May 2012

Capire per ripartire

Un mendicante, ad Aosta, a fianco l'ingresso di una bancaIo sono un ottimista. Penso di poterlo essere, malgrado la massima ammonitrice di Mark Twain che dice: «Nulla è più triste a vedersi di un giovane pessimista, eccetto un vecchio ottimista». Beh, proprio vecchio non sono ancora, per cui ritengo di potermi porre in una ragionevole posizione mediana, magari usando la celebre espressione di Antonio Gramsci: «Bisogna opporre al pessimismo dell'intelligenza l'ottimismo della volontà».
Comunque sia, quel che ci vorrebbe oggi, nel ciclone della crisi economico-finanziaria con il suo strascico di sfiducia e di paura, che ulteriormente deprime la situazione, è di avere dati certi su cui ragionare per meglio contrastare un fenomeno su cui la Regione ha già varato buone misure specifiche. Ma oggi penso che da "politiche di contenimento" si debba passare al famoso "sviluppo" di cui tanto si parla. So bene quanto sia difficile avere queste cifre che fotografino nell'immediato la situazione: tutto un lavoro statistico tradizionale avviene "a bocce ferme" ed offre la realtà trascorsa più di quella che stiamo vivendo in questo stesso momento.
Che cosa trovo sul presente? Verifico un generale scoramento: il gestore del bar che parla di una caduta degli incassi e di un'insistenza delle banche a rivedere i fidi già dati; il piccolo-medio imprenditore edile che lamenta lo scarso lavoro e la condizione obbligata di lasciare a casa i dipendenti; il commerciante che non riesce a "dare il giro" e segnala la minaccia crescente del fisco con gli studi di settore; il progettista che si preoccupa per il rallentamento del suo studio e la mancanza di solvibilità dei clienti, e lo stesso ragionamento lo fanno gli avvocati; l'artigiano che arranca con clienti restii a saldare i conti e si interroga come continuare; l'agricoltore preoccupato che "tribola" in un comparto in perenne mutazione. 
Per tutta questa ricognizione della realtà immediata, per immaginare nuove politiche attive in una logica coordinatrice delle azioni necessarie, dovrebbero essere sempre di più coinvolte le associazioni di categoria che hanno meglio di tutti il polso della situazione.
E' in questo senso davvero scoraggiante quanto sia silente sul punto la "Chambre valdôtaine", il cui ruolo di sintesi potrebbe essere prezioso in questa fase storica.
Certo ci sono anche altre questioni: il potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti, i disoccupati che non trovano più neppure quei lavoretti utili per sbarcare il lunario, i giovani che hanno studiato a lungo che si trovano con contratti precari.
Il quadro è complesso, ma - raggiunto il fondo - risalirà più in fretta chi ha capito, pur nella complessità di un mercato nazionale e internazionale che non consente logiche autarchiche, come riavviare il sistema. Altrimenti si rischia quello che in linguaggio aeronautico si chiama "stallo" con conseguente "caduta a vite".

La varietà di incipit

Forse il più famoso incipitMi chiama un amico e mi dice: «Ma, scusa, ma oggi - "Festa dell'Europa" - taci sul tuo blog?».
Confesso che pensavo di essermela cavata con il richiamo, in un twitter postato anche qui sotto a sinistra, in cui annuncio la mia partecipazione ad una manifestazione prevista per questa sera, ma poi capisco che non me la posso cavare così facilmente.
Allora giochiamo un po' e immaginiamo diversi incipit per questa sera.

