June 2012

A proposito della Germania

Le squadre tedesca ed italiana ai mondiali di calcio del 1982Ancora poche settimane fa, per il mio rapporto sui cambiamenti climatici nelle zone di montagna che verrà approvato giovedì in Commissione, ho dovuto bisticciare con un collega tedesco. A lui, che ha un ruolo rilevante nel suo Gruppo politico al Comitato delle Regioni, la mia proposta di trattare questo tema non è piaciuta sin dall'inizio e mi ha messo i bastoni fra le ruote. Io ho pazientato, ho accettato in un incontro faccia a faccia qualche modifica al testo e poi me lo sono ritrovato in una seduta di Commissione di nuovo contro con un inammissibile e sgradevole tono da maestrino con il suo allievo. Allora sono passato dal fioretto alla spada e ho difeso con decisione, in una seduta di Commissione, le mie ragioni, dicendogli quel che gli veniva e da allora non mi saluta più.
Direte voi: un maleducato capita e bisogna metterlo in conto. Verissimo, ma non era la prima volta. Quando al Parlamento europeo iniziai a presiedere la Commissione Trasporti e Politica Regionale - ero il più giovane dei Presidenti di Commissione - un collega tedesco assai autorevole non perdeva occasione per mostrare un tono supponente e usare delle battutine per vedere fino a che punto fossi un italiano un pochino fesso. Anche in quel caso pazientai per qualche seduta, per vedere se gli passava, e poi iniziai a rispondere a tono sino a quando diventammo amici.
In questi dieci anni in Europa ho verificato di persona questo atteggiamento di superiorità dei tedeschi è andato in crescendo ed è stato agevolato da un'astuta politica di occupazione di ruoli cardine e dalla forza di un'economia forte dopo la riunificazione seguita alla caduta del muro di Berlino. Passato i complessi derivanti dalle vicende della Seconda Guerra mondiale e dalle colpe collettive che gravavano sul popolo tedesco, ora mostrano - e potrei moltiplicare gli esempi - una crescente tracotanza su cui è bene vigilare. Io ho sempre avuto in casa un antidoto ed erano i racconti di ordinaria follia dei comportamenti dei tedeschi nei campi di concentramento dove finì mio padre, che raccontava di una mancanza di umanità nei lager che lo lasciava di stucco ancora decenni dopo, come un ferita aperta.
Lo scrivo pensando ad Angela Merkel, cancelliera tedesca, che ieri - per l'ennesima volta - ha fatto crollare le Borse per la ripetizione del solito refrain: "no eurobond, nessuno sconto alla Grecia". Lo ha fatto con malagrazia e nei tempi e nei modi sbagliati, ma non è una novità e questo isolamento in cui costringe la Germania le tornerà indietro con gli interessi. Ma intanto l'Europa penzola nel vuoto di un baratro e il nazionalismo tedesco non aiuta, anzi fa venire in mente i problemi ciclici che i tedeschi hanno posto agli altri e le due guerre mondiali del Novecento sono scritte nei libri di Storia come un ammonimento grazie ai vincitori contro l'imperialismo germanico.
Non sarà elegante ricordarlo, ma quando ci vuole ci vuole e non sono circostanze risibili come la prossima sfida calcistica.

La crisi del regionalismo

L'altro giorno parlavamo del regionalismo con il professor Marco Cammelli, da poco presidente della "Commissione Paritetica Stato-Valle d'Aosta", espressione autorevole di parte statale.
Cammelli è un professore di diritto amministrativo molto conosciuto e apprezzato e che ha ricoperto anche ruoli di vario genere che gli hanno consentito - lato Stato e lato Regioni - di comprendere a fondo certi meccanismi istituzionali.
Ebbene, tra poco verranno pubblicati gli atti di una sua conferenza in cui annuncia - e la cosa farà scalpore - il fallimento del regionalismo italiano. Una tesi forte e naturalmente motivata, che - come da lui chiarito in una conversazione serale nella sua recente visita ad Aosta - non riguarda la nostra autonomia speciale, ma il regionalismo "ordinario".

