April 2012

Arrivano le giostre!

Una delle classiche giostreCi sono dei segni tangibili della primavera, che varrebbe la pena di raccontare, scavando nel tempo. L'arrivo delle giostre nei nostri paesi è fra questi e la loro stagionalità secolare segue l'evoluzione tecnologica.
Quando ero bambino, a Verrès, l'arrivo dei piccoli "Luna park" itineranti spezzava la routine. Era anzitutto una presenza "sociale": i nomadi che li gestivano - penso le stesse famiglie di oggi - erano assieme simbolo di trasgressione per una vita immaginata avventurosa (le ragazzine andavano matte per i giovani giostrai che si atteggiavano a maudit) e dall'altra oggetto dei pregiudizi per le molte raccomandazioni di approcciarli, della serie - tipico ammonimento della nonna - «gli zingari ti portano via». Capitava che, come avveniva anche con i circhi, qualche bambino dei "baracconi" (si definivano anche così) finisse nella nostra scuola, ti invitava lui ai "giochi" e le diffidenze sparivano. 
Ma, soprattutto. c'era il divertimento. Due i preferiti: gli autoscontri su cui si sperimentava anzitempo la guida e il "calci in culo", la giostra con seggiolini legati a catene sulla quale ci si spingeva alla conquista della "coda di volpe" posta in alto come trofeo. Nell'occasione spendevamo tutto quello che ragionevolmente i genitori ci davano ed era, specie nel pomeriggio, uno dei casi in cui si sperimentava con gli amici una piccola forma di autonomia personale, andando con i soldi in tasca in un posto considerato fuori dal normale.
Nella società multietnica la presenza "trasgressiva" delle giostre fa ormai sorridere, mentre la componente "piacere" resta intatta come si sente dalle grida entusiaste dai bambini, pronti a tutto per un giro in più e per impadronirsi di una leccornia dei "baracconi".

L'autonomia speciale, bene comune.

L'assegnazione del contingente del 1845 firmata da Paul CaveriNella polemica sul pirogassificatore se ne esce uno e dice, in una logica di "sfottò", «se fossimo una provincia del Piemonte». Non entro nel merito del problema, poiché resto d'accordo sul sistema per bruciare i rifiuti, non essendoci allo stato alternative credibili, ma mi interessa questo giochino del «se fosse».
Se fossimo una Provincia del Piemonte sarebbe stato un disastro e bisogna che su questo almeno ci sia l'unanimità qui da noi. Sul resto ci si può serenamente disputare, ma l'autonomia speciale, per quanto io stesso mi arrabbi per certe storture passate e presenti, è un patrimonio comune da difendere e valorizzare.
La storia liofilizzata ci dice: dalla seconda metà del Settecento, con il crescente centralismo sabaudo e il loro afflato espansionistico a corrente alternata, la Valle ha perso piano piano l'autonomia del Duché d'Aoste, che era culminata all'inizio del Cinquecento - a causa di complesse vicende internazionali - in un breve periodo di "indipendenza" della Valle.
Con l'Ottocento il ruolo istituzionale declina e la Divisione di Aosta nata nel 1814 viene fusa nel 1847 in quella di Torino (il mio bisnonno Paul Caveri fu sottoprefetto di Aosta, dopo l'Unità d'Italia). Nel 1927 nasce, facendo arrabbiare i valdostani per l'annessione del Canavese e i canavesani per l'esatto inverso, la Provincia d'Aosta, soppressa dopo la Liberazione nel 1945 coi valdostani che ottengono prima la Circoscrizione autonoma e dopo il 1948 la Regione autonoma. 
Senza autonomia saremmo una Provincia piemontese povera e abbandonata. Basta fare un giro nelle vallate piemontesi e vedrete - provare per credere - lo stato pietoso dei servizi pubblici di tutti i generi in un clamoroso abbandono e sfruttamento della montagna, contrario a elementari principi di autogoverno e parità di occasioni per i cittadini. Per cui ci vuole cautela nel «se fosse», perché "Provincia" per noi è stato e resta il ricordo di una scelta fascista per dilavare la valdostanità nel momento in cui, oltretutto, venne raggiunto il punto più basso nella storia dell'autogoverno dei valdostani.

