March 2012

Si chiama libertà

Una suggestiva immagine della scultura davanti alla Camera dei Deputati di ViennaLa nascita di nuovi mezzi di comunicazione - come il sito Internet su cui sto scrivendo in questo momento - hanno di certo cambiato una parte della tradizionale "comunicazione politica". So bene che anche in Valle ci sono quelli che, magari per analfabetismo informatico o per allergia allo scrivere, prendono in giro la "politica digitale". La tesi è che in Valle la politica si fa di persona, in mezzo alla gente, mostrando affabilità e uniformando la propria attività pubblica alla stressante logica del presenzialismo. Chi vive una politica fatta solo di presenza sul Web e dintorni diventerebbe una specie di fantasma e non una persona in carne ed ossa, mostrando snobismo e distacco dalla realtà.
Condivido in parte questa obiezione, considerando giusto che in una comunità il politico non debba essere un personaggio pubblico remoto e mediatico, ma debba dimostrarsi un essere umano presente e disponibile. E' questo uno degli elementi di forza della democrazia di prossimità, che dovrebbe essere più soggetta - uso il condizionale - ad un controllo sociale che garantisca sui comportamenti degli eletti.
I siti e la presenza sui social network (qui a fianco risultano i miei tweet), così come un interazione vera con chi ti scrive sulla posta elettronica, sono una nuova dimensione da cui non si può prescindere. E crea una singolare novità: questi spazi d'espressione obbligano a riflettere sulle regole che si applicano agli eletti.
Per intenderci: mi è capitato di essere interrogato - stavo per scrivere "rimproverato" - su di un uso "libero" delle mie opinioni. Come se una disciplina di partito operasse in una logica onnicomprensiva e ognuno di noi in politica dovesse finire per essere incasellato rigidamente, come se vivesse in una caserma o in un alveare di api, nel seguire una linea valida per ogni argomento. Oppure può capitare che un'osservazione sulla "Chambre" (Camera di Commercio) e certe sue criticità, fatte qui sul blog con tono civile, siano diventate oggetto di grandi attenzioni e dietrologie varie: «Buon tempo», diceva mio papà.
Confesso che l'idea di una gerarchia da "Grande Fratello", nell'originaria definizione orwelliana, un po' mi turba e non corrisponde alla mia concezione della politica come spazio di libertà.

Ricordarsi del Tibet

Cittadini di Lhasa controllati dai militari cinesiSono piuttosto dubbioso, quando in Consiglio Valle si affrontano problemi di politica internazionale. Non è una scarsa considerazione per il nostro "parlamentino" regionale, ma non essendoci fra i poteri della nostra Regione la politica estera, bisogna evitare di apparire grotteschi.
Talvolta, però, è necessario farlo, come avvenuto - sulla base di una mia risoluzione - per tornare, con un evidente valore simbolico, sulle vicende drammatiche del Tibet. Una storia ormai lunga, resa in questo mesi tragica per le decisione di monaci, religiose e semplici cittadini di immolarsi, dandosi fuoco. Una catena di dolore che sembra non spezzarsi.
Cinquantatré anni fa come oggi, esattamente il 10 marzo 1959, Lhasa, capitale del Tibet, fu teatro di un'insurrezione popolare contro i militari cinesi che, tra il 1949 e il 1950 avevano invaso il Paese himalaiano, sotto la spinta del comunismo maoista (annessione violenta ispirata da Mao Tse-tung in persona), in evidente violazione dei trattati internazionali e con disinteresse dei Paesi occidentali.
Oggi possiamo dire che è stata una tragedia lunga mezzo secolo, perpetrata con meticolosa scientificità da una Cina che ha mirato al genocidio senza cedere un millimetro verso elementari richieste di avere almeno forme autonomistiche e rispetto delle differenze culturali e religiose dei tibetani. Anzi, il dramma tibetano - popolo di montagna come noi valdostani - è diventato oggetto di un processo contraddittorio: esistono reti internazionali di supporto alla causa tibetana e poi ci sono gli interessi economici verso la Cina, che creano imbarazzo e silenzi.
Ma la realpolitik non può essere un alibi buono per nascondere una terribile realtà.

