January 2012

Che zuccone!

Zucche (non di Verrès però)Sono stato protagonista, con un tono "leggero", di una polemica bonaria sulla pagina locale de "La Stampa", riguardante la scelta del Comune di Verrès di agevolare la coltivazione della zucca, scelta come simbolo di un riscatto gastronomico locale.
Della serie: «perché privarci di una sagra che contraddistingua, con un prodotto trainante, il nostro paese?»
Vorrei sdrammatizzare la questione per evitare di creare una tempesta in un bicchiere d'acqua.
In Valle gli appuntamenti legati a prodotti "locali" non mancano: penso al "Lardo" per Arnad o al "Jambon" per Saint-Rhemy-en-Bosses, mi riferisco alla "Fiocca" di Avise o al "Tetëun" di Gignod, segnalo il miele per Châtillon e la "Seuppa vapelenentse" per Valpelline, ricordo il cinghiale per Pontey o - ultima nata fra le sagre - quella del mirtillo di Fontainemore.
Potrei continuare a lungo e vedreste la varietà di prodotti: in molti casi sono scelte "obbligate", che seguono la reale vocazione di un paese, in altri casi la scelta è più o meno veritiera e asseconda la logica, assunta a tavolino, di "coprire" una tipologia di prodotto, che altri non hanno ancora scelto. Una sorta di logica di ritaglio.
Verrès, dove pure qualche gara sulla zucca più grande esisteva in occasione del patrono (Saint-Gilles, ma a Verrès si celebrano anche San Rocco e Sant'Agostino!) e veniva di certo anche consumata in quell'occasione, sembra scegliere a freddo di "avere" un suo prodotto e la zucca si presta niente male ad una varietà di piatti infinita e dunque è propizia all'uso.
Resta, tuttavia, la necessità di avere una produzione locale e non trovarsi nel paradosso - già esistente in qualche paese - di prodotti "tipici" in realtà importati per fare la sagra.
Capisco che è poca cosa, direi innocua e - come verrezziese che non abita più lì - dovrei essere cauto nella logica "no taxation without representation", ma al cuor non si comanda e certi pensieri, come quello del filone storico nel solco di un "fil rouge" rappresentativo di castello, collegiata e borgo (con le varianti gastronomiche del caso), sono solo segni di affetto.
Lo scrivo a costo di farmi dare dello... zuccone.

La strategia macroregionale alpina

Una suggestiva immagine da Punta HelbronnerIl presente preoccupa e potrei fare l'elenco di timori e insoddisfazioni, che immagino corrisponderebbero a quelle di chi legge questo post. Ma buona regola è quella, in queste circostanze, di guardare avanti, tanto piangersi addosso o arrovellarsi sui problemi non serve.
Se c'è, invece, qualche cosa di davvero consolatorio è quello di guardare al futuro con un minimo di speranze.
Scriveva il grande geografo Paul Guichonnet: «les Alpes sont, certainement, les montagnes les plus singulières et attachantes de la Terre. Au cœur du continent européen, berceau de la civilisation industrielle développée, elles séparent et unissent, tout à la fois, le monde méditerranéen et les façades nordiques et océaniques du continent, dont elles constituent l'ossature majeure».
Le sue conclusioni sono espresse con grande efficacia in una breve frase: «la recomposition d'un espace alpin, moins subordonné et asservi, ne pourra se faire que dans le cadre de l'intégration européenne».
Lentissimamente il dibattito sul tema progredisce, fallito quell'accordo internazionale risalente all'inizio degli anni Novanta, noto come "Convenzione Alpina", che ha avuto il pregio di dare dignità giuridica all'idea, ma il grave limite di essere "imposto" alle popolazioni alpine. Da allora si è aggiunto il fondo strutturale, con perimetrazione più ampia (sino all'Alsazia e con lingua di lavoro l'inglese...), conosciuto come "Spazio Alpino", che ha caratteristiche più tecniche che politiche.
Ma la spinta nuova - di cui ho discusso a Grenoble giorni fa - è quella di avere, nel quadro dell'Unione europea, una strategia macroregionale delle Alpi in analogia a quelle già in sviluppo attorno al Mar Baltico e al fiume Danubio. Il tema è appassionante e se a un progetto vanno trovate dei padri e un fondo culturale, certo i valdostani lo possono fare.
Scriveva l'Abbé Joseph Bréan, riprendendo un tema caro ad Emile Chanoux, in "Civilisation alpestre": «le moment est peut-être venu où cet immense réservoir de valeurs humaines, constitué par les Pays des Alpes, doit ouvrir ses écluses, pour répandre tout autour les flots d'une civilisation capable de sauver et de rénover le vieux continent, ce noble et malheureux continent qui se débat dans un désarroi angoissant, cherchant une voie de salut».

