May 2012

La crisi della Lega

Il famoso bacio di Roberto Maroni ad Umberto BossiNon so se Lega sia finita o no, dopo aver avuto periodi in cui ha contato in Italia più della sua percentuale di voti e del numero dei suoi eletti in Parlamento. 
Come "ago della bilancia", avrebbe in certe fasi potuto chiedere la luna, mentre ha preferito chiedere posti di Governo e sottogoverno. Poi ci sono stati i disastri recenti di metodo e di merito. Si può dire che "se la sono cercata" ed hanno pagato una classe dirigente nel complesso mediocre. 
Difficile dire se Roberto Maroni riuscirà nell'impresa di ripartire e se i militanti e soprattutto gli elettori crederanno in una sua "diversità" rispetto al resto dell'establishment leghista. Chissà che per rafforzare il suo ruolo non debba montare, come in parte è già avvenuto, una sorta di doloroso "processo di Norinberga" tutto politico in cui finiscano sul banco degli imputati Umberto Bossi, i suoi familiari e quel che resta del "cerchio magico".
In Valle, dopo un momento di tregua iniziale voluta da Bossi che non voleva fare un torto postumo all'unionista Bruno Salvadori, "scopritore" del capo dei lumbard,  la Lega sbarcò in Valle, ottenendo il culmine del successo nel 1993 quando ebbe tre consiglieri regionali. Ma fu un fuoco di paglia e mai riuscì a "sfondare", essendo lo spazio politico autonomista già presidiato.
In un contesto di ritorno del centralismo e di disaggregazione delle forze politiche esistenti, spiace che un partito territoriale del Nord non sia mai nato davvero e sia sempre rimasto un partito personalista, con un solo leader al comando e una simbolistica celtica e "padanista" degna del Carnevale a dispetto di qualche esponente serio e di numerosi sindaci e amministratori operosi nei loro territori.
Personalmente li ho non solo conosciuti dagli esordi parlamentari del 1987, intrecciando amicizie e seguendo da vicino l'evoluzione del fenomeno, ma ho immaginato in molti passaggi che la Lega potesse essere interprete della grande fiducia dei tanti elettori speranzosi. Ora va seguito questo nuovo passaggio, ma o guarderanno davvero al federalismo, oggi destinato ad un'eclisse nel dibattito politico anche a causa del fallimento dell'azione leghista sul punto, oppure spariranno dalla scena.
I partiti non sono eterni e questo è la storia ad insegnarcelo ed è bene che sia ben chiaro a tutti.

Lavori in corso

Lavori in corso anche su di meFino ad ora, ma lo dico sottovoce per scaramanzia, non ho avuto particolari problemi di salute. So che è una fortuna di cui non vantarsi. Ricordo che un medico, amico di mio padre, quando gli chiesi il segreto per stare in buona salute, mi disse sarcastico: «Scegliersi due genitori sani».
Come operazioni ho sopportato le tonsille, da piccolo, all'ospedale di Ivrea: all'epoca, se non toglievi le tonsille, non eri nessuno. Avevo appena imparato a leggere, quando lessi benissimo "sala operatoria" e non era esattamente corrispondente a quanto mi avevano detto i miei genitori. Una mascherina sul volto mi portò nel mondo dei sogni. Ci fu poi, al risveglio, il gelato consolatorio.
Poi, una ventina d'anni dopo, è stata la volta del ginocchio, che qualche anno prima avevo danneggiato in un giorno nebbioso sulle piste del "Crest" di Champoluc saltando su di una "gobba". La rotazione fuori posto mi ruppe il legamento crociato e il menisco. Venni rimesso in sesto in una clinica di Torino con apposita operazione che ha lasciato due lunghe ferite sulla gamba, ma non metto la minigonna.
Infine, la serie di operazioni chirurgiche si completa con una storia bizzarra a metà degli anni Novanta: mi bruciava un occhio e un amico oculista scoprì che, probabilmente da una zanzara esotica trasferitasi sul lago di Viverone, mi ero preso una specie di "Alien" di un micron di diametro ma lunghissima che viveva nel bianco dell’occhio, tecnicamente una "filaria". Uno specialista del "mostro" me lo cavò da un occhio di nuovo all'ospedale di Ivrea.
Stamattina esordisco all'ospedale di Aosta per una piccola ernia inguinale - male di famiglia - in anestesia locale. Opportunamente depilato, un'operazione che ad un maschietto fa sempre una certa impressione, sono pronto al "taglia e cuci" e poi ad una settimana di "stop", che credo di non aver mai avuto in età adulta.
Se noterete qualche rallentamento nelle risposte o nella scrittura nelle prossime ore consideratelo, anche se l'attività spetta al chirurgo e al personale medico e infermieristico e non a me, un "lavori in corso".

