April 2012

E comunque...

Marine Le Pen assediata dai reporterIl risultato politico del Front National, in Francia, ha colto di sorpresa. Si pensava che l'estrema destra fosse in crisi in occasioni delle presidenziali e invece i consensi mostrano il contrario. Il partito di Marine Le Pen, ereditato dal padre Jean-Marie, vecchio fascista senza vergogna, è un movimento personalista addirittura ereditario.
Lo scrivo oggi, giorno simbolo della "liberazione" dal nazi-fascismo, perché penso che su certi rigurgiti, che investono anche altri Paesi europei, sia bene interrogarsi per capire che cosa spinga ancora milioni di persone ad operazioni nostalgiche.
Eppure i neofascisti li incontri tutti i giorni e li riconosci. Sono quelli che se parli di Resistenza, fenomeno corale in Europa, ti rispondono parlandoti delle foibe, che sono una vergogna - pur circostanziata geograficamente - che vorrei sapere chi possa giustificare. Sono gli stessi che se gli parli di partigiani iniziano ad elencarti gli orrori dei comunisti, dimenticando due cose: nella Resistenza c'erano anche partigiani non comunisti e, comunque, senza i comunisti locali e l'Unione Sovietica (e questo vale specularmente per il ruolo degli Stati Uniti) i nazifascisti ce li saremmo tenuti più a lungo.
Questione diversa è se, nel ricordare la Resistenza, si dice che: ci sono stati errori e storture nel movimento di Liberazione ed è bene evocarlo; che una parte dei "comunisti liberatori" speravano che anche qui si realizzasse un comunismo filosovietico, che ha dimostrato di essere un totalitarismo e dunque è un bene che l'Italia sia stata nella parte "occidentale" del Vecchio Continente.
Tuttavia, con tutti i distinguo e gli approfondimenti storici del caso, non perderò occasione per tutta la mia vita di celebrare il 25 aprile e di preoccuparmi per i fascisti manifesti e quelli nascosti.

Vittime della tecnologia

Cabine telefonicheLentamente ma inesorabilmente vengono smantellate le cabine telefoniche anche da noi. In alcuni casi ho visto addirittura una data presunta di "rimozione" affissa sulla porta e che ho notato non sempre essere stata rispettata, come se i "becchini" fossero in ritardo.
Capisco che è "inutile piangere sul latte versato", perché l'evoluzione tecnologica ha spazzato via il passato, che è stato legato al "telefono pubblico" nell'epoca della telefonia fissa. 
Io ancora oggi ho in mente la topografia delle cabine telefoniche, comprese quelle già svanite, e per alcune ho ricordi precisi. In una poteva essere un telefonata d'amore, in un'altra un "pezzo" giornalistico dettato ad un "dimafono" (altro strumento sparito) e via di questo passo lungo il filo del ricordo. E lo stessa memoria vale per i bar con il telefono a scatti, che pareva già gran modernità rispetto ai vecchi gettoni.
Stupisce ad Aosta la presenza su alcune cabine delle antenne mai smantellate di un sistema di telefonia mista portatile-fisso che mai neppure venne acceso, perché soppiantato dalla telefonia cellulare e dalla liberalizzazione rispetto al monopolio pubblico della vecchia "Sip".
Chissà che straordinaria curiosità avrebbe dell'evoluzione tecnologica in atto il grande inventore valdostano, Innocenzo Manzetti, cui di recente è stato dedicato un museo permanente nel centro Saint-Bénin ad Aosta. 
Chi non sappia di Manzetti cerchi su www.innocenzomanzetti.it, dove si ricorda la sua straordinaria vita e la sua principale scoperta. Ecco un estratto: "Il valdostano Innocenzo Manzetti precorse con largo anticipo tutti coloro che contribuirono all'invenzione del telefono, riuscendo ad approntare un apparecchio elettrico in grado di comunicare a distanza già negli anni Cinquanta dell'Ottocento. Molto prima di Antonio Meucci (1871) e di Alexander Graham Bell (1876), coloro che oggi vengono unanimemente riconosciuti come inventori del telefono. La sensazionale scoperta di Manzetti ebbe un notevole risalto internazionale grazie ad una serie di articoli apparsi su alcuni giornali italiani, francesi ed americani del 1865-1866, in seguito alla presentazione pubblica della sua invenzione. Purtroppo nonostante questi avvenimenti inconfutabili, il nome di Manzetti non ha mai avuto la possibilità di imporsi con decisione nella storia delle telecomunicazioni e nel mondo scientifico".

