June 2012

La dimensione europea

Antonis Samaras, vincitore delle elezioni in Grecia, tallonato dai giornalistiIl caso ha voluto che nella stessa domenica si votasse per il secondo e decisivo turno per le politiche in Francia e lo stesso avvenisse in Grecia per elezioni resesi necessarie per la mancanza di una maggioranza parlamentare dopo il voto di qualche settimana fa.
Gli esiti sono noti: solida maggioranza socialista e di sinistra a Parigi, vittoria della destra e possibile coalizione di governo coi socialisti "pro-Europa" ad Atene.
Queste due vicende, per le implicazioni sul futuro dell'Unione europea, dimostrano con chiarezza come ormai la dimensione europea sia, nel bene e nel male, un quadro istituzionale comune che si è affermato nel cammino dagli anni Cinquanta dal Novecento ad oggi. 
E' un elemento evidente su cui è bene riflettere anche per la nostra Valle d'Aosta e riguarda il fatto semplice all'apparenza di due strade - la nostra autonomia speciale e l'immanente integrazione europea - che dapprima parallele hanno finito per incrociarsi. E, malgrado ovviamente nello Statuto nel 1948 non si citasse un'Europa che allora era solo un'idea, al rapporto "Aosta - Roma" come asse della dialettica politica si è sostituita la triangolazione "Aosta - Roma - Bruxelles". Anzi, basta guardare ai problemi della legislazione regionale, per capire come gli spazi di azioni in numerosissime materie siano ormai condizionati dalla dimensione comunitaria e non più da quella nazionale.
Questa dinamica obbliga la classe politica valdostana e le istituzioni democratiche frutto dello Statuto ad un continuo salto di qualità. Il mio amico Renato Barbagallo, studioso dell'ordinamento valdostano e segretario generale della Regione per molti anni, ricorda come per molto tempo la "macchina" della nostra autonomia abbia mantenuto la mentalità della vecchia "Provincia d'Aosta", concependo il lavoro quotidiano come semplice amministrazione senza quella dimensione politica forte insita nell'autonomia speciale.
Certi rimasugli di questa idea puramente "amministrativa" sussistono ancora oggi e questo stride, specie verso l'Europa, con la necessità di evitare che la routine quotidiana ci impedisca di giocare partite decisive nell'interlocuzione sempre più vasta a Bruxelles, affiancata alla consueta negoziazione con Roma.
Per questo "dobbiamo" essere europeisti: un'attitudine mentale e una scelta politica che non significano affatto una bovina adesione all'attuale costruzione europea, ma significano impegno a correggerne errori e storture. Sapendo che l'Europa può essere una chiave di lettura importante per evitare le tentazioni che a Roma si voglia "staccare la spina" dell'autonomia speciale, ma per questo bisogna presidiare la politica europea e tessere alleanze.

Per non perdere la speranza

Il "come eravamo" ha sempre un sapore agrodolce. L'aspetto agro sta nel fatto che - maledizione! - si invecchia e questo è un processo inarrestabile. L'aspetto dolce è che i ricordi tendono ammettere in primo piano le cose più belle del proprio passato.
Riflettevo su questo aspetto, riprendendo un'annotazione che ho messo nel blog qui a fianco e che riguarda quella primavera-estate di venticinque anni fa, quando il fato mi portò ad entrare in politica con la prima elezione alla Camera dei Deputati. Devo dire la verità: a rivedere le foto di allora, cui corrispondono altrettanti ricordi dentro la mia testa, provo un senso di piacere per quei momenti. Quell'inizio mi ha consentito di poter vivere una lunga stagione politica di cui sono contento. Ma, inutile negarlo, chiunque oggi si trovi in politica da un certo numero di anni non può non interrogarsi sul perché questa stagione sia imbevuta non solo dai veleni dell'"antipolitica", ma anche da una serie di ragioni credibili e vere che sono "antipolitica" in positivo, cioè critica giusta e serrata di un sistema politico e istituzionale che puzza.

I "miei" temi per la Maturità

'Guernica', opera di Pablo PicassoDomani inizia la Maturità. Si comincia con la mitica "prova d'italiano". In queste ore, come da copione, si rincorrono le voci sugli argomenti delle prove. Ai miei tempi si faceva tutto al telefono, cercando lo spunto giusto, mentre oggi spopola così tanto il Web che il Ministero competente ha allertato la Polizia postale per "blindare" i testi che viaggiano ormai in Rete con destinazione le scuole e per controllare la fuga di notizie vere o presunte che siano.
Se io fossi il Ministro dell'Istruzione proporrei le seguenti tracce. Premetto che sono sicuro che non ne piglierò neppure una, ma almeno vi dico che cosa mi piacerebbe ci fosse.

