April 2012

A proposito dei cambiamenti

Il mondo non si ferma e non mi stupisco che i cognomi calabresi siano ormai i più diffusi, come concentrazione, nella città di Aosta a detrimento degli antichi cognomi valdostani.
Questa è la conseguenza di ondate migratorie che hanno interessato la Capitale della Valle e altri Comuni della Regione.
Chi ha scritto la storia di questa migrazione - io stesso alla Presidenza avevo patrocinato un libro sull'emigrazione calabrese - ha ripercorso la storia di questi spostamenti così significativi da incidere in profondità sulle caratteristiche sociali ed umane della comunità valdostana.

Il giusto mezzo

Ego Perron durante l'incontro di GressanL'altro giorno, nel corso del dibattito politico svoltosi su iniziativa della sezione unionista di Jovençan, il presidente dell'Union Valdôtaine, Ego Perron, per altro piuttosto giovane in considerazione del progressivo invecchiamento dei decisori politici in Valle (in certi casi sulla scena da trentacinque anni), ha detto che la politica non si fa sui blog, su "Facebook" o su "Twitter".
Vorrei dire perché sono d'accordo per determinati aspetti, mentre per altri non sono d'accordo.
La politica di certo si fa con le persone e con il contatto umano. Così dev'essere nel rapporto con i cittadini-elettori, che sono al centro della democrazia rappresentativa, e ciò vale anche per le istituzioni. Le assemblee parlamentari e i governi sono luoghi di dialogo e confronto che prevedono l'interazione fra persone. Mi è capitato di dover lavorare in videoconferenza e di essermi trovato bene, ma certo manca qualcosa: quel tratto umano, interpersonale che cementa le conoscenze. Guardarsi negli occhi con un interlocutore e vedere bene le sue reazioni è fondamentale ancora oggi. A me piace parlare in pubblico e, per quanto non abbia problemi a esprimermi per radio o in televisione, nulla offre maggiori soddisfazioni di una sala che segue in silenzio il filo del tuo discorso.
Ma la modernità va sempre considerata e i mass media, moltiplicatisi nel tempo con le innovazioni tecnologiche, sono strumenti di comunicazione importanti per la politica. Non si tratta di sostituirli all'incontro personale, ma di trovare un uso intelligente, ad esempio della Rete e delle potenzialità derivanti dai social network. E' necessaria, appunto, una dimensione sociale o meglio comunitaria, nel solco delle tecnologie dell'innovazione, da cui un politico oggi non può prescindere.
Questo vale, senza mitizzare modalità d'incontro via Internet, a maggior ragione per una realtà piccola come la nostra, dove i due elementi - prossimità di tipo umano e prossimità digitale - non sono sistemi alternativi ma possono diventare complementari.
Si tratta di concepire le modalità di un dialogo fra gli elementi tradizionali  - penso al vecchio comizio, ormai occasione d'incontro con pochi fedelissimi - con modalità di dialogo nuove, come può avvenire in Rete, magari a beneficio di persone altrimenti difficilmente raggiungibili.
Nella mia vita politica ho cercato di stare al passo coi tempi. Ricordo l'invio di audiocassette a tutti gli elettori diciottenni alla fine degli anni Ottanta o l'uso di un "numero verde" per dialogare al telefono con gli elettori. Richiamo alla memoria, quando si poteva fare, i comizi in diretta televisiva dal "Giacosa" o dal "Palaceva"
Poi c'è stato l'uso, ormai da molti anni, di Internet e la scrittura quotidiana, mai assegnata ad altri ma sempre di mio pugno (qualcuno dirà: «lo si vede!»), sul sito dove vi trovate ora. Tutto ciò sapendo che, in parallelo, ci sono stati appuntamenti personali, incontri, dibattiti, semplice presenza a manifestazioni e l'attività politico-amministrativa.
Quali saranno le future frontiere della democrazia è difficile da dire e comunque è meglio - lo dico a me stesso - essere prudenti sul fatto che tutto sia bianco o nero.