Dell'amore per la Valle

Una discarica abusiva nei boschi di Saint-VincentL'amore per la nostra Valle è un sentimento che ogni valdostano riempie - se ce l'ha - come vuole, a seconda delle proprie attitudini e dei propri gusti. Per fortuna non esistono regole rigide nella sfera affettiva.
Personalmente ho sempre evitato come la peste certa retorica melensa e confesso che ci sono alcuni canti del repertorio tradizionale che mi fanno venire l'orticaria. Perché alla fine, se di amore si tratta, quel che conta sono i comportamenti reali.
Valga, ma non approfondisco, l'esempio lampante di tutti quelli che si definiscono "autonomisti", nel solco di un'antica tradizione, ma poi sono i fatti concreti a distinguere la pula dal grano, sbugiardando chi ha un adesione fasulla a certi ideali.
Ritengo, da questo punto di vista, che la cura del territorio sia un esempio concreto e un test facile da realizzare sul rischio che un sentimento nobile sia caducato dalle miserie quotidiane.
Basta percorrere la nostra Valle per poter poi repertoriare un museo degli orrori. L'abbandono è evidente da boschi caotici e immiseriti, discariche abusive di vario genere, depositi a cielo aperto disordinati, case prive di elementari manutenzioni estetiche e via di questo passo. Credo che ognuno dei lettori, nelle zone che conosce, potrebbe citare angoli devastati, comportamenti disdicevoli, stupidità e sciatterie nell'uso del territorio e dell'ambiente.
Sono casi in cui non si può invocare il sempiterno "pubblico", ma riguarda comportamenti soggettivi di rispetto civico e condotta assennata che dovrebbero essere conseguenti a quel sentimento d'amore citato in premessa.
Ma cosa diavolo ci sta succedendo?

Il potere evocatore delle foto

Un mix di foto mie scattate in momenti diversissimiSarà capitato anche a voi di trovarvi fra le mani delle vecchie fotografie. Credo che sia un rituale piacevole quello di scartabellare, magari con i propri figli che assistono, ad un rito della memoria.
Vi è poco altro di così evocatore come un'immagine, da cui - come per magia - sgorga una parte del passato che talvolta era finito sepolto nei ricordi. Basta un'occhiata e, molto meglio di una seduta spiritica, tornano persone e episodi. Mi è capitato, con dispiacere, di trovare foto di proprietà di parenti scomparsi che non erano più comprensibili, come marionette senza qualcuno che le muovesse e addirittura con i fili spezzati.
Oggi la fotografia si è diffusa a dismisura, con gli apparecchietti digitali e l'integrazione nei telefonini, mentre un tempo la storia era ben più complicata.
Io ho vissuto la nascita delle macchine fotografiche pocket, che rendevano facile la fotografia, ma ho usato anche una macchina fotografica di famiglia con la complicazione dei tempi di esposizione e affini. E ho vissuto anche la rivoluzione della "Polaroid" con le foto immediate, oltreché annovero un'estate in cui imparai, messo in regola dal fotografo, a stampare le foto in bianco e nero e a correggere le imperfezioni dei volti sui negativi delle fototessere con la matita grassa. E avevo pure imparato, per venderle, le caratteristiche tecniche degli apparecchi di allora, che oggi sembrano ferrivecchi se confrontati a certi modelli sul mercato.
Nel mio ruolo pubblico, ho tante "foto ufficiali" e non, scattate nelle situazioni le più disparate, e sono occasione per evocare quello che fu e quello che io stesso sono stato e sono.
Un pezzo di vita attraverso le fotografie.

Quel che unisce e quel che divide

A poco più di un anno dalle elezioni regionali, è difficile parlare di politica.
Ormai siamo entrati nel gioco deformante degli specchi, simile a quelli che si trovano nei luna park, che rende a trasformare tutto. Ogni argomento si presta a essere, di conseguenza, oggetto di visioni che derivano molto spesso dalla necessità di differenziarsi.
Non c'è niente di scandaloso, perché è ovvio che, giunti come siamo in fase di riscaldamento prima che la gara parta, valgono più le cose che dividono che quelle che uniscono. Ciò vale nel confronto fra partiti e schieramenti e non si può negare che ciò valga anche all'interno delle stesse forze politiche, dove le linee programmatiche non impediscono di avere visioni anche diverse sui medesimi argomenti.

