June 2012

Quando una vita riparte

Carlo Bertuzzo con i suoi cavalliCredo di aver provato poche volte la soddisfazione che ho avuto, quando vidi pubblicata la legge numero 91 del 1° aprile 1999, il cui titolo recita "Disposizioni in materia di prelievi e di trapianti di organi e di tessuti".
Si trattava del coronamento di anni di lavoro parlamentare, per fortuna testimoniato dai resoconti della Camera dei Deputati, nato in seguito ad un rapporto fruttuoso con l'Associazione Italiana Donatori di Organi - Aido e con tanti medici che si occupavano del settore. Studiare l'evoluzione della storia delle donazioni e i progressi della scienza medica nel settore è un argomento appassionante, così come per anni mi ha fatto piacere trovare persone trapiantate - che sapevano del mio ruolo "motore" per una legge che semplifica la donazione - che mi ringraziavano. Per contro, lato avversari della legge, ancora di recente ho ricevuto una posta elettronica della "Lega contro la predazione degli organi" - cui avevo chiesto di essere cancellato dalla loro mailing list - in cui sostanzialmente mi auguravano di... morire presto. L'ho considerata, dopo gli opportuni gesti scaramantici, come una medaglia al valore.
Ci pensavo ieri sera, incontrando in un dibattito l'amico e collega Ezio Bérard. Spero di non tradire la sua amicizia a dire che Ezio ha avuto un trapianto di rene e vederlo in grandissima forma mi ha riempito di gioia se penso, mesi fa, quando lo avevo incontrato - affaticato e preoccupato - e mi aveva raccontato della sua vita, legata ad un uso domestico della macchina per la dialisi. Intendiamoci: per fortuna esiste questa terapia che salva la vita, ma anche Ezio aspettava - in lista d'attesa - la chiamata fatidica che annuncia un organo compatibile che ti apre una diversa prospettiva di vita. E questo, per fortuna, è avvenuto.
Qualche giorno fa, ho vissuto la stessa emozione - in un maneggio a due passi da casa mia - quando Carlo Bertuzzo, nella sua veste di accompagnatore equestre, ha fatto fare un giro su di un cavallo al piccolo Alexis e mi ha raccontato di aver vissuto il "miracolo della donazione" con un trapianto del fegato che lo ha... «rimesso in sella», immagine plastica di una vita che riparte.
Mi ha poi inviato una mail in cui esprime, a favore della donazione e dell'Aido, questi pensieri, scritti dopo il trapianto qualche tempo fa: «ritrovandomi ora dopo solo qualche mese a ricondurre una vita praticamente normale e la possibilità di lavorare di nuovo, in un contesto che era diventato proibitivo prima dell'operazione, dedico con grande piacere e gratitudine questa testimonianza a tutti i Medici, Infermiere, Assistenti e chiunque collabori e permetta la buona riuscita di questo particolare intervento. L'asserzione è indirizzata a tutti i pazienti e loro cari nel farsi coraggio in questa parentesi di vita, in un momento difficile che, anche se parlando di aspettative di vita, va vissuto con profonda forza d'animo, cercando di vivere il presente serenamente con rispetto, collaborazione e fiducia nel personale medico che con grande dedizione e professionalità svolge il suo lavoro. I lunghi e indescrivibili periodi di sofferenza prima e dopo il trapianto, sono solo più un ricordo di un passato doloroso, ma di intensi e profondi momenti di meditazione e riflessione sulla vita in tutte le sue sfumature, sull'amore, sugli affetti e soprattutto sull'importanza di esistere per sé stessi e per gli altri».
Belle parole che riempiono di contenuto anche il lavoro, apparentemente arido, di chi si è occupato della legge sulla donazione.