La successione più che la secessione

Umberto e Renzo BossiNon ho mai conosciuto Renzo Bossi, figlio di Umberto, leader della Lega e il fatto non mi ha mai turbato, pensando alle battute sul soggetto che mi erano state fatte da leghisti autorevoli, preoccupati per l'asse ereditario.
E' lui ora ad occupare la scena in queste ore, dopo la decisione di dimettersi da consigliere regionale della Lombardia per le conseguenze di uno dei capitoli di uno scandalo ben più vasto. Nel caso che lo riguarda e che immagino lo abbia indotto a "lasciare" c'è l'uso personale dei soldi del suo movimento. Situazione peggiorata ulteriormente dallo scoop del settimanale "Oggi" con tanto di filmati girati di nascosto dell'ex autista del "Trota" (così lo definì per ridere il padre, quando gli chiesero se Renzo dovesse essere considerato il suo "delfino"). Le registrazioni - fatte immaginando già che prima o poi il pentolone sarebbe stato scoperchiato - mostrano un uso disinvolto del cash derivante dal finanziamento pubblico ai partiti. Sarà altrettanto interessante verificare come andrà a finire la storia di cui tanto si parla di un possibile "nero" che finiva nelle casse della Lega.
Un brutto intrigo che getta una luce fosca sulla Lega, ma non è solo una questione di soldi, sapendo che qualunque modalità illegale di ottenimento o di sottrazione di denaro è deprecabile senza alcun distinguo possibile, perché è anche una questione di comportamenti.
A me la storia di Renzo aveva già colpito qualche tempo fa, quando il padre aveva cominciato a portarselo in giro con uno scopo per nulla celato. Vale a dire l'incredibile e bislacca idea di una successione al vertice della Lega in una catena familistica, da padre a figlio, degna di una dittatura africana o della Corea del Nord.
Capisco e so che c'erano già questioni di sostanza ancora più evidenti, ma io penso sempre che ci sia qualcosa nelle vicende che colpisce ciascuno di più o di meno. A me aveva stupito questa storia del figlio che si aggira con un padre, in più menomato dalla malattia che avrebbe consigliato un uso ragionevole delle sue energie e discrezione nella sua "esposizione pubblica", oltreché ovviamente la logica già citata della "staffetta".
Ma alla fine sappiamo che era solo la punta di un iceberg.

La storia di Bochet

Pierre Joseph BochetNella notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912, dunque un secolo fa, ci fu la drammatica collisione fra il modernissimo transatlantico "Titanic" ed un iceberg in pieno Oceano Atlantico.
In molti hanno scritto di questa vicenda luttuosa, cui sono stati dedicati diversi film e che colpì l'opinione pubblica di allora e che oggi, con il senno di poi, è diventata metafora di quel Novecento in cui la storia del mondo sembrò colare a picco con le tragedie delle due guerre mondiali e dei totalitarismi.
L'avvenimento di cento anni fa vale per ricordare qui il solo valdostano, almeno dai dati attuali, che morì nel naufragio, la cui storia è significativa anche nel quadro dell'emigrazione valdostana nel mondo, frutto della povertà dell’economia locale che costringeva singole persone e intere famiglie a lasciare il Pays d'Aoste, altro che "Belle Époque"! Vicenda singolare che avevo notato, anni fa, leggendo un piccolo trafiletto nell'edizione del "Messager Valdôtain" del 1913 con tanto di foto d'epoca in cui mostra dei bei baffi a manubrio.
Si chiamava Pierre Joseph Bochet e morì a soli 43 anni. Era nato a Saint-Pierre il 29 settembre 1868 (alle nove di sera, dice l'atto di nascita), figlio - come si legge appunto nei documenti ancora giacenti in Comune - del fu Jacques e di Marie Rose Paillex. Il 9 settembre 1896 Pierre si era sposato, a La Thuile, con Marie Eugénie Martinet ed assieme adottarono un bambino. 
Quando firmò il contratto per lavorare (come maître) a bordo del "Titanic" nel ristorante francese di bordo "À la carte" (ne trovate una ricostruzione filmata su "YouTube", in cui si vedono i bei saloni liberty), il 6 aprile 1912, diede indirizzo il 4 Tonbridge House, Mercer Street, Long Acre, Londra.
Il "Titanic" fu la prima e purtroppo l'ultima nave su cui si imbarcò a causa della terribile tragedia. Bochet morì nel naufragio. Il suo corpo non fu mai trovato o identificato e, di conseguenza, per lui ci fu la dichiarazione di "morte presunta".
Il regista Stefano Viaggio, con la sua capacità d'inquadramento in un contesto più generale, racconta di Bochet e del "Titanic" domani sera alle ore 20 su RaiVd'A. Si possono scoprire cose interessanti! Non è tra l'altro da escludere una "coda" alla sua inchiesta, visto che proprio ieri sera si sono fatti vivi con lui i parenti di Bochet che vivono ancora a Saint-Pierre.