Neonati in ammollo

Il piccolo Alexis in piscinaAspetti minori della vita quotidiana, a ben pensarci, diventano delle circostanze che riconciliano con la vita in questi tempi grami, quando è difficile tenere la bussola del buonumore.
Eppure si sa quanto sia utile mantenerla - senza essere stolidi - per l'attraversamento del deserto in questi anni complicati in cui un mondo ostile bussa alle nostre porte. Così certi sprazzi di vita suonano come consolatori e magari si dimostrano, nel tempo che trascorre, dei déjà-vu di anni in cui avevo già dei bambini piccoli.
Mi riferisco ai corsi di nuoto per neonati, che sono ormai un must della genitorialità, impegno sempre più di coppia con il passare delle generazioni. Inesistenti ai miei tempi, in assenza di piscine (ma io a sei mesi ero già immerso nel mare di Imperia), oggi mamme e papà - con nonni trepidanti nelle tribune del pubblico - non sfuggono ai corsi per piccolissimi. Opportunità straordinaria per i bebè, dotati in effetti di doti di acquaticità che poi svaniscono, rendendo più complesso l'approccio con l'acqua e con il nuoto.
Quanta tenerezza, in questo mondo arido in cui ci troviamo, si concentra nelle vasche con padri e madri che si affannano agli ordini delle bagnine fra le filastrocche e le manovre in acqua. La sfera privata, cerchio concentrico più piccolo per il federalismo personalista, non è fatto di cose complicate, ma di gesti quotidiani che fondano la socialità e dunque la comunità, come i neonati in ammollo.

Quei cantieri aperti

Il cantiere del Casinò a Saint-VincentQuando comprammo come Regione, all'epoca della mia presidenza, il complesso dei beni ex "Sitav", specie immobili e terreni dell'"accerchiamento" del "Casino de la Vallée", fui vittima di una forte campagna d'attacchi personali per questa scelta. E lo fui anche in seguito per l'insieme di progetti predisposti per la "nuova" casa da gioco e per la modernizzazione del "Grand Hôtel Billia", condizione essenziale per un rilancio.
Ieri pomeriggio ho avuto, con alcuni colleghi del Consiglio Valle, il piacere di visitare i diversi cantieri a Saint-Vincent, aperti in contemporanea e che sono di fatto conseguenti alla scelta originaria, pur con opzioni costruttive affinate nel tempo. Sono lavori in corso piuttosto impressionanti, specie per chi ha memoria delle trasformazioni nel tempo del Casinò di Saint-Vincent, sia sul versante delle sale da gioco e del salone delle manifestazioni che per i profondi cambiamenti alla parte alberghiera e di ristorazione. Ma questo significa anche uno spazio benessere e soprattutto un centro congressi all'altezza della situazione. Aggiungendo importanti rinnovamenti ad alcuni sistemi tecnologici, la cifra complessiva del rilancio fra tremare i polsi, sfiorando i settanta milioni di euro.
Non si può che concordare sulla necessità di queste opere di profondo adeguamento delle strutture del Casinò e di tutto quanto ruota attorno a questa offerta turistica. So bene quanto la sfida sia impressionante e non è solo una questione di soldi investiti, ma di strategie e piani concreti per far fruttare questo gigantesco investimento, i cui tempi di conclusione sono ravvicinati.
In questo senso è bene non perdere di vista il "core business" del gioco, oggi colpito da problemi seri e complessi con i bilanci in picchiata ed è bene esserne consapevoli senza raccontare storie.
La scommessa è la differenziazione del "prodotto Saint-Vincent", anche con le rinnovate Terme, che sono ormai sulla dirittura d'arrivo, Si tratta di una sfida per la Valle d'Aosta intera in tempi che si sono fatti inaspettatamente ancora più difficili.