Confusione sotto il cielo

L'interno del nuovo 'Panorama'Nessuno in passato - ed è una storia che ho vissuto tutta - avrebbe dato un soldo di cacio al fatto che il computer sarebbe diventato così importante nella nostra vita. Quando dico "computer", mi riferisco ormai alle diverse e sempre più rapide apparecchiature che ci consentono di fare un sacco di cose nel lavoro e nel tempo libero.
Questa evoluzione ha un impatto importante sui giornali cartacei, che oggi vivono una doppia identità: all'edizione in vendita nelle edicole, ma ormai leggibile in abbonamento sul Web, si sommano edizioni on line che mettono assieme diverse forme di multimedialità.
Guardavo con curiosità in queste settimane il settimanale "Panorama", in una fase di rilancio dopo un calo di consensi che immagino sia stato dovuto principalmente all'eccessiva militanza a favore di Silvio Berlusconi (proprietario della "Mondadori"). Scorrendo la nuova impostazione, ci si accorge di come prosegua nei giornali la tendenza all'impaginazione che insegue le pagine Internet. Si tratta di un'operazione comprensibile, ma che - nel caso di "Panorama" - rende fittissime e difficilmente leggibili le pagine e costringe, anche nella logica di rendere accattivante la grafica, ad articoli sempre più brevi, che spesso risultano troppo scarni, se non incomprensibili, nel progressivo sfrondamento per "starci dentro".
Credo che sia dimostrazione che sotto il cielo del giornalismo regna una gran confusione e questo avviene non solo nei giornali, ma nelle televisioni e nelle radio. Siamo in un'epoca di transizione con due ulteriori complicazioni: i social network che trasformano tutti in giornalisti nel bene e nel male; ciascun utente non è un soggetto passivo (e fedele ai propri media), ma si aggira attivamente a fare il suo giornale saltabeccando sul Web o facendosi la sua televisione attraverso i filmati sulla Rete e può fare la stessa cosa con la radio.
Insomma, si capisce poco e la reazione degli editori è semplice: o stare fermi in un mondo in cui le tendenze sono come una pallina che salta dentro una roulette e bisogna aspettare che si fermi oppure - come fa "Panorama" - osare, ma con il rischio di non venire più comprato.
Idem per il mestiere di giornalista, che diventa ormai un insieme di tanti mestieri e di troppe "invasioni di campo", da risultare ormai difficile da capire. Mentre un tempo il "chi fa che cosa" e i contratti erano chiari e definiti, oggi chi ci capisce è bravo.
Questo vale anche nella nostra piccola Valle e anzi l'editoria locale è ancora più difficile da capire, sapendo che la curiosità del lettore (telespettatore ed ascoltatore) per quel che gli capita accanto non passerà mai. Ma costi, raccolta pubblicitaria, evoluzione tecnologica non sono terreni che facilitano qualità e pluralismo.
Vedremo cosa avverrà alla fine di quest'epoca di transizione.

Sempre più complicato

Benedetto XVI al suo arrivo a Les Combes di Introd, nel 2009Sono stato ad un dibattito, organizzato dall'Ucsi - Unione cattolica stampa italiana al Seminario maggiore di Aosta, sul rapporto fra informazione e mondo ecclesiale.
La mia tesi è questa. Ci sono due filoni seguiti dai nostri mezzi d'informazione. Il primo è stato eccezionale, dovuto alla serie di combinazioni che hanno spinto i due ultimi Papi della Chiesa cattolica a passare da noi periodi delle loro vacanze. Ciò ha consentito un'esperienza unica ai cronisti locali, prima con i numerosi soggiorni di Giovanni Paolo II e successivamente con Benedetto XVI, che ormai difficilmente farà vacanze diverse da quelle domestiche a Castelgandolfo.
Il secondo filone riguarda la Chiesa locale e, in primis, con l'evoluzione incredibile dei media locali nel dopoguerra a fronte di quattro Vescovi, che si succeduti alla guida della Diocesi, molto diversi fra loro come personalità e formazione: Maturino Blanchet, Ovidio Lari, Giuseppe Anfossi e l'attuale Franco Lovignana. Io penso che, eccettuato il "Corriere della Valle", settimanale della Curia, gli altri mezzi d'informazione tendano legittimamente ad occuparsi del mondo cattolico a condizione che «ci sia la notizia»
L'altro aspetto è che nel tempo la società valdostana si è fortemente laicizzata e aperta - specie per il fenomeno migratorio - anche ad altre confessioni religiose, che si sono affiancate al pur prevalente cattolicesimo "storico" e alla piccola presenza dei valdesi. 
Mi riferisco alla grande comunità islamica, composta principalmente da cittadini dei Paesi del Maghreb e dell'Albania.
Ho immaginato nel mio intervento che un primo "caso" che potrebbe accendere il dibattito - per confermare, con un esempio concreto, che solo una notizia fa informazione - potrebbe essere la reiterata richiesta di una moschea ad Aosta, che la comunità musulmana presenta periodicamente. Di recente mi è stato mostrato per conoscenza un progetto della possibile nuova struttura, che dovrebbe essere - con moschea, asilo, spazi culturali e ricreativi - un superamento dell'attuale luogo di culto in via Trottechien presso l'Associazione islamica.
Insomma: tutto è sempre più complicato.

