May 2012

L'Europa e la Valle d'Aosta

Il sottoscritto al Comitato delle RegioniSessione europea del Consiglio Valle. Inutile negare che per me, membro del "Comitato delle Regioni" ed europeista convinto, ma conscio dei limiti attuali, l'occasione è ghiotta. Per cui, derogando alla consueta sintesi, ho parlato più a lungo del solito nell'aula di Place Deffeyes.
Sono andato "a braccio", con numerose digressioni, per cui chiedo venia se talvolta apro e chiudo parentesi, perdendo in razionalità in favore dell'ascoltabilità.
Come credo si capisca sono argomenti che mi appassionano e mi consentono di approfondire temi che considero molto utili per la Valle.


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Il blog e la sfera più intima

ciambelle, meglio col bucoCapita di sentirsi, anche se lo faccio raramente, nelle condizioni di scrivere qualcosa di più intimo e oggi riguarderà il blog stesso. 
Siete  in molti a seguirlo e questo mi conforta, assicurandovi che non ho mai avuto nel tenerlo vivo intenti elettoralistici. Anche perché sarebbe miserrima una politica concepita solo come un apostrofo che colleghi un'elezione con un'altra.
Aggiungerei che esiste uno "zoccolo duro" di lettori, partecipi - nella loro lettura quotidiana - di questo mio diario giornaliero. So bene che questi pensieri sono come le ciambelle, ogni tanto riescono con il buco e altre volte no. So anche che non sempre quel che scrivo coincide con il pensiero di chi legge e non potrebbe essere altrimenti, ma spero che si apprezzi il fatto che "ci metto la faccia". Talvolta mi farebbe piacere che ci fossero più commenti: non mi stupisco che alcuni partecipino e poi si stufino, che altri non abbiano voglia di scrivere o temano la scrittura oppure che alcuni si registrino e poi si scordino le modalità d'accesso e si limitino a sbirciare se quel che dico quel giorno può essere o meno interessante da leggere.
Io non ho particolari ambizioni con i post e mi barcameno ogni giorno a cercare argomenti. Non penso alla posterità, anche se scrivere imprigiona pensieri, sensazioni e vita vissuta che un giorno mi farà compagnia.
Ogni tanto penso - e mi capita di commuovermi, perché non ho mai avuto paura di piangere, essendo un modo per esprimere le proprie emozioni - che in futuro i miei figli o chissà i miei nipoti troveranno, nel mare di banalità qui annotate, un guizzo che interessa loro, come se si trattasse di un ponte con me. E' un pensiero consolatorio. 
Ogni tanto ripenso a mio padre e più passa il tempo dalla sua morte e non lo ricordo più come un vecchio ormai dolente che mi guardava senza più aver voglia di vivere, dopo una vita cha era stata lunga e generosa. Immagino che in limine si fosse ben reso conto che gli ultimi granelli di sabbia scorrevano nella clessidra.
Oggi appunto rivedo dei flash di mio papà più giovane. Quando lui aveva la mia età di oggi, io avevo ventiquattro anni e ogni tanto mi capita di fare calcoli astrusi di questo genere fra lui e miei splendidi figli. Mi spiace che abbia scritto pochissimo della sua vita. .
Ma a compensazione c'è quel fenomeno che ho già descritto e che ogni adulto avverte quando invecchiando ritrova in sé tratti e comportamenti dei propri genitori e parenti. E vede quelle stesse cose nei propri figli: il sigillo dell'ereditarietà.

In pillole attorno alle Alpi

Il sottoscritto con Messner nel 2002, Anno internazionale delle MontagnePer la "macroregione alpina", tema politico di grande attualità, mi sono scritto le tappe topiche più recenti per arrivarci, sapendo che è un dedalo di strade diverse che si incrociano.

