March 2012

Parole che attraversano il tempo

Le lettere dei nonniNon ho scritto qui dell'incidente stradale nel vicino Canton Valais, con la terribile morte di una ventina di ragazzini belgi e olandesi, per la semplice ragione che non sapevo cosa dire nell'immediatezza. Confesso di essermi commosso, mettendomi dei panni di quei poveri genitori.
Ho letto in seguito con interesse i molti commenti usciti sui quotidiani, con approcci i più disparati, sul significato e le conseguenze della perdita di un figlio. Ho scoperto poi, spinto dalla curiosità, dell'esistenza sul Web di molti siti dedicati all'argomento e in certi casi sono pagine struggenti che confermano come il dolore possa assumere forme molto diverse. D'altra parte credo che tutti conosciamo casi di morte prematura di un figlio e di come questo avvenimento segni la vita delle persone.
Il caso ha voluto che, nelle stesse ore, mi tornassero in mano delle lettere scritte dai miei nonni paterni, René Caveri e sua moglie Clémentine Roux, che non ho mai conosciuti perché morti entrambi nel dopoguerra. Il nonno, uomo di vasta cultura, seguì la carriera prefettizia del padre sino alla sospensione dall'incarico per volere di Benito Mussolini per certi fatti - considerati a ragione "antifascisti" - avvenuti a Rovigo dove il nonno era stato Prefetto dal 1924 al 1926, mentre la nonna era una donna molto attiva nel sociale e nell'associazionismo cattolico e partecipò alla nascita - con i figli Séverin ed Antoine - della "Jeune Vallée d'Aoste".
Nelle lettere - ecco il legame con l'argomento - scrivono della morte del loro primogenito, Severino, ucciso a Palmi, dove il nonno si trovava come sottoprefetto, da una perniciosa forma influenzale.
Scrive nel'agosto nel 1907 il nonno al dottor Anselme Réan ad Aosta: "colpito da violenta enterite il povero nostro Severino è morto stanotte alle tre. In lui avevamo riporto tutta la nostra felicità: il destino ci ha colpito crudamente...".
Qualche giorno dopo scrive la nonna all'amica Séraphine Réan: "nous sommes anéanti sous le poids du grand malheur qui nous a frappé. Pauvre petit Severino, tu n'est plus pour nous réjouir par ton bon sourire....La nuit, le jour et partout je le vois, je l'entends m'appeler: mamma".
Queste loro parole attraversano il tempo e dimostrano il loro valore universale. I nonni avranno altri sette figli, cinque maschi e due femmine, e il secondogenito, nato a Ivrea nel 1908, dove suo padre era stato trasferito quale viceprefetto, verrà nuovamente chiamato Severino, diventando il celebre politico. Doveva essere un ragazzino geniale, visto che nelle lettere ne risulta una - con un divertente disegno - scritta al papà in latino!

