe premiare i valori universalistici dell'evento. Ma, si sa, chi paga lo fa anche per esaltare la propria storia e i propri valori. L'altra delusione, tutta politica e che non c'entra con lo spettacolo, è che - pur mantenendo le singole delegazioni nazionali - l'Unione europea non sappia ancora sfilare con la propria bandiera con i Paesi membri a seguire con il proprio vessillo. Ciò mostra la debolezza del processo d'integrazione europea che dovrebbe nutrirsi di scelte simboliche di discontinuità rispetto alle logiche nazionali. Ma a Londra e in questa fase storica capisco le difficoltà.
Per il resto, come sempre, è proprio la sfilata dei Paesi del mondo, specie con la scelta talvolta incredibile delle divise delle squadre, a rendere divertente la lunga seconda parte sino all'accensione della fiamma, simbolo antico che resta sempre valido, affidata a giovani speranze dello sport e non, come atteso, ad una sola grande personalità.
Hanno fatto bene a citare e a far vedere Sir Timothy John Berners-Lee, inventore insieme a Robert Cailliau, del World Wide Web, perché è vero che queste Olimpiadi sono - sin dallo scambio d'impressioni sulla Rete attraverso i social network - le Olimpiadi che vivranno moltissimo attraverso il Web.
Anche se per ora la televisione tiene bene e l'apertura era tutta legata alle esigenze televisive. La prima volta che le telecamere ripresero le Olimpiadi fu a Berlino nel 1936 e poi proprio a Londra nel 1948 ed è facile misurare il valore storico di quelle due edizioni prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Ma è l'edizione di Roma del 1960 e ancor di più Tokyo nel 1964 ad avere adoperato la televisione come mezzo per diffondere ovunque la ripresa delle gare e da lì Olimpiadi e televisione sono diventati un binomio imprescindibile. 
Infine premio simpatia: la Regina con la spassosa gag con 007. L'umorismo inglese è stato di sottofondo e ha evitato la trappola, spesso apertasi sotto i piedi, dell'eccesso di retorica.

Bobo e il mio pannello

L'opera di Bobo PernettazIl Forte di Bard è una straordinaria macchina culturale. Ci penso tutte le volte che ci vado con il vantaggio di conoscerne a fondo il funzionamento, essendomi trovato ad occuparmene al momento della sua apertura. In tempi di "tagli" e sacrifici non sarà facile mantenere alta la qualità, perché il sistema è molto costoso e resterà sempre problematico il rapporto fra costi e ricavi in assenza di proventi a suo tempo calcolati come dimostrano - solo per fare due esempi - l'albergo interno, cui ormai si è rinunciato, e il ristorante delle Polveriere, mai decollato malgrado le gigantesche cucine. 
E tuttavia diceva bene Bobo Pernettaz, ieri a Bard a presentare i suoi lavori in mostra nelle Scuderie del castello, di come per noi della Bassa Valle la fortezza sia stata negli anni - prima della sua apertura al pubblico - un elemento di riferimento fisico, una sorta di frontiera, ma quella di passare dall'abbandono alla ristrutturazione e infine alla sua riapertura sotto nuove vesti, mai più guerresche, è una bella storia.
E' stato, in fondo, un caso di riciclaggio: prendi una cosa e la riutilizzi. E questo è lo stesso identico lavoro che fa Bobo Pernettaz con i suoi "legni esausti": chi abbia visitato i suoi atelier - uso il plurale perché ne ha già avuti almeno tre: il primo a Brusson, il secondo a Sarre e ora ad Aosta - sa che il montaggio dei suoi pannelli segue certo un'idea di raffigurazione ma passa anche attraverso il riciclo di legni già vissuti altrove, che trovano una nuova dimensione.
Bobo gioca con questa sua nuova identità artistica così apprezzata, sdrammatizzando sempre questa sua attività con autoironia, ma si tratta di un vezzo, perché in realtà ha investito molto in questa sua avventura in una dimensione che è riconquista di sue fantasie e di rilettura, anche ma non solo, della sua Valle figurata e trasfigurata.
Nel filmato di Michelangelo Buffa racconta di un suo lavoro recente per un regalo che gli era stato "ordinato" per un politico valdostano. Quel "politico" sono io e mi fa piacere che Bobo, che ricordo quando ero bambino come fosse uno degli amici più eccentrici e simpatici di mio fratello Alberto, abbia pensato per i miei venticinque anni di politica (grazie Mara ed Alexis, che me ne hanno fatto dono) ad un grande pannello fatto da una vecchia finestra e da un soggetto centrale che è costituito da tre elementi intercambiabili a seconda del mio umore del momento. I tre soggetti sono: gli attrezzi del politico che sono giustamente simili a quelli di un artigiano, il pubblico che segue la politica con tre galline grottesche, i miei colleghi in politica in guisa di strani animali. 
In questo momento al centro ci sono gli attrezzi perché in questa fase della nostra autonomia bisogna essere pronti e lesti a fare e disfare per non essere travolti dagli eventi.