L'ingovernabilità italiana

Luis DurnwalderDa molto non scrivo del Governo Monti. Sarà che c'è poco da scrivere: l'esecutivo tecnico, pur scelto dalla politica, quando eravamo sull'orlo del baratro, ha inserito la retromarcia e abbiamo evitato il peggio.
Il prezzo da pagare, però e forse non poteva essere altrimenti, lo abbiamo regolato noi contribuenti con una fiscalità che ha raggiunto punte mai viste e tutto il sistema autonomistico è stato costretto a tagli draconiani. I valdostani hanno pagato più degli altri in termini di "tagli" ai sistemi regionale e comunale con prelievi che pesano gravemente sui bilanci. Un salasso nel nome del solito pregiudizio «tanto siete ricchi e privilegiati», cui bisogna sempre reagire con rudezza che dall'altra ci siano Silvio Berlusconi o Mario Monti.
I "professori" - sull'onda di una iniziale popolarità evidente dopo il degrado del berlusconismo - sono passati ormai da un alto a un basso gradimento e ciò malgrado nel frattempo i partiti e la politica abbiano espresso il peggio possibile in un clima intriso - per concomitanti ragioni - di antiparlamentarismo, qualunquismo e demagogia.
I "tecnici" ormai vivacchiano aspettando le elezioni politiche e l'attuale "Grosse koalition" che in Parlamento mette assieme tutti - tranne la Lega azzoppata e i piccoli partiti autonomisti come UV e SVP - rischia di essere un modello ambiguo per per il futuro. L'assenza di una reale dialettica politica stride con la democrazia e maggioranze troppo larghe, con soggetti troppo diversi, creano situazioni grottesche di difficile convivenza e di sconcerto negli elettori.
«Monti - ha detto  in una recente intervista il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder - non tratta, è un tecnico, e nei colloqui si limita ad annuire». Un'immagine sconsolante che nulla toglie ai meriti dell'attuale Premier, ma conferma la parabola di chi, partito a gran velocità, finisce per essersi perso nei meandri romani e il rispettabile attivismo europeista non aggiusta il tiro.
L'ingovernabilità italiana resta una malattia incurabile che tritura anche i migliori e l'illusione centralista, oggi imperante, è la risposta sbagliata.

Sparare nel mucchio

Il comunicato stampa della Guardia di Finanza di Aosta"Mettere alla berlina" è un'espressione antica e temibile, così riassumibile da definizione da vocabolario: "Pena infamante, usata soprattutto nel medioevo, consistente nel portare il condannato in luogo esposto al pubblico".
Lo si faceva prevalentemente con l'uso di uno strumento barbarico: la gogna. Nell'evoluzione dei tempi questo aggeggio meccanico è servito per una nuova definizione, quella di "gogna mediatica". Non è più la piazza il luogo della condanna, ma sono i giornali e i nuovi media - compreso l'implacabile tam tam di Internet - ad esporti alla pubblica disapprovazione.
Per questo esiste il meccanismo del comunicato stampa da parte delle Forze dell'ordine che, ancora prima che la giustizia faccia il suo corso, annunciano il frutto del proprio lavoro, imponendo una prima sanzione immateriale a chi compia dei reati. 
Potremmo discutere se sia giusto o sbagliato, ma che questo serva in qualche maniera ad essere una gogna che funga da ammonimento è indubitabile.
E' di ieri un esempio. La Guardia di Finanza "scova" a La Thuile un bar additato come gravissimo evasore fiscale: l'accertamento dimostrerebbe che battevano gli scontrini fiscali ma omettevano la conseguente dichiarazione dei redditi.
Come già altre volte, si tace però il nome del soggetto (pur aggettivato come "noto"), invocando la privacy, anche se in altre notizie di cronaca viene dato senza problemi. Questa logica dell'anonimato crea un effetto negativo, perché emerge il rischio di "sparare nel mucchio": a finire sulla gogna mediatica in fondo non è un bar di la Thuile ma sono tutti i bar di La Thuile.
Come giornalista, in assenza di certezza sulla reale identità di chi è stato oggetto della verifica - finita su tutti i media nazionali con la sua genericità - considererei la notizia una "non notizia" e dunque non meritevole di menzione.