I 150 anni e i nodi irrisolti

Il presidente Giorgio Napolitano durante le celebrazioni dei 150 anni d'ItaliaOgni cosa può essere vista da una prospettiva diversa. E' questo uno degli aspetti più importanti della democrazia. Pensiamo alla visione complessiva derivante dalla chiusura delle manifestazioni per i 150 anni dell'Italia unita.
Al Quirinale, il Presidente Giorgio Napolitano ha ricordato, al termine delle celebrazioni, di aver detto un annetto fa che si sarebbe trattato di «un risveglio di coscienza unitaria e nazionale le cui tracce erano destinate a restare, i cui frutti rimanevano ancora largamente da cogliere».
Ha proseguito il Presidente della Repubblica: «Ebbene, credo che quei frutti li stiamo raccogliendo anche e in particolare nella fase speciale e cruciale che la vita pubblica italiana ha imboccato quattro mesi fa. Si sta facendo sentire e mostrando prezioso quel "lievito di nuova consapevolezza e responsabilità condivisa" che avevamo visto crescere nel moto sempre più profondo e diffuso delle celebrazioni.
Lo dico pensando al clima in cui si è risolta in novembre un'assai difficile crisi politica; e al clima in cui un governo formatosi fuori degli schemi ordinari, con caratteristiche per varii aspetti mai sperimentate, sta portando avanti un'azione tutt'altro che indolore. Tutto sarebbe stato e sarebbe più arduo se in precedenza, nel ripercorrere gli alti e bassi della nostra storia unitaria, non si fosse ritrovato e potenziato il senso dell'interesse generale da far prevalere su ogni interesse particolare, il senso e il valore della coesione sociale e nazionale come leva per superare - oggi al pari di ieri - sfide e prove ineludibili»
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Si tratta, come avete capito, di un'autorevole interpretazione: il caso ha voluto che in occasione del secolo e mezzo dell'Italia una crisi profondissima europea e mondiale, ricaduta pesantemente sull'Italia, "obbligasse" ad un senso di unità nazionale per evitare la catastrofe.
Questo richiamo è nelle corde di Napolitano, del suo senso delle istituzioni e nel magistero della sua carica. Aggiungerei, sommessamente, che l'occasione sarebbe stata utile per capire il perché di quelle tare e quei problemi che l'Italia si è portata dietro dall'Italia liberale al fascismo, dalla Monarchia alla Repubblica attraverso i 150 anni di storia patria. Ma questo non è avvenuto e va detto che pure in Valle l'occasione non è stata sfruttata per una riflessione di lungo respiro sulla nostra autonomia.
Uno dei temi - che si ripetere qui sino allo sfinimento dei benevoli lettori - sta nelle scelte operate in origine nei passaggi fondativi e trascinatisi sino ad oggi, in un Paese che oscilla fra voler essere uno Stato centralista e uno Stato decentrato, scegliendo un regionalismo al ribasso e mortificando dall'Ottocento ad oggi chi ha sempre predicato la svolta federalista. Sino alla più recente umiliazione di un federalismo di carta, finto e accattone, che non ha consentito all'Italia di reggere all'urto della crisi e obbligato il sistema politico all'abdicazione, non essendoci un'altra via percorribile.
Per cui benissimo le celebrazioni e accettabile il richiamo all'emergenza in atto, ma resti chiaro che i tecnici devono operare nel rispetto pieno della Costituzione (e per noi anche senza strappi rispetto allo Statuto speciale!). 
Quel che mi pare essere mancato è, nell'insieme, proprio l'autocritica, che è l'unico antidoto al veleno della retorica.

Contro l'antisemitismo

Un bimbo ebreoMi è capitato negli ambienti più impensati e con persone di cui mai avrei detto di vivere il tremendo imbarazzo di ascoltare "una barzelletta sugli ebrei" e sui loro difetti come occasione di dileggio. Ho avuto l'occasione di incontrare dei cretini che hanno cercato di spiegarmi, come se fossero veri, cosa contenessero i "Protocolli dei Savi di Sion", un falso storico novecentesco che racconta del complotto ebraico per conquistare il mondo. Mi sono trovato a perdere la pazienza con chi faceva proprie le rozze teorie del negazionismo dell'Olocausto, sostenendo che i campi di sterminio fossero niente altro che un'invenzione ebraica. Ho dovuto sorbirmi spiegazioni di chi nella sinistra estrema associava gli israeliani di oggi, per i loro comportamenti con i palestinesi, ai nazisti di ieri. Ho trovato cattolici ancora imbevuti di quelle idee retrive contro "il popolo che uccise Gesù".
Questo è il terreno di coltura dell'antisemitismo, dove nascono poi i matti come quello che ieri a Tolosa ha ucciso tre bambini e un rabbino di fronte ad una scuola ebraica, purtroppo nel solco nelle persecuzioni che nei secoli gli ebrei hanno dovuto subire per la loro "diversità". Tolosa, città ai piedi dei Pirenei e capitale culturale per gli occitani, ha sempre avuto dal Medioevo un'importante comunità ebrea, elemento di ricchezza di una città ricca culturalmente che ho visitato più volte con vivo interesse.
La condanna non basta e neanche piangere di fronte all'orrore. Ci vuole, come risposta, l'insegnamento della storia come unica fonte di ammonimento per capire certi fatti. L'assassino sarà preso, ma vedrete nelle ore successive - in quello spazio libero che è il Web - l'esibizione di quanti non sanno cosa significhi questa libertà e dovremo subire quelli che riprenderanno, a difesa di un criminale, tutto il vomitevole armamentario antisemita.