  • Istituzionale: «Il 9 maggio del 1950 il ministro francese degli Affari esteri, Robert Schuman, presentava la proposta di un'Europa organizzata, dopo il dramma della guerra che...».
  • Regionalistica: «Chanoux e Bréan, ben prima che l'Europa venisse citata come una necessità post bellica, avevano capito - da autentici federalisti - che l'integrazione europea...».
  • Visto da destra: «Non si può, in premessa, non ricordare che cosa abbiano significato per l'economia europea il "mercato unico" e l'importante processo di liberalizzazione...».
  • Visto da sinistra: «In un epoca di crisi, vorrei in premessa ricordare la forza dell'Europa sociale, che incarna - contro le logiche del mercato - la forza di un 'Europa forte ma solidale...».
  • Comunista: «In questa Europa dei capitali e delle lobbies, in cui il "dio mercato" acceca ogni ragionevolezza, non si può non impugnare la bandiera dell'eguaglianza...».
  • Fascista: «I popoli europei, dell'Europa degli Stati, ciascuno con la propria Nazione, non possono cedere alla logica tecnocratica e all'apertura a masse provenienti da Paesi esterni...».
  • Retorico: «Stringiamoci questa sera attorno alla bandiera europea e a quell'"Inno alla gioia", inno ufficiale dell'Unione, sapendo quanto la fratellanza alberghi nei cuori...».
  • Enogastronomico: «So che ai nostri discorsi seguirà un aperitivo europeista ed è così bello ricordare la ricchezza di prodotti tipici del nostro Vecchio Continente, dalla birra al vino...».
  • Giovanilistico: «Mi rivolgo per cominciare a voi, giovani presenti, sapendo quanto la cittadinanza europea possa essere per voi una dimensione nuova ed importante...».
  • Pantere grigie: «Permettetimi anzitutto di dire a chi di voi ha i capelli bianchi quanto nella vostra memoria e nella memoria di chi c'era prima di noi l'Europa fosse...».

Prometto che stasera, per chi ci sarà, non userò nessuni di questi "inizi"!

L'Europa e il modello svizzero

Il confine valdostano innevato tra Svizzera ed ItaliaLa domanda più interessante - ieri sera a Hône per una serata sull'Unione europea in occasione della "Festa dell'Europa" - l'ha fatta un amico di lunga data, tra l'altro lettore abituale di questa nostra pagina quotidiana. Ricordata la grande ammirazione di Émile Chanoux per la Svizzera e il suo modello politico e sociale, mi ha chiesto se ancora oggi l'esempio elvetico possa essere un punto di riferimento per l'Unione, pur non facendone ufficialmente parte.
Giustissimo: Chanoux ammirava la Svizzera e il federalismo che ha forgiato la sua storia e il carattere delle sue popolazioni, esempio di convivenza di realtà culturali e linguistiche diverse fra loro. Non è un caso, di conseguenza, se Chanoux - europeista convinto nei suoi scritti pur coincidenti con un momento terribile della storia del Vecchio Continente con le dittature fascista e nazista - scriveva del popolo elvetico: «Il y a des peuples qui sont comme des flambeaux, ils sont fait pour éclairer le monde; en général ils ne sont pas de grands peuples par le nombre, ils le sont parce qu'ils portent en eux la vérité et l'avenir».
Certamente avrete riconosciuto la celebre frase che è stata apposta sulla parete dell'aula del nostro Consiglio Valle e che ricorda appunto quell'ammirazione chanousiana per il popolo svizzero nella speranza che quel modello di "civilisation alpine", fatta di un federalismo che influenza le istituzioni della Confederazione (che è poi una Federazione) e di ciascun cittadino elvetico, risultasse un modello per i valdostani e per comporre il mosaico assai complesso dei popoli europei.
Quest'idea di una Svizzera in piccolo modello della necessaria convivenza europea resta valido, pur conoscendo - lo stesso mio interlocutore in sala lo ha ricordato - certe contraddizione della Svizzera nel quadro internazionale, come "cassaforte" per tutti quelli che nei secoli dovevano "nascondere" del denaro.
Aggiungerei che la Svizzera, con l'adesione alla gran quantità di Accordi bilaterali con l'Unione e con l'adesione a Schengen, malgrado la sistematica bocciatura dei referendum per una piena adesione all'Europa, un piede nell'Unione ce l'ha già e forse un giorno verrà in cui entrerà a far parte pienamente delle istituzioni comunitarie.
Sarebbe un'iniezione di federalismo e di principi di un'antica democrazia utili contro i rischi di un'Europa centralistica e burocratica, i cui difetti mai come oggi sono manifesti e rischiano di innescare un antieuropeismo che potrebbe distruggere il fragile castello dell'integrazione europea.