Il Fisco e la necessaria umanità

La sede aostana di 'Equitalia'La morte di un artigiano edile di Saint-Vincent, Francesco Gioffrè, impiccatosi in un cantiere di Champdepraz, sposta anche in Valle un dibattito nazionale.
Sono stati gli stessi familiari a segnalare le preoccupazioni del congiunto per dei problemi fiscali e c'è da chiedersi chi sia il genio della comunicazione che ha spinto "Equitalia" - come un elefante nella cristalleria - a fare un comunicato in cui ha negato l'invio di recenti cartelle di pagamento all'interessato. In certi casi, se si deve parlare, è bene aspettare che i funerali siano avvenuti: si chiama umanità.
Tutti sanno che è in corso una campagna per segnalare il numero crescente di persone che si uccidono perché non riescono a far fronte alle pretese del Fisco. E' un terreno sul quale muoversi con grande cautela. Non solo per i fattori umani in gioco, ma anche perché l'esame del numero dei suicidi in Italia negli ultimi mesi sembra negare l'esistenza di un reale aumento dei casi. Ma di certo c'è, invece, che la causa oggettiva di molti di questi gesti estremi viene ascritta all'atteggiamento vessatorio e inquisitivo di quel sistema ormai poliziesco fra "Agenzia delle Entrate" ed "Equitalia".
Evitiamo equivoci: la lotta all'evasione resta un emergenza in Italia e sono troppi i cittadini che violano il principio "motore" in democrazia del pagamento delle tasse e questo è stato frutto anche della complicità di uno Stato che ha chiuso gli occhi in determinate epoche sull'evasione fiscale.
Oggi, in momenti di crisi e con uno Stato Sociale onnivoro che non ce la fa più a reggere, bisogna giustamente darsi una regolata, ma certi drammi derivano non dalla legittima richiesta di pagare le tasse, ma dalla modalità, dagli strumenti, dai toni che colpiscono spesso non il miliardario disonesto che si è fatto beffa dei suoi obblighi fiscali, ma il piccolo imprenditore nel gorgo delle attuali difficoltà. Distinguere i casi e agire con delicatezza è un obbligo. Invece il sistema è ormai lanciatissimo nella logica "di provarci" con campagne di massa che non escludono nessuno per rastrellare soldi che devono seguire gli obiettivi dii budget (sic!) prefissati a livello nazionale. 
Il suicidio di una persona è sempre una sconfitta. Lo è a maggior ragione se il fatto scatenante è un problema di soldi.

Sogno o son desto?

Un momento della riunione a Roma tra Stato e RegioneA Roma si riapre il tavolo tecnico-politico con le Regioni a Statuto speciale, previsto dalle norme sul "federalismo fiscale", e si capisce subito il clima.
E il clima è di una semplicità disarmante: il Governo "tecnico" - che però sta in piedi con i voti bipartisan di destra e sinistra - vuole rastrellare più soldi possibile dal sistema autonomistico e ha deciso di spennare quelle che considera le "galline più grasse", le "speciali". Con dei distinguo: per quelle del Nord - Trento, Bolzano, Friuli Venezia Giulia e noi - lo ha fatto e lo sta facendo, nel solco del Governo Berlusconi (fortuna che doveva essere un "Governo amico", ma i conti non tornano e le promesse son rimaste tali), con una logica brutale di tagli. Con le due isole, Sicilia e Sardegna, la mano è meno ferma, specie con i siciliani il cui numero di deputati e senatori invita alla cautela, per quanto nel rispetto delle norme sul "Patto di stabilità" non ci siano mai e poi mai rientrati e le minacce di interventi draconiani sono svaporate in fretta. 
Così nel mirino restano le "speciali" del Nord, galline ormai denudate e direi che se va avanti così la logica diventa manifesta: vogliono tirarci il collo. Un'operazione ben supportata da "giornali amici" che da mesi bombardano le "speciali", dicendo che la storia che aveva portato alla differenziazione degli Statuti è finita e quel che resta è solo un cascame di privilegi non più tollerabili in tempo di crisi. L'esame dei fatti è sempre statistico e contabile per dimostrare l'assunto e procedere con una manovra a tenaglia che consiste, anzitutto, in una riduzione crescente delle risorse, come degli assedianti che affamano gli assediati, e poi con periodici attacchi a funzioni e competenze, contando sui tempi biblici e anche sul supporto giuridico delle decisioni della Corte Costituzionale.
Credo che da Roma contino, in questo minuetto di incontri che si svolgeranno, sul fatto che le popolazioni siano ormai come la "Bella addormentata nel bosco" e l'unico modo per suonare la carica e il risveglio sta nella constatazione che un giorno si arriverà al nocciolo della questione.
Infatti tutto quanto avviene sino ad oggi non tocca quell'articolo 116 della Costituzione su cui si fonda anche la nostra autonomia speciale con lo Statuto in vigore. Un giorno o l'altro crescerà la tentazione di staccare quella spina.