La rivoluzione dei pelati

Il calvo più famoso d'ItaliaOggi non me la sentivo di parlare del Consiglio europeo, anche perché per l'integrazione europea per ora si sente solo suonare una campana a morto. Visto che domani salirò a Bruxelles per il "Comitato delle Regioni", avrò delle sensazioni de visu e ve le riporterò. Oggi consentitemi di trattare di un argomento "leggero" che preannuncia una... rivoluzione.
Leggo sul giornale che tra breve ci sarà in commercio un rimedio contro la calvizie, una molecola miracolosa - studiata e venduta dall'Oréal - che "risveglia" dall'aldilà i capelli defunti.
Si preannuncia così un business incredibile, visto che due uomini su tre hanno questo problema e la maggioranza di loro è pronta a tutto pur di evitare la "pelata".
Chissà se sarà davvero la volta buona, visto che annunci del genere sono stati periodici e risultati sempre infondati. Alla fine l'unico rimedio per risolvere la questione era stato quello radicale, pur posticcio, inventato nella sua applicazione di massa da Cesare Ragazzi, che aveva sdoganato il parrucchino (oggetto in dotazione anche ad un politico locale: cherchez l'homme).
Chi ha la fortuna di avere un capigliatura folta in età adulta conosce lo stesso, sin dall'adolescenza, i patimenti di amici e familiari vittime dell'agonia della caduta dei capelli con il tentativo di evitare il declino della capigliatura nelle sue varie fasi. Dai farmaci miracolosi sino al trapianto pilifero, dal riporto meticoloso al cappello strategico sulla testa credo di averle viste tutte nel campionario usato da chi combatteva la calvizie con una lotta dura contro l'avversità sino alla capitolazione finale. Mi riferisco alla radicale soluzione con pelata esposta di cui Yul Brynner fu antesignano e che oggi va per la maggiore.
Io appartengo, invece, per fortunata combinazione ereditaria, a chi i capelli ce li ha in abbondanza (anni fa qualche imbecille annunciò che portavo il parrucchino!), anche se quando ero ragazzo non ho mai avuto tagli da "capellone" in voga come segno di anticonformismo. Da biondino nell'infanzia sono diventato castano e poi ormai grigio, mai pensando - come qualche collega politico - di cedere alla tentazione della tintura miracolosa e ridicola in un uomo.