Un mugnaio con gli stivali

Antonio Banderes negli spot del 'Mulino Bianco'Il marchio "Mulino Bianco" nasce nel 1975. Lo ricordo benissimo perché allora, ai tempi del Liceo classico, avevo (ed ho) un amico carissimo proprietario di un mulino industriale a Montalto Dora. I suoi camion con striscia verde e la sigla aziendale ("S.A.M.") li avrete visti in giro per la Valle perché da decenni è il principale fornitore di farina dei panifici valdostani.
Paolo, compagno di banco e di bisbocce, già all'epoca aveva la bava alla bocca a guardare la pubblicità del "Mulino Bianco" con - come marchio e location per gli spot con famigliola felice diventata stereotipo - l'improbabile mulino ad acqua d'antan
Spiegava a noi ignari che solo un mulino industriale garantisce parametri di qualità e soprattutto d'igiene, del tutto improbabili nei vecchi impianti del passato. Noi amici lo ascoltavamo pazienti e lo sfottevamo per questa sua arrabbiatura cieca in una persona normalmente pacata e ragionevole da saggio canavesano doc.
Mai come oggi, guardando l'ultima pubblicità della "Mulino Bianco", penso a quanto certa réclame (francesismo ucciso dall'inglese) non sia solo ridicola ma persino ingannevole. Io giuro che vorrei conoscere il genio della comunicazione che ha arruolato nelle fattezze del mugnaio gagliardo, anche goffo pasticciere, il mio quasi coetaneo Antonio Banderas, già o meglio fu sex symbol, perché gli anni passano per tutti. Per altro la sua voce spagnoleggiante al naturale, per i suoi natali, è ormai intrinsecamente legata al suo azzeccato doppiaggio, anche nella versione in italiano, del "Gatto con gli stivali" spadaccino di Shrek e dunque è una parlata ormai considerata da cartone animato.
Insomma: il mulino d'epoca è una balla, come il mugnaio, ma soprattutto è risibile il tentativo di spacciare prodotti industriali come se fossero genuine prelibatezze artigianali. Certo nessuno è così fesso da cascarci, ma fossi un pasticciere artigianale - ne conosco di bravi che faticano nei loro laboratori - andrei a cercare i Signori Barilla per dire niente altro che: «per favore, piantatela, perché ormai da trentacinque anni cercate di venderci un valore aggiunto che non c'è».