P.S.: continua la strage di cristiani in Nigeria, ammazzati nelle chiese.

Juste milieu

Nessuno si aspettava la crisi economica con la forza e la virulenza che sta dimostrando ormai da quattro anni.
Ogni volta che si accenna ad una timida possibilità di uscita, la crisi torna con prepotenza assumendo forme nuove sempre più perniciose. E' vero che oggi la paternità dell'evento viene rivendicata da diversi soggetti: dagli anticapitalisti all'estrema destra e all'estrema sinistra, da economisti e studiosi che se la "sentivano", da chi – occupandosi di Pubblica amministrazione – si accorgeva di come la macchina onnivora dello Stato sociale fosse ormai scappata di mano.
Comunque sia ci siamo ancora dentro e devo dire di essermi abbastanza stufato sia degli ottimisti ad oltranza sia delle Cassandre che ci danno per morti.
"Juste milieu" è capire come uscire dalla crisi senza che, almeno rispetto alla nostra Autonomia speciale, la Crisi (fatemi per una volta sola usare la maiuscola) si mangi le nostre istituzioni.

Sull'indipendenza della Savoia

Le manifestazioni a BardonnexE' stata definita "L'opération liberté", quella intrapresa al confine fra Savoia e Cantone di Ginevra da parte del "Mouvement des citoyens de Savoie - Mcse", sigla - lo confesso - a me sconosciuta.
La scelta del posto di frontiera di Bardonnex, dove transitano migliaia di frontalieri al lavoro nella Confederazione, è stata una scelta politica apposita. Infatti quel luogo, dove i manifestanti espongono le proprie ragioni, è stato così spiegato dalla "Tribune de Genève", che racconta anche delle lunghe code registratesi ieri: "Le mouvement dit s'être plongé dans les archives, et avoir découvert qu'en 1815, une zone de neutralité s'étendait de Chambéry à Genève, et que la Suisse s'était engagée à protéger la Savoie en cas de guerre mondiale. «Ca n'a été fait ni en 14-18 ni en 39-45, reprend Jean Blanc (è uno degli esponenti del gruppo, n.d.r.). La Suisse n'a jamais rempli son contrat». Le "Mces" souhaite que le canton de Genève reconnaisse la Savoie en tant qu'Etat, et a prévu de camper dans la zone neutre située entre les deux postes-frontière jusqu'à satisfaction".
Confesso che questo nuovo movimento indipendentista mi è oscuro, mentre ho conosciuto bene quello altro partito, La "Ligue Savoisienne", nato negli anni Novanta e che ebbe anche un consigliere regionale rhônalpin, Patrice Abeille, con cui non scattò una grande simpatia.
Il suo nazionalismo savoiardo ruota attorno ad un'interpretazione del "Trattato di Torino" del 1860 con cui la Savoia venne annessa alla Francia e che sarebbe decaduto dopo la Seconda guerra mondiale e da allora la Savoia dovrebbe essere uno Stato indipendente. Obiettai ad Abeille che questa interpretazione giuridicamente era difficile da sostenere e che forse, nella Francia centralista, un discorso regionalista avrebbe potuto aver spazio. Ma la mia riflessione immagino che venne considerata una concessione all'odiato invasore francese.
Credo che la manifestazione di queste ore sia nello stesso solco e conta appunto sullo spirito neutrale degli svizzeri e su di una loro decisiva azione di sostegno. Non penso che a Parigi tremino e penso invece che sia un peccato che mai in Savoia sia riuscito a sfondare un movimento regionalista degno di questo nome. Anzi, il massimo del dibattito mira ad una fusione in un solo Dipartimento dei due esistenti, mentre l'enorme taglia della Regione Rhône-Alpes rende la rappresentanza politica dei savoiardi assai debole. Come avverrebbe con una macroregione Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta incredibilmente rilanciata da Francesco Rutelli nel solco dell'idea lanciata per prima, anni fa, della Lega con una macroregione del Nord ancora più vasta.