Monti il "grigiocrate" e non solo

Il libro dedicato al premier MontiAugusto Grandi, giornalista del "Sole - 24 ore", è mio amico da quando eravamo ragazzi. Militante di destra (molto a destra, ma anche con qualche frequentazione leghista), ha su molti argomenti una visione delle cose diversa dalla mia, ma questo non impedisce - come dev'essere fra gente che si stima e si rispetta - di dialogare su tutto. Ieri lo abbiamo fatto a Champoluc, dove da giovani vivemmo una comune militanza come aficionados della discoteca "Le Galion" su cui ha pure scritto un libro in cui vengo ricordato.
Premetto che sulle cose che ci distinguono sta il fatto che lui frequenti con assiduità "Casa Pound", strizzando l'occhio alla destra post fascista di matrice sociale, che a me invece non piace affatto. Oppure, altro caso, lui è fautore - anche in questo caso attraverso un libro - dell'ingresso della Turchia nell'Unione europea su cui io, invece, nutro parecchi dubbi.
Insieme ad altri due giornalisti della sua stessa area politica di riferimento - Daniele Lazzeri ed Andrea Marcigliano - ha scritto un libro (direi un "pamphlet" nel senso tecnico del termine) contro Mario Monti. Il titolo del volume ("Edizioni fuori/onda") è un programma: "il Grigiocrate". Il sottotitolo una sentenza: "nell'era dei mediocri".
A spiazzare spunta la prefazione di un uomo di sinistra (molto a sinistra), Piero Sansonetti, che mostra come certi movimentismi di schieramenti opposti, ma accomunati da logiche anticapitaliste, si possano attrarre in questo caso contro il comune nemico Monti, che personificherebbe niente altro che i "padroni del vapore" (il peggiore sarebbe Sergio Marchionne della "Fiat") che saltano ormai la politica per impadronirsi dell'Italia in una prospettiva mondiale, di cui Roma sarebbe solo il primo tassello.
L'ascesa di Monti viene raccontata a partire dal 1970 a Torino, quando iniziò la carriera universitaria di economista (e anche l'amicizia con Elsa Fornero), contrapponendo il disegno - che lo portò nel CdA "Fiat" -  al precedente progetto di Comunità di Adriano Olivetti e ciò, venendo da destra, oggettivamente spiazza.
Poi il racconto si allarga: la "Bocconi", la Commissione europea, la ragnatela di amicizie e d'interessi, il legame con il "Corriere della Sera". Ogni tappa verso Palazzo Chigi viene spiegata con una tesi: l'uomo giusto al momento giusto in una logica di disprezzo della politica, del Parlamento e della concertazione coi sindacati.
Non svelo altri passaggi di questa ricostruzione del trionfo dei "poteri forti" e della politica del rigore, definita ironicamente "rigor mortis". Il progetto, secondo gli autori, non sarebbe il risanamento, ma la svendita dell'Italia e dell'Europa dell'euro e ciò con un insieme inquietante di complicità di cui "Super-Mario", "l'Uomo in Loden", sarebbe espressione.
Complottismo, dietrologica, ricostruzioni romanzesche? Potrebbe anche essere, ma la lettura qualche brivido lo fa venire e semina dubbi che solo i mesi a venire potranno svelare.
Certo è che Monti si è dimostrato acerrimo nemico delle "speciali" del Nord, modello scomodo di riferimento per l'evidente tentativo di affermare uno Stato centrale autoritario.

L'uovo e la gallina

«E' nato prima l’uovo o prima la gallina?».
Il dilemma, di cui non sfugge a nessuno l'uso, anche scherzoso, nelle discussioni fra amici, pare ormai essere risolto a vantaggio dell'uovo, ma l'espressione retorica - specie se applicata alla politica, spesso un pollaio - resta sempre buona.
Ci riflettevo in queste ore in cui la situazione politica italiana, anche se la politica è attualmente e non si sa per quanto tempo appaltata ai "tecnici",resta dominata dalla ricerca della legge elettorale perfetta.
L'illusione non è nuova: in molti passaggi, più o meno riusciti, si è pensato che la soluzione dei problemi italiani - nell'attesa messianica di "grandi riforme" mai avvenute sul sistema istituzionale della Repubblica - ci fosse la riforma elettorale, frutto nel tempo di accordi fra i partiti o sulla spinta di referendum popolari.
Ma ogni illusione che la legge elettorale creasse stabilità si è infranta contro lo spezzatino della partitocrazia italiana, frutto di un proporzionalismo che è probabilmente nel DNA fondatore dello Stato.

L'inutile trafila della riforma costituzionale

Il sottoscritto alla fine del discorsoLa riforma costituzionale varata dal Senato non ha reale possibilità di giungere alla sua conclusione.
Il punto di partenza è l'articolo 138 della Costituzione, che vale per le leggi costituzionali e che i valdostani dovrebbero sempre ricordare perché sono esattamente queste le procedure che si adoperano per le revisioni del nostro Statuto d'autonomia. Ne approfitto per ricordare che il Costituente usò il termine "Statuto" e non "Costituzione regionale" per non creare confusione con la Costituzione della Repubblica e il termine Statuto è per altro nobilissimo, visto il precedente "Statuto Albertino".
Dicevo del 138 che così recita:
"1. Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
2. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
3. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
4. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti"
.
L'assenza della maggioranza assoluta nel primo voto al Senato - e i voti alla Camera saranno ancora più risicati - mostra come il treno che è partito ha un viaggio breve perché è su di un binario morto.
Ed è bene che sia così. Sul merito e sul clima complessivo mi sono espresso in Consiglio Valle. Buon ascolto!

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