Un libro che stimola i ricordi

La copertina del libro di Francesco GucciniIn questo sabato mi fa piacere segnalare un libro, letto in un'andata e ritorno di una tratta aerea. Si tratta, quello di tuffarsi nella lettura, di uno dei metodi per riempire i momenti, perché le pagine di un libro possono assorbirti e farti viaggiare nel tempo e nello spazio.
E' il secondo libro che leggo del grande cantautore appenninico Francesco Guccini, che ho avuto modo di ascoltare in concerto e i suoi dischi - perché c'erano i dischi o al massimo le cassettine - hanno allietato la mia giovinezza con le sue canzoni-poesie.
Anche quelle più tristi ("lunga e diritta correva la strada..." o "ad Auschwitz c'era la neve") non nascondevano il suo animo giocoso. La prima volta che l'ho visto, a una "Festa dell'Unità" non ricordo dove, alternava canzoni a chiacchiere opportunamente "bagnate" da buon vino.
Ora, dopo una sua biografia illuminante della sua vita, arriva questo libro "Dizionario delle cose perdute", edito da "Mondadori". Guccini è più vecchio di me e certi ricordi lo dimostrano: io non ho visto in azione i carbonai e i cantastorie, la ghiacciaia e i taxi prima di quelli gialli.
Ma molti dei capitoletti del libro, che mostrano quella verve emiliana e una bella dose di autoironia, sono stati per me un salto nel passato.
Genere: io mi ricordo benissimo delle biglie di vetro (e anche quelle di plastica con piste monumentali in spiaggia) e dei giochi coi tappi a corona, del "Flit" («ammazza la nonna col "Flit", se non ci riesci col gas») e del gioco chiamato "pulce", che consisteva nel far saltare pezzettini di plastica colorata. Allora mi industriavo con costruzioni astruse con il "Meccano" e metto poco a immaginarmi le interminabili partite a "Shangai" o a dama nella casa di montagna di zia Eugenia a Pila.
Da bambino mi ero dotato anch'io di varie forme di cerbottana e ricordo una bellissima fionda comprata nel negozio "Caccia e Pesca" di Verrès. In giro in bicicletta per il paese ero sempre "armato" anche quando mi spingevo fino a Issogne a "rubare" le ciliegie.
Come Guccini ho fumato la prima volta al cinema orrende sigarette al mentolo (sarà per quello che non ho mai avuto il vizio del fumo...) e ricordo benissimo i treni diesel noti come "Littorina", cui potrei aggiungere - era il treno delle ore 12.20 in partenza da Aosta - le incredibili carrozze liberty del treno "accelerato" che era sempre fermo in stazioni oggi dismesse.
Ho chiaro ricordo delle vecchie e minacciose siringhe brandite da mio padre veterinario in caso di malattia (la sua battuta era «ho due figli asini e perciò li curo io»), così come condivido il monumentale telefono di bachelite nera e i banchi in legno delle elementari con i bidelli che mettevano l'inchiostro nei calamai e anch'io alle medie avevo banchetti in metallo con il ripiano verdolino.
Conosco tutti i giochi cui giocava Guccini da bambino, compresi i carrettini, che lui chiama carriolini, con cui rischiavamo la vita lungo la strada in discesa a Castelvecchio d'Imperia con i miei cugini (in Valle diconsi tsarettoun). Rimpiango anch'io la figura della lattaia e ricordo il caffè con la vecchina, forse di cicoria, della nonna materna, una marchigiana - Ines Luzietti - tutta d'un pezzo.
Non ho fatto la naia, ma gli accurati racconti di Guccini coincidono con quelli degli amici che l'hanno fatta e, pur con un décalage anagrafico, mi ritrovo nella storia dei locali da ballo e delle feste private, nel mio caso la "prova del nove" era in discoteca - tipo "Galion" di Champoluc - al momento cruciale dei "lenti", quando avvicinavi la turista di turno.
La vita è fatta così: ricordi che spariscono nei flutti degli avvenimenti, rispuntando poi chissà da dove per raccontarti di un mondo che è sparito nel vortice degli incredibili cambiamenti che hanno investito le nostre generazioni.

Gli alpini nel Tirolo del Sud

Alpini durante l'adunata di BolzanoUn migliaio di alpini valdostani - non si diventa mai ex fra le "Penne nere" - si stanno godendo l'adunata di Bolzano.
La scelta di tenere questa festa annuale in Alto Adige - SüdTirol non era per nulla banale dal punto di vista politico. Il timore era che si scontrassero, in questa zona annessa all'Italia come "bottino di guerra" dopo la Prima guerra mondiale, gli opposti estremismi: il nazionalismo "italiano" di parte degli alpini e quello "tirolese" di frange locali, reso evidente da una sfilata qualche giorno fa degli schützen, l'antica milizia paramilitare sudtirolese. Mi pare che il buonsenso abbia trionfato, com'era prevedibile in un moderno sistema di autonomia speciale come quello della Provincia autonoma di Bolzano/Bozen, sempre utile come confronto per noi valdostani.
Parlando, prima della partenza, con il presidente dell'Associazione nazionale alpini della Valle, Carlo Bionaz, discutevamo del futuro di questa adunata e della scelta, di fatto, degli alpini in congedo di non insistere più su un cavallo di battaglia usato per molti anni: il ripristino della leva obbligatoria.
Il perché è molto semplice: l'Esercito professionistico, con i giovani provenienti in larga parte dal Sud e da zone d'origine non montane, "svuota" gli Alpini dal tradizionale radicamento alpino o appenninico. Questo significa che chi diventa alpino non ha, tranne rari casi, conoscenza pregressa del terreno in cui si deve muovere questa truppa specializzata e questo vale oggi per scenari di guerra internazionali, visto che le zone di montagna sono spesso le zone dove si combattono le guerre contemporanee. Si possono fare tutte le formazioni possibili, ma certe conoscenze culturali e istintive sono insostituibili e il venir meno del "serbatoio" di certe zone svuoterà in pochi decenni anche l'associazione come sta avvenendo anche in Valle d'Aosta con un progressivo invecchiamento degli aderenti.
Si tratta di un processo naturale, ormai irreversibile, che colorerà di crescenti note dolenti le adunate del futuro.