Poveri gli "esodati"

Elsa Fornero, ministro del welfare"Esodato" è un termine recentissimo, tratto da "esodo", parola nobilitata dall'Antico Testamento, ormai trasferito nel "sindacalese" e posto al centro del dibattito politico in un'Italia dove lo slogan portante è diventato - in un patto fra tecnici al Governo e politici in Parlamento - «io speriamo che me la cavo» (battuta del presidente di "Confindustria").
In premessa vorrei dire che conosco personalmente degli "esodati" e gli girano - mamma mia - come gli girano. E' vero che non si sa in verità quanto in Valle d'Aosta il fenomeno sia consistente, ma si tratta almeno di centinaia di persone. Nessuno ha dato per ora la cifra scorporata per Regione e dunque l'entità del fenomeno da noi è presuntiva. Con buona pace del Ministro Elsa Fornero furiosa con i vertici "Inps" per numeri ben più elevati di quelli governativi, chi ha i dati veri è - qui come altrove - proprio l'Inps e dunque resta evidente che i provvedimenti sinora assunti sono comunque risolutivi solo per una piccola parte degli interessati.
Gli esodati, dovendo riassumere il caso, sono persone che hanno lasciato il loro lavoro, in cambio di una "buonuscita" che li traghettasse verso la pensione. Quella data si è spostata più in là per effetto dei ritocchi alla riforma pensionistica e dunque c'è chi si è trovato senza stipendio e senza pensione con le beffa di essere nelle condizioni di versare ulteriori contributi per arrivare ad ottenere la pensione.
Su Internet trovo una definizione più puntuale e la scippo: "Esodato è il lavoratore senza lavoro e senza pensione con età compresa tra 50 e 65 anni che si trova nella condizione di aver lasciato il posto di lavoro per ristrutturazione aziendale, per accordo sindacale o per dimissioni volontarie incentivate dal datore di lavoro. Il termine "esodato" è un neologismo coniato a seguito della riforma delle pensioni del 2011. Alcuni soggetti, in precedenza considerati vicini alla pensione, hanno visto allungarsi i tempi di ingresso al trattamento pensionistico. Il termine viene associato, in particolar modo, a quei lavoratori che hanno già perduto il posto di lavoro o sono entrati nelle liste di mobilità contando su uno "scivolo pensionistico" e che non riescono a rientrare nel mercato del lavoro".
Insomma, chiunque per ragioni anagrafiche può essere incappato nel "trappolone". Tutto avviene perché in materia previdenziale si procede a spizzichi e bocconi e alla fine, per capire dove si è con esattezza, ci vorrebbe una specie di "mappa del tesoro". Peccato che le regole della ricerca cambino sempre e in palio non ci sia un tesoro, ma una pensione sempre più striminzita.

Un caffè da César

Io e César intervistati da Mario Trevisan di 'Tva' dopo la vittoriaAlla fine tutto potrebbe essere riassunto in un trafiletto così concepito: "Elezioni politiche 1987, in Valle d'Aosta alla Camera dei Deputati viene eletto Luciano Caveri (UV, ADP, PRI), con 41.707 voti, vince su Alessandra Della Guardia (DC, PCI, PSI e altri), che si ferma a 29.937 voti. Al Senato della Repubblica successo di Cesare Dujany (UV, ADP, PRI), con 35.830 voti, su Vittorio De La Pierre (DC, PCI, PSI e altri), che ottiene 25.426 voti".
Ma quando ci sono stati momenti così belli ci sono tante emozioni che fanno battere il cuore al solo ricordo: io raramente ho vissuto momenti altrettanto belli e corali.
Il pretesto per la memoria è facile da evocare: venticinque anni fa, come oggi, eravamo al primo giorno di voto ed era una pagina bianca della mia vita. Entrai in politica con una sfida che, visti gli schieramenti in campo, non era per nulla banale e tutti prevedevano che sarebbe finita sul filo di lana e la possibilità di perdere era nei numeri. Ricordo ancora che, al momento dello scrutinio, uscì - eravamo agli albori dell'informatica - una prima pagina di non so quale Comune fosse che dava ai nostri "avversari" una vittoria netta. Mi prese un coccolone, ma per fortuna era solo una pagina di prova.
Quando avevo cominciato a fare il giornalista, dopo la Maturità (alla laurea ci ho pensato dopo aver dato l'esame da professionista), mai e poi mai avrei pensato di occuparmi di politica. Ed invece per i casi della vita mi ritrovai a Roma con un posto di responsabilità - che proseguì da allora per quattro Legislature, sino al 2001 - e cominciò un’avventura straordinaria e unica, di cui sono contento e che non cambierei per nulla al mondo.
Questa mattina - e non potrebbe essere diversamente - andrò a bere il caffè dal mio coéquipier di allora, César, con cui ho sempre parlato in francese non per un vezzo ma perché è sempre andato così anche quando ci trovavamo nei "Palazzi romani". Il "mio" Senatore ha 92 anni e dimostra un tempra invidiabile e una freschezza di pensiero che dovrebbe far schiattare d'invidia molti giovanissimi. Siamo stati una bella coppia di parlamentari valdostani, direi complementari per formazione e modi. Parlare con lui di politica è sempre interessante, perché i suoi inviti alla pazienza sono da sempre frutto di saggezza. E si sa quanto sia necessaria la saggezza (assieme alla fermezza) in questo clima così difficile per la nostra Autonomia speciale - rispetto alla quale abbiamo doveri e non solo diritti - contro i prepotenti "tous azimuts"
«Ils ne passeront pas!».

L'Inno di Mameli e il 17 marzo

Lo spartito dell'inno italianoManca un ulteriore passaggio al Senato e la legge, che ha il titolo piuttosto elaborato "Norme sull'acquisizione di conoscenze e competenze in materia di cittadinanza e costituzione e sull'insegnamento dell'Inno di Mameli nelle scuole", entrerà in vigore dal prossimo anno scolastico e ci sarà di conseguenza l'insegnamento dell'Inno d'Italia nelle scuole di ogni ordine e grado, dalla primaria alle superiori. L'inno, come ricorderete. risale al 1847 e non sarà semplice decriptare ai giovani la complessa e datata simbolistica dei versi di Goffredo Mameli con la musica di Michele Novaro. Ricordo bene gli anni in cui si discusse persino di "cambiare" inno, considerandolo non all'altezza del compito, ma oggi si cambia strada su iniziativa bipartisan tra Partito Democratico e Popolo della Libertà.
Un emendamento del mio amico, deputato della Svp Karl Zeller (ovviamente condiviso con il valdostano Roberto Nicco), precisa che la legge si applica a tutte le scuole, ma nel rispetto delle minoranze linguistiche tutelate dall'articolo 6 della Costituzione. Questo significa, a mio avviso, che in Valle si potrà in parallelo proporre anche l'inno ufficiale della Valle d'Aosta - riconosciuto da apposita legge regionale - e cioè il nostro "Montagnes Valdôtaines".
Il testo della legge, inoltre, prevede che il 17 marzo, data della proclamazione a Torino nel 1861 dell'Unità d'Italia, venga celebrata la "Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera" con momenti di riflessione e approfondimento sul tema proprio a partire dalle scuole.
Ricordo che questa festa che diventa fissa, ma senza essere festività vera e propria, era stata celebrata "una tantum" lo scorso anno. Evocava la data in cui venne promulgata ufficialmente la prima legge dell'ottava legislatura (il conteggio era iniziato a partire dall'8 maggio 1848, dopo lo Statuto albertino), la prima in assoluto dell'Italia unificata. Si legge nel testo: "il re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di re d'Italia".
Il 17 marzo non era mai stata considerata una data degna di essere celebrata neppure quando i valori risorgimentali era ancora caldi. Oggi avviene il contrario e davvero vien da chiedersi il perché non sia stato ritenuto sufficiente l'ampio spettro di festività nazionali già esistenti sul tema.

Gli Archivi, la nostra memoria

La Commissione Paritetica con il presidente della RegioneGli Archivi regionali nascono negli anni Cinquanta, assieme alla Biblioteca regionale, per una grande intuizione di mio zio, Severino Caveri. Essere, come lui, uomini di cultura applicati alla politica è un bene in un'attività che spesso attira dei somari.
Con un'attenta politica di acquisizione di documenti, oggi noi abbiamo una gran parte della nostra storia, attraverso le carte, raccolta e catalogata. Ieri, per la Commissione Paritetica Stato-Valle d'Aosta, nell'ampio salone che accoglie i visitatori dell'Archivio, il dirigente, Joseph Rivolin, ha predisposto su diversi tavoli un "viaggio" dalle pergamene più antiche medioevali attraverso documenti vari di secoli successivi a dimostrazione della ricchezza e profondità del patrimonio archivistico accumulato dal dopoguerra ad oggi. Dobbiamo essere fieri di questi uffici pubblici che non solo accumulano documenti, ma li curano, li studiano, li sistematizzano a vantaggio del ricordo doveroso del percorso della nostra comunità e di chi ci ha preceduti.
Si trattava di persuadere i tre membri della parte statale della Paritetica che la Valle è perfettamente in grado di ottenere una delega delle funzioni altrove esercitate da organi statali: l'Archivio di Stato (previsto dal 1939 e mai nato ad Aosta) e la Sovrintendenza archivistica (prevista dal 1992 con mia leggina e mai costituita).
Perché lo Stato non ha mai ottemperato? Ha sempre preferito che Aosta dipendesse, in queste materie, da Torino: scelta illogica e mortificante per un'autonomia speciale che per fortuna si è dotata di propri servizi "paralleli", oggi in grado di subentrare alle carenze di uno Stato miope.
Già qualche tempo fa la Commissione Paritetica aveva, con il "sì" del Consiglio Valle, proposto una "soluzione collaborativa" per uscire dall'impasse, ma il Consiglio di Ministri - per il "no" secco solo per partito preso e senza conoscenza dei fatti del Ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan (che, essendo del Popolo della Libertà, doveva essere un "amicone" dell'autonomia valdostana...) - rinviò la norma alla Paritetica. 
Ieri, nella riunione svoltasi ad Aosta, dopo la visita "illuminante" e un lavoro di fino sui tre articoli durato due ore di discussioni, il nuovo testo è stato varato e arriverà prima dell'estate al parere del Consiglio Valle. Auguriamoci che il la norma d'attuazione, che comporta anche un risparmio per lo Stato, possa arrivare all'approvazione governativa entro fine anno, creando un sistema archivistico integrato, utile per la memoria della nostra comunità perché confluirebbero i molti fondi pubblici nei nostri Archivi dotati anche, a questo punto, di ampi poteri di controllo su archivi vari e fondi privati.
L'autonomia speciale, anche in questi tempi grami in cui molti ci vorrebbero morti, deve continuare ad evolversi nel principio sacrosanto di un'autonomia "dinamica", in grado di seguire l'evoluzione dei tempi e delle istituzioni. Come dimostrano certi passaggi della nostra storia millenaria, comparata se volete ai pochi 150 anni dell'Italia, «chi si ferma è perduto».

L'aria dei tempi

Il momento dell'inaugurazione delle nuove TermePer capire l'aria dei tempi bisogna ogni tanto provare a leggere negli avvenimenti. 
E' il caso di quanto mi ha colpito ieri pomeriggio e ieri sera nell'inaugurazione in due tempi delle "Terme" di Saint-Vincent. Ci tenevo ad esserci perché ho seguito questo project financing (operazione di finanziamento di un'opera e sua gestione in accordo fra pubblico e privato) sin dal suo concepimento. Si tratta in sostanza, come già avvenuto per le Terme di Pré-Saint-Didier, di una società privata che ha adoperato propri fondi - pur con mutui agevolati regionali - per la ristrutturazione del complesso termale in cambio di una concessione trentennale per la sua gestione.
Personalmente - lo annoto a margine - poco mi importa se certi "ruoli motori" al momento del "taglio del nastro" sono oggetto d'oblio. Anche a me, come politico, è capitato d'inaugurare opere concepite da altri, anche se nei discorsi ufficiali cercavo di ricordare meriti altrui.
Ma non è questo che conta, perché quel che conta è invece quel che mi ha messo di buon umore. Se, infatti, l'inaugurazione pomeridiana era dedicata alle "autorità" (la presenza di colleghi politici mostra anche l'approssimarsi delle elezioni regionali), quella serale - conclusa da suggestivi fuochi d'artificio - è stata un'impressionante presenza popolare di persone le più varie accorse nel gigantesco balcone della struttura termale.
Certo esisteva una componente di curiosità per vedere dal vivo i lavori svolti e «com'erano venuti». Per altro bisogna pensare che il giudizio complessivo dovrà riguardare anche le prossime due tranche, quella della parte storica della "Fons salutis", come venne chiamata l'acqua termale nel Settecento, e poi con la parte finale che mette assieme i lavori sulle "Vecchie Terme" e sull'albergo liberty "Hôtel Source".
Ma vorrei tornare, per concludere, alla sensazione iniziale cui accennavo e che considero  assai positiva anche in questi tempi difficili che ci avvolgono di pessimismo e preoccupazione. Esiste nella società valdostana la forza di reagire ai momenti difficili. Compito della Regione e dei Comuni è quello di concentrare le risorse ridotte dai "tagli" per gli investimenti in opere come questa che creano sviluppo. Ecco perché la prossima tappa per Saint-Vincent, accanto alla scommessa sul complesso "Casino - Hôtel Billia", è capire cosa fare della straordinaria zona, sovrastante le Terme, nota come "ex tiro a volo". Una decina di anni fa venne da me promosso un concorso di idee, ormai datato nei suoi esiti progettuali, che andrebbe riproposto nella formula vincente pubblico-privato, come volano per la nostra economia e sappiamo quanto ce ne sia bisogno.

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