March 2012

Il bivio per il commercio

Uno dei negozi cinesi di AostaIn questi giorni entrerà nel vivo una discussione politica mica da ridere ed è bene conoscere la posta in gioco. Mi riferisco alla pressoché totale liberalizzazione del commercio, derivante da una scelta del Governo Monti che, nel nome del principio di concorrenza e di massima apertura del mercato, ha previsto di sradicare pali e paletti che in diverse Regioni italiane - compresa la Valle d'Aosta - avevano impedito di aprire in passato indiscriminatamente grandi e medie distribuzioni, prevedendo regole, in deroga alla riforma liberalizzatrice del "decreto Bersani" del 1998. Ora, nelle intenzioni governative, le Regioni devono adeguarsi a limitazioni leggere, che parlano in modo generico di ambiente e lavoro.
il Presidente della Toscana, Enrico Rossi, ha detto, come altri suoi colleghi: «la liberalizzazione totale e selvaggia degli orari e delle aperture è solo un altro regalo alla grande distribuzione e una batosta per le piccole imprese. Un minimo di regole è utile anche alla concorrenza». Per questo la norma è stata impugnata alla Corte Costituzionale e altrettanto hanno fatto altre Regioni, come la "speciale" Friuli-Venezia Giulia in difesa del proprio Statuto. La Provincia autonoma di Bolzano si è fatta una sua legge provinciale, rivendicando anch'essa la difesa del suo Statuto, mentre Trento ha annunciato di ritenere sufficiente la proprio legge già in vigore, che mira ad evitare un'apertura indiscriminata di esercizi di grande distribuzione.
Anche la Valle d'Aosta si trova ad un bivio fa una ricezione delle nuove norme statali senza aggiunte e integrazioni, consentendo senza dubbio le aperture e utilizzando in minuscola parte la competenza primaria in materia urbanistica, oppure può dotarsi di norme originali che consentano certo di adeguarsi alla concorrenza accresciuta prevista dall'Europa, ma senza il rischio del "liberi tutti".
Una "liberalizzazione selvaggia", infatti, impatterebbe sull'esistente piccolo e grande nella rete commerciale e agevolerebbe l'arrivo non solo dei gruppi importanti di cui si parla a Sarre ed a Quart, ma anche di "competitor" di livello ben più basso, come rischia di avvenire con certi gruppi cinesi. 
Vedremo tra breve quale scelta sarà operata.

L'apertura europea

Uno scorcio di KielceParto domani per Kielce, una città capoluogo del voivodato della Santacroce, una delle sedici regioni della Polonia non molto facile da raggiungere (io arriverò all'aeroporto di Cracovia per poi raggiungerla in bus). Si tratta di una rapida visita, in una città nota nella storia perché nel 1945 fu teatro di una battaglia fra i panzer tedeschi e i carri armati russi e dove, l'anno successivo, ci fu un terribile pogrom contro gli ebrei, che spinse una parte della comunità ebraica - già colpita dalla Shoah - a lasciare il Paese. 
Questa presenza è organizzata dalla "Commissione EDUC" del "Comitato delle Regioni" per partecipare ad un convegno sui progetti educativi in chiave europea nel quadro di una Fiera che ospita anche il "Forum nazionale degli insegnanti".
Al di là del tema specifico, nell'ultima dozzina d'anni mi è capitato spesso di effettuare visite di questo genere nelle diverse zone d'Europa, prima come Parlamento europeo e poi come "Comitato delle Regioni". Di conseguenza mi ero convinto, in una logica di piccola politica estera della nostra Valle, a effettuare una scelta, perseguita all'epoca della mia presidenza e poi accantonata. 
L'idea era quella, accanto ai tre sistemi "europei" cui apparteniamo (quello di prossimità  con le Regioni viciniore, quello del "Sistema alpino" e quello delle minoranze linguistiche), di avere in ogni Paese dell'Unione una Regione (o un equivalente amministrativo, visti i diversi sistemi istituzionali) con cui intrattenere rapporti politici anche e non solo per i fondi strutturali. Spesso si tratta di conoscenze che possono sortire "buone pratiche" da interscambiare nei diversi settori e prospettive interessanti anche per le nostre imprese. Ma queste "finestre" privilegiate sull'Europa sono un'occasione interessante per i giovani delle rispettive comunità per dare in senso concreto alla cittadinanza europea e per fare dei nostri giovani delle persone pronte al dialogo e alla scoperta.
Questa visione delle cose si mantiene del tutto intatta ogni volta che viaggio per l'Europa. La nostra forza di valdostani dovrebbe proprio essere quella di non chiuderci mai a riccio al nostro interno e assecondare chi dice che questi interscambi sono una sorta di turismo politico inutile e dispendioso. Certo, per evitare che ci sia spreco di denaro pubblico e di energie bisogna avere idee chiare e lavorare su azioni concrete, come condizione per proseguire il dialogo. Solo in questo modo possiamo essere cittadini europei come protagonisti e non come comparse.
Valga per capirci - con i distinguo del caso - una frase del rimpianto Antonio Tabucchi, lo scrittore che ci ha lasciati ieri: "Ascoltare e raccontare, è un po' la stessa cosa. Bisogna essere disponibili, lasciare sempre l'immaginazione aperta".