Una normativa europea

Il materiale trovato dai Carabinieri nel night club di CerviniaChissà che in epoca di "spending review" (l'anglicismo sarebbe poi un più abbordabile "revisione della spesa", che a sua volta sarebbe semplicemente "tagli") non ci si renda conto che sul lato delle entrate si potrebbero fare seri progressi.
La recente chiusura di un bordello a Breuil-Cervinia, le operazioni "antilucciole" di alcuni Comuni come Saint-Vincent le cui strade sono assai animate la notte, le "voci" su di una via aostana con appartamentini molto accoglienti e degni delle vetrine di Amsterdam, l'uso sempre più hot anche in Valle di certe "chat" spalancano, nel limitato orizzonte locale, una bella vista sulla meravigliosa ipocrisia italiana che non intende affrontare il problema della prostituzione.
Della legge Merlin, senatrice socialista promotrice della legge nel 1958, non è neanche più il caso di parlare: si trattava di una normativa moralistica, che mirava a cancellare con norme di legge qualcosa di vecchio come il mondo e che dunque non può essere facile da far sparire. Anzi, le conseguenze delle belle intenzioni sono state il degrado umano e sociale ben visibile per strada o la logica - fatta la legge trovato l'inganno - dei mille escamotage, purtroppo anche per mano delle mafie, per far fessa la giustizia che si trova a svuotare il mare con il cucchiaino. Nessuno rimpiange i "casini", ma formule moderne ci sono in altri Paesi europei e a quelle basterebbe rifarsi.
Ma lo Stato, cioè il Parlamento cui spetta il potere legislativo, tace in Italia sul merito del problema, mentre ha di fatto liberalizzato il gioco d'azzardo, creando una Repubblica basata sul "gratta e vinci" e le lotterie istantanee. Lo stesso Stato lucra sulle sigarette e sull'alcool, altri vizi. Ma, si sa, il sesso è tabù e in questo campo minato meglio la deregulation senza regole vere (comprese quelle igienico-sanitarie) e senza tasse versate.
Mario Monti, paladino della concorrenza e alla ricerca di nuovi settori da spremere, potrebbe occuparsene, non temendo le reazioni che in questo Paese sorgerebbero nel nome della morale pubblica. Non si tratta di parafrasare Cetto La Qualunque e la spassosa parodia berlusconiana del "chiù pilu per tutti", ma di mettere ordine nel caos attuale con tutte le precauzioni del caso, facendo comunque piazza pulita dell'approccio finto proibizionista che ha generato la situazione di degrado sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vederla.