Il lupo come punta dell'iceberg

Continuo a seguire il dibattito sul futuro della montagna in Italia, anche se per molti aspetti l'encefalogramma è piatto e fa sorridere che in tempi di "costi della politica", per ora, sull'altare del sacrificio siano finite le sole Comunità montane. Penso che ben altri siano i problemi, ma ci voleva un capro espiatorio e la montagna è finita nella trappola.
Eppure, in tempi grami, c'è una parte di amici piemontesi, prevalentemente della valli occitane, che cercano di capire dove andranno a finire le zone di montagna che non hanno avuto - a cause delle vicende storiche - quell'autonomia speciale che, invece, ad altri è stata data.
Un osservatorio privilegiato viene dalla lettura del periodico occitanista "ousitanovivo", che sta lottando per la sua sopravvivenza a causa dei tagli operati dalla legge sull'editorio del Piemonte. Fra i commentatori più attivi c'è un amico, con cui sono in collegamento espistolare, che si chiama Mariano Allocco, che da tempo si batte per quelle che lui ostinatamente chiama le "Terre Alte".

Il treno dei desideri

Lo stralcio di un orario del treno del 1983Il tema del treno in Valle, se analizzato negli ultimi decenni, sembra un fiume carsico. Ogni tanto sparisce nel sottosuolo del disinteresse e poi torna in superficie.
Molte le ragioni di questo moto ondivago. Oggi, per rendere interessante la questione, c'è la crescita del prezzo dei carburanti e anche l'azione di gruppi organizzati di pendolari, fra i quali magari c'è qualcuno che confida che ciò valga tra un anno per raccogliere consensi elettorali.
Vale, tuttavia, in generale il fatto che il tema accende gli animi sino a un certo punto, forse perché in fondo ci si è abituati da tempo ad un servizio sempre più mediocre, visto che le Ferrovie da molto hanno cessato di essere il concessionario di un servizio pubblico e la Valle è sempre stata trattata come una remota landa coloniale.  
L'interesse è sempre di più sulle tratte dove ci sono passeggeri danarosi, come "l'alta capacità", e le nostre linee non rientrano fra queste. Il trasporto pubblici locale è dunque una "Cenerentola" per scelta.
Aggiungiamo la storia atipica e disgraziata, di cui verrebbe voglia di dire le complicità, della scelta - che pure qualcuno rimpiange con ovvio reducismo - di avere sulla nostra linea il Genio Ferrovieri, che certo - trattandosi di una linea su cui fare istruzione - non invogliava lo Stato a fare lavori di modernizzazione.
Il ritorno alla normalità ha coinciso con il periodo di massima sciatteria del monopolista ferroviario, incapace di dialogare nella sua posizione dominante del mercato ferroviario, chiuso a elementari regole di concorrenza, Un monopolista che, seguendo le mode, ha fatto uno spezzatino societario, divisionalizzato e portato a Roma i centri decisionali, rendendo le decisioni sempre più remote e incomprensibili. L'attuale, intoccabile e potente, amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, nasce come sindacalista della Cgil al vertice della categoria "trasporti", dimostrando gli strani destini della cogestione "all'italiana".
Quando gli parlai della nostra linea si mostrò inventivo e innovativo, ma poi, scendendo giù per li rami, evidentemente il messaggio non è arrivato e le cose sono andate peggiorando. Ora lo Stato immagino pensi di scaricare il "mal di pancia" alla Regione, ma la norma d'attuazione, che ho seguito di persona, prevede certezze con accordi che devono prevedere interventi e soldi. Così lo Stato latita e, in una sorta di "terra di nessuno", la nostra ferrovia langue e anzi arretra e la Regione si dovrebbe già assumere - nell'immaginario collettivo - responsabilità che sono saldamente in capo allo Stato e al Governo.
Strano gioco delle parti in cui lo stesso Consiglio Valle discute il futuro e fa bene a farlo, ma senza la concretizzazione della norma di attuazione sul trasporto ferroviario si costruiscono scenari cui è difficile far corrispondere dei tempi certi e con gli attuali chiari di luna nella politica romana tutto è incerto.

