July 2012

Otium et negotium

L'allegro uso del latino su Twitter da parte del presidente della LombardiaQuando studiavo il latino a scuola, all'epoca questo avveniva ancora e già a partire dalle medie (con la temibile professoressa Maghetti), passavo il tempo a chiedermi a che cosa servisse.
Al Liceo Classico - per darmi un tono e accentuare quel pizzico di infondata superiorità di chi aveva scelto questa scuola, specie se "somaro" nella materia - la spiegazione era che, per quanto la lingua fosse indubbiamente morta, restava la certezza che, fatta salva la bellezza della letteratura, le versioni "insegnavano a ragionare".
Neanche sotto tortura - perinde ac cadaver, tanto per usare il mio "latinorum" - potrei affermare il contrario.
Uno dei misteri dei classici era questa cosa che ci veniva spiegata - mentre noi sognavamo le vacanze estive - nella logica contrapposta fra otium ("ozio") e negotium ("attività lavorativa"). Oltretutto - ci spiegavano i prof - la parola "negotium" metteva assieme "nec" ed "otium" e quindi il significato è proprio, senza sbavature, "non ozio"
Quando ormai aleggiava in classe la convinzione che questo benedetto otium fosse il nostro "tempo libero" con annessi e connessi spuntava qualche versione di Cicerone con il suo "otium litteratum", dunque niente "dolcefarniente" ma tempo dedicato allo studio con attività culturali e approfondimenti letterari.
Insomma, un disastro. Quando noi, invece, ci vedevamo già vestiti da antichi romani, festosi e stesi su di un triclinio a festeggiare o immersi nelle acque termali bollenti, Seneca ci affondava definitivamente: "Il riposo senza gli studi è anch'esso morte, è sepoltura di un uomo vivente".
Tutto cambia e si trasforma. Guardando i viziosi dell'iPad et similia in spiaggia o seduti su panchine con le montagne davanti e immaginandoli, per contro, nella situazione del loro "negotium" di fronte al computer d'ordinanza sulla scrivania, vien da dire che la classificazione ormai si è grandemente complicata e ogni esatto confine saltato.

Il Monti che verrà

Ho già raccontato che a Bruxelles, nel perimetro ristretto delle Istituzioni europee, che è come un grande villaggio, mi era capitato - all'epoca della mia esperienza di parlamentare europeo - di incontrare Mario Monti.
Il professore era il maître à penser della concorrenza non solo perché questa era la sua materia come Commissario, ma perché queste regole avevano in lui un difensore convinto e rigido.
Questa era la sua fama: un uomo intransigente, politicamente un "moderato" o - la definizione è meno usata in Italia dove la destra è una galassia vastissima - un "conservatore".

Il vecchio tema della liberalizzazione

Piantine di marijuanaNon so quale possa essere per la criminalità in Valle d'Aosta il fatturato delle "droghe leggere", come si chiamano da sempre gli stupefacenti come marijuana e hashish a base di cannabis. Immagino che il giro sia piuttosto vasto, visto che "canne" e "fumo" esistevano già quando facevo il Ginnasio e qualche "canna" me la sono fatta anch'io da ragazzo, ma essendo non fumatore la storia è durata poco e il famoso "sballo" era più il convincimento collettivo che la realtà fattuale. Sulle "droghe pesanti", che non ho mai provato, il mio giudizio è sempre stato drastico e la mia generazione ha visto troppi amici lasciarci la pelle o essere rovinati dalla tossicodipendenza.
A sentire i mie figli adolescenti, che sono per fortuna disinteressati al prodotto, la "roba" gira parecchio con quel sottobosco di spaccio, che è l'ultima pedina della rete diffusa di vendita della droga che ingrassa le mafie.
Roberto Saviano su "L'Espresso" propone un tema che ciclicamente torna in primo piano e che è sempre stato un cavallo di battaglia dei radicali: liberalizziamo in modo controllato dalla legge la marijuana sotto controllo pubblico e così stronchiamo i profitti illeciti che prosperano attorno ai divieti. Nella parte conclusiva dell'articolo accenna a un paradosso che mi sempre divertito: "fumare" faceva parte di un modo "alternativo" di approcciare la vita, peccato che con ogni spinello consumato si alimenta una catena di malaffare per nulla "alternativa" ma solidamente "radicata". 
Lo stesso vale per le "droghe pesanti", ma immagino che Saviano abbia voluto cominciare il discorso con la marijuana per rendere più semplice il confronto con i fautori del proibizionismo nudo e crudo, reso da sempre scricchiolante da uno Stato che lucra su alcol e tabacchi, che dispensa psicofarmaci vari senza troppi problemi e oggi è lanciatissimo sui giochi d'azzardo con conseguenze sociali devastanti.
Non so come finirà la discussione sul tema: penso con franchezza che siano tali e tanti i problemi attuali che sarebbe meglio concentrarsi su altro. Quando si sarà evitato il naufragio, certi argomenti "di fino" potranno riemergere.