  • 1930-1940: in questi anni due autori valdostani, l'Abbé Joseph Bréan ed Émile Chanoux, spiccano con i loro scritti dalla forte connotazione europeista, che pongono le Alpi in una prospettiva futura di centralità nel Vecchio Continente. In epoca di totalitarismi, una visione grandiosa.
  • 1940-1950: i pensieri sulla montagna, anche in chiave europea, si affinano con valdostani e valdesi che lavorano sulla "Dichiarazione di Chivasso". Nella Costituzione italiana (articolo 44) si accenna alla montagna e la Valle d'Aosta, Trento e Bolzano ottengono l'autonomia anche perché zone montane.
  • 1950-1960: nascono i "Bim - Bacini imbriferi montani" che ottengono timidi canoni  per lo sfruttamento dell'idroelettrico. Arriva il "Trattato di Roma", punto di partenza senza il quale nessuna integrazione ci sarebbe stata.
  • 1960-1970: inizia pian piano ad emergere la "politica regionale", che consente al diritto comunitario di guardare timidamente alla democrazia locale e non solo agli Stati. Sarà poi Jacques Delors a dare la scossa "regionalista".
  • 1970-1980: arrivano in Italia le Comunità montane, ma con una perimetrazione risibile con molta... non montagna e questa stortura oggi è tornata indietro come un boomerang e le Comunità vengono soppresse quasi dappertutto. Nascono anche le Regioni ordinarie e i montanari, anche alpini, sperano. Il Consiglio d'Europa, con la "Convenzione di Madrid", fonda la cooperazione transfrontaliera contro i confini "cicatrici della Storia".
  • 1980-1990: emerge in questi anni, anche se si dispiegherà nei periodi successivi, la "Convenzione Alpina". Delle Alpi, senza alcun coinvolgimento delle popolazioni interessate e dei loro eletti, si occuperanno i ministri dell'Ambiente. Un'utile Convenzione internazionale parte con il piede sbagliato e risulterà inutile, specie per il disinteresse dell'Unione europea.
  • 1990-2000: arriva "Interreg", fondo strutturale prevalentemente transfrontaliero. Vengono approvate nel 1994 l'attesa "legge sulla montagna" e nel 1999 la "legge sulle minoranze linguistiche", utile anche per certe minoranze alpine.
  • 2000-2010: con "Spazio Alpino" si perimetrano in modo eccessivo le Alpi (c'è l'Alsazia!) con un fondo strutturale. Il 2002 è l'"Anno internazionale delle Montagne": si scopre un mondo nel mondo. Arriva poco dopo il "Gect - Gruppo europeo di cooperazione territoriale", voluto dall'Unione europea e anche le Alpi ne approfittano per le Euroregioni del caso. La Convenzione per la "costituente europea" inserisce nel testo le "zone montane", ma ci vorrà il "Trattato di Lisbona" per il riconoscimento di questa specificità (articolo 174) nel quadro della coesione territoriale.

Ora, nel solco del mar Baltico e del fiume Danubio e della zona terrestre-marittima fra Adriatico e Ionio nascono strategie "macroregionali". Un'occasione per le Alpi.
Avete visto in breve gli ultimi ottant'anni. Ora - a maggior ragione in tempi difficili in cui verrebbe la tentazione di scavarsi un buco nella neve e attendere che la bufera finisca - guardiamo al futuro, sapendo che gli Stati attuali in una logica europea cambieranno pelle e bisognerà essere pronti. Più autonomia lungo il cammino dell'integrazione europea e al diavolo i tempi grami.

Un campanello d'allarme

La scuola di Brindisi dopo l'attentatoArriva un tweet mentre sto cercando il binario alla "Stazione centrale" di Milano del treno che mi porterà nel pomeriggio ad Ancona. Vado a parlare di "governance economica" ad una scuola "europeistica" presso la locale Università.
Il messaggio parla di una bomba davanti ad una scuola a Brindisi: un ordigno artigianale che ha ucciso al momento due ragazze e ferito altri studenti. La notizia colpisce e quasi naturalmente uno si guarda attorno: sei in una stazione ferroviaria importante e parti con un "FrecciaBianca" che attraversa tutta l'Italia.
Confesso che per chi è della mia generazione è come un fremito: una brutta notizia - una bomba davanti ad una scuola - apre ai ricordi del passato e a quelle bombe piazzate proprio in stazioni ferroviarie, sui treni e nelle piazze. Tratto comune di questo "fil rouge" di attentati e di sangue dagli anni Settanta in poi è che mancano i colpevoli di questo periodo in cui ha agito la "strategia della tensione". Un grumo di schifezza fra estremisti, servizi segreti, mestatori vari e registi più o meno occulti di cui, alla fine, non si scoprirono mai fino in fondo né esecutori né mandanti.
Esprimo qui la mia partecipazione al dolore e alla preoccupazione, anche se penso sia presto per fare troppe "dietrologie".
Viviamo tempi difficili, cui corrisponde - con macabra precisione - il periodico manifestarsi, sotto varie forme, di fenomeni di violenza. E mai come in questo momento la democrazia in Italia e debole in un contesto di sfiducia e di disimpegno.
Vedremo che cosa c'è dietro a Brindisi. Intanto, guardando la campagna che scorre dal finestrino, sento salire un senso d'angoscia e risuona in me un campanello d'allarme.