  • Per la tipologia A "analisi del testo" sceglierei il mio poeta preferito, Eugenio Montale, con la sua geniale
    "Meriggiare pallido e  assorto 
    presso un rovente muro d'orto, 
    ascoltare tra i pruni e gli sterpi 
    schiocchi di merli, frusci di serpi.
    Nelle crepe dei suolo o su la veccia 
    spiar le file di rosse formiche 
    ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano 
    a sommo di minuscole biche.
    Osservare tra frondi il palpitare
    lontano di scaglie di mare 
    mentre si levano tremuli scricchi 
    di cicale dai calvi picchi.
    E andando nel sole che abbaglia 
    sentire con triste meraviglia 
    com'è tutta la vita e il suo travaglio 
    in questo seguitare una muraglia 
    che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia".
  • Per la tipologia B "redazione di un saggio breve o di un articolo di giornale" metterei "Guerra e pace" con tre quadri: la "Colomba della pace" e "Guernica" di Pablo Picasso, il "Ritratto a cavallo di Napoleone Bonaparte" di Jacques-Louis David. I quattro testi potrebbero essere: ovviamente un brano tratto da "Guerra e pace" di Lev Tolstoj, un passaggio, "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu, un brano tratto da un libro del Mahatma Gandhi e infine di Primo Levi "Se questo è un uomo".
  • Per l'ambito "socio-economico" farei come titolo: "Che rapporto fra vita reale e Web?". Con quattro brani di Steve Jobs, Umberto Eco, Al Gore e Jürgen Habermas.
  • Per l'ambito "storico-politico" sparerei "Unione europea fra illusioni e speranze" con quattro autori: Altiero Spinelli, Luigi Einaudi, Simone Veil, Winston Churchill.
  • In ambito "tecnico-scientifico" direi un bel "Albert Einstein, uno scienziato umanista": brani a disposizione uno dello stesso Einstein, gli altri di Galileo Galilei, di Tullio Regge e di Stephen Hawking.
  • Arriviamo alla tipologia C "tema di argomento storico": "«Combattevamo Mussolini come corruttore, prima che come come tiranno; il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura; non insistevamo sui lamenti per mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli italiani che non resistevano, che si lasciavano addomesticare». Così Piero Gobetti commentò l'affermarsi del fascismo. Il candidato ricostruisca il fenomeno fascista e la sua trasformazione in regime. Rifletta inoltre sulla preoccupazioni di Gobetti attorno al vizio italiano del conformismo".
  • Infine tipologia D "tema di ordine generale" con una frase di Leo Longanesi: «Cercò la rivoluzione trovò l'agiatezza». Il candidato partendo da questa frase analizzi il fenomeno del Sessantotto, come fatto politico rilevante nell'evoluzione della società in Italia. Rifletta inoltre sul fenomeno di una profonda revisione politica che ha colpito, con il passare degli anni, molti dei protagonisti d'allora".

Naturalmente sono solo fantasie.

Il tiro al telecronista

Il sottoscritto alla radio... qualche anno faGli "Europei 2012" hanno due caratteristiche: l'interesse per le partite di calcio, accentuato ora dagli azzurri giunti ai quarti di finale, e l'esistenza di un rancore crescente verso alcuni telecronisti, che si è diffuso nei social network e nella chiacchiera da bar. Penso che quest'ultimo aspetto sia la prima volta che si manifesta in modo così clamoroso. Roba da "fatwa".
"Tutto il calcio minuto per minuto" ha connotato la mia infanzia, visto che iniziò quando avevo un anno. I vecchi radiocronisti erano straordinari affabulatori che rendevano vivide le partite via etere. Quello che conobbi bene, per la sua amicizia con il capo redattore "Rai" di Aosta, Mario Pogliotti, fu Sandro Ciotti con la sua voce cavernosa accentuata dall'uso smodato delle sigarette. Naturalmente poi conosco Livio Forma, unico valdostano di "Tutto il calcio...", che ricorda sempre che riuscì a fare il commento della sua prima partita perché lo sostituii volentieri nella redazione aostana quel celebre giorno che fu l'incipit della sua brillante carriera.
Certo è che da bambino non avevo mai visto uno stadio, eppure lo "sentivo", specie in quell'epoca di monopolio radiotelevisivo che aveva mille difetti, ma - smentendo l'idea che solo la concorrenza dà la sveglia - teneva alta la qualità.
La televisione sopravvenne, senza scalzare la radio, con quel teatrino unico che fu "Novantesimo minuto", che apriva la via della popolarità a giornalisti delle sedi regionali (in questo caso chi ho conosciuto bene era Cesare Castellotti, volto torinese, che aveva lavorato un certo tempo alla nostra "Voix de la Vallée"), che diventavano veri e propri personaggi, ma le telecronache della Nazionale erano di pertinenza di una piccola élite di voci (raramente volti) e fra questi ho conosciuto il friulano Bruno Pizzul.
Posso assicuravi che un tempo, quando non esistevano le scuole di giornalismo, c'era una logica di formazione che non riguardava solo lo sport ma la professione in generale. Non si trattava della gavetta quotidiana che era indispensabile, ma io stesso partecipai all'inizio degli anni Ottanta a Roma - nel centro ricreativo-sportivo della "Rai" - ad un corso per radiotelecronista con gente del mestiere che ci insegnava i trucchi del lavoro. Ricordo radiocronache simulate di avvenimenti inesistenti o le lezioni di dizione di quel personaggio che è l'attore Arnoldo Foà, cui piaceva il mio timbro di voce.
Alcuni dei miei colleghi del corso oggi sono nello sport, come Riccardo Cucchi, Emanuele Dotto e Tonino Raffa. La conferma di una "buona scuola" sta nel fatto che grandi critiche su di loro non ne ho mai sentite. 
Ogni tanto, ma è un gioco innocente, mi domando che cosa avrei fatto nel giornalismo se nel 1987 non mi fossi imbarcato nell'avventura della politica.

Quando ci si dovrebbe informare

Una riunione del 'Comitato delle Regioni'La notizia giunge da Bruxelles: "Uno dei modi per ''diminuire e razionalizzare'' la spesa pubblica potrebbe consistere ''nell'accorpamento delle 21 delegazioni regionali presenti a Bruxelles in un'unica sede con servizi in comune'': è quanto chiedono alcuni eurodeputati italiani in un appello rivolto al Governo".
Uno casca dal pero e si chiede, dedicandosi prima al metodo, che cosa c'entri il Governo centrale su una materia di questo genere, che investe l'autonomia regionale e non il centralismo romano. Sarebbe stato bene che, se in buona fede, i parlamentari europei avessero posto il tema alla "Conferenza dei Presidenti di Regione", magari dopo aver interloquito - per evitare la gaffe e capire il funzionamento e il coordinamento delle sedi regionali - con chi rappresenta le Regioni al "Comitato delle Regioni" proprio a Bruxelles.
Come capo della Delegazione italiana del Comitato, avrei potuto raccontare loro la fatica che feci da deputato all'inizio degli anni Novanta per consentire l'apertura di queste sedi. Approvando una norma da me proposta, dopo molti batti e ribatti, riuscii a sconfiggere la linea ottusa del Ministero degli Affari Esteri che considerava la politica comunitaria come politica estera e dunque di stretta competenza dello Stato. Oggi tornare indietro, con un Governo che "accorpa" con la logica "manu militari", fa ridere i polli e viola il principio di sussidiarietà alla base dell'Unione europea.
Ma perché dovrebbe essere fatto? Sentite una delle motivazioni, secondo la quale diventerebbe ''più efficace il coordinamento tra le politiche regionali dell'Ue'', evitando che si ripetano ''i mancati utilizzi di molti fondi stanziati per il nostro Paese''. Che l'Italia (leggi "Sud") abbia difficoltà di spendere i fondi strutturali è vero, ed è una vergogna, ma le sedi regionali a Bruxelles non c'entrano nulla, come sarebbe stato facile appurare facendo due parole con chi se ne intende.
L'iniziativa è stata sottoscritta, a dire il vero, da sei dei 72 europarlamentari italiani (Cristiana Muscardini (Fli), Gianluca Susta (SeD), Niccolò Rinaldi (IdV), Antonio Cancian (PdL), Licia Ronzulli (PdL) e Tiziano Motti (UdC)), per cui si tratta di una spiacevole azione solitaria.
''Controllare la spesa pubblica è la strada per ridare fiducia ai cittadini e rendere il sistema adeguato alle nuove necessità'', si afferma in una nota - dunque l'iniziativa è partita da lei - della Muscardini, esponente di estrema destra, sulla scena politica da quarant'anni e giunta ormai alla quinta legislatura in Europa (anni fa attaccò anche la Valle d'Aosta al Parlamento europeo).
Già che c'erano i deputati italiani chiedono inoltre la chiusura dei ''157 uffici all'estero delle Regioni italiane che potranno avvalersi delle ambasciate e dei consolati italiani nei paesi extra-Ue''. Benissimo "tagliare" sprechi se ce sono, ma magari - visti i costi - chiudiamo le ambasciate inutili, cominciando - visto che siamo tutti cittadini europei - dai Paesi dell'Unione europea.
Bastano e avanzano i consolati.

Il 29 a San Gallo con un mandato

Un tram nel centro di San Gallo, in SvizzeraNel Cantone di San Gallo, il 29 giugno si riuniranno i presidenti di tutte le Regioni alpine (ciascuna con la definizione del proprio ordinamento costituzionale).
La sfida è quella di proporre, attraverso un'azione comune e un Paese proponente nel Consiglio europeo (potrebbe essere la Francia), una strategia per una macroregione alpina.
Il tema è politicamente decisivo per il nostro futuro in un'epoca così complicata in cui - dal fondo del pozzo di una crisi che avvolge tutto di un pessimismo nero - è bene respirare l'aria pura di un futuro condiviso per le Alpi.
Lo dico credendoci davvero e sapendo quanto rischio di retorica ci sia sul tema. Ma il dibattito consiliare dimostra, anche con l'unanimità sul documento, che su certi argomenti "alti" si può trovare una linea d'azione congiunta e ne sono lieto.


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Ficus per sempre

Il 'ficus' nel mio ufficio di AostaOgni tanto - e forse perché corrisponde all'inizio di un periodo piuttosto impegnativo - trovo rassicurante uno squarcio di quotidianità e quindi divago.
In ogni ufficio che ho avuto nella mia vita ho messo una pianta. Non chiedetemi quale fosse o quale sia, perché purtroppo le mie conoscenze botaniche sono così così. Per me son tutti dei "ficus benjamin", punto e basta.  
Non so esattamente il perché di questo "tocco vegetale", ma direi che non è solo per una questione estetica o di arredamento. E' come se mi facesse compagnia e mi fermo qui, visto che ho conoscenti che - nel solco della neurobiologia vegetale, che esiste davvero come scienza - ritengono che le piante ci capiscano e interagiscono. Per fortuna le mie piante io non le ho mai capite, perché penso che se potessero davvero esprimersi mi avrebbero preso a male parole per la mia scelta di chiedere sempre a qualcuno che se ne occupasse pietosamente in mia vece per evitare che per la mia goffaggine rischiassero di morire.
Insomma mi manca il "pollice verde", espressione suggestiva per designare chi ci sa fare, derivata - da quanto ho letto - dal fatto oggettivo che chi ha a che fare con le piante deve, per certi lavori, prenderle fra il pollice e l'indice. In caso in particolare della potatura questo causerebbe la fuoriuscita della clorofilla dalla pianta macchiando così di verde il dito. Facile!
Ogni volta mi dico che nulla è irreversibile e potrei stupire me stesso in due possibili filoni. Il primo, assai pragmatico, è fare un orto: credo di aver già raccontato di aver trovato in libri ereditati dei fantastici manuali francesi che spiegano tutto lo scibile umano dell'orticoltura con degli straordinari disegni a colori. L'altro filone, su cui ho letto abbastanza per la bizzarria della pratica di addomesticamento della natura vegetale, è quella dei bonsai, gli alberi ridotti in miniatura.
Penso che non se farà nulla, ma - nel limite del possibile - fare come un Cincinnato è una prospettiva rassicurante rispetto a delusioni e preoccupazioni nella dimensione pubblica in quest'epoca travagliata.

Rendiconto e preoccupazioni

La copertina della relazione sul Rendiconto 2011Quest'anno sono stato revisore sul "Rendiconto del Bilancio regionale 2011". Un'esperienza interessante per vedere i conti della Regione da un diverso punto di vista, avendo potuto occuparmi dei Bilanci - specie da Presidente - nel delicato meccanismo di montaggio del puzzle della manovra finanziaria.
Come avrete modo di sentire nella registrazione audio - che sconta la cattiva qualità del suono che arriva dal Consiglio - ho diviso in due il mio intervento: una parte istituzionale e qualche annotazione più propriamente politica.
L'ho fatto con franchezza e penso che qualche spunto politico ci sia. Da notare che il Consiglio, votando il Rendiconto, ha già abrogato quella Autorità di cui parlo, evocando i diversi tipi di controllo che oggi si occupano delle Finanziarie regionali.
Sono temi complessi, ma il più forte dei segnali politici è un allarme: quello di un dilagante centralismo statale.

Poteri e contropoteri

Una votazione all'inizio della LegislaturaDelle chiacchiere su chi siano i "franchi tiratori" in Consiglio Valle francamente non mi turbo.
Il ragionamento dei "colpevolisti", che ogni volta mi considerano l'imputato "numero uno" è il seguente: «in questa legislatura non ha più fatto il presidente della Regione ed è stato relegato a consigliere semplice, di conseguenza è un frustrato che si vendica con Augusto Rollandin nel segreto dell'urna».
Sic dicunt certi "fini" analisti da bar.
Che al presidente della Regione dia fastidio il rischio crescente di essere "impallinato" è comprensibile, anche a me non piaceva quando è accaduto durante la mia Presidenza. Allora, in certi passaggi, pensavo che fossero Tizio e Caio, oggi penso che potessero essere Sempronio o altri. Perché nel voto segreto una lettura banale e matematica non funziona, bisogna guardare oltre e riflettere non a caldo e seguendo l'emotività.
Il presidente Rollandin ha approfittato, qualche giorno fa, del "Rendez-Vous Valdôtain" per prendersela - senza fare nomi - con chi nel gruppo unionista non segue le decisioni assunte dopo una discussione in cui ognuno può dire la sua per poi adeguarsi alla maggioranza. Io penso che questa debba essere la strada per lavorare assieme.
Mi permetto di aggiungere che il meccanismo deve funzionare come descritto: si pone il problema, si discute e si decide. Non sono sicuro che sempre questo sia avvenuto, visto che molto spesso ci sono state semplici informative e in molti casi scelte cruciali sono apparse sulla scena e basta.
Ormai siamo negli ultimi mesi e la lunga rincorsa elettorale trasformerà tutto come una bacchetta magica, rendendo il clima - interno e fra i partiti - molto elettrico.
Io mi auguro che nell'Union Valdôtaine si guardi alla storia del Movimento e alle troppe e traumatiche rotture che l'hanno colpito nel tempo e che sono evitabili proprio tenendo conto del pluralismo delle idee e del principio cardine in democrazia del bilanciamento di poteri e contro-poteri.
E' una garanzia per tutti.

Tra calcio e democrazia

Il 'cucchiaio' di Andrea PirloSarà cattiva memoria ma non ricordo un interesse così forte per gli Europei di calcio. Un interesse che si fa calor bianco ora che l'Italia ha vinto contro l'Inghilterra e dunque giocherà giovedì prossimo (rientrerò in aereo da Bruxelles su Torino all'ora del calcio d'inizio!) in semifinale con la Germania. 
Vi rassicuro sul fatto che non parlerò approfonditamente di calcio. Come detto più volte non me ne intendo, anche se - come tutti - non ho complessi a dire la mia. Trovo che gli "azzurri" abbiamo avuto fortuna ad arrivare sino a qui e il terno al lotto dei rigori - una barbarie per chiudere i giochi cui contrapporrei partite ad oltranza con un metodo più furbo del defunto "golden goal" - ha comunque premiato chi se lo meritava.
Certo il caso è beffardo. Si giocano gli Europei in un momento in cui di Europa si parla tanto in politica e senza un millesimo dell'interesse che suscitano le partite di calcio nel perimetro del Vecchio Continente. Anzi - lo dico per me stesso - forse quel pelo d'interesse in più per gli Europei derivava già, prima della prestazione faticosamente ottenuta dalla Nazionale, da un desiderio comprensibile - genere "panem et circenses" - di svago in un periodo in cui la quotidianità serve solo informazioni mefitiche.
Il calcio è un rito collettivo, dalle evidenti origini tribali, che ricorda - come in un noto saggio di Desmond Morris - il tempo in cui certi giochi nacquero per simulare la guerra per non farla per davvero. Un salutare passo avanti che purtroppo ha solo limitato i danni, perché c'è sempre chi preferisce la guerra vera a quella spostata sui campi di gioco.
Non si può non segnalare come comunque gli Europei calcistici interessino più dei destini, giunti ad un passaggio cruciale, dell'Unione europea e in particolare di quella moneta non a caso battezzata "euro". Purtroppo non me ne stupisco: la democrazia, compresa quella continentale, dovrebbe andare a braccetto con la consapevolezza e l'interesse dei cittadini. Ma il meccanismo si è inceppato a tutti i livelli e dunque cresce qualcosa di non previsto dagli studiosi del diritto costituzionale e dai filosofi della politica: la democrazia dovrebbe prevedere la conoscenza e ogni scelta dovrebbe essere frutto di un'opinione pubblica partecipe.
Raramente ormai è così, ma mi fermo perché sto andando fuori tema o, direi, in fuorigioco...

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