Le apposite distinzioni

Io con César Dujany dopo la prima vittoria elettorale, nel 1987Tra pochi mesi arriverò al traguardo dei venticinque anni di politica. Una vita, direte voi. In effetti è così e confesso di guardare con soddisfazione alla mia - si potrà chiamare così? - carriera, che dalla fine degli anni Ottanta è arrivata sino ad oggi in diversi ruoli. 
Evito autocelebrazioni, anche perché il merito è in primis di chi ha avuto fiducia in me, ma noto semmai come da allora la percezione della classe politica sia peggiorata e oggi, epoca in cui spadroneggiano i tecnici, siamo forse al minimo storico della popolarità dei politici e non me ne stupisco affatto. Anche se non penso che in democrazia si possa prescindere dal sistema elettorale e rappresentativo.
Lungi da me voler difendere in questa fase la categoria (ormai "casta" nella definizione corrente), ma la richiesta sommessa è quella di evitare "di fare di ogni erba un fascio". Io di politici, in Italia e in Europa, ne ho conosciuti tanti e di tutti i colori e mi sono formato l'opinione che in ogni schieramento la prima distinzione che andrebbe fatta è fra onesti e disonesti e poi - dopo la prima scrematura - fra capaci e incapaci. Non la faccio troppo lunga sugli aspetti morali.
Basti la massima di uno scrittore che fu anche politico ai vertici, André Malraux: "On ne fait pas de politique avec de la morale, mais on n'en fait pas davantage sans".
Certo la politica attira molte persone e il campionario è vasto e multiforme. Io ne ho viste di storie personali, che un giorno annoterò nelle memorie: colleghi per cui avrei messo la mano sul fuoco mi avrebbero reso - se lo avessi fatto - come Muzio Scevola con un arto abbrustolito o, per contro, chi mi sembrava un losco trafficone si è mostrato, alla prova dei fatti, adamantino. Bisogna sempre diffidare delle apparenze e scavare al di là della facciata: questa dovrebbe essere una regola d'oro per i cittadini elettori.
Un'unica cosa ho capito e invito a pensarci anche in Valle. I più virulenti contro politica e politici spesso approdano in Consiglio regionale, come se la critica fosse alla fine un'occasione per dire, nel concreto, «fatti più in là».