Francofonia senza tabù

Una stanca bandiera della francofonia in piazza Deffeyes ad AostaLa "Settimana della francofonia" è occasione per riflettere sul "nostro" francese, una delle caratteristiche fondanti della nostra identità e una delle basi del nostro regime di autonomia speciale.
Purtroppo il tema, che è storicamente e culturalmente di facile esame perchè sul passato i distinguo sono risibili, ha assunto nel tempo connotazioni ideologiche. Che cosa pensi l'estrema destra è riassumibile in un evidente fastidio per questa differenza linguistica e c'è chi si spinge sino a proporre di sopprimere il bilinguismo, ridicolizzando quella che viene considerata una "sopravvivenza" vuota di contenuto. Anche nell'area esattamente opposta, quella indipendentistica, si è annoverato il fenomeno dell'arpitanismo, che teorizzava che la vera lingua dei valdostani è il francoprovenzale, sostenendo che il francese, come l'italiano più di recente, è da considerarsi una lingua "colonialistica".
Così nella nostra società i valdostani si dividono e basta evocare l'argomento "francese" a cena fra gli amici per sentire le interpretazioni le più varie, senza quella retorica e certi tabù - comunque la si pensi - che attorniano l'argomento nelle sedi ufficiali.
Io penso che la questione vada discussa senza pregiudizi e buttando a mare le visioni ideologiche. Il francese è una lingua storica dei valdostani nel millenario bilinguismo francese-patois. La lingua non è solo un fatto di appartenenza alla propria cultura, ma fa parte di una rete mondiale che apre e permette di condividere. La difesa del francese va inserita in una logica di plurilinguismo, chiave per il futuro dei nostro giovani, sapendo del ruolo attuale dell'inglese,
Certo oggi l'uso vivo della lingua è in crisi e negare l'evidenza sarebbe ridicolo. E per questo bisogna avere il coraggio di esaminarne le ragioni e, per chi è a favore di questo nostro tratto distintivo di minoranza linguistica, è bene non cadere nella trappola di chi sostiene il francese in pubblico, gongolando in privato sul declino del francese.

I confini della violenza

La polizia francese davanti all'abitazione dell'assassino di TolosaCon la morte del giovane criminale si chiude a Tolosa una vicenda tragica e terribile che resterà nella storia di questa città, cuore della profonda e musicale cultura occitana. Un elemento, la bellezza e la gentilezza dei luoghi, che rende ancora più agghiacciante una serie di morti terribile, che apre una discussione su che cosa significhi la follia, mista ai veleni tremendi dell'integralismo, in questa nostra società. La violenza fa parte della natura umana, ma confesso che mi stupisco ancora di come ci siano dei confini così mobili da consentire ad un giovane di sparare a bruciapelo a dei bambini.
Esiste una terribile fragilità di questa nostra società di fronte a "lupi solitari", come si chiamano questi killer seriali, ancora peggiori delle organizzazioni terroristiche cui si ispirano.
Queste incertezze rendono la nostra vita imbevuta di nuove paure per il nostro mondo e di questo dobbiamo avere la consapevolezza. 

Il detto e non detto della comunicazione

Il sito web della 'Chambre' valdostanaQuando ho cominciato ad avere un mio sito web, ormai una dozzina di anni fa, ero parlamentare europeo. Ero rimasto colpito dalla scelta che già allora, con i mezzi dell'epoca, era stata fatta dalle istituzioni comunitarie di avere trasparenza e accessibilità sulla Rete. Un segno di civiltà e di democrazia, che alcuni colleghi, cui rubai l'idea, avevano cominciato ad usare per propri profili personali e per l'interazione con i cittadini.
Oggi quel mondo, al tempo ancora balbettante, si e sviluppato a dismisura e solo una pattuglia di simil-luddisti può pensare di fare a meno delle plurime e dialoganti tecnologie dell'informazione, il cui uso dev'essere intelligente ma farne a meno sarebbe impensabile. Non a caso ho sempre spinto in Regione su processi di trasferimento in Rete di quanto utile e necessario (per questo mi spiace della morte, nel nuovo organigramma di organizzazione regionale, del "DSI - Dipartimento sviluppo e innovazione").
Riflettevo sull'importanza delle tecnologie, guardando ad esempio il sito della "Chambre" valdostana. Cosa dovrebbe risultare sul sito? Da una parte, visto che, in primis, il compito istituzionale è semplificare la vita degli imprenditori, è a loro che bisognerebbe indirizzarsi con modulistica e materiale utile, magari consentendo l'accesso a aree riservate. Date un'occhiata e sarete delusi e, più di voi, dovrebbero essere deluse le imprese che versano i diritti camerali, che annoverano tra l'altro società esperte di nuove tecnologie, che potrebbero, se richiesto, offrire soluzioni innovative.
Vi è poi, d'altra parte, l'aspetto di informazione al pubblico, che continua ad essere latitante, nonostante la creazione dell'ufficio stampa dell'ente. I comunicati hanno cadenza quindicinale, se non addirittura mensile e, anche volendo pensare male, mi rifiuto di credere che la "Chambre" sia così statica da non aver nulla da dire. Se così fosse, non si potrebbe difenderla dalle richieste dei molti che vorrebbero discutere la sua stessa esistenza, visto che dal 1946, per oltre mezzo secolo, la Camera in Valle non c'è stata.
La comunicazione è sinonimo di trasparenza ed è inevitabile che qualora essa latiti o possa essere considerata artefatta, sorgano dubbi e congetture. Perché, ad esempio, per scoprire che era vacante il posto di Segretario Generale, bisognava esplorare le sezioni più recondite del sito? Sicuramente c'è una logica per tutto, basterebbe saperla comunicare...

Brevi da Copenaghen

Il sottoscritto con il presidente BarrosoCopenaghen è una di quelle città nordiche dove si vive ad un ritmo umano. Nessuno qui muore di stress a dispetto delle prese in giro che hanno nei confronti degli "europei latini". Il simbolo nazionale della Danimarca è la bicicletta e, viste le code nelle ciclabili all'ora di punta, e l'affollamento nei marciapiedi di pedoni che viaggiano di gran carriera, verrebbe voglia, per un semplice sghiribizzo, di girare in macchina. Ma temo che solo una vettura elettrica susciterebbe simpatia.
Lo sviluppo sostenibile è il loro marchio di fabbrica, ma scopri poi che anche loro bella via centrale, dove si fanno le "vasche" come dappertutto, hanno camion e camioncini che sostano a motore acceso per rifornire i negozi in zona pedonale. E i locali del centro, in barba al vangelo del "bio", distribuiscono a palla le ottime birre nazionali e ci sono più catene di fast food che negozi della "Lego", giocattoli autoctoni. Vi prego poi di non dire che qui, sopra il grande termovalorizzatore per bruciare i rifiuti senza alcuna paura, sorgerà una pista di sci!
Ma, al di là del tono scherzoso, questo piccolo popolo danese è ordinato e educato, dimostrazione che le piccole comunità sono più facilmente governabili, se mantengono pesi e contrappesi democratici e non c'è chi decide per tutti.
Al Summit di città e regioni, che serviva per prepararsi a "Rio+20" con la solita lite sui cambiamenti climatici in una matassa di interessi contrastanti, ho scherzato con il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, dicendogli che l'assemblea annuale degli eletti della montagna sarà nel "suo" Portogallo. Lui mi ha ricordato di aver insegnato per sei anni all'Università di Ginevra e veniva spesso in Valle d'Aosta, anche a sciare. Il rapido colloquio non mi ha consentito di dirgli che sapevo che è un esperto di un federalista ben conosciuto da noi, Denis de Rougemont

E' tornata la primavera

Loretta Goggi al 'Festival di Sanremo' del 1981Ci sono dei pensieri stagionali, che come tali vanno rispettati, facendo parte della nostra natura più profonda. Siamo animali politici, come diceva Aristotele, ma sempre animali e le stagioni ("non ci sono più le mezze stagioni", compreso) le sentiamo addosso.
Per dire: avrei potuto far finta di niente sul passaggio da inverno a primavera, ma il tema - nel cicaleccio quotidiano, cui compartecipo sempre volentieri, come gli uccellini sui rami in queste albe - è assai quotato. Se fa caldo è caldo, se fa freddo fa freddo, manco fossimo dei termometri. Se la stagione è avanti siamo contenti, ma come escludere una gelata che "bruci" gli alberi da frutto anzitempo fioriti e come fare con le "termiche" che, se per caso le togli, ti arriva la nevicata tardiva e ti blocca l'auto?
Che la stagione crei qualche sconcerto, è confermato dalla celebre canzone di Loretta Goggi "Maledetta primavera", composta da Amerigo Cassella e Totò Savio, che animò il lontano 1981.
Ricordo per la sua significatività la parte conclusiva del brano, che faceva:
"Che importa se 
per innamorarsi basta un'ora 
che fretta c'era 
maledetta primavera 
che fretta c'era 
lo sappiamo io e te 
Na, na, na, na , na , na, 
na, na, na, na, na, na, 
maledetta primavera 
na, na, na, na, na, na..."

Capisco di avervi colpito profondamente con questo fraseggio e perciò questo primo fine settimana di primavera non sarà più lo stesso per questo pensiero musical letterario. 
Vi accompagni in più la circostanza che porta anche al cambio di ora - di cui gioisco per l'allungamento delle giornate - da solare a legale.
E non chiedetemi perché ci ripetono di cambiare l'ora alle due di mattina della notte fra sabato e domenica, perché non l'ho mai capito. Ma mi fido e, non vedo... l'ora.

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