Il futuro della Lega

Ho già raccontato più volte del mio rapporto personale con la Lega, di cui conosco - per "colleganza" politica - i maggiori esponenti, cominciando dal leader Umberto Bossi.
E' stata un'esperienza interessante assistere alla nascita e allo sviluppo di questo movimento politico, che ha oggettivamente rotto gli equilibri assestati della partitocrazia italia, creando un grande partito territoriale al Nord.
Sulla loro genuità e voglia di fare posso essere buon testimone, avendo anche partecipato - nei primi anni - a congressi e incontri del partito dal quale emergeva una sincera adesione ai principi federalisti.
La scelta berlusconiana, intervallata da una rottura violenta, ha cambiato profondamente la Lega che da partito di lotta si è trovato partito di Governo, attratto da quelle logiche romane da cui un buon autonomista non si deve mai fare risucchiare.

Una brutta storia

I rilievi della Polizia locale di Torino dopo l'incidenteCredo che chiunque, ma a maggior ragione chi ha dei figli, non potesse che essere stato sconvolto dalla dinamica dell’omicidio - perché di questo si tratta - del bambino di sette anni, avvenuto il 3 dicembre a Torino, "falciato" mentre attraversava la strada sulle strisce assieme ai propri genitori. Padre e madre che avevano lanciato accorati e inascoltati appelli affinché i colpevoli si manifestassero.
I due arrestati Alessandro Cadeddu, 34 anni, alla guida dell'auto, e Francesco Grauso, 26 anni, sono - purtroppo, fatemi dire - residenti ad Aosta e avevano nascosto la "Clio" nera, con cui avevano causato la tragedia, in un garage, immagino aspettando tempi migliori per farla aggiustare. Erano a Torino per comprare l'eroina: un elemento in più in una brutta storia.
Che uno compia un reato così grave, investendo una famiglia nel sorpasso alle auto che si erano fermate per fare passare i pedoni, è già non commentabile, ma che si sommi l’omissione di soccorso e il tentativo di scamparla, quando "ci è scappato il morto", è davvero inumano. Un tempo, senza tirare in campo la morale il cui spessore non è da tutti percepito in alto e in basso, valeva almeno l’esistenza del rimorso. Oggi scricchiola anche questo caposaldo e spero davvero che non spuntino le eventuali complicità di chi, attorno a loro, possa aver saputo e abbia taciuto. L'avvocato della famiglia colpita adombra il sospetto d'omertà.
Mi auguro che la Giustizia sia severa in questa occasione e immagino che la loro prima pena sarà in carcere, dove i detenuti - che pure hanno un loro codice nel catalogare i reati - conoscono la legge molto spicciola della vendetta.

In barba al riparto fiscale

Sale sempre di più il prezzo dei carburantiHo l'impressione che non sia ancora del tutto chiara ai cittadini la dinamica fiscale derivante dall'ultima Finanziaria, la prima del Governo Monti.
Certo la "mazzata" è facilmente riscontrabile e impressionante facendo il pieno di carburante e immagino che lo sia anche per i fumatori. Ma, ad esempio, la tassazione su case e terreni, anche per chi godeva di vantaggi per certe "strutture produttive" come gli agricoltori e gli albergatori, è per ora poco comprensibile e quando lo diventerà - di fronte alle somme da pagare - saranno dolori.
D'altra parte se è indiscutibile l'obbligo di pagare le tasse, che alimentano il funzionamento della macchina pubblica, ci sono in questo passaggio storico una conferma e una novità assestata.
La conferma è l'oscurità del sistema fiscale. Lo è per chi ha il prelievo alla fonte e si trova di fronte a prelievi automatici del tutto inintelligibili se non per la cifra che sparisce dal netto. Lo è il sistema complessivo che obbliga per la denuncia dei redditi o altro a rivolgersi ai professionisti del ramo, come i commercialisti, per l'impossibilità del singolo, anche se mediamente alfabetizzato, di sbrigarsela da solo.
La seconda novità, che conferma una tendenza ma la rende stabile, è la "fregatura" per la nostra Regione. Come avverrà per l'Imu, l'Imposta Municipale Unica, cioè la nuova tassa sulla casa, una parte rilevante dei prelievi - ma ciò vale anche per altre tasse incrementate - andrà allo Stato e non al nostro sistema autonomistico. Ma ci sono ancora dubbi che rendono improba per i nostri Comuni la chiusura dei bilanci per l'anno in corso! Tutto ciò in violazione del riparto fiscale, della nostra competenza regionale sugli enti locali e anche contro ogni logica di buonsenso.
Nessuno discute i sacrifici, ma in cambio ci dovrebbero essere semplificazione e rispetto delle regole.