Niente "idem sentire"

Il risultato di una votazione di 'fiducia' alla CameraIl Parlamento in Italia - lo abbiamo detto e ridetto - assiste oggi all'attività legislativa esclusiva del Governo, il cui meccanismo è noto e ripetitivo: effetto annuncio, decreto legge, fiducia. Nel corso dell'iter, in cui spesso si sommano più provvedimenti d'urgenza, spuntano qua o là deputati o senatori critici su certi argomenti. Ma poi, magari con l'annuncio che sarà l'ultima volta che voteranno "a scatola chiusa", danno la loro fiducia.
Credo che ormai sarà così ancora per qualche mese e poi si vedrà. Intanto - lo annoto a margine - Monti ha smentito Monti dicendo, a differenza di quel che avevo scritto nel "Calepin" qui a fianco, che nel 2013 chiuderà la sua esperienza. A questo punto vedremo.
Ma dicevo del Parlamento e della sua attività blanda e passiva in una Legislatura in cui, già prima della caduta di Silvio Berlusconi, come dimostrano cifre e statistiche, i parlamentari non si erano mai ammazzati di lavoro. In questa fase, dunque, pareva doveroso concentrarsi su alcune riforme e ne venivano indicate due: la prima riguardava forma di Governo e bicameralismo più altri argomenti connessi, mentre la seconda è la riforma elettorale, tormentone dell'estate.
Alla fine, fallito di fatto il primo punto, perché non c'è più una maggioranza dei due terzi e l'iter è ormai troppo lungo con il poco tempo a disposizione per una riforma costituzionale, resta la riforma elettorale.
E' stato il Presidente Giorgio Napolitano, in queste ore, a dettare i tempi, chiedendo di fatto alle Camere un sussulto d'orgoglio della serie «se ci siete, battete un colpo».
Vi dirò che non penso che ci sia da farsi grandi illusioni, a meno di sorprese, perché oggi fra schieramenti ma anche dentro gli schieramenti ci si sbrana sulle soluzioni più differenti e questo non apre a soluzioni facili. Aggiungerei anche che in Italia spesso di mitizzano le leggi elettorali (come avviene con la moda delle primarie), come se queste da sole potessero davvero modificare la realtà.
Il bipolarismo all'italiana, cioè una destra e una sinistra che restano composte da partitoni che al proprio interno contengono i vecchi partiti, hanno sinora piegato ogni tentativo di avere nel maggioritario di vario genere un sistema che consentisse all'elettore di avere scelte chiare, stabilità e alternanza.
Anzi, se già il "Mattarellum" non funzionava, il "Porcellum" ha peggiorato le cose. Ma non entro nei tecnicismi, che contano poco. Quel che oggi bisognerebbe fare è riprendere la via delle riforme di sostanza come elemento cardine per cambiare i partiti, ma non esiste il clima e quel minimo di "idem sentire" di un'epoca costituente.
Per cui aspettiamo di vedere la nuova legge, se arriverà. E, en attendant, riflettiamo sulla politica e non solo guardando al "caso italiano", ma anche in Valle bisogna capire dove si vuole andare e non nascondo certe inquietudini.