La sfida per l'Eliseo

François Hollande, avversario di Nicolas SarkozyMancano poche ore al primo turno delle elezioni presidenziali francesi e non ci si può non interessare ai risultati e non solo per la prossimità geografica e per il particolare legame, per varie ragioni, con la Francia.
Va ricordato, infatti, che queste elezioni si tengono nel cuore della crisi economica e il test, pur assai specifico per molti versi perché manca ancora un agone politico europeo, assume un valore esemplare di una tendenza sul piano continentale. In un'Unione governata in larga parte dalla destra, la sinistra spera di ripartire dalla Francia.
Nell'andirivieni delle sensazioni derivanti dai sondaggi, la cui credibilità è sempre opinabile, emergono due tendenze: fra i dieci candidati primeggia il socialista François Hollande e c'è chi annuncia una sua clamorosa vittoria al primo turno contro l'inquilino uscente all'Eliseo, Nicolas Sarkozy; la seconda tendenza è il peso dell'undicesimo candidato, quel "Monsieur X" che impersona l'enorme partito di chi non voterà e l'astensionismo è ormai protagonista di tutte le elezioni. La democrazia in Europa ha un tasso "normale" di non partecipazione al voto che ormai sta raggiungendo livelli patologici su cui riflettere e riguarda anche noi da vicino.
Ho parecchi amici nella politica francese e alcuni li frequento a Bruxelles. Sono tutti cauti, malgrado i sondaggi, che già in passato non hanno poi corrisposto alla realtà uscita dalle urne. Certo questa volta quel che colpisce è come Sarkozy sia dientato il simbolo di una politica che ha aggiunto al già forte peso personalistico del presidenzialismo francese gli elementi caratteriali negativi di un uomo forte, a tratti persino dispotico, intollerante alle critiche e assai umorale. Il potere può peggiorare le persone.
La sua eventuale sconfitta sarebbe la vittoria di un Hollande piuttosto grigio e che durante la campagna ha più usato la polemica su ciascun punto contro l'attuale Presidente piuttosto che mostrare con chiarezza, argomento per argomento, le proprie posizioni. Sembra essere, tuttavia, più funzionale alla crisi dei partiti personalisti, all'antipolitica e ad una richiesta di atteggiamenti più sobri e misurati che una parte dei francesi domanda al nuovo Presidente.
Ormai non resta che attendere.

I "grandi" e il turismo

Il 'Planibel' di La ThuileHo sempre pensato che una presenza ragionevole in Valle di hôtel di grandi catene alberghiere - che so "Accor", "Hilton", "Best Western", "Melia"... - avrebbe avuto un suo perché. Si tratta, pur nella molteplicità di soggetti del settore, di operatori che hanno una propria clientela, garantiscono standard di qualità facilmente comprensibili, danno visibilità alle località che commercializzano e via di questo passo. Talvolta, leggendo certi cataloghi di prestigiosi soggetti del settore, mi sono dispiaciuto vivamente che la Valle non fosse citata e magari risultassero zone alpine meno belle delle nostre.
Spesso ne ho discusso con gli albergatori locali ed alcuni temevano che ciò potesse deprimere ulteriormente i bassi tassi d'occupazione nelle strutture esistenti e che, comunque, gli alberghi a gestione familiare fossero la dimensione giusta per la nostra realtà. Semmai, qualcuno mi diceva, i nostri alberghi, come già avviene in certi casi, possono aderire a label internazionali che li facciano compartecipare a sistemi di vendita e di promozione, genere "Relais Châteaux" o "Charming Hotels of de World"
Rispetto queste posizioni, ma resto convinto che certe "marche" non porterebbero danni ma progresso nel cammino difficile del turismo, di cui gli alberghi - il recente referendum svizzero contro le seconde case lo insegna - sono il caposaldo e l'aumento in Valle dei "letti freddi", cioè appunto delle seconde case, per riffa o per raffa, è in controtendenza con il futuro turismo sulle Alpi.
Per altro, il già scarso "grande" di marca esistente rischia grosso: se il "Club Med" di Breuil-Cervinia pare solido, lo stesso non si può dire - per i guai della famiglia Patti - per il "Valtur" di Pila e non si può non essere in apprensione per il "Planibel" di La Thuile per i problemi giudiziari di Ligresti e dell'Enpam (Ente previdenza medici), proprietario dell'immobile.
Sono elementi contraddittori che rendono difficile il quadro di riferimento e flebili i dati di presenze e arrivi, come rassicurante "coperta di Linus" e lo dico senza polemica, essendoci passato anch'io.

Ricordando Perret

La 'Fons salutis' nelle vecchie terme di Saint-VincentLa storia del turismo sulle Alpi ha due grandi capitoli che viaggiano in parallelo. Uno, che è settecentesco, è l'alpinismo, che oggi vive una crisi profonda e grandi trasformazioni. L'altro, le cui radici possono persino essere immaginate preistoriche, ma si afferma come turismo nello stesso periodo in cui si scopre il mondo delle alte cime, è il termalismo.
La Valle d'Aosta è in questo paradigmatica e, proprio rispetto alle acque, è singolare notare come il termalismo stia tornando in auge in un misto fra benessere e problemi di salute.
Da questo punto di vista il legislatore regionale, ma me ne occupai anch'io come deputato nelle fasi preliminari di studio, aveva visto giusto di fronte a due problemi di decadenza. L'articolo 1 della regionale 26 maggio 1998, numero 38 è tacitiano sulle finalità: "La Regione Autonoma Valle d'Aosta favorisce, nell'ambito delle proprie competenze, interventi atti a migliorare l'attività, l'organizzazione e la gestione delle terme di Saint-Vincent e Pré-Saint-Didier tramite l'ampliamento e la riqualificazione delle strutture termali e annesse strutture alberghiere e di supporto unitariamente considerate quali complessi termali finalizzati alla cura e/o riabilitazione e/o promozione della salute".
Evito tecnicismi inutili e vale la concretezza dei fatti. Le Terme chiuse e cadenti dell'Alta Valle sono state aperte, a dispetto delle previsioni, prima di quelle della Riviera delle Alpi, pur funzionanti ma ridotte al lumicino e assai costose per il Comune.
Inutile soffermarsi sui perché ed è bene invece osservare che ormai, con la prima parte dei cantieri in cui si preannuncia la fine lavori, anche Saint-Vincent è pronta al debutto estivo e al ritorno ad antichi splendori.
Dall'aldilà ne sarà lieto l'inventore delle terme moderne, un enfant du pays, l'abate Jean-Baptiste Perret, cui si deve - con data fissata nel 1770 - la scoperta della Fons Salutis con la sua acqua minerale. Da lassù, per chiudere il parallelo con l'alpinismo, si vede la cima del Monte Bianco, scalata nel 1786, pochi anni dopo il rinvenimento della sorgente.
Oggi sarà il fitness a primeggiare rispetto alle tradizionali parti curative e l'aspetto sanitario in convenzione riguarderà i dializzati residenti in zona e il vasto turismo dei malati di reni. 
Il rilancio delle Terme, con l'ormai imminente e corposa prima tappa, è una diversificazione utile e contraltare alle difficoltà del Casino de la Vallée.

La schiavitù del cellulare

Un particolare del volantino della campagna contro i telefoni cellulari"Udine per prima in Europa mette al bando i telefonini da bar e ristoranti". Confesso che la notizia mi ha fatto sobbalzare, anche se poi informandosi meglio è facile constatare che quanto avviene in Friuli ha un valore più simbolico che reale.
Scrive il "Messaggero Veneto": "E' stata lanciata ieri la campagna "Liberi dal cellulare, liberi di parlare", nata da un'idea del pediatra e consigliere comunale Mario Canciani che è riuscito a mettere d'accordo l'Associazione contro l’elettrosmog (Ace), il Comune, Confcommercio, l'Associazione albergatori udinesi e Confindustria".
Per completare  l'informazione va aggiunto che il sindaco della città friulana, Furio Honsell, nel dare il patrocinio alla nascita di spazi "liberi dal cellulare" nei pubblici esercizi annuncia di voler dare il buon esempio, chiedendo agli assessori di spegnere il telefonino durante le riunioni di Giunta.
Non so francamente se e quanto l'iniziativa prenderà piede, ma penso che segnali un problema reale, che riguarda la presenza sempre più ingombrante nella nostra vita del telefonino ormai diventato uno strumento multiuso che ci accompagna come una sorta di propaggine fisica di noi stessi.
Non è solo un possibile problema di salute per le onde radio e neppure di educazione per l'invadenza nell'uso sociale dello strumento, quanto il fatto che il telefonino crea un'evidente forma di dipendenza che rischia di trasformare il telefonino da straordinario mezzo di comunicazione in una nuova schiavitù. 
Per cui, al di là dei divieti che come ogni proibizionismo sono discutibili, vale la pena di capire - e lo dico a me stesso che uso moltissimo l'iPhone con cui ora vi sto scrivendo - quali debbano essere dei limiti ragionevoli e anche forme d'educazione che evitino quelle scenette di ragazzini attorno al tavolo di un bar che non parlano fra di loro ma scrivono, ciascuno nel proprio isolamento, un messaggino dietro l'altro.
La maestra del nido dell'ultimogenito mi ha chiesto se in casa usavamo molto il telefono, visto che l'altro giorno ai giochi, Alexis, fra uno scivolo e una giostrina, ha passato - ovviamente simulando - un sacco di tempo... al telefono. Allarme rosso!