A proposito del Gran Paradiso

I primi guardiaparco, in una foto di novant'anni fa pubblicata sul sito Internet del ParcoIl "Parco del Gran Paradiso" festeggia i propri novant'anni con una serie di manifestazioni celebrative. E' bene che ciò avvenga per l'importanza storica di questa area protetta a cavallo fra la nostra Regione e il Piemonte, la cui esistenza stessa - come si legge dai documenti d'epoca - è stata garantita sul nostro versante dalle autorità valdostane della prima autonomia, quando lo Stato era ancora nel caos e in altre cose affaccendato.
Poi purtroppo negli anni successivi il Parco nazionale è diventato il simbolo della protervia centralistica e ogni tentativo della Regione di rivendicare funzioni e competenze sul proprio territorio è stato frustrato e solo di recente - nella vicenda della rettifica dei confini - si è visto qualche barlume di buonsenso.
Io ho seguito la difficile evoluzione giuridica delle vicende alla Camera e non solo. Due i passaggi fondamentali: mi riferisco alle numerose sentenze sulla materia della Corte Costituzionale (n. 219 del 1984, n. 359 del 1985, n.151 del 1986 e n.344 del 1987), che confermano la necessità di avere sul Parco apposite norme di attuazione del nostro Statuto.
Ogni tentativo di farlo è caduto nel vuoto, malgrado le sollecitazioni della Consulta e questo lo si deve a parte del mondo ambientalista che ha sempre agitato lo spauracchio della speculazione, quando invece soluzioni di buonsenso sono possibili e nel frattempo addirittura il Parco nazionale alpino "gemello", quello dolomitico dello Stelvio, è stato "provincializzato" e "regionalizzato"
Altra attività lunga e faticosa fu seguire l'iter della legge quadro sui Parchi, la 394 del 1991, per armonizzarla con le particolari condizioni del Gran Paradiso - penso alla sorveglianza - e per evitare che quella legge accentuasse il centralismo ecologista che ha, tra l'altro, moltiplicato i Parchi nazionali in Italia, privando di risorse quelli storici come il Gran Paradiso.
Chissà che il Presidente valdostano del Parco, Italo Cerise, la cui competenza è evidente e si associa ad una profonda conoscenza del territorio, non decida - naturalmente nel rispetto delle diverse posizioni su questi temi - di aggiungere alle molte manifestazioni in corso anche un approfondimento su questi argomenti per memoria storica e per una riflessione di prospettiva. Altrimenti mancherebbe un pezzo importante di questi novant'anni.

La politica e le prospettive nell'UV

Sono sempre più convinto che in politica contino due elementi: l'entusiasmo dei giovani e l'esperienza degli adulti. Émile Chanoux negli anni decisivi del fascismo e mio zio Severino Caveri nel dopoguerra hanno condiviso un pensiero: far crescere le giovani generazioni con la certezza che la "valdostanità" vada coltivata.
E per evitare che questo nostro senso identitario sia una caricatura del "grande nazionalismo" va inserito in un contesto ampio e profondo: in una cultura politica e in un'etica civile senza le quali tutto diventa quotidianità senza punti di riferimento. Anzi, il rischio è quello di perdere il senso della comunità e senza questo principio non ci sarebbe null'altro che il deserto delle idee. Il nostro sarebbe un gretto provincialismo, arroccato in difesa di qualche cosa che fu.