La fontina e il suo disciplinare

Un mezzo pesante carico di balle di fienoOrmai da una quindicina d'anni la nostra Fontina è un formaggio "Dop" (Denominazione d'origine protetta), marchio meritorio dell'Unione Europea, che ha legato indissolubilmente al suo territorio di produzione questa prelibatezza, sconfiggendo le frodi sul mercato europeo.
Il punto di riferimento, autentico "vangelo" cui rifarsi non solo per non sbagliare ma per tenersi stretto il prestigioso "label", è il disciplinare di produzione, modificatosi nel tempo con continui affinamenti, l'ultimo dei quali è avvenuto nel 2010, da cui traggo alcune parti nel linguaggio burocratico.
Per curiosità si sappia che, in quell'occasione il diametro delle forme venne aumentato di cinque centimetri per facilitare l’operazione di porzionatura automatica. Venne poi eliminata l’informazione relativa allo spessore della crosta "inferiore a due millimetri" e riportata la dizione "a latte crudo" per comunicare una modifica esclusivamente del testo rispetto al precedente disciplinare, visto che la Fontina è da sempre un formaggio prodotto a partire da latte crudo, come si evidenzia dalla tecnologia di produzione che non prevede alcun trattamento termico di pastorizzazione o termizzazione.
Nel disciplinare ci sono poi altri aspetti singolari: su ogni forma prodotta vi è una placchetta di caseina, riportante un codice alfanumerico ed il tratto stilizzato di una montagna e si usano stampi identificativi contenenti l’acronimo "Ctf" (Consorzio tutela Fontina) e un codice numerico identificativo del produttore. 
E' previsto poi l’utilizzo di colture di fermenti autoctoni e ci sono precisazioni per l'operazione di salamoia e di stagionatura del formaggio.
Nel disciplinare - che parla della fontina come "prodotto di montagna" ed è un interessante elemento aggiuntivo - è stato aggiunto ex novo un articolo che detta le disposizioni relative all'alimentazione delle bovine nel quale si evidenzia come la base sia rappresentata da fieno ed erba verde prodotti in Valle d'Aosta. "Con l'introduzione di uno specifico articolo - dice testualmente il documento europeo - si è voluto maggiormente dettagliare il disciplinare di produzione che nella versione precedente risultava generico".
Interessante questo ultimo punto: si presume, dunque, che i camion di fieno, provenienti da fuori, che tutti incontriamo lungo le strade della Valle non siano per le stalle con le mucche da latte, che alimentano la filiera della Fontina.

C'è più Valle d'Aosta a Eataly?

Prodotti valdostani ad EatalyChiunque abbia visitato la "casa madre" di "Eataly", nel ristrutturato vecchio stabilimento "Carpano" vicino al "Lingotto" a Torino, non può che apprezzare il genio del fondatore, Oscar Farinetti. Ho avuto l'onore di conoscerlo e di ragionare con lui, all'epoca della mia Presidenza, su diversi progetti comuni in quel filone dei prodotti tipici e tradizionali che ha saputo valorizzare come nessun altro. Lo ha fatto da vero imprenditore qual è, massimizzando il profitto, ma con una visione "umanista" del suo lavoro. Purtroppo l'inizio di collaborazione di allora venne stoppata dopo il 2008.
Ha fatto discutere la delibera con cui il Consiglio camerale della "Chambre" ha deciso nell'autunno scorso, senza continuità con quanto ipotizzato in passato, di approvare una collaborazione da mezzo milione di euro per - cito il passaggio testuale - "iniziative di promo-commercializzazione di prodotti enogastronomici e dell'offerta turistica" con "Eataly" a Torino, Genova, Bologna, Tokio e New York.
Poco si ricava dall'atto ufficiale, assai sintetico e comprendente altre iniziative, mentre qualche cosa in più risulta da una sorta di scheda progetto. Difficile, per altro, documentarsi, visto che gli atti sul sito della "Chambre" vengono rimossi allo scadere dell'obbligo di pubblicazione per legge.
Non entro così nel merito dei contenuti applicativi e neppure delle questioni burocratiche, come le procedure di affido, i criteri di scelta dei produttori e l'esatto declinarsi del cronoprogramma del "do ut des" di una "promozione" che dovrebbe agire sui visitatori dal 21 febbraio al 20 maggio 2012.
Ho visto però che cosa c'è a Torino proprio ieri e non so valutare se sia poco tanto. Esistono nei locali dell'ex fabbrica diversi richiami alla collaborazione con la Valle con pannelli di vario genere e con tovagliette pubblicitarie sui tavoli dei ristorantini a tema. Nei diversi menu compaiono anche "piatti valdostani", anche se l'indicazione degli ingredienti non sempre coincide con una vera valdostanità.
C'è poi un "corner", un bancone che consente - nella logica self-service - di poter comprare un certo numero di prodotti valdostani: distillati, vini, aceti, succhi, miele e dolci, cui si aggiungono spazi specifici nei banconi dedicati per i nostri formaggi e insaccati (alcuni già in vendita anche prima di questa iniziativa promozionale). L'agenzia turistica interna, evocata nelle citate tovagliette, che si trova vicino al bar, offre informazioni sulla Valle, che però non è commercializzata in uno specifico cofanetto per viaggi gastronomici come avviene per Langhe, costa Ligure ed Emilia (www.eatinerari.it), forse ideati in analoghe iniziative promozionali delle locali camere di commercio o più semplicemente nati per casualità. La stessa incertezza, purtroppo non chiarita nell'atto di approvazione dell'iniziativa, aleggia sulla presenza, nel calendario delle "cene stellate" di una serata con lo chef Fabio Barbaglini della "Cassolette" di La Salle, che in verità offre un menù prelibato, ma privo di una qualunque connotazione territoriale nella scelta dei prodotti base. Chissà se la scelta di questa "stella Michelin" sia stata casuale o concordata tra le eccellenze della ristorazione valdostana.
Mi sembra dunque presto per esprimere un mio pensiero compiuto. Per avere una consapevolezza sull'insieme delle iniziative, almeno ex post e nei suoi esiti conclusivi, bisognerà aspettare le valutazioni della "Chambre" stessa, essendo, quello impiegato, del denaro pubblico.