Il caso greco

Una panoramica di AteneOgni volta che mi è capitato di andare in Grecia, in prevalenza per turismo ma anche per l'attività parlamentare, ho avuto momenti d'emozione cui certo non avevo mai pensato, quando al Classico sudavo sette camicie davanti alle versioni di greco. E invece quelle fatiche e la letteratura studiata le ritrovavo nei luoghi visitati e quelle cose apprese, considerate totalmente inutili da ragazzo, tornavano dal passato nella contemplazione delle tracce di una storia straordinaria, che tanto ha pesato nella formazione del pensiero occidentale.
Il momento culminante è accaduto quando ero Presidente di Commissione al Parlamento europeo, e mi portarono avanti ed indietro in elicottero da Atene in un luogo sperduto del nord del Paese. Vedere dall'elicottero l'enorme "catino" della Capitale con le sue vestigia inglobate in una città caotica e cementificata e sorvolare a lungo il Paese, con i suoi mari e le sue campagne, fu un raro privilegio. Anche la montagna mediterranea, aspra e abbandonata, era bellissima con quella luminosità accecante che domina i panorami. I greci - lo dico incidentalmente - furono preziosi alleati, specie per le loro isole-montagne associate a tanti miti della classicità, nell'aggiungere ai Trattati europee il fatidico "zone di montagna".
Oggi la Grecia arranca ed è l'ultimo vagone del treno europeo e forse quel vagone verrà staccato dal convoglio dell'euro e il Paese ellenico si troverebbe disperatamente solo di fronte ad una crisi tremenda di cui gli stessi greci sono stati responsabili come la cicala sprecona (contrapposta alla virtuosa formica) di Esopo, grande scrittore greco di favole "istruttive" del VI secolo.
Chissà se l'Unione europea riuscirà in extremis a trovare una nuova formula di salvataggio, dopo il disastro delle elezioni greche che ha mostrato una reazione del popolo greco irrazionale di fronte alla povertà in atto. Si tratta di essere ragionevolmente generosi, chiedendo in cambio di voltare pagina con una politica cui va la responsabilità di un Paese che ha vissuto al di sopra delle sue possibilità e non sono stati i soli a farlo.

Contro gli estremismi violenti

La "gambizzazione" di un dirigente "Ansaldo" a Genova ci fa ripiombare in anni passati, quegli "anni di piombo" di cui ho perfetto ricordo, anche se ero un ragazzo. Anzi era proprio dal mondo giovanile che si coglievano meglio i fermenti che si respiravano allora, specie in quelle zone "borderline" che poi sfociarono in movimenti politici violenti.
Pur sapendo che mai la storia si ripete con esattezza, perché i tempi cambiano, è evidente che certi spettri riappaiono sulla scena in periodo di crisi, oggi come allora. E pensando ad allora – ai terribili delitti maturati all'estrema destra e all'estrema sinistra per non dire delle "stragi di Stato" – non si può che confermare che mai è stata fatta piena luce su certi episodi: per cui se non si riescono a storicizzare episodi del passato, figurarsi quanta difficoltà si possa avere per ottenere esatta consapevolezza di quanto sta avvenendo nel presente.

Il grillismo

Beppe Grillo 'naviga' sui suoi sostenitoriSi parla di "antipolitica" con riferimento al MoVimento (scritto così) 5 Stelle, creato e diretto dall'ex comico Beppe Grillo ed emerso nelle ultime amministrative, dopo aver vivacchiato già da tempo in una politica prevalentemente virtuale via Internet o attraverso i comizi-spettacoli del fondatore, cui non manca la verve e un gusto per le invettive, piuttosto greve.
I "grillini" sono gli aderenti al suo partito dichiaratamente "personalista" e non è un giudizio di valore, ma una constatazione che si vede scritta nel simbolo e in una struttura di comando che ruota attorno al leader e alle sue decisioni. Leggere programmi e proclami non permette di capire con esattezza dove collocarli e non è un caso che abbiano sottratto voti a destra come a sinistra.
In Valle hanno già annunciato una lista per le regionali e immagino che ciò derivi dalla scelta di sfruttare il vento in poppa dopo le recenti amministrative e la presenza anche da noi di elementi che possono generare un voto di protesta. Non ci vedo niente di strano e non penso che incarnino davvero l'antipolitica. Infatti il terreno di confronto resta anche per loro la politica e cosa potrebbe esserci di altro in democrazia? Così i grillini partecipano alla partita attraverso le elezioni e la logica è sostituirsi a chi c'è oggi. Una concorrenza legittima direi giocata sul piano della freschezza e del pragmatismo in una logica antisistema e antipartiti che li colloca in un'area populistica che scompare e riappare nella politica italiana.
Come sempre, dovrà fare i conti con la realtà, che è complessa come non mai ed "essere contro" è una benzina che non dura a lungo, anche se il periodo di crisi e un sistema di partiti ormai in tilt possono essere propizi per trovare spazi. Poi toccherà proporre, fare, organizzarsi e questo diventerà il loro vero banco di prova e c'è da prevedere che tutto si farà più difficile.

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