La compagnia dei libri

La copertina del libro di VaillantMi ero preparato a questi giorni di convalescenza con il miglior acquisto possibile in caso di sosta forzata: dei libri nuovi.
Chi frequenta il sito sa che considero i libri un'autentica medicina per lo spirito e la recente chiusura della libreria "Minerva" di Aosta è stata un'occasione di sconforto e mi ha colpito il crudo realismo dei gestori nelle dichiarazioni intelligenti e dispiaciute di fronte ai conti che non quadravano. La sconfitta non è stata la loro - vorrei rassicurarli - ma di una comunità valdostana che ha meno lettori che in passato. In contemporanea, è stata per fortuna aperta in piazza Roncas 5, la singolare e elegante "CAFé-librairie, Culture alpine e francophonie", che mi auguro diventi un punto di riferimento.
Ancora di recente, visitando delle città in Italia o in Europa, mi accorgo di avere come parametro per un giudizio complessivo la qualità e la quantità delle librerie che si trovano. Esiste un gusto nel girare, guardare, curiosare e infine comprare un volume con quel rapporto fisico che si crea con il libro e che mai nessun sistema digitale di lettura o di ascolto potrà interamente sostituire.
Non so se alla fine questo "tasso di letterarietà" sia un criterio giusto, perché il declinare della lettura è un fatto purtroppo evidente e palpabile ovunque, a dispetto di un'offerta che talvolta pare strabordante e finisce per essere un sintomo di debolezza alla ricerca di nicchie delle nicchie. Il discorso dell'importanza della lettura, con cui faccio una testa così ai miei figli, non è per snobismo perché io stesso leggevo di più un tempo, prima che molti spazi della nostra vita venissero occupati da televisioni, computer e affini.
In queste ore, io sono stato sulle tracce di una tigre dell'Amur, estremità orientale della Russia, nel bel libro di John Vaillant edito da "Einaudi". Quella tigre, un animale impressionante residuo della notte dei tempi, è un pretesto - facilmente esportabile anche sulle nostre montagne - per sapere di più sull'interazione fra uomo e ambiente e su quella componente animale ed istintiva (tipo il muoversi di fronte al pericolo, il fiuto o l'uso dei nostri denti), che vive dentro di noi e che l'autore ci svela, mischiando la scienza e il dipanarsi di una storia.
Esemplare di come una lettura possa arricchire.

La paura del terremoto

Un'immagine del terremoto in Liguria del 1887Ricordo distintamente di quando, da bambino, ho vissuto la paura del terremoto. Erano delle fughe improvvise, durante le vacanze estive, dalla casa del nonno di Castelvecchio di Imperia. Si finiva di corsa in giardino sotto gli alberi da frutta, con il nonno Emilio che diceva tranquillo e fiero: «la casa è costruita in cemento armato». Poi, nella socialità da "sfollati", qualcuno ricordava come la Riviera di Ponente - e Imperia in particolare - fosse la zona sismica più pericolosa del Nord Ovest. La data spauracchio era il 23 febbraio del 1887, quando un terremoto tremendo sconvolse quella parte della Liguria e la parte Sud del Piemonte. Credo che molti di voi abbiamo visitato quel paesino, Bussana Vecchia, diventato un "paese degli artisti", sui ruderi di quel che rimase dalle distruzioni di quel giorno.
Se pensiamo alla nostra parte animale, di cui scrivevo ieri, penso che il terremoto scateni in noi qualcosa di terribilmente atavico: una paura seppellita in fondo a ciascuno di noi e arrivata dal passato della nostra umanità nella catena generazionale. Già di questi terremoti di oggi non capiamo un tubo - basta vedere gli esperti in televisione che sembrano più chiromanti che scienziati - e figurarsi quando in epoche remote arrivava questa roba che senza preavviso ti faceva tremare la terra sotto i piedi e ti tormentava per settimane dopo la prima botta. Purtroppo oggi come allora.
Per questo ho sempre seguito con angoscia questa storia dei terremoti periodici che attraversano l'Italia, sciagura dopo sciagura, partendo dai racconti del ramo paterno della famiglia di come il nonno René, sottoprefetto di Palmi, si accorse dell'imminente maremoto del 1908 che distrusse Messina perché in spiaggia - dove faceva ginnastica ogni mattina - il mare si era ritirato.
Nei ricordi miei ci sono le immagini del Belice in Sicilia nel 1968, il Friuli Venezia Giulia nel 1976, l'Irpinia nel 1980 e avanti di questo passo sino all'Abruzzo nel 2009 e al sisma di oggi che ha preso una brutta piega. Mostrando soprattutto che la mappa della pericolosità nella Penisola si è allargata e questo non è consolante. Anche in Valle la nuova classificazione del 2003 ha accentuato il rischio per Courmayeur, Pré-Saint-Didier e Valtournenche ("zona 3" su quattro), mentre gli altri Comuni sono in "zona 4", ora manca l'approvazione del disegno di legge relativo alla disciplina delle attività di vigilanza su opere e costruzioni in zone sismiche, già in discussione sin dal giugno di due anni fa in Consiglio Valle e più volte rimaneggiato, ormai necessario.
Ci mancava solo questo maledetto terremoto: ogni volta il mio proverbiale ottimismo è agitato dai tanti fantasmi che incombono e dal Male, nelle sue diverse forme, che ammorba la nostra vita.

Un ergastolo esemplare

L'imputato durante il processo ad AostaSono contento che la corte d'Assise di Aosta - quindi giudici togati affiancati da giudici popolari - abbia condannato all'ergastolo Puiu Pitica, il romeno di 45 anni, che uccise nell'aprile dello scorso anno ad Aosta lo scultore Paolo Morandini.
Un delitto, compiuto con la complicità di un connazionale, già condannato due mesi fa per concorso in omicidio.
Quel che colpì allora l'opinione pubblica fu la ferocia dell'assassinio, come ha ricordato in aula la pm Daniela Isaia «Morandini è stato massacrato»: questa aggravante della crudeltà è valsa alla richiesta, fatta propria dalla Corte, della carcerazione a vita.
So bene che l'appello o i meccanismi mitigativi della pena inflitta potranno ridimensionare la condanna inflitta in primo grado, ma mai come in questo momento - in una società gravemente incarognita dove la violenza deborda - la Giustizia deve dimostrarsi pronta, rapida e esemplare.
Caratteristiche non sempre riscontrabili in Italia e sono prevalentemente cittadini stranieri ad approfittarsi di certi ritardi e di certi buonismi.
Chi abbia visitato un carcere standard come quello di Brissogne sa che la mia constatazione è neutra e non velata da logiche xenofobe o razziste. E' oggettivo, nel caso esemplare della nostra prigione così come di tutti gli altri istituti di pena italiani, il fatto che siano cittadini non italiani gli ospiti largamente maggioritari di queste strutture. In larga prevalenza i Paesi interessati sono extracomunitari, con punte di alcuni Stati del Terzo Mondo, ma purtroppo la Romania si distingue in negativo fra i Paesi dell'Unione e questo - con la libera circolazione dei cittadini europei - è un problema serio a detrimento anche delle persone serie che lavorano da noi.
Molto spesso l'impressione che si ricava nel leggere le storie di certi delinquenti e le loro impressionanti fedine penali è che in Italia si possa con troppa facilità ottenere condanne miti e trovare cavilli per tornare in circolazione a delinquere. Mi è capitato di registrare in certe occasioni lo scoramento delle Forze dell'ordine per una sorta di impunità con cui autentici criminali riescono a limitare i danni grazie ad un senso di garantismo spesso degno di miglior causa.
Non sono un esperto della delicata materia penale e dei suoi meandri e mi rendo conto - potrei rifarmi a tanti processi che hanno fatto clamore in Italia - che le sentenze cambiano nei diversi gradi di giudizio proprio per la cautela necessaria prima di infliggere pene che cambiano una vita, ma penso anche che laddove il quadro probatorio sia netto non ci debbano essere tentennamenti per fermare chi delinque spesso con gusto e disprezzo.
Se la violenza, come quella dimostrata dal delitto di cui è stato vittima il povero scultore Paolo Morandini, appare cieca e insensata non ci deve essere - come è opportunamente avvenuto questa volta - nessun tentennamento da parte delle corti che si esprimono "in nome del popolo italiano".
Certe persone, certe "bande", certe concezioni della vita vanno fermate brandendo il Diritto e gli episodi pericolosi e sanguinosi di cronaca nera, che ci riempiono di apprensione, lo dimostrano quotidianamente.

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