La forza della radio

Il sottoscritto durante la trasmissione del martedìTutti i martedì, poco dopo le 9 del mattino, ormai da parecchio tempo, tengo - nel ruolo oggi di consigliere regionale - una rubrica su "Top Italia Radio" (in replica su "Radio Reporter" e "Radio Club"). Il mio intervistatore è una voce nota, quella di Marco Frasson.
Ho sempre trovato stimolante questa dimensione di dialogo politico attraverso la radio, strumento informativo versatile e dinamico, che amo per quel rapporto unico con il microfono e con il binomio silenzio-parola che obbliga a ritmo e linguaggio del tutto specifici.
Ricordo, agli esordi della carriera, gli spazi che gestivo con continuità su "Radio Monte Rosa" o gli spazi periodici sull'ormai scomparsa "Radio Monte Bianco" o le interviste a "Radio Valle d'Aosta 101". L'ho sempre fatto sull'onda - è il caso di dirlo... - di una passione nata da  liceale su "Radio Saint-Vincent" e poi con il lavoro prima nel privato, con "Radio Reporter 93", e poi alla "Rai" come una delle voci della trasmissione decana della radio in Valle, "La Voix de la Vallée".
E' facile constatare la diffusione capillare del mezzo radiofonico in Valle dalle persone che incontri, che confermano in modo empirico quanto l'assenza di reali dati d'ascolto impedisce di verificare. Tuttavia quel che colpisce - e l'ho sempre verificato nel lavoro davanti e dietro le quinte che ho fatto anche alla "Rai" - è la scarsa partecipazione dei cittadini nell'interazione con chi parla in radio. 
Un tempo gli strumenti possibili erano solo le lettere e le telefonate, oggi fra posta elettronica, sms e social network vari (primeggiano "Facebook" e "Twitter") in teoria gli spazi di dialogo si sono molti moltiplicati e velocizzati. Ma, come dimostrato dai soliti noti che dominano le lettere ai giornali e i blog di vario genere, è facile constatare come i valdostani siano poco reattivi alle sollecitazioni di animatori e giornalisti. Esiste in genere una sorta di timidezza che talvolta sfocia in méfiance e che si riverbera nella difficoltà di avere reazioni non dico in diretta, ma neppure con commenti successivi alla messa in onda. Ma ci sono casi in cui vale, invece, la frase di Luigi Pirandello: "Nulla è più complicato della sincerità".

La lobby "buona" della montagna

Visione del Parco naturale della Serra de Estrela, in PortogalloIl termine "lobbista", pensando alla politica italiana, inquieta. Si tratta di uno spazio mai normato dalla legge in Italia e occasione - lo si vede in parte nelle vicende di vario genere che stanno colpendo il sistema dei partiti italiani  - per dar spazio ad un sottobosco di personaggi che agiscono nel torbido. Naturalmente non sempre e non per tutti è così: persone corrette, per fortuna, ci sono anche nell'interlocuzione con i "decisori" per perorare cause giuste. Ma le "lobbies buone" rischiano spesso di essere danneggiate dalle "lobbies cattive", che "ungono" gli ingranaggi.
In Europa le normative vigenti obbligano alla trasparenza dei "gruppi di pressione", che agiscono a vantaggio degli interessi di cui sono portatori. Fra un sistema comunitario organizzato e visibile, in cui pure esistono spazi di miglioramento per evitar sorprese, e l'incertezza e l'ambiguità all'Italiana - in larga parte all'ombra, purtroppo - c'è un abisso.
Ci riflettevo, incontrando i colleghi dell'Associazione eletti della montagna in una riunione in Portogallo ai piedi della montagna più alta del Paese, nella parte di territorio europeo, la Serra de Estrela, che sfiora i duemila metri.
Sono ormai anni che sono un "lobbista buono" a favore di misure a vantaggio della montagna. Ho cominciato a farlo in Italia venticinque anni fa e in Europa da una dozzina d'anni. A Roma va detto che molto si è giocato sui rapporti personali, cercando soluzioni prevalentemente legislative che tornassero a vantaggio delle zone montane. In Europa quest'attività  si staglia con maggior nettezza e, pur se i rapporti personali sono sempre utili, è necessario che ogni azione sia documentata. Ci si appoggia più sugli esiti delle decisioni senza aver mai l'impressione che ciò avvenga solo per un "piacere" o per una qualche concessione.
In Italia anche questa è una strada da percorrere: chiarezza nei meccanismi d'interazione con la politica proprio per evitare camarille, inciuci, corruzioni varie e l'impressione sgradevole che, in certi casi, il legislatore e la burocrazia siano eterodiretti come marionette legate a dei fili.