Le notizie in un clic

La chiesa di Bonacompra, in provincia di Ferrara, distrutta dal terremotoE' davvero impressionante come l'evoluzione tecnologica muti in questi anni la diffusione della notizia. Quando passai l'esame da giornalista professionista, nel maggio di trent'anni fa (aiuto come passa il tempo!), mi avevano insegnato la ripartizione buona per allora: la radio è in grado di dare la notizia per prima, la televisione ne fa vedere le immagini e il giornale ci torna sopra con gli approfondimenti. 
Una delimitazione già rozza e non sempre corrispondente al reale uso, ma sconvolta ormai dai social network in grado di dare la notizia senza filtri, in una rete in cui la notizia si forma e si plasma in un batter d'occhio con il coinvolgimento di più soggetti.
E' il caso, questa mattina, del terremoto che ha dato nella notte due belle botte vicino a Bologna e "Twitter" è stato il primo dei media a dare l'informazione, che mi ha permesso anche di sapere che le scosse sono state avvertite anche in Valle.
Ieri la stessa cosa è avvenuta per la bomba di Brindisi, accompagnata poi da una fittissima serie di commenti che hanno creato tesi, controtesi, spiegazioni, illazioni. Insomma: più ci si allontana dai fatti e più - come scosse di assestamento, tipo proprio terremoto - si passa dalla notizia scarna ai commenti.
In questa nuova dimensione che trasforma ognuno in reporter - e questo su Internet vale ormai anche per filmati e fotografie - esiste le necessita di dotarsi degli opportuni accorgimenti. La precauzione principale contro le "bufale" (notizie false in gergo), che come virus possono girare in Rete, è quella della verifica delle fonti e della veridicità dell'informazione. Questo per evitare che "catene di Sant'Antonio" digitali diano la stura a balle più o meno pericolose, che si diffondono immediatamente con una logica di marea montante e senza reali filtri come avviene altrove.
Comunque sia e messi in campo accorgimenti e precauzioni, sono indubbie la ricchezza e la potenzialità di certi nuovi strumenti che modificheranno sempre di più il giornalismo e i mezzi di propagazione delle notizie. Rendendo di fatto ancora più difficile e responsabilizzante il ruolo del giornalista e costringendolo a sforzi ulteriori per fare il suo mestiere.

Quella voglia di centralismo

La serie di terremoti che si è verificata in provincia di FerraraCi mancava il terremoto, che è spuntato dalle viscere della terra per far tremare l'Emilia e le zone vicine (anche da noi c'è stata una scossina "locale" questa notte, ma non l'ho sentita).
In un periodo già gramo, mentre l'Italia s'interrogava sui perché della rudimentale bomba fatta esplodere davanti alla scuola di Brindisi, la Natura ha dato una scossa delle sue in quella Pianura Padana dove mi pareva di ricordare non ci fosse un gran rischio sismico. Ma è vero che proprio di recente ci sono state riclassificazioni che hanno "peggiorato" il posizionamento anche di alcune zone della nostra Valle.
Ma quel che conta è che l'occasione cade purtroppo nel cuore di una discussione per niente banale su due punti. Il primo: in un decreto legge il Governo Monti ha scritto su di un tema che si dibatte da anni. In sintesi: basta soldi pubblici di risarcimento in caso di calamità naturale. Spetta a cittadini e imprese stipulare polizze assicurative. Il ragionamento fila, ma come la mettiamo  con le zone - penso alle zone rosse abitate qui in Valle e soggette a forte rischio certificato dagli esperti - dove nessuno ti vorrà assicurare e come evitare che in altri casi gli appetiti delle assicurazioni di fronte alla obbligatorietà (pensiamo alle speculazioni sulla assicurazione obbligatoria della macchina!) crescano facendo lievitare a dismisura i costi delle polizze?
Intanto lo stesso Governo Monti - secondo punto - ha varato una discussa riforma della Protezione Civile che riporta al centro molti poteri e competenze. Una misura centralistica incomprensibile nella logica regionalistica, che lascia perplessi e preoccupati perché mostra un volto del Governo che era già apparso nelle manovre finanziarie. Dopo l'ubriacatura del federalismo farlocco, con la Lega federalista nelle piazze e silente sul punto nei palazzi romani, la logica appare quella non di spingersi affatto su questo terreno del federalismo, come strumento contro gli antichi mali dello Stato in Italia, ma anzi si va verso la contestazione della democrazia locale con tagli draconiani alle finanze e anche togliendo spazi all'autonomia politica e amministrativa. Roma vuol riprendersi spazi di potere: scelta incostituzionale e ridicola, ma molti dei "tecnici" al Governo, formati alla scuola statalista, lì vogliono arrivare e non lo nascondono, sfruttando le emergenze della crisi. Brutta storia ed è ora che il sistema autonomistico batta i pugni sul tavolo e non bastano i ricorsi slla Corte Costituzionale.
Ci vuole la politica.