Attorno alla sussidiarietà

Il palazzo di Montecitorio alla seraAlla Camera dei deputati ho passato un pochino meno di un terzo della mia vita attuale. Ci sono entrato giovane e uscito uomo di mezza età.
Tornarci fa sempre piacere, perché i luoghi sono sempre quelli, imbevuti di storia e pieni anche di ricordi personali.
Ieri ci sono stato per un'audizione, presso la "Commissione politiche dell'Unione europea" (di cui sono stato pure membro), in cui ero chiamato - come capo della delegazione italiana al "Comitato delle Regioni" - a parlare su di un tema apparentemente tecnico in realtà molto politico e assai interessante anche per una Regione autonoma come la nostra. La discussione che ne è seguita, con alcuni parlamentari "big", è stata inaspettata e molto stimolante.
Il dato di discussione è un'iniziativa della Commissione che si chiama "legiferare con intelligenza", che parte dal presupposto che ci sono diversi livelli di governo e dunque bisogna fare agire la sussidiarietà - in sostanza il rispetto reciproco dei ruoli per non "invadere il campo" - come antidoto contro il centralismo di Bruxelles. Tema da far tremare i polsi e da tempo i Parlamenti nazionali rivendicano la necessità che l'Unione europea si coordini con gli Stati e non pesti i piedi ai legislatori nazionali.
Questo vale anche per la democrazia locale, specie le Regioni come la nostra che hanno un forte potere legislativo e devono destreggiarsi - rischiando di essere schiacciate da sopra e da sotto - rispetto all'invadenza dello Stato e dell'Europa.
Mentre nella parte "discendente", cioè applicativa, le Regioni - e la Valle lo ha fatto con la sua legge comunitaria - devono tirarsi su i pantaloni e osare nell'applicazione della normazione comunitaria, le cose non vanno nella fase ascendente pre-legislativa e nelle normative più propriamente tecniche (ex comitologia).
In questo caso lo Stato italiano non applica le sue stesse leggi, che prevederebbero un ruolo forte delle Regioni sino all'affiancamento di membri regionali ai Ministri nazionali nel corso dei Consigli europei. Ma questo a nessun Governo è mai piaciuto e le Regioni sono state, purtroppo, spettatrici di decisioni assunte su poteri e competenze di loro pertinenza senza poter partecipare e interloquire in spregio appunto al principio di sussidarietà.
Non a caso questo principio non può essere scisso, secondo me e ieri l'ho ribadito, da un vero federalismo europeo senza il quale la democrazia nell'Unione rischia di essere solo un'affermazione di principio e allontanarsi progressivamente dai cittadini che hanno nelle istituzioni di maggior prossimità il punto di riferimento.

L'euro, dieci anni fa

Il logo dell'euroDieci anni fa, di questi tempi, ci alfabetizzavamo con l'uso dell'euro, la nuova moneta europea.
Io ero parlamentare europeo e dunque ho avuto il "privilegio istituzionale" di seguire gli ultimi passaggi che portarono a questa novità, così clamorosa da essere davvero - e nei nostri portafogli - il segno tangibile dell'integrazione europea. Ricordo che andai nelle scuole a far vedere la nuova moneta nei suoi diversi tagli e seguii la produzione dei tondini delle monetine nello stabilimento di Verrès.
L'adesione dell'Italia fu fatta per il rotto della cuffia e con grandi sacrifici e chi oggi è rivendicativo, a posteriori, sul rapporto che allora venne fissato fra lira morente e euro nascente dovrebbe ricordare quanto rischiammo di restare "fuori dalla porta". Se rivendicazione ci deve essere riguarda semmai l'incapacità di controllare che qualcuno - e fu così in modo generalizzato - ne approfittasse per i rincari generalizzati che hanno così ridotto il nostro potere d'acquisto.
L'euro, negli anni successivi, ci diede grandi soddisfazioni con periodi in cui sembrò davvero rivaleggiare con il dollaro. Poi la crisi ha picchiato duro e l'euro è diventato il capro espiatorio di chi, anche in Italia, dimentica cosa ci sarebbe capitato con la vecchia liretta e l'euro è vittima da tempo della vasta banda degli speculatori e oggi è davvero sotto assedio.
Io penso che si debba tenere duro e non solo perché tornare indietro sarebbe folle, ma anche perché monete e banconote sono un segno: quello di un vecchio Continente che senza integrazione economica e politica sarebbe destinato alla disfatta.

L'emigrazione che cambia

Un momento dello spettacolo su Maurice GarinL'Arbre de Noël de Paris, dove quest'anno è stata proposta la pièce sul grande ciclista émigré Maurice Garin, è una rappresentazione di un mondo che sta pian piano scomparendo.
L'émigration valdôtaine è stato un fenomeno massiccio nella capitale francese: era una società organizzata, in una rete fitta fra le famiglie, attraverso una logica solidaristica che consentiva di vivere meglio. Oggi a festeggiare sono prevalentemente anziani e un giorno verrà in cui l'Arbre scomparirà per l'inevitabile disinteresse delle generazioni più giovani. Questo non cancellerà una storia singolare e da conoscere: l'autonomia speciale di oggi è anche in parte conseguenza della "passione patriottica" che il movimento dell'emigrazione investì negli anni del secondo dopoguerra.
Oggi l'emigrazione valdostana non è più il frutto del bisogno o della persecuzione politica e ha smesso i panni di quella "catena" di conoscenze che portava a Parigi o Oltreoceano in cerca di fortuna. Sono storie singole di persone che seguono loro progetti e sarebbe interessante avere conoscenza di queste dinamiche.
Cito un esempio: ieri sull'aereo per Parigi ho trovato un valdostano, originario d'Issogne, che vive negli Stati Uniti, occupandosi di cave di marmo per una multinazionale nel settore delle pietre. Lavoro che ha svolto prima in Paesi africani, mentre oggi la sua attività avviene fra il Vermont e il Colorado. Senza perdere quei legami di affetti e di amicizie con la Valle.
Ognuno di noi, nelle sue conoscenze, ha storie analoghe che riguardano persone che hanno scelto - seguendo il filo delle loro speranze - di lasciare la Valle con modalità ben diverse degli émigrés di un tempo. Si tratta molto spesso di vicende interessanti e anche istruttive.

I molti anni sul Peuple

Il mio spazio settimanale sul 'Peuple'Sono stato io, diventato deputato venticinque anni fa, a scoprire che il "Peuple Valdôtain" non aveva mai chiesto i contributi statali per l'editoria di partito. Cifre cospicue che da allora vennero incamerate da questo storico settimanale, pubblicato dal dopoguerra e rimasto rara avis per l'uso della lingua francese.
Quando entrai in politica, iniziai anche a scrivere per il "Peuple" e credo di aver scritto più di mille articoli per il giornale. L'ho fatto con editoriali, commenti e soprattutto rubriche, come il "Calepin", spostato da qualche anno sul sito, e che è raccolto in due libri usciti anni fa.
Sono stato il primo giornalista professionista a "firmare" i praticantati che hanno consentito a diversi giovani, spesso assai brillanti e "decollati" poi per altri lidi, di entrare nella professione dalla porta principale. Il "Peuple", prima che la redazione si trasferisse a Saint-Christophe, lasciando la palazzina "ex Esso" di Avenue des Maquisards, era per me la quotidianità nei molti anni in cui il mio ufficio era lì e dove ogni tanto mi capitava di scorrere vecchi numeri del giornale, assai rappresentativi delle diverse ere della politica valdostana nell'epoca dell'autonomia speciale.
Oggi seguo con curiosità il restyling del giornale, in atto da inizio anno. Non è il primo che avviene, ma questa volta - non essendo un rollandiniano ortodosso e praticante - nessuno mi ha chiesto un parere, pur facendo indegnamente parte della corporazione giornalistica da oltre trent'anni.
Graziosamente, però, è rimasta la mia lampadina ancora accesa in prima pagina: si chiama "Fin de citation" e commenta ogni settimana una frase famosa. Confesso che spesso una frasetta è meglio di una corposa articolessa. Questa esperienza mi ha persuaso ad entrare nella sintetica espressività di "Twitter".

Le reines senza frontiere

Un momento della 'Bataille des reines' di Aproz del 2011Sarà Aproz, un paesino vallesano nel Comune di Nendaz noto per le sue acque minerali, ad ospitare il 5 maggio la prima "Bataille des reines internazionale".
Adopero le virgolette perché - nel descrivere il triangolare bovino fra Vallese, Valle d'Aosta e Savoia - si potrebbe usare il termine "transfrontaliero". Non fosse che la parola "frontiera" è impropria per queste tre Regioni "gemelle" da sempre nel segno della prossimità umana, culturale e geografica. Neppure le vicende diverse della storia hanno creato una separatezza.
Ma per le vacche combattenti c'era qualche problema da risolvere. Spiega "Le Nouvelliste": "les questions sanitaires ont été résolues, après la réunion des vétérinaires des trois régions concernées".
E aggiunge: "cette manifestation se déroulera dans le cadre de la finale nationale des combats de reines et sera appelée "Combat de l’Espace Mont-Blanc". Trente-deux primipares y prendront part. Quatorze d'entre elles proviendront de la Vallée d'Aoste, quatre de Haute-Savoie et quatorze du Valais".
Una notizia simpatica con un collante antichissimo: l'addomesticamento degli animali anche in zona alpina fu una svolta per gli essere umani e quel passato remoto appare anche nelle "Batailles". Un confronto interessante, infine, per capire - in occasione degli incontri fra allevatori - come agiscono in territori uguali le differenti politiche pubbliche sull'agricoltura di montagna e come differiscono i modelli aziendali.

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