Disperati mai

Sebastiano BarisoniSono un ascoltatore onnivoro della radio, che è un mezzo in continua trasformazione, vivificato - visto l'uso incivile che in Italia si fa della modulazione di frequenza - dall'ascolto sul Web ormai con diverse modalità. Passare da una stazione all'altra consente, più di molte altre cose, una verifica continua di temi e argomenti al centro dell'attenzione.
Trovo assai interessante in questi giorni una campagna di mobilitazione civile lanciata da "Radio 24" - la radio della "Confindustria", legata al giornale "Il Sole 24 Ore" - che raccoglie storie di imprenditori, artigiani e professionisti in difficoltà ai tempi della crisi. Il titolo scelto "disperati mai" chiarisce bene lo scopo.
In due programmi, "Nove in punto", con Oscar Giannino, e "Focus economia", con Sebastiano Barisoni, si scava in un fenomeno evidente attorno a noi, che ha innescato anche una terribile catena di suicidi fra gli imprenditori, cui si sommano le morti di disoccupati disperati.
Penso che mai come in questo momento, mentre si avvicinano i festeggiamenti ormai stucchevoli del 1° maggio, il faro vada davvero acceso sulle terribili conseguenze della crisi e sul destino comune di imprenditori e dipendenti nel mare tempestoso di una crisi che resterà - per la sua violenza e la sua durata - sui libri di storia. Le testimonianze raccolte dalla radio fanno davvero impressione e offrono uno spaccato da brivido.
La quotidianità offre anche da noi in Valle un campionario che deve far pensare: imprese senza lavoro che chiudono i battenti, imprenditori strozzati dalle banche, accertamenti fiscali che sin da subito presentano conti salati con "Equitalia" che agisce come un elefante nella cristalleria della disperazione personale.
E poi, naturalmente. il mostro della disoccupazione con i suoi mille volti, che da noi sono storie concrete. L'operaio forestale che segue il susseguirsi, spesso contraddittorio, delle scelte regionali sul suo lavoro. Il giovane che ha studiato e non trova sbocchi concreti fra un contrattino e un altro. Il cinquantenne licenziato che non riesce più a trovare niente. La donna separata che si trova sola e senza possibilità di lavorare.
Il generale senso di disperazione, termine ben scelto e terribilmente consono alla situazione, obbliga alla ricerca di misure nuove e immediate per far ripartire la speranza.

Una legge senza soldi

Il ministro per gli Affari regionali Piero GnudiScadono oggi la richieste di finanziamento dei progetti per la tutela delle minoranze linguistiche storiche, come previsto dalla legge numero 482 del 15 dicembre 1999, applicativa di una norma costituzionale rimasta inanimata per mezzo secolo (articolo 6: "La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche").
Una legge che ho inseguito per anni, nel mio lavoro di deputato, e ho lavorato su ogni articolo dalla prima discussione in Commissione al voto d'aula e dunque sento la legge come una mia creatura.
Il Ministero degli Affari regionali, annunciando il bando scriveva tempo fa: "Lo stanziamento complessivo per il 2012 ammonta a 1.823.496 euro. Di questi, 54.704 euro - ossia il tre per cento - sono destinati alle Amministrazioni statali, mentre la quota restante di 1.768.792 euro è destinata alle amministrazioni territoriali e locali. Sono dodici le minoranze linguistiche storiche (popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo) riconosciute sul territorio italiano".
Fin qui, per un non addetto ai lavori, tutto potrebbe andare bene: peccato, invece, che nel 1999 lo stanziamento - già frutto di gran fatica nel suo reperimento - era stato di venti miliardi e mezzo di vecchie lire e oggi siamo crollati alla penosa situazione che grida vergogna.
E dimostra che viviamo in uno Stato di cui non ci si deve fidare. La legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche arrivò con un ritardo clamoroso e in certi passaggi - specie con la destra neofascista che minacciava ostruzionismo - dovetti sudare sette camicie per trovare soluzioni che non bloccassero, per l'ennesima volta, l'iter del provvedimento.
Questa "pazienza di Giobbe" sortì alla fine la legge e poi la stressante parte applicativa. In quegli anni feci il giro d'Italia delle minoranze e quest'esperienza mi arricchì moltissimo e mi fece capire la varietà di situazione comunità per comunità.
Da allora, nel nome del rigore della finanza pubblica, leitmotiv che sento da anni e che è stato oggetto di crescente drammatizzazione sino al quasi crash attuale, alle minoranze vengono ogni anno tagliati gli stanziamenti e questo, dove non ci sono forme d'autonomie speciale (finché dura...), vuol dire lasciare spazi d'intervento ridicoli.
Vergogna, in spregio alla Costituzione!

I fantasmi all'orizzonte

Poiché non viviamo nel mondo delle fiabe, è immaginabile che le tre lettere dell'alfabeto che reggono il Governo Monti, Alfano, Bersani e Casini, si ritrovino di tanto in tanto senza la presenza del Premier.
L'esistenza e la sopravvivenza del Governo tecnico è una loro quotidiana responsabilità: siamo in un sistema parlamentare retto sul principio della fiducia ottenuta dall'Esecutivo alle Camere.
Questo "peso" significherà anche, periodicamente, capire dove sta portando questa "esperienza eccezionale", nata per evitare il peggio e che dovrebbe traghettare l'Italia alle elezioni del 2013, quando le istituzioni dovrebbero tornare alla normalità.

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