Europeista con giudizio

Il sottoscritto tra Fabio Marra e Nicholas ViérinUna volta andavo ai convegni sull'Europa e sapevo che, pur graduando l'intervento a seconda dell'età e del livello di competenza del pubblico, sapevo di andare sul liscio.
L'Italia è sempre stata, o meglio, si è sempre sentita europeista, anche se poi questo europeismo era spesso di facciata. Una sorta di adesione emotiva, di cuore, di sentimento, raramente corrispondente ad una conoscenza reale in un Paese in cui l'educazione civica di un tempo che ti forniva alcuni elementi essenziali sulla democrazia ormai dipende dalla caratura degli insegnanti e non dalla realtà dei programmi.
Così «vincevi facile», basandoti su alcuni elementi di aneddotica e di vita vissuta nelle istituzioni. Ho sempre cercato di stare alla larga dal pericolo più grande: la retorica europeista, una melassa dolciastra che stroncherebbe un diabetico. Ma oggi lo stesso sentimento di disagio ce l'ho rispetto alla nuova retorica emergente, quella anti-europeista.
Oggi essere anti-europeista è la nuova moda che sfonda le porte aperte del disagio popolare nella crisi. In questo senso, in modo vago e indeterminato, l'Europa dei capitali, dei burocrati stolti, della democrazia incompiuta diventa il facile "capro espiatorio" della situazione ed in molti sognano di buttare tutto all'aria e di tornare agli Stati del passato, mandando al rogo le banconote dell'euro.
A questo sentimento diffuso si adeguano volentieri i politici demagoghi, quelli che seguono gli umori del popolino e si si comportano come dei camaleonti, cambiando colore a seconda delle necessità, pur di piacere.
Non vorrei essere equivocato: solo un matto difenderebbe l'attuale Europa e chi è federalista ha una lunga lista di cose che non vanno e che devono essere modificate radicalmente. Ma la soluzione è avere più democrazia e più partecipazione in Europa e non mandare tutto al diavolo, facendo felici i nazionalisti vecchio stampo. A difesa dell'Europa c'è un termine politico ben noto, "balcanizzazione", che sta a significare lo spezzatino di interessi e di visioni che potrebbe rompere quegli equilibri che nel Vecchio Continente hanno spezzato - ormai e per fortuna - quella spirale tremenda che ha insanguinato ogni angolo d'Europa: la violenza resa plastica dalle guerre. Questo basta per sentirsi europeisti consapevoli della necessità di cambiamento.
Questo penso e a questo ho fatto riferimento nell’ultima occasione in cui, ieri mattina, ho parlato d'Europa in una "Scuola di formazione" ad Ancona.

Ah! La politica...

Una pecora nera nel greggeTante volte ho scritto in questi mesi della politica valdostana. Non avrò, come si dice, "ruoli apicali" - almeno sul piano locale -  ma penso di aver accumulato una qual certa esperienza per poter dire la mia.
Certo è che qualunque cosa uno scriva si fa dei "nemici". Per cui forse ha ragione chi non scrive mai o chi, quando parla, lo fa con discorsi "double-face", la cui lettura può avvenire a seconda di come ad uno piaccia interpretarli, cioè buoni per tutti gli usi. Mai tenersi preclusa un'uscita di sicurezza.
Se si parla del fronte interno all’Union Valdôtaine mi trovo di fronte al tabù del "centralismo democratico". Della serie: per chi fa una caricatura della democrazia, una volta decisa a maggioranza una cosa si deve stare zitti e eseguire con obbedienza (e comunque, in generale, il silenzio è considerato segno di fedeltà). Concezione piuttosto dubbia non perché non ci si debba adeguare alla linea del partito, ma perché credo che sia giusto che questo avvenga in maniera dialettica e chi dissente alla luce del sole lo deve poter fare senza essere considerato un reietto.
Se uno dice che l'alleanza con la Destra è stato un errore e invita - "se non ora quando", dopo gli esiti delle amministrative di ieri - ad una riflessione, si trova con i pidiellini furiosi che ti accusano di essere «comunista» e indegno di essere considerato un interlocutore politico e serrano i ranghi invece con chi sostiene di voler loro bene (così pensano). Potenza delle "cabine di regia", nuovi esecutivi extra-statutari del XXIesimo secolo.
Lo stesso vale a Sinistra, quando sommessamente si nota che il Partito Democratico oggi governa a Roma con Mario Monti, sostenuto anche dal Popolo della Libertà, e che quindi anche se in Valle fanno cani e gatti, in realtà nella romana "Fattoria degli animali" l'accordo c'è e questo apre agli scenari di protesta genere "Grillo & c.".
Oppure quando noti che l'Alpe, movimento autonomista di lotta, ha spostato il baricentro così a sinistra da trovarsi penzolante nel vuoto. Oppure ancora quando - per completare il giro di chi fai arrabbiare - ti domandi dove vogliano andare gli altri due movimenti autonomisti sulla piazza, uno dei quali - la Fédération Autonomiste - ha fatto il giro dell'oca dei flirt politici.
Come si dice: «Vai avanti tu che mi viene da ridere».
Eppure, al di là del tono, che spero si sia capito, resto ovviamente cosciente che la politica è mutevole per definizione e che nessuno può fare a meno di alleanze. La verità non piace mai e questo naturalmente lo dico anche a me stesso, avendo anch'io le mie colpe - ben spalmate nella lunga carriera politica - e non avendo mai neppure io gradito le critiche. Ma garantisco che, anche quando facevano male, ci ho sempre riflettuto.
Sulla situazione attuale siamo certi che: «Tout va très bien, Madame la Marquise?». L'interrogativo resta sempre valido.