I cambiamenti climatici e le montagne

Luca MercalliSono sinceramente contento che nella "Commissione ambiente" del "Comitato delle Regioni" si discuta oggi dei cambiamenti climatici nelle zone di montagna.
E' una mia proposta di parere, che ha avuto qualche vicissitudine ad essere approvato dal "Bureau" del "CdR", ma poi - essendo cocciuto - è arrivato e , dopo averne discusso un prima volta mesi fa e, dopo l'adozione formale di oggi, andrà alla plenaria di ottobre in concomitanza con gli "Open Days", avendo dunque una forte visibilità. Mio esperto - e oggi passerò con lui la giornata, oltreché la seduta - il mio amico Luca Mercalli, che non ha bisogno di presentazioni.
L’incipit è chiaro, dovendo fare un esame a volo d'uccello del documento: "Negli ultimi anni si è accumulata un'ampia letteratura scientifica nonché numerosi documenti politici e progetti scientifici nell'Unione europea, che evidenziano come le regioni di montagna siano altamente sensibili ai cambiamenti climatici, in quanto riuniscono in una ristretta area ambienti differenti per quota, esposizione e influenza delle circolazioni atmosferiche".
Fra i punti qualificanti ricordo questi passaggi: "Le aree montane sono forzieri di biodiversità minacciati dal cambiamento rapido del clima: di tutti i siti "Natura 2000" il 43 per cento si trova nelle zone di montagna e 118 delle 1.148 specie elencate negli "Annexes II" e "IV" della "Direttiva Habitat" sono legate ad ambienti montani".
E ancora: "Variazioni climatiche poco percepibili nelle zone di pianura vengono amplificate nelle aree montane e assumono un valore di diagnosi precoce dell'evoluzione climatica a macroscala, costituendo un'eccezionale fonte di osservazione per la ricerca scientifica e un banco di prova per lo sviluppo e la valutazione delle politiche di adattamento. In particolare le Alpi interessano un’area di 200.000 chilometri quadrati nel cuore d'Europa, sono abitate da 14 milioni di persone e ospitano 120 milioni di turisti all’anno".
Ed ecco un passaggio che inizia a mettere i piedi nel piatto: "I cambiamenti climatici sono già in atto e causano: incremento del rischio idrogeologico (alluvioni, frane) e aumento vulnerabilità delle persone e delle infrastrutture, riduzione della disponibilità di acqua soprattutto in estate (anche nei territori adiacenti non montani), cambiamento del regime delle portate dei fiumi (nella regione alpina è attesa una maggior frequenza di piene invernali e siccità estive), riduzione dei ghiacciai (dal 1850 i ghiacciai alpini hanno perso circa due terzi del loro volume con una netta accelerazione dopo il 1985), riduzione del permafrost, riduzione della durata del manto nevoso soprattutto a quote inferiori ai 1.500 metri, cambiamento di frequenza delle valanghe, minaccia alla biodiversità e migrazioni vegetali e animali, cambiamenti nell'economia del turismo invernale ed estivo e della produzione di energia idroelettrica, incertezze nella produzione agricola e danni alla selvicoltura. La sensibilità dell'ambiente alpino a questa rapida evoluzione climatica ne fa una zona di "handicap permanente". L'aumento di temperatura rilevato negli ultimi 150 anni sulle Alpi (+1,5 °C) è doppio rispetto alla media mondiale di +0,7 °C".
E venendo a un passaggio più "politico": "Le tradizioni e le culture di montagna si fondano sull'importante concetto della consapevolezza dei limiti ambientali. Le relazioni con gli stretti vincoli fisici del territorio hanno permesso di elaborare nel tempo raffinati criteri di sostenibilità e di uso razionale delle risorse, dagli antichi nuclei abitativi walser al progetto "CasaClima" della provincia autonoma di Bolzano. Questi valori di fondo possono essere integrati in una visione moderna attraverso l’aiuto delle nuove tecnologie, producendo conoscenza e modelli di sviluppo che siano utili non solo alle stesse aree di montagna, ma anche alle zone periferiche, e in molti casi possono assumere valore universale".
Il valore generale del rapporto si evidenzia in quest'altro passaggio: "Il cambiamento climatico sfiderà le nostre capacità di adattamento più di ogni altro ostacolo la nostra specie abbia mai affrontato, tuttavia è solo un indicatore parziale di una più complessa crisi ambientale e dell'umanità che interessa anche: disponibilità di risorse naturali rinnovabili (foreste, risorse ittiche, prelievo di biomassa), riduzione della biodiversità, fragilità della produzione alimentare (elevato costo energetico fossile degli alimenti, riduzione del suolo coltivabile, squilibrio dei cicli di carbonio, azoto e fosforo), riduzione della disponibilità di risorse minerarie, riduzione della disponibilità di energia fossile a basso costo (picco del petrolio), inquinamento dell'aria, dell'acqua, dei suoli e accumulo di rifiuti non biodegradabili, aumento demografico e flussi migratori (anche dovuti ai cambiamenti climatici)".
Mi fermo qui, perché avremo modo di parlarne più approfonditamente, specie nella parte "costruttiva", che segue alle molte premesse. L'importante, dal punto di vista scientifico, culturale e naturalmente politico era rilevare come, essendo le zone montane ormai un pezzo della coesione territoriale dei Trattati europei, i cambiamenti climatici - malgrado lo stallo derivante dal recente summit a "Rio +20" - restino uno dei problemi più grandi che la politica locale e quella europea devono saper affrontare per le modificazioni fisiche e comportamentali che ne conseguiranno.
Capisco che con il rischio di collasso dell'Unione europea appaia come un'inezia, ma è con la normalità che si potrà ripartire.

P.S.: tutto quel che ho scritto resta buono, tranne che - per un guasto tecnico dell'aereo - non sono riuscito a salire in tempo a Bruxelles. Sarà per la plenaria d'ottobre, visto che il parere è passato pur in assenza mia e di Mercalli.