In Marocco per il regionalismo

Il sottoscritto con la delegazione del Consiglio d'Europa davanti al Parlamento marocchinoHo passato due giorni ad occuparmi del regionalismo in Marocco. Con il collega svizzero Philippe Receveur, ministro nel cantone del Jura, sono stato incaricato dal "Congresso dei poteri regionali e locali" del "Consiglio d'Europa" di capire come vanno le cose in tema di autonomia e decentramento a Rabat. Con me, oltre al personale a supporto della missione, due giuristi, il ginevrino Nicholas Levrat e lo spagnolo Juan José Ruiz Ruiz.
Un istruzione per l'uso: il "Consiglio d'Europa" non è un istituzione dell'Unione europea, ma precedente (nasce nel 1949) e parallela e copre - dalla sua sede di Strasburgo - un perimetro più vasto dal punto di vista geografico, visto che ne fanno parte 47 Paesi, venti in più dell'Unione europea, spingendosi sino alla Russia e a Paesi già facenti parte della vecchia Unione Sovietica o ai Paesi balcanici non ancora comunitari o a piccoli Stati - tipo San Marino e Andorra - che non fanno parte dell'Unione.
Fra le "mission" delle diverse configurazioni del Consiglio d'Europa lo sviluppo della democrazia locale con accordi internazionali e azioni attive anche al di fuori dal perimetro degli Stati membri, come nel caso del Marocco.
Gli incontri istituzionali, con i due rami del Parlamento e diverse autorità che non cito per brevità, miravano a capire a che punto fosse il processo di "regionalismo avanzato", come lo chiamano che dovrà sostituire, il flebile regionalismo delle sedici Regioni attuali. Questo processo rientra nell'applicazione della nuova Costituzione voluta dal Re, Hassan II (onnipresente in effigie in ogni angolo), anche come risposta alla famosa "primavera araba" che sta scuotendo i Paesi di tutto il Nord Africa e non solo. Oltretutto, nel quadro del regionalismo, va risolta la questione spinosa, che ho dovuto studiare a fondo per non essere impreparato, del Sahara Occidentale, zona al Sud - ricca di pregiate materie prime - che venne lasciata nel 1975 dal colonizzatore spagnolo e che da allora è uno dei focolai di guerra nel mondo con un contenzioso con gli indipendentisti locali supportati dall'Algeria. Vecchia e lunga storia di cui si occupano da allora, senza reali successi, le "Nazioni Unite" che hanno in loco i caschi blu a vigilare sul "cessate il fuoco".
Per le popolazioni di quella zona si prospetta da tempo un regime di autonomia speciale, promesse vane sinora ma ripetutamente ribadite nei nostri incontri con interlocutori - comprese molte donne deputato e non è banale in un mondo arabo che si sta radicalizzando - di elevato livello politico e culturale.
Per me è stato interessante, visto che il regionalismo è - giocoforza per un politico valdostano - una materia prediletta e declinare i problemi del regionalismo in Europa è non solo, a vantaggio dell'ancora vago progetto marocchino ed è anche un'utile ginnastica mentale.