Un sasso nello stagno

I leader dei movimenti politici valdostani all'incontro di GressanIn Valle d'Aosta non ci sono spazi televisivi per i talk-show. Per cui i valdostani, per vedere in azione i "loro" politici, hanno solo la possibilità di seguire le dirette del Consiglio Valle. Ma il thrilling non c'è, tranne rarissimi casi e per altro i "fuori onda" - unici momenti di vis polemica che incendia l'aula - sfuggono al grigio sistema di ripresa video dell'aula, degno di un videocitofono.
Ecco perché il caso di ieri sera a Gressan, con un dibattito politico nella grande sala a pranzo del "Pezzoli", è stato un avvenimento, vista la rarità di occasioni "sangue e arena". Anche se i toni felpati della serata non hanno offerto scontri degni di questo nome.
Sette esponenti di sette partiti hanno risposto alle domande-considerazioni di Dino Viérin, già presidente della Valle e oggi osservatore intelligente dello stato della nostra autonomia speciale. Il pubblico accalcava il salone e il gioco scontato è stato anche quello di guardare assenti e presenti e seguire le dinamiche della dialettica, ovviamente eterogenea dei politici che si sono confrontati. Da sinistra a destra: un torrentizio Francesco Lucat di Rifondazione Comunista, un sornione Rudi Marguerettaz per la Stella Alpina, un pimpante Leo La Torre per la Fédération, un ecumenico Ego Perron per l'Union, un cartesiano Raimondo Donzel per il PD, un pacato Alberto Zucchi per il PdL e infine un saggio Carlo Perrin per Alpe. Ognuno ha giocato le proprie carte, dando giudizi su temi cruciali come la democrazia, i partiti, il rapporto con i cittadini e altro ancora. 
Così la serata è filata liscia con i diversi piani di lettura possibili: quello istantaneo, cioè le cose dette e quello più profondo, cioè le cose che si potevano intravvedere in certi passaggi. Interessante, comunque, come un grosso sasso in uno stagno un po' paludoso della politica valdostana.

Un viaggio nel tempo

Visitatori nel sito archeologico della chiesa di Saint-VincentRacconta il sito del Comune di Saint-Vincent di una vicissitudine della bella chiesa del paese: "nel 1968 un attentato vandalico compromise la stabilità di tutto l'edificio che venne chiuso al culto; la Sovrintendenza della Regione Valle d'Aosta dispose allora un'accurata campagna di scavi volti a ridare all'edificio il primitivo aspetto. Nel sottosuolo riapparvero resti di edifici antichissimi che dimostrano come tale luogo fosse già abitato in epoca preromana e romana".
E' uno dei casi in cui i danni pro­vocati dallo scoppio di un ordigno esplosivo, piazzato per una sorta di gesto di sfida da un personaggio locale ancora vivente, sortirono scavi, ricerche e studi che oggi hanno consentito l'apertura di un percorso archeologico con ingresso proprio a lato della facciata della chiesa.
E' un esempio "materiale" di quanto le culture si siano sovrapposte nel tempo a formare quel che oggi siamo. In quel luogo infatti vissero già "valdostani" dell'epoca preistorica dell'età del ferro e del bronzo, cui si sostituirono le eleganti terme romane posizionate lungo la celebre strada romana e poi su quelle stesse basi vennero a sovrapporsi le diverse chiese cristiane, come testimoniato dagli scheletri delle sepolture. Le stratificazioni successive si osservano prima scendendo nel sottosuolo e poi risalendo nella chiesa attuale, esempio mirabile di diversi stili che formano l'odierno edificio di culto.
Questo "viaggio" nel tempo è illustrato da pannelli con apposite spiegazioni e saranno volontari a guidare i turisti interessati dal percorso, formula risparmiosa, in tempi in cui non può essere il pubblico a garantire tutto.