Anche le montagne ci parlano

Umberto PelazzaLa toponomastica studia i nomi dei luoghi e nelle parole si trovano facilmente, stratificati nel tempo, significati depositati sugli oggetti dalle persone che sono vissute o sono state in quei posti. Scienza affascinante e insidiosissima, come può essere appunto il lavoro di chi, partendo da una denominazione, effettua una ricerca di fino, cercando origini e spiegazioni.
Sulle montagne valdostane ci prova l'"alpino" Umberto Pelazza, dedicatosi ormai da anni a studi e scrittura, assecondato in questo caso dall'antico "Club Alpino Valdostano", presieduto da Sergio Gaioni, che conosco da quando ero bambino quando, come molti a Verrès, ero rigorosamente iscritto al "Cai".
Pelazza, con il passo guardingo dell'esperto di montagna e con la visione d'insieme dell'alto ufficiale degli alpini quale è stato, percorre la Valle - accompagnandosi con immagini fotografiche scarne ma efficaci - attraverso un vero e proprio Grand Tour alla scoperta del perché le cime delle nostre montagne e di quelle viciniore abbiano certi nomi. Lo fa con rapidi flash e senza mai omettere, nei casi più controversi, le diverse teorie e segnalando anche come siano avvenute anche certe distorsioni linguistiche.
Ne emerge un vero e proprio "Vocabolario dei monti valdostani", come chiarito nel titolo del libro. Ha ragione da vendere l'autore nel citare il glottologo svizzero Jules Guex, che definì la toponomastica "la scienza più affascinante all'aria aperta". Pelazza veste con eleganza i panni di investigatore, prendendoci per mano e indicando una ad una le montagne  e i retroscena del loro nome. Quel che emerge è una lunga storia, che transita attraverso le lingue delle popolazioni che si sono mischiate dai primi popolamenti in poi, seguendo anche le altalene del clima.
Interessante un interrogativo che faccio mio a pagina 35: "Il Corno Nero (o Schwarzhorn, 4322 m), la Pyramide Vincent (4215 m), il Balmenhorn (4167 m), tutte over 4000 come del resto alcune cime della catena del Monte Bianco, si trovano interamente in territorio nazionale. Perché molti testi di geografia e guide turistiche si ostinano allora a ripetere che l'unica vetta italiana sopra i quattromila metri è il Gran Paradiso?".

Attenzione al gioco

In sigla si chiama "Gap - Gioco d'Azzardo patologico" e descrive il comportamento di un giocatore che ha perso il controllo e cade vittima di una dipendenza.
Basta fare un giretto su Internet per avere conferme. Ormai la malattia viene studiata e curata da tempo e le sue fasi sono ormai ben definite. Sarebbe bene discuterne a fondo anche in Valle e studiare le ricadute sulla scelta di aprire ai residenti la casa da gioco di Saint-Vincent, risultata utile in termini d'introiti, ma sarebbe opportuno vedere l'altra faccia della medaglia. Non è moralismo spicciolo ma un invito alla misura.

Educazione e innovazione

La fiera sull'istruzione di KielceRiparto da Kielce, città polacca specializzata in attività fieristiche (attività anche lì in crisi e dunque bisognerebbe pensarci, prima di trovarsi con un centro espositivo all'Autoporto di Pollein).
Il tema della Fiera era in questo caso l'"Educazione": gli stand sono molto vari, perché si va da libri, giochi, software, materiale didattico a un intero padiglione dedicato alle scuole di tutti i generi (dai licei alle estetiste, dalla polizia alle parrucchiere).
Fra un intervento ufficiale e l'altro - che evoca nel meccanicismo protocollare un'impronta indelebile di un certo ordine ottuso del comunismo ("socialismo reale") passato  - emergono nei dibattiti discorsi interessanti.
Tutti hanno in mente due cose: la prima è il venir meno di una parte delle risorse pubbliche che obbliga le scuole ad esercizi di risparmio. La seconda, che ovviamente stride con la prima, è che l'educazione (termine adoperato a tutto tondo in coppia con l'altra parola chiave: "formazione") deve tenere conto del peso crescente dell'innovazione. Come dire che la modernità non si può fermare di fronte ai portoni d'ingresso delle scuole.
In Polonia si è parlato della necessità di una "rivoluzione" (termine anche qui laicizzato con l'Unione Sovietica fuori dalle scatole), che vede al centro l'insegnante del XXIesimo secolo, prima ancora che le tecnologie a loro disposizione.
Da questo punto di vista, nella formazione e nell'uso, il mondo digitale appare la sfida del futuro, vissuta appunto non solo dagli strumenti (lavagne elettroniche, computer portatili, e-book, filmati...), ma ovviamente dagli esseri umani, docenti e studenti e dalla loro adesione alle novità emergenti.
Il lungo dibattito cui ho assistito insegna almeno una cosa: nessuno in Europa scopre l'"acqua calda", perché c'è qualcuno in qualche altra Regione europea che ci ha già pensato e per questo bisogna stare all'ascolto. 
Facendo, come ha ricordato un oratore, quel che diceva Pelé, che un giorno, spiegando il "suo" calcio, affermò che lui non seguiva mai la palla in campo, ma cercava di intuire, per esserci, dove la palla sarebbe andata a finire.
Illuminante come metodo.

Il vento nei capelli...

La 'Vespa' ristrutturata con due Caveri a bordoQualche anno fa, avevo ritrovato la mia "Vespa 125 Primavera" dove l'avevo lasciata, dopo aver avuto la macchina. Lei, la mia "Vespa", comprata nel 1975, a sedici anni compiuti, era rimasta nascosta per più di trent'anni (era stata radiata dalla Motorizzazione) nel garage dell'hotel "Favre" di Champoluc dei miei amici Babi e Tullio. Fu proprio lui a dirmi: «La "Vespa" è ancora lì», dove appunto l'ho recuperata.
Prima un meccanico di Châtillon, poi i carrozzieri della "carrozzeria Valdostana" di Aosta hanno con perizia fatto rivivere la creatura. Poi è iniziato il percorso burocratico: ho rinunciato alla targa originale (AO24210) e ho reimmatricolato il veicolo, ormai considerato storico, con il collaudo finale. Ringrazio per avermi aiutato Jean-Paul Aiazzi, cultore e esperto del "vespismo" e delle moto storiche, sapendo che non è facile destreggiarsi nella legislazione italiana.
Ieri pomeriggio ho avuto, con la "Vespa", la mia macchina del tempo con una sola differenza: allora niente casco, ora invece è obbligatorio. Sono sceso prudentemente da Aosta a Saint-Vincent senza il "vento nei capelli", ma assai divertito dal ritorno al passato. Con quella "Vespa" ne avevo combinate di belle (24mila chilometri in due annetti), compreso un goliardico "Giro d'Italia" e mille avventure, fra le quali una brutta caduta sulla strada verso il lago Sirio ad Ivrea. Dopo la caduta l'avevo dipinta di blu, ora son tornato al bianco originale.
Ieri, mentre davo gas e cambiavo le marce, la mia "Vespa" mi pareva sorridesse. E io con lei. 
Mio figlio Laurent, che potrebbe guidarla, l'ha guardata voglioso e il fratellino Alexis era stupito dell'improvviso grande "testone" del papà. 
Loro non sanno che «chi Vespa mangia le mele».