La montagna e i suoi rischi

L'arrivo di una delle vittime a Chamonix, recuperata dai soccorritoriLa morte di nove alpinisti, a causa di una gigantesca valanga caduta sul Mont-Maudit sul versante francese del Monte Bianco, è stata la prima notizia dei telegiornali di ieri ed è sulla prima pagina dei quotidiani di oggi.
Non poteva essere altrimenti di fronte ad una vera e propria strage di questo genere e non me la sento di affrontare il tema, vecchio come il giornalismo e antico come l'uomo, di perché ci abbeveriamo più volentieri con le cattive notizie.
In queste ore, come in un automatismo, ci dovremo sorbire le solite lezioni sui pericoli della montagna, sui comportamenti da tenere, sui tristi precedenti e via di questo passo. E' un copione da rispettare specie quando questa materia finisce nella mani di inviati che non sanno un fico secco della montagna e delle sue dinamiche e agitano solo lo spettro della morte, che tanto piace nella cronaca nera in una sorta di esorcismo della serie "mors sua, vita mea", fatto anche dal voyeurismo consolatorio del dolore altrui.
Io mi sento di dire due cose. La prima è che l'alpinismo è pericoloso. Credo che in Valle d'Aosta ognuno possa fare mentalmente il calcolo delle persone conosciute che sono morte in un incidente. E' un rischio insito nella scelta di praticare questa attività e chi la fa lo accetta. La seconda è che i cambiamenti climatici accentuano ulteriormente i rischi dei terreni in cui si esercita l'alpinismo. L'aumento delle temperature obbliga a maggiori cautele e anche alla rinuncia.
Certo è terribile pensare a che cosa abbiano vissuto ieri, in quell'"ora X" della loro vita scritta nel libro misterioso del nostro destino, quegli alpinisti che hanno visto e sentito staccarsi quella massa di neve e ghiaccio che precipitava verso di loro.
Impotenza, paura, rassegnazione, disperazione, preghiera, imprecazione? Chissà quanti pensieri saranno passati nella loro mente, sapendo come in determinate circostanze è come se il nostro cervello fosse capace di mettere il rallentatore e certe tragiche circostanze diventano ben presenti in chi ne diventa vittima.
Le due componenti, quella soggettiva dell'alpinista che sceglie questa attività rischiosa con consapevolezza e quella oggettiva di uno scenario d'azione che è bellissimo ma ostile, creano un mélange che è ben noto ed è come un patto che chi ama la montagna stipula con la natura. Lei, la montagna non è né "assassina""mangiauomini", è - nelle condizioni estreme - un ambiente naturale mutevole e pieno di insidie e nell'uomo che la percorre non c'è, se non in rari casi, il gusto della sfida stolida, ma l'accettazione serena del rischio immanente.

Tornando sul Monte Bianco

L'arrivo del ministro a ChamonixQuando il ministro dell'Interno francese, Manuel Valls, in visita a Chamonix per la tragedia della montagna, ha sottolineato - plaudendo alla solidarietà dei soccorritori valdostani - che in montagna «non ci sono confini», penso davvero lo abbia fatto senza sapere di aver messo il dito in un vespaio.
E' vero, infatti, che i protocolli firmati fra la nostra Valle e le autorità francesi hanno ben regolamentato i movimenti sul massiccio del Bianco, dando massima libertà ai rispettivi soccorsi alpini, prevedendo in particolare che non ci siano impedimenti agli elicotteri per i loro voli. Ma è anche vero - e penso che Valls non sia stato informato - che resta irrisolta la disputa sulla frontiera lungo la cima della vetta più alta d'Europa.
Avendone parlato diverse volte, ne farò un riassunto succinto. All'epoca del distacco della Savoia dallo Stato Sabaudo non ancora Regno d'Italia nel 1860, i Trattati internazionali si occuparono anche della vetta, prevedendo che la linea di confine corresse per consentire un'equanime ripartizione. Poi. qualche anno fa, a fronte di una cartografia francese che si era "impossessata" dell'intera cima, era nata una Commissione bilaterale di diplomatici e di esperti dei due Paesi per dirimere la querelle, ma i lavori terminarono con un nulla di fatto.
Della vicenda mi occupai a lungo come deputato della Valle d'Aosta e di recente un parlamentare europeo mio amico, Niccolò Rinaldi, ha chiesto informazioni alla Commissione europea, stante il valore simbolico di questa montagna. Pensate i casi della vita, proprio mentre si svolgeva la sciagura sul Bianco, Niccolò mi scriveva questa mail: "Ciao Luciano, su "Google maps" la frontiera è tutta francese, e pare che questa sia una novità. Naturalmente la cosa ha ricaduta notevole, perché cittadini, studenti, studiosi di tutto il mondo si abbeverano al vangelo di Google. Ne sai niente?".
E io gli avevo risposto semplicemente che lo sapevo bene e che questo deriva dal fatto che Google impiega per quella zona l'"incriminata" cartografia francese, cui l'Italia pigramente sembra non aver più intenzione di reagire e penso che a questo punto dovrebbe il nostro Consiglio Valle a suonare la sveglia e me ne occuperò.
Ho già detto che, in epoca d'integrazione europea, certe dispute possono essere insensate, specie per chi - come i valdostani - non sono affetti da "nazionalismi nazionali" (scusate il raddoppio). Tuttavia gli accordi storici non sono carta straccia e dunque certi chiarimenti vanno fatti, non fosse che oggi i francesi potrebbero smentire una nostra pubblicità che dicesse qualcosa del genere: "Valle d'Aosta, sin sulla vetta del Bianco".
Sono lieto a questo proposito di dirvi che il grande geografo e storico delle Alpi, Paul Guichonnet, in una lettera di suo pugno, pur essendo francese, mi ha detto che la Francia ha torto nella sua cartografia, perché la ricostruzione storica - come egregiamente fatto più volte dai coniugi Aliprandi, esperti italiani - chiarisce senza dubbio il principio dello spartiacque sulla cima e dunque la "comproprietà".
Insomma: la questione va chiarita e non per stupido sciovinismo, ma per onestà intellettuale per evitare che un giorno, ad esempio per un qualche incidente di montagna sulla cima - possa scoppiare un caso di competenza territoriale fra magistratura francese e italiana per l'evidente paradosso di carte geografiche così diametralmente diverse sullo stesso pezzo di territorio.