Usiamo un neologismo

la sobria prima pagina de 'Il Giornale' di oggiLa tentazione di usare il calcio come arma politica non è una novità. Basti pensare alla nazionale italiana di Vittorio Pozzo in pieno regime fascista per intenderci.
Per cui capisco la tentazione di queste ore di usare la vittoria di ieri degli azzurri contro i tedeschi come una rivalsa rispetto allo strapotere della Germania proprio in Europa. Io ci andrei cauto a mischiare le mele con le pere, pur apprezzando il risultato dell'Italia e l'accesso alla finale.
Ho scritto qui dei gravi errori tedeschi nei contenuti e nei modi nella politica europea. Ma la loro richiesta ai partner europei di "mettere i conti a posto" contro i rischi di un tracollo dei conti pubblici è ragionevole. Così come è ragionevole ribadire che la forza dell'economia tedesca e la loro stabilità politica non sono una grazia ricevuta ma frutto dell'etica del lavoro e del senso pubblico.
Certo gli esiti della lunga discussione notturna del Consiglio europeo a Bruxelles sembra ben diverso dalla secchezza di un risultato calcistico. Ascoltando i commenti poco fa ognuno tira l'acqua al proprio mulino e così la stampa italiana esalta il ruolo di Mario Monti per aver saputo trovare - nella logica di un "catenaccio" antispread - una soluzione buona per l'Italia.
Mi sono abituato a leggere i documenti originali, dunque mi sembra presto per commentare gli esiti finali. Si è di certo evitato lo "spezzatino" dell'Europa, ma dire con certezza che l'europeismo riparte mi sembra prematuro.
Certo è semmai che la "tenaglia Roma (e le altre Capitali) - Bruxelles", nel nome del rigore dei conti pubblici, è una sommatoria evidente di due centralismi che restringono gli spazi dell'"altra" Europa, quella delle Regioni come la nostra.
Sarebbe corretto che si smettesse di parlare di federalismo e propongo, in difesa delle idee e dei principi, di usare un neologismo: lo "sfederalismo", come segno lessicale dei tempi difficili.

Vigilare sulla strategia alpina

Il sottoscritto con il presidente Rollandin a St.-GallQuando ieri mattina, giunto nel Cantone di San Gallo nel lussuoso albergo che ospitava la conferenza sulla strategia per la macroregione alpina, mi hanno detto della presenza sul posto di Umberto Bossi sono rimasto di stucco. Cosa c'entrava il fondatore della Lega con la manifestazione che prevedeva discussione e voto di un documento da parte dei Presidenti di Regione?
L'ho avvicinato e salutato, ricordando le frequentazioni passate. E' stato gentile, pur nelle difficoltà evidenti di espressione dovute ai postumi dell'ictus. Restava da capire il perché fosse lì.
L'attesa che si avviassero i lavori non è stata noiosa ed è stata dedicata ad una discussione informale con il presidente della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai che, cambiando la posizione sinora assunta dalla sua Provincia autonoma, annunciava che non avrebbe approvato nulla, perché riteneva - riassumo - che la presenza delle grandi Regioni solo in parte alpine potesse annacquare le zone davvero montane.
Ho spiegato come la geometria variabile della strategia alpina, ancora da perfezionare nei suoi contenuti prima di avviare l'iter in Europa, si basasse sulla garanzia di un rispetto della componente più montanara con politiche specifiche in ossequio al principio europeo della coesione territoriale e della montagna come cuore delle Alpi anche per la parte pedemontana e subalpina.
Mi pareva poi, dal suo intervento e dal suo voto favorevole al documento di base, che Dellai avesse condiviso il ragionamento, per altro ripreso dal presidente della Valle Augusto Rollandin nel suo intervento ufficiale.
Finito tutto, quando sul prato si svolgeva il rito delle foto ufficiali, si è scoperto il ruolo di Bossi, quando i presidenti leghisti Roberto Cota del Piemonte e Luca Zaia del Veneto, assieme al pidiellino Roberto Formigoni (che senza Lega va a casa)i, si sono fatti fotografare con il vecchio leader (da oggi il testimone nella Lega passa a Roberto Maroni) dietro ad un bandierone con il simbolo della Lega.
Questo atto finale ha reso intellegibili certi passaggi negli interventi di poco prima dei presidenti leghisti e conferma purtroppo che certi timori di Dellai non fossero del tutto infondati. Nel proseguo del progetto bisognerà infatti evitare strumentalizzazioni "padaniste" che, nel tramonto di un certo ruolo della Lega, possano svuotare dei suoi significati politici forti e condivisisi la strategia alpina. Non può essere accettabile riallacciare questa nostra strategia macroregionale a quelle macroregioni alla Gianfranco Miglio con l'Italia divisa in tre Repubbliche Nord, Centro e Sud, che non c'entrano niente con il respiro europeo delle Alpi e che potrebbe persino essere nocive rispetto ai popoli alpini più piccoli come siamo noi. Il federalismo è altra cosa, come mostra proprio la Svizzera nell'equilibrio fra cantoni grandi e piccoli.
Basta con serenità respingere certe "letture" strumentali nel lavoro di approfondimento dei prossimi mesi. 

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