La deriva senza federalismo

Il premier Mario MontiIn Italia, a scorrere l'elenco dei Governi dal dopoguerra ad oggi, si trova uno dei mali atavici della democrazia italiana: l'instabilità. In concreto abbiamo avuto, mediamente, una durata di un anno del Governo in carica e dunque è come se - sempre in una logica di media - ogni anno ci fosse stato un nuovo Presidente del Consiglio o il Premier in carica fosse stato, in alternativa, obbligato ad un rimpasto.
I cambiamenti delle leggi elettorali e il rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio dei Ministri, le modifiche dei regolamenti parlamentari e la semplificazione della partitocrazia sono avvenuti tutti a Costituzione invariata. Gli unici esercizi veri sulla Costituzione, con memorabili pasticci, hanno riguardato il regionalismo, cui si è aggiunto - esemplare dimostrazione di come si può dire una cosa e farne un'altra - il federalismo fiscale.
Ma torniamo alla governabilità. Non si può negare che questo andirivieni di Governi sia stato nocivo, anche se alla fine l'Italia ha finito per conviverci. Un po' come è avvenuto con la classe politica, composta purtroppo da una parte di esponenti di dubbio valore e come tali criticati giustamente, talvolta - potrei citare esempi viventi in Valle - dagli stessi che li hanno votati. Come se essere eletti non prevedesse obblighi minimali di alfabetizzazione.
Ora al Governo ci sono i "tecnici", esponenti di diverse aree politiche, uniti dall'insolito destino di supplire alla politica, dimostratasi incapace di trovare, dopo averlo fatto per anni, alchimie parlamentari per avere un esecutivo contro la crisi dell'economia e lo sfascio delle finanze pubbliche. "Tecnico" viene dal latino "technĭcus - maestro di un'arte", che viene a suo volta dal greco "tekhnikós - esperto, capace", derivato. di "tékhnē - arte, padronanza di un mestiere", dalla stessa radice di "téktōn -onos - artefice, costruttore". Ognuno usi l'etimologia come preferisce.
In Valle - ancora di recente lo ha fatto il mio Movimento politico e ce ne sono ragioni nella serie di decreti legge - vengono criticati alcuni atti del Governo Monti.  Ma è proprio la storia italiana a confermarci che passerà e che resterà, anche dopo di lui la malattia non curata: la forma di Stato che l'Italia ha scelto e che è ben più sostanziale della forma di governo.
O ci sarà una "rivoluzione federalista" per chi la vuole o il baratro prima o poi arriverà.

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