Mangiare in volo

Il pasto in aereoAvanti, in un sabato di primavera, con un argomento futile: i pasti sugli aerei.
Quanti chilometri ho fatto in volo? Non sono bravo a fare i calcoli, ma pensando che mediamente sono andato avanti indietro con Roma una volta la settimana dall'estate del 1987 al 2001, cui vanno aggiunti, dal 2000 al 2003 e poi sino ad oggi, a cadenza inferiore, quelli su Bruxelles, e che si possono aggiungere i pendolarismi successivi sempre per lavoro con altre mete e quelli privati per vacanza, ne ho macinati migliaia e migliaia solcando i cieli. Devo dire di essere agevolato da una totale fiducia nel volo aereo e certi scossoni presi volando su Aosta mi hanno "vaccinato" alle turbolenze. Poi sono fatalista, per cui...
Se qualcosa è cambiato negli anni, è il boom nell'utilizzo dell'aereo, un tempo limitato a pochi viaggiatori e monopolio delle compagnie aeree di bandiera. Oggi il terreno di scontro è internazionale con l'arrivo di "low cost" e morti e nascite fra le compagnie aeree con un numero crescente di persone che si spostano da aeroporto a aeroporto.
Per chi sale sugli aerei il cibo è raramente "ottimo e abbondante", anzi proprio i "low cost" hanno spinto le compagnie tradizionali a crescenti avarizie. Il carrettino del rinfresco "Alitalia" sui voli nazionali è ormai vuoto di bibite: acqua, caffè e tè e basta così. Spariti salatini e biscottini. Mentre compagnie prestigiose offrono, in "economy", menù a pagamento per racimolare pochi euro dalle tasche dei passeggeri, mentre i "low cost" fanno dalle lotterie alle sfilate delle hostess stranamente accozzate.
Sul raggio medio-lungo e nelle classi "intermedie" di viaggio si vede di tutto: un piatto caldo, trionfo della pasta all'italiana o un piatto di "carne indeterminato", oppure piatti freddi con il salmone come must ma vanno bene anche insalate varie.
Segnalo la curiosa scelta di "Lufthansa" che offre talvolta piatti "trompe l'œil", genere "penne apparenti" fatte di asparago o patate fritte che sono mela, con finte maionese e salsa rubra in realtà intingoli dolci. Ci sono poi dei charter che evidentemente fanno fare il catering in Paesi esotici con accostamenti di gusti che colpiscono duramente.
Aggiungerei le spartane soluzioni con panini, di cui è stata vincitrice indiscussa la "Bruxelles Airlines" con un periodo in cui i panini erano così gommosi da consentire scommesse goliardiche su dove riuscire a far stare quella strana creatura tipo pongo. Le compagnie più a nord propongono mele salutiste e gli svizzeri, non potendo offrire in spiedino l'uccellino dell'orologio a cucù, propongono rassicuranti cioccolatini con la bandiera della Confederazione.
"Air Vallée", prima di sparire in misteriosi percorsi aziendali con cui appare e scompare in diversi scali italiani e europei, offriva spuntini valdostani che ai viaggiatori "stranger" davano un senso di esotismo e di appartenenza ai "local".
Bei tempi.

La polemica se serve è per migliorare

Palazzo regionaleDella riforma delle strutture regionali, partendo dal vertice e cioè dai dirigenti preposti, non abbiamo mai parlato al Gruppo dell'Union Valdôtaine o in maggioranza, perché immagino che si sia ritenuto - a torto o ragione spetta a voi giudicare - che l' "apparato" e gli aspetti organizzativi siano più propriamente in mano all'Esecutivo. Come si suol dire: onori e oneri.
Non ho dunque elementi precisi sulle ragioni delle scelte operate su settori di competenza e sulle figure prescelte nei gangli vitali dell'amministrazione della Regione. Anche se, per i lavori svolti in precedenza, magari qualche cosa da dire, sommessamente, l'avrei pure avuto, perché ogni decisione assunta finisce per avere un carattere politico e anche nella modellistica si riflette la personalità di chi decide.
Contesto solo l'idea che chi aveva tracciato organizzazioni precedenti lo avesse fatto con una logica "sprecona", cui si contrappone ora una logica "risparmiosa" o - analogo parallelo - che si sostituisca "efficientismo" a "lassismi" di chi c'era prima.
Capisco che ognuno si autopromuova, io stesso lo faccio, ma ci vuole quel pizzico di buongusto di non sputtanare i predecessori - specie del proprio partito - e anche evitare di dipingere di "nuovismo" quanto, per anagrafe e per curriculum, non è proprio fresco di bucato.
Comunque sia, è chiaro che i tempi cambiano e le sfide del cambiamento - fra spinte d'innovazione e risparmi necessari - va affrontata senza tentennamenti e se la polemica serve è solo per migliorare.
L'ho già scritto: in fondo la sfida europea di immaginare l'Unione del 2020 è un modello criticabile perché si progetta un mondo che ci cambia sotto i piedi, ma non si può neppure pensare che le grandi scelte abbiano solo un valore materiale. Ecco perché se qualcosa di utile potrà venire dalla campagna elettorale per le elezioni 2013 è capire, dietro ai programmi facili da scrivere, quale Valle d'Aosta del futuro ci aspettiamo.

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