I lavoratori della forestazione

Io capisco il disagio di operai e impiegati forestali e non si può far finta di niente. 
Vorrei spiegarne brevemente le ragioni. La forestazione, termine che comprende una serie di lavori vari nella cornice naturale della nostra Valle, è un lavoro stagionale che da tempo non era precario per la gran parte degli addetti per una ripetitività consolidata nel tempo.
Tuttavia, anche quando ero presidente della Regione, si ragionava su due circostanze.
La prima era evitare che il numero di persone interessate si gonfiasse eccessivamente nel meccanismo "lavoro-disoccupazione" che, specie per i più giovani, rischiava di essere un dissuasore per l'occupazione per altri settori, tipo edilizia, agricoltura, turismo ed impianti a fune. La seconda era l'idea che si dovesse trovare una formula, tipo "Azienda speciale", che radicasse i lavoratori in un rapporto di lavoro più stabilizzato.

Quell'applauso dei giovani

I leader internazionali al recente G8I segni del disagio sono da leggere come i sintomi che consentono di definire la diagnosi di una malattia. 
L'altro giorno, fuori Valle per una conferenza, seguo gli interventi, mentre penso a cosa dire quando verrà il mio turno. D'improvviso l'oratore prima di me, un giovane siciliano ricercatore ad Oxford, inizia a parlare di pensioni e se la piglia con i pensionati che prendono più di tremila euro al mese. In platea ci sono molti giovani e a loro, in un "j'accuse" concitato, indica quei pensionati come dei "nemici" che vanno combattuti perché i loro privilegi, che arrivano dal passato, "rubano" soldi alle generazioni di oggi. Applausi a scena aperta. Scena analoga quando lo stesso oratore se la piglia con la gerontocrazia della politica (e del sindacato «dove - dice testualmente - la maggior parte dei tesserati sono i vecchi») che impedisce ai giovani di emergere. Si ripete l'acclamazione a scena aperta.
Ieri sera riunione del direttivo della sezione UV di Saint-Vincent. Si discute, con il presidente Ego Perron, di tutta l'attualità politica. Fra le altre cose, emerge il tema dei giovani e del loro disinteresse per la politica. Basta guardarsi attorno: nessuno dei presenti ha meno di quarant'anni.
Potrei continuare con altri esempi che mostrano come sia avvenuta una rottura crescente fra generazioni in Italia e anche in Valle d'Aosta. La "piramide rovesciata" con pochi giovani è il segno dell'evoluzione demografica, cui si sommano i giovani extracomunitari che arricchiscono le classi d'età ma con una quasi estraneità alla società che li ospita.
Questa "minoranza" viene esclusa e in parte si autoesclude ed è ben diversa da quando ero io ragazzo e l'impegno in politica era una sorta di esigenza che si manifestava. Oggi cresce il disinteresse e una sorda ostilità per quella che viene vissuta da alcuni come una forma di esclusione dei "vecchi" e basta guardare alla politica per capire che sarà pur vero che i giovani che si impegnano sono rari, ma certo gli spazi per loro sono ristretti.
Il Governo Monti, con la maggioranza di ministri sessantenni e settantenni, è l'immagine rappresentativa dei tempi e anche da noi basterebbe mettersi ad elencare le cento personalità che contano per capire come vanno le cose.
Sarà bene riflettere sulle contromisure per riaprire il dialogo intergenerazionale, altrimenti sarà dura lavorare sulla continuità della nostra autonomia speciale.

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