Nessuna paura della nostalgia

La mitica terza BNoi della III B del liceo classico "Carlo Botta" di Ivrea eravamo una squadra in quella seconda parte degli anni Settanta in cui il caso ci fece ritrovare. Ragazze e ragazzi, una ventina, che crescevano assieme in quel passaggio cruciale in cui segui il cammino verso l'età adulta.
Il nostro era un microcosmo in cui agivano compagnie, amicizie, insegnanti che ricordiamo sorridendo e crescevamo come funghi in un incrocio fatto di emozioni, sentimenti, paure, speranze, scoperte. 
Un periodo unico e irripetibile: aveva perfettamente ragione chi - ma all'epoca non ci badavi - ti ammoniva sull'"attimo fuggente" e sulla necessità di avere consapevolezza di godersi i momenti e di centellinare il tempo poi velocissimo. Non era solo scuola per imparare, era una scuola di vita.
Quel che colpisce dei "compagni di scuola" è che, malgrado le circostanze della vita che ti cambiamo e le trasformazioni del corpo con il passare degli anni, sono sempre loro, che sanno di te tante cose e tu di loro. E con loro sai riprendere, dopo pochi minuti, discorsi interrotti trentacinque anni prima con una naturalezza che non sai da dove venga, come se ci fosse qualcosa che ti ha segnato per sempre e ci fosse un pulsante che ti permette - in un istante - di riavvolgere la vita.
La bacchetta magica ha agito, sere fa, in una cena di classe, premessa ad un incontro in cui "ci saremo tutti". E abbiamo per questo fatto l'elenco, tipo registro di classe, compresi quelli che non arrivarono fino alla Maturità e ognuno farà la sua parte di ricerca per "fare l'appello" e raccontarci, con i tanti che abbiamo perduto di vista, di cosa sia avvenuto fra allora e oggi.
So che in queste "retrouvailles" c'è una vena di nostalgia, ma non bisogna averne paura.

Il mio 25 aprile

Non avendo vissuto di persona la Resistenza, ho avuto solo due possibilità per capire gli eventi. Il primo è, attraverso la conoscenza di chi ha vissuto quegli anni, ascoltare per capire.
Ho avuto la fortuna, per questioni generazionali, di poter ascoltare tanti testimoni, che oggi purtroppo sono ridotti al lumicino. La seconda è, con la lettura dei libri, formarmi una mia opinione.
E va detto che la storiografia si è fatta nel tempo sempre più ricca e ha scavato in ogni dove, smettendo sempre più i toni agiografici.

Non potrebbe essere così?

L'elicottero del Soccorso alpinoLeggete questa notizia che viene dalla Francia: "Suite à la multiplication des comportements inconscients, et aux coûts toujours plus élevés des secours, le gouvernement a décidé en ces temps de disette budgétaire de "prendre le taureau par les cornes". Plutôt que de rendre le secours payant, c'est une obligation d'assurance qui devrait désormais être exigé pour se rendre en montagne".
Ohibò, osserva chi vi scrive notando che l'assicurazione obbligatoria per chi frequenti l'alta montagna è sempre stato un suo vecchio pallino, e prosegue lesto la lettura: "Premier massif concerné, le Mont-Blanc, qui de part la quantité de remontées mécaniques facilitant l'accès à la haute montagne permettra un contrôle facile des pratiquants. C'est ainsi qu'a compter du premier juillet 2012 (si le projet est validé par le conseil constitutionnel car il reste des doutes liés à la constitutionalité d'un projet pouvant limiter la libre circulation des citoyens sur le territoire national), il vous sera demandé pour quitter les infrastructures de l'Aiguille du Midi, du Montenvers, du train du Mont Blanc ou encore ges Grands Montets, de présenter une licence fédérale FFCAM ou FFME" che sono le grandi associazioni della montagna francese.
La frase successiva inizia a destare qualche perplessità: "Dans le cas contraire, il sera possible d'acheter immédiatement ladite licence grâce à un terminal mis a disposition des controleurs, et cela pour une durée allant de un jour à une licence annuelle"
Basta una rapida ricerca per appurare che la notizia è una "bufala", anzi uno scherzo uscito in occasione del "pesce d'aprile". Solo che la Rete e il tam tam delle poste elettroniche hanno diffuso a dismisura l'informazione e chi me l'aveva inviata - un amico del "Club Alpino" - ci resta male quando gli dico della mia scoperta.
Più che da ridere, c'è da riflettere. Già oggi, anche in Valle, la gran parte degli alpinisti recuperati hanno un'assicurazione, che però non è esigibile dal pubblico perché il soccorso in montagna è da noi considerata prestazione sanitaria coperta dal Servizio nazionale (va precisato che chi si fa soccorrere, senza avere reali motivi di salute, paga già una tariffa per l'emergenza).
Il sistema, senza pesci d'aprile, dovrebbe essere riformato.

"Perché nell'alba non ci sorprenda il nemico"

Primo LeviSo quanto il rischio di essere melensi sia da evitare nel parlare del giorno della Liberazione, festività ormai priva di significato per molti, purtroppo anche in Valle d’Aosta. Capita ogni tanto di fare il parallelo fra la retorica risorgimentale e quella resistenziale, constatando come con il trascorre degli anni e la scomparsa i protagonisti cali un lento oblio e certe idee e valori diventino un fatto remoto. Così, nel segno della semplicità, propongo una nota poesia sulla Resistenza del grande Primo Levi, che vale più di tante parole.

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli come,
al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l'assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell'Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c'e' congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell'alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e' nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e' mai finita.

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