Una sentenza da studiare

Foto di gruppo per la Corte costituzionaleOggi tratto un tema certo specialistico ma delle evidenti implicazioni politiche e con il rischio che durante la lettura qualcuno legittimamente si disamori per la complessità e la lunghezza. Me ne scuso anzitempo.
Mi occupo della sentenza della Corte Costituzionale sulla Valle d'Aosta è la 173 del 2012 (ma ci sono anche le più recenti sentenze 178 e 179), pubblicata qualche giorno fa. Stanno in sostanza arrivando al pettine alcuni contenziosi, a difesa del nostro ordinamento, riguardanti alcune leggi del Governo Berlusconi e poi Monti.
Questa sentenza riguarda diverse Regioni, compresi alcuni problemi sollevati dalla Valle, che negli atti della Corte viene sempre citata - e lo dovremmo sempre fare anche noi - come "Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste" in ossequio al bilinguismo che misi in Costituzione nel 2001.
Il contenzioso riguardava parti delle manovre finanziarie di Giulio Tremonti, prima dell'uscita di scena di Silvio Berlusconi (oggi pronto a tornare) e la Consulta è secca nelle sue conclusioni, poiché "dichiara cessata la materia del contendere in ordine alle questioni di legittimità costituzionale" da noi sollevate.
Questo ricorso risaliva al settembre 2010 e dunque ci sono voluti quasi due anni, un tempo biblico per decisioni governative che hanno sortito problemi enormi, come in parte tutti gli avvenimenti e le polemiche sui "forestali" dimostrano e questo sarà un tema "caldo".
Le questioni di legittimità costituzionale concernevano parti di un decreto legge del maggio 2010, diventato legge due mesi dopo e che agì in profondità in materia di personale sotto i profili della spesa e dei contatti. Di conseguenza la Regione, nel ricorso contro lo Stato, dettagliava specialmente le ragioni statutarie che rendevano invasivo e e grave l'intervento governativo.
Il cuore della sentenza, che è in sostanza favorevole alla Valle recita: "in effetti, la ricorrente, nella memoria depositata in prossimità dell’udienza pubblica dell'8 maggio 2011, ha affermato che, a seguito della sopravvenuta entrata in vigore della legge 13 dicembre 2010, numero 220 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge di stabilità 2011), il suo concorso agli obiettivi di finanza pubblica ha luogo, ormai, con misure da definire mediante accordi con lo Stato. Si tratta, precisamente, dell'accordo con il ministro dell'Economia e delle finanze previsto dall'articolo 1, comma 132, della legge numero 220 del 2010 e di quello con il ministro per la Semplificazione normativa, ai sensi dell'articolo 1, commi 160 e seguenti della stessa legge numero 220 del 2010. Alla luce di tale normativa, la Regione ricorrente sostiene che le disposizioni impugnate non sono ad essa applicabili, perché introducono misure volte ad assicurare il proprio concorso agli obiettivi di finanza pubblica senza che esse siano state pattuite mediante i menzionati accordi.
La ricorrente ha prodotto in giudizio una copia dell'accordo concluso in data 11 novembre 2010 con il ministro per la Semplificazione, con la denominazione "Accordo tra lo Stato e la Regione autonoma Valle d'Aosta per il coordinamento della finanza pubblica nell'ambito del processo di attuazione del federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione". Tale accordo non è stato concluso nel rispetto di quanto previsto dai commi 160 e seguenti dell'articolo 1 della legge numero 220 del 2010 (entrata in vigore il 1° gennaio 2011), ma in dichiarata applicazione della legge 5 maggio 2009, numero 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione), al fine di "modificare l'ordinamento finanziario della Regione e di definire specifiche norme di coordinamento finanziario". In attuazione di tale accordo - il quale prevede che gli obiettivi finanziari in esso pattuiti "sono approvati con legge ordinaria dello Stato (…)" - è poi effettivamente intervenuta la citata legge numero 220 del 2010, la quale, al comma 160 del suo articolo 1, stabilisce che "ai sensi del combinato disposto dell'articolo 27 della legge 5 maggio 2009, numero 42, e dell'articolo 50 dello Statuto speciale per la Valle d'Aosta, di cui alla legge costituzionale 26 febbraio 1948, numero 4, e successive modificazioni, la Regione Valle d'Aosta concorre (...) all'assolvimento degli obblighi di carattere finanziario posti dall'ordinamento dell’Unione europea e dalle altre misure di coordinamento della finanza pubblica stabilite dalla normativa statale, attraverso le misure previste nell'accordo sottoscritto tra il ministro per la Semplificazione normativa e il presidente della Regione Valle d'Aosta: a) con la progressiva riduzione della somma sostitutiva dell'imposta sul valore aggiunto all'importazione a decorrere dall'anno 2011 fino alla soppressione della medesima dall'anno 2017; b) con il concorso finanziario ulteriore al riequilibrio della finanza pubblica, mediante l'assunzione di oneri relativi all'esercizio di funzioni statali, relative ai servizi ferroviari di interesse locale; c) con la rimodulazione delle entrate spettanti alla Regione Valle d'Aosta".
Dalla conclusione di quest'ultimo accordo e dalla successiva approvazione dei suoi obiettivi finanziari ad opera della citata legge numero 220 del 2010 - atti entrambi sopravvenuti al decreto legge numero 78 del 2010 recante la disposizione impugnata - consegue che il concorso della Regione autonoma Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste all'assolvimento degli obblighi di carattere finanziario posti dall'ordinamento dell'Unione europea e dalle altre misure di coordinamento della finanza pubblica fissate dalla normativa statale è rimesso, per le annualità successive al 2010, alle misure previste nell'accordo stesso e nella legge che lo recepisce. Pertanto, gli articoli 9, comma 28, e 14, comma 24bis, del decreto legge numero 78 del 2010 (che dispongono esclusivamente per gli anni successivi al 2010) sono applicabili a detta Regione solo, eventualmente, attraverso le misure fissate nell'accordo e approvate con legge ordinaria dello Stato. Essi, dunque, non trovando diretta applicazione nei confronti di tale Regione autonoma, non possono violarne l'autonomia legislativa e finanziaria, con conseguente cessazione della materia del contendere in ordine alle questioni promosse dalla ricorrente"
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Mi stupisce che la Corte Costituzionale non citi un'altra parte decisiva e applicativa degli accordi con il Governo, vale a dire il decreto legislativo 3 febbraio 2011 , numero 12, il cui titolo è illuminante "Norma di attuazione dello statuto speciale della regione Valled'Aosta/Vallee d'Aoste recanti modifiche alla legge 26 novembre 1981, numero 690, recante revisione dell'ordinamento finanziario della Regione". Norme che ho seguito in prima persona come membro regionale della Commissione Paritetica Stato-Valle d'Aosta in coerenza con molti anni in cui mi sono occupato dell'ordinamento finanziario.
Capisco che è materia difficile e che non alletta. Ma sia chiaro che dietro alle formule complesse della sentenza si cela un successo per la nostra Regione autonoma. 
Ora - e certo anche il Consiglio Valle se ne occuperà nel suo ruolo di legislatore - bisognerà misurare le complicate e difficili ricadute.