Un secolo dopo

Lo spartito 'ufficiale' di 'Montagnes Valdôtaines'Credo che nessuno ci abbia pensato ad organizzare qualche festeggiamento ad hoc: un secolo fa, nel 1912, fu la "Ligue Valdôtaine", nel  pubblicare il "Chansonnier Valdôtain", a trascrivere per la prima volta quello che è ormai il nostro canto più conosciuto, "Montagnes Valdôtaines".  
Ci vorranno poi tanti anni e l'articolo 8 della legge regionale n. 6 del 2006 (legge sui simboli della Valle, che considero un importante atto politico), affinché questo nostro canto venisse adottato ufficialmente come inno ufficiale della nostra Regione autonoma.
Pochi mesi dopo, fu una delibera di Giunta, prevista dalla stessa legge, a definire testo, melodia e modalità di esecuzione con la collaborazione scientifica della "Fondazione Istituto Musicale della Valle d'Aosta", che registrò anche un "compact disc dimostrativo" che propone la versione strumentale e quella cantata. Purtroppo ancora oggi sento, anche in occasioni ufficiali, delle versioni che paiono essere piuttosto... eccentriche ed è un peccato per un inno ufficiale.
E' giusto ricordare come l'inno derivi da "La Tyrolienne des Pyrénées" del compositore Alfred Roland, un parigino che si trovò a lavorare come impiegato delle imposte a Bagnère-de-Bigorre sul versante francese dei Pirenei, dove fondò e diresse un coro che ebbe un successo internazionale. La "Tyrollienne" era uno dei suoi cavalli di battaglia e ne nacque, una volta conosciuta da noi e direi anche per la musicalità del brano, una versione "valdostanizzata".
Il canto - come colonna sonora di tanti momenti della comunità - ha dunque ormai avuto un radicamento lungo cento anni e sono anni di non poco conto, pensando ai fatti così numerosi e incisivi che si sono concentrati in un tempo storicamente così breve.

Le soap e gli intrighi veri

L'arrivo di Valter Lavitola a FiumicinoLa televisione ha pesato non poco sulla mia generazione, che pure l'ha vista nascere e svilupparsi con programmi che hanno caratterizzato certe epoche della vita.
Penso a "Capitol", che è stata la prima soap opera americana, trasmessa dalla "Rai" fra il 1983 e il 1988. Narrava delle vicende incrociate di due famiglie, i Clegg e i McCandless, avversari in politica - a partire dagli anni Cinquanta - attraverso gli scranni del Congresso degli Stati Uniti. Si aggiungevano storie d'amore, anche fra i due clan avversari, con tutti i condimenti dell'intrigo fra potere e politica. Seguirà a ruota, sempre prodotta dalla "Cbs", la serie "Beautiful".
La prima soap l'ho seguita per anni, la seconda l'ho vista distrattamente e, poiché mia figlia la segue ancor oggi, capita di guardare con divertimento i personaggi invecchiati e vittime della chirurgia plastica, oltreché di intrighi erotici senza limiti logici che richiedono una specie di albero genealogico per raccapezzarsi. 
Oggi mi capita di seguire, dopo la chiusura dei programmi di RaiVd'A, "Un posto al sole", una soap ambientata a Napoli, trasmessa dal 1996 e che sfiora ormai le 3.500 puntate. Un programma, risposta "italiana" allo strapotere americano, dall'incredibile longevità e non so francamente come facciano gli autori a star dietro agli intrighi e ai personaggi che invecchiano con i loro spettatori.
Trovo che, in televisione come nei gusti letterari, si debba essere felicemente onnivori senza particolare snobismo. E poi - diciamoci la verità - le trame contorte delle soap vengono regolarmente sorpassate dalla realtà, come mostrato in queste ore dalla morte drammatica di Piermario Morosini, calciatore del Livorno con la scoperta di una vita piena di dolori o le vicende grottesche del faccendiere Valter Lavitola, autentico maramaldo o i tesori nascosti nella sede della Lega tipo "Isola del tesoro".

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri