February 2012

Quel nostro ingenuo ribellismo

Un particolare di un volantino degli anni '70Ricordo come, quand'ero studente liceale alla metà degli anni Settanta, protestassimo con assemblee e manifestazioni per la riforma della scuola, nota con le definizione - che poi era lo strumento giuridico adoperato - di "decreti delegati". Il tempo trascorso e forse un'adesione alle proteste piuttosto meccanica e non troppo consapevole non mi consente di mettere a fuoco con esattezza le nostre rimostranze dell'epoca. Vorrei dire, però, che certi momenti di confronto, benché pieni di salutare ingenuità e talvolta eterodiretti da burattinai adulti, erano un'occasione per uscire dagli schemi consueti e, in fondo, per irrobustirci e per apprendere delle cose - tipo parlare in pubblico - che nessuno ci insegnava.
Oggi i ragazzi della nostra età di oltre trent'anni fa - ne ho due in casa - sono uguali a noi, perché l'adolescenza è un cocktail di passioni e sentimenti senza tempo, ma sono diversi da noi perché sembrano meno interessati a quel nostro fare politica pieno di entusiasmo e di candore. E noi genitori, diversamente dai nostri di genitori, non abbiamo quelle stesse preoccupazioni che mi pareva attraversassero quegli anni lontani.
Il colloquio con gli insegnanti, grande rito che coinvolge papà e mamme che sciamano nei corridoi delle scuole in pomeriggi di lunghe code per parlare con i professori, sono pieni di preoccupazioni concrete sulle diverse materie di studio, ma non da quel "rumore di fondo" delle proteste periodiche di quegli anni.
E' un rimpianto soggettivo, autobiografico, e non un appello a ripetere quel ribellismo giovanile di quel tempo che fu, che pure generò qualche mostro prima e dopo gli "anni di piombo". Ogni generazione interpreta il mondo in modo diverso ed è giusto che sia così.

Un'occasione perduta

Il mesto cartello della 'Festa della Valle d'Aosta' 2012Non posso non nascondere il mio dispiacere. Oggi, infatti, sarebbe stata la "Festa della Valle d'Aosta", ormai inglobata nel giorno in cui si celebra dal dopoguerra l'emanazione dello Statuto speciale. Una mezza giornata, da sempre triste, per nulla partecipata e ignota alla comunità e tale è rimasta.
Scelta di soppressione, dunque, perché di questo si può constatare si è trattato, visto che il programma è rimasto grossomodo lo stesso, con l'unica aggiunta della consegna delle onoreficenze di "Chevalier de l'Autonomie" ed "Ami de la Vallée d'Aoste".
Ricorderete della decisione centralista del Governo Berlusconi di togliere, per risparmiare, la festività civile in occasione dei santi patroni. Per noi vorrà dire - dal 2013 per motivi applicativi - "toccare" anche il Santo Patrono della Diocesi, San Grato, che consentiva il 7 settembre vacanza ad aostani e a gran parte dipendenti pubblici. Una scelta centralista che mortifica l'autonomia, neppure libera di avere una "sua" festività ufficiale.
Certo, si sarebbe potuto spostare la "Festa dell'Autonomia" sulla domenica successiva al 7 settembre, che era da sempre una sorta di festa nazionale nella lunga storia della Valle, ma la proposta non è piaciuta. Così si è fatto l'inverso e la "Festa della Valle", come si vede dal programma di quest'anno, si è spenta in una celebrazione scialba e moscia con le autorità precettate e partecipazione popolare nulla.
Che dire? Speriamo che, passata la crisi, si possa tornare a riflettere sulla "Festa della Valle" e su di un suo sviluppo per evitare l'avvilente impressione che si parli molto d'identità solo in astratto. Oggi piangiamo - per macabro che sia - la morte della "Festa della Valle d'Aosta", perché forse, in fin dei conti e per dirlo con franchezza, non piaceva che la paternità dell'idea di ufficializzare una secolare evidenza fosse stata mia. E alla fine, essendo pure stato relatore del provvedimento con cui è stato fatto lo spostamento, in un istruttivo contrappasso che rende amara la politica in certi frangenti, va bene così, perché illustra l'aria dei tempi.

Cinque punti per l'autonomia

Il sottoscritto durante le celebrazioni dello Statuto e dell'AutonomiaSe fossi stato nelle condizioni di esprimermi, in occasione della "Festa della Valle d'Aosta", avrei fatto ruotare il mio intervento attorno a cinque punti.

  1. L'Autonomia speciale è minacciata dall'esterno: troppi i pretesti per invadere poteri e competenze statutarie, grave il mancato rispetto del riparto fiscale e in generale insopportabile il clima di incomprensione e di avversione verso le "speciali";
  2. L'Autonomia speciale è minacciata dall'interno: sembra mancare la consapevolezza di che cosa sia l'Autonomia speciale, non si capisce se e come la comunità sia disponibile a reagire e troppi gongolano anche fra di noi degli attacchi provenienti dall'esterno.
  3. In questa situazione, quel che resta dell'area autonomista ha grandi responsabilità politiche e la responsabilità più grande è in capo all'Union Valdôtaine, dove pare non apparire a pieno la consapevolezza che in tempi grami il "serrate le file" funziona solo se i meccanismi di discussione interna sono limpidamente democratici.
  4. La comunità valdostana cambia con rapidità e le ondate migratorie, che arrivano da sempre più distante, hanno indebolito la capacità d'integrazione e si impongono modelli culturali estranei alle tradizioni locali, di conseguenza diventa capitale fissare regole chiare di convivenza e di cittadinanza comune.
  5. E' giusto, in questo contesto, trovare una modalità per fare il punto della situazione, senza - in assenza del principio dell'intesa - imbarcarsi nella scrittura che sarebbe in verità necessaria di un nuovo Statuto, ma capendo dove siamo con quello attuale, norme d'attuazione comprese.