Usare la cooperazione decentrata

Donne marocchineGli stranieri residenti in Valle d'Aosta, all'inizio dello scorso anno, erano 8.712, rappresentando il 6,8 per cento della popolazione residente. Rispetto al 2004, siamo a poco più del raddoppio delle presenze e di conseguenza i numeri parlano da soli sul fenomeno crescente dell'immigrazione (con conseguenze sulla natalità), anche se bisognerà vedere se e come la prolungata crisi economica inciderà.
Ci riflettevo, parlandone giorni fa a Rabat con i parlamentari nazionali in quegli incontri interessanti di cui ho già dato qui un parziale resoconto, segnalando come proprio il Marocco sia, con 2.311 persone, equamente distribuite ormai fra uomini e donne, il principale Paese di provenienza con il 26,53 per cento sul totale degli immigrati nella nostra Valle. Aggiungendo 914 albanesi (10,49 per cento), 540 tunisini (6,20 per cento), 133 algerini (1,53 per cento), 39 egiziani (0,45 per cento) si evidenzia come la presenza dei musulmani sia molto forte e che - tolti gli albanesi che sono in Europa - i provenienti dal nord Africa sono la componente più forte.
In quei Paesi, tranne l'Algeria, si è manifestato il fenomeno noto come "primavera araba" e che ha toccato anche paesi del medio e vicino Oriente.
Già in passato si era riflettuto su come fare in modo che si mettesse ordine e una razionale regolazione nella politica migratoria nel limite delle possibilità concrete e con gli strumenti politici e giuridici limitati a disposizione della nostra Regione autonoma. Fondamentale appare il meccanismo di domanda e offerta di lavoro.
La chiave potrebbe essere quella della cooperazione decentrata e cioè quelle azioni svolte in una logica biunivoca fra noi e un Paese in via di sviluppo, che consenta uno sviluppo locale e un "ponte" fra le due realtà. Questo potrebbe dire, ad esempio, formazione in loco, approfondita con l'esperienza di lavoro da noi che porti ad una qualificazione professionale a vantaggio di acquisizioni utili per entrambi con forza lavoro che possa operare qui e rientrare nel Paese d'origine a vantaggio del proprio sviluppo. Un modello non rigido che consenta diverse modalità d'intervento.
I dati mostrano il perché della scelta del Marocco, uno Stato che si sta modernizzando, come dimostrato dalla recente Costituzione e da una vocazione filoeuropea solida, oltreché con l'utile appartenenza comune al mondo della francofonia.

Silvio non molla

Silvio Berlusconi ritorna inaspettatamente - o forse neppure troppo per chi studiava i suoi silenzi - in campo.
Sarà lui, senza bisogno di primarie, il candidato premier della nuova creatura politica che sorgerà dall'ennesimo cambio d'etichetta dell'attuale Popolo della Libertà. Il prestigiatore prova un nuovo numero: risorgere dalla proprie ceneri, come la mitica Araba Fenice. E si annunciano sorprese interessanti con liste varie e marketing rinnovato.
Berlusconi è davvero capace di tutto, soprattutto di cambiare amici e spin doctor, come uno Zeus capriccioso, che sembra non gradire in particolare chi lo contraddice, meglio nuovi adulatori e scaricare l'equipaggio senza mai discutere il capitano della nave.
Per altro ci si doveva aspettare che sopportasse, malgrado l'anagrafe fosse un buon pretesto, di avere imboccato il viale del tramonto e neppure potesse immaginare di accettare senza un colpo di coda "il dopo di lui" politico, che significava l'ormai avviata disgregazione del centrodestra alla fine del berlusconismo e del suo leader maximo.

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