Contro uno scenario di guerra

Le manifestazioni a favore dei 'no TavGli avvenimenti della Val di Susa segnano una grave impotenza dello Stato e anche della politica piemontese.
E' evidente a tutti che quanto sta avvenendo nella vallata nostra "gemella", a poca distanza in linea d'aria da noi, in un territorio e con una popolazione con molte similitudini e analogie, è frutto di incomprensioni e di mancanza di dialogo.
La mia posizione, favorevole alla linea ferroviaria, è nota ed è frutto di approfondimenti sulle prospettive del trasporto attraverso le Alpi. Gli svizzeri, con la fine della costruzione del traforo ferroviario del San Gottardo, saranno i primi a completare un disegno che mira a spostare su ferrovia una parte del traffico merci oggi su gomma. E' indubbio poi che l'asfittico sistema ferroviario italiano ha bisogno di collegamenti veloci con la rete europea.
Tuttavia, non posso nascondere ormai una certa tiepidezza, anche da parte mia, per un'opera che, per i ritardi non imputabili ai "no Tav" ma ai Governi italiani di tutti i colori, ha finito per essere in cronico ritardo e "cadere" in un'epoca di crisi economico-finanziaria in cui non sarà banale affrontare i costi impressionanti della nuova direttrice.
Penso, però, che "pacta sunt servanda" sia con la Francia che con l'Unione europea e gli accordi internazionali non sono carta straccia. 
Questo non significa accettare gli avvenimenti in corso in Val di Susa, dove lo Stato mostra i muscoli con un impressionante spiegamento di Forze di polizia contrapposto ad una "strana alleanza" fra montanari pacifici e galantuomini e frange protestatarie di diversa fatta, compresi gruppi violenti con tecniche da guerriglia urbana che si sono inserite nella vicenda.
Bisognerebbe che questa bomba innescata, che rischia di durare anni in un crescendo di contrapposizioni, venisse disinnescata non con dei simulacri di confronto, ma con un'interlocuzione politica forte e onesta. Penso che solo Mario Monti che conosce sicuramente il dossier per i suoi trascorsi in Commissione europea possa convocare un tavolo e riavviare un dialogo serio sulle garanzie e le contropartite.
Con molotov, pietre, idranti, manganelli non si va da nessuna parte e si avvelena la vita degli uni e degli altri, creando uno scenario di guerra che addolora al solo pensiero.

Lo Stato nicchia sulla ferrovia

Viaggiatori sul treno Aosta - IvreaRicordo che, quando ero Presidente, un mattino presto mi telefonò a casa un cittadino per lamentarsi che il pullman in partenza da Emarèse era in ritardo. Esempio - lo dico scherzosamente - di "democrazia diretta"
In fondo, però, al di là della modalità, non aveva torto: il sistema su gomma è storicamente in capo alla Regione, che finanzia, organizza e vigila su questa tipologia di trasporto pubblico locale. Quando ero assessore responsabile dei trasporti, ricordo le discussioni, spesso accese (una volta con l'amico Cesarino Bordon volarono parole grosse), il cui scopo era quello di avere un servizio sempre migliore e "tarare" le tratte per evitare il paradosso di mezzi vuoti in circolazione.
Diverso è il treno, che molto spesso rendeva il telefono rovente, perché i cittadini si lamentavano con regolarità dello stato della situazione. Purtroppo ogni volta, come un mantra, dovevo ripetere e lo faccio ancora oggi, che la Regione - onnipresente in ogni ganglio vitale - "non ha per ora una reale responsabilità sul sistema ferroviario". Se non una "moral suasion", di cui le società delle Ferrovie dello Stato, ammesso di avere un interlocutore, se ne fanno un baffo.
In teoria sono ormai scaduti i termini, purtroppo non perentori, per il passaggio dallo Stato delle competenze sulla gestione della linea e, volendo si può ottenere anche la proprietà dell'infrastruttura (con il solito problema del "buco nero" fra il confine valdostano e Ivrea, che interessa noi, ma non i piemontesi). Questo in applicazione della norma d'attuazione che ho seguito da vicino come membro della "Commissione Paritetica" e credo di averlo fatto conoscendo i dossier sulla ferrovia, che non sono semplici e mi portano a diffidare di chi risolve tutto in slogan.
La paralisi politica attuale deriva da un fatto semplice: qualunque scenario si scelga e cioè prendere tutto o solo una parte, bisogna ottenere in cambio certezza sui soldi. Altrimenti, con gli attuali e futuri tagli alle risorse proprie, sarebbe un salto nel buio. Lo Stato nicchia, e questo atteggiamento è offensivo nei confronti dei valdostani, specie in un'epoca in cui la qualità del servizio e della linea (sarebbe interessante fare un'expertise sulla manutenzione negli ultimi anni) non ha mai raggiunto - lo ripeto, "per colpa dello Stato" - livelli così bassi.

Federalismo!

Non vorrei apparire Matusalemme, perché rispetto alla media di vita (facendo le corna) mi sento un giovinastro, ma è vero che ho attraversato, grazie agli elettori, un lungo periodo della vita dell'autonomia valdostana.
Com'è ovvio che sia ho assistito a momenti belli e a momenti brutti, ho trovato persone amiche e nemiche, ho "portato a casa" risultati buoni e incassato anche delle sconfitte. Ma quel che conta è che questo insieme di esperienze mi hanno convinto di una cosa: senza una vera svolta federalista la nostra autonomia speciale è fragile, come denunciò con coraggio, sin dall'inizio, mio zio Severino Caveri, primo presidente della Valle dopo emanazione dello Statuto.

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