January 2012

Sapere le cose

Mario Monti e Nicolas Sarkozy di spalle durante il recente incontro a ParigiArchiviato il lungo periodo natalizio, che è servito come distrazione utile rispetto ai gravi problemi italiani, ora si riparte. Il rientro a pieno alla normalità ha già elementi piuttosto deprimenti, perché la fine delle feste significa guardare in faccia la realtà, se poi il clima generale è quello che è in questo inizio del 2012, allora è meglio mettersi di buzzo buono e, a costo di ripetermi, vorrei dirvi che cosa significa.
Come politico sono seriamente preoccupato: l'amara medicina della "Finanziaria Monti" è stata ingollata in tutta fretta e mi pare che non si potesse fare altrimenti. Penso che in Consiglio Valle sia bene, negli spazi propri rispetto all'esecutivo se si ritiene che ce siano (e naturalmente la mia risposta è positiva) studiare gli impatti della Manovra e si vigili sulle nuove misure annunciate in queste ore. Molte di queste porrebbero incidere profondamente sulla Valle.
Ma non sono le singole misure a preoccuparmi, quanto la necessità di interloquire con il Governo su di un attitudine di fondo: l'idea delle Regioni e Province autonome come fonte indebita di privilegi. La vulgata si diffonde e svilisce gravemente la storia e il ruolo attuale delle specialità.
Questo presupposto nel dialogo, essendo un tarlo già presente da anni nel dibattito politico e nella pubblicistica italiana, va chiarito con il Presidente Monti e non bastano i fugaci riferimenti dati al momento della fiducia.
Intendiamoci: il Presidente della Repubblica, ancora di recente ad Aosta, è stato chiaro sulle specialità, di cui Giorgio Napolitano ha ribadito ruolo e importanza, pur con qualche distinguo - per noi positivo - sugli esiti. E' anche positivo che il Governo regionale abbia impugnato la Finanziaria estiva di Silvio Berlusconi per le violazioni del nostro Statuto e farà lo stesso sulle norme antiautonomiste del decreto "salva Italia", ma non si può passare la vita sperando nel ruolo di tutela della Corte Costituzionale.
Sapendo che da tempo l'"invasività" è motivata dal rientro dal debito pubblico e aspettiamoci crescenti sorprese con l'impiego del pretesto delle liberalizzazioni e delle norme sulla concorrenza.
Ecco perché ci vuole un cambio di passo per evitare che, legge dopo legge, ci possa essere per le autonomie speciali un paradossale calvario nei mesi a venire: una sistematica violazione del dettato costituzionale e degli Statuti d'autonomia facendo finta di niente. Se questa fosse una delle chiavi di lettura di questo periodo politico, in continuità con storie già vissute in passato, e bene saperlo in un "vis à vis" con il Governo.

Il latte nel pentolino

Latte e grissini"Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte"" è una canzone del 1963 di Gianni Morandi (avevo il "45 giri" e dunque la so a memoria).
Descriveva - in quella società così ingenua e ruspante - l'attesa dello spasimante speranzoso per la ragazzina che  poteva uscire di casa appunto solo «per prendere il latte»
Un'abitudine, frutto dei consumi e del commercio, ormai scomparsa, mentre allora i più giovani in casa - me compreso - dovevano rendere questo servizio. Il latte lo si andava a prendere dalla lattaia o, specie qui in Valle, direttamente in stalla.
Il latte era un alimento importante e, ben prima che nascesse la moda dei distributori automatici di latte crudo, così lo si comprava, anche se allora era detto "latte fresco" (oggi questa definizione designa "altra cosa").
Ricordo il mio stupore quando, da bambino, vidi per la prima volta i tetraedri con facce triangolari di cartoncino con cui si confezionava il latte e ancora oggi mi stupisco delle incredibili varietà di latti in commercio.
Leggo che in questi giorni è stata ribadita la necessità di bollire il latte crudo prima di berlo da parte del Ministero della Salute. Ciò è la conseguenza di recenti analisi dell'Istituto zooprofilattico di Torino, che ha rilevato diciotto casi di batteri patogeni presenti nel latte crudo erogato dai 178 distributori del Piemonte.
Non c'è da stupirsi - e ricordo le spiegazioni di mio padre veterinario - per i rischi derivanti da malattie bovine come la tubercolosi e la brucellosi. Così una delle prime cose che si imparava da bambini era bollire il latte nel pentolino prima di berlo (o di "mangiarlo" con biscotti o - come piaceva a me - con i grissini messi a "pucciare" nel tazzone).
Scopro ora che bollire non significa spegnere quando il latte si alza nel pentolino (leggo che quel che fuoriescono sono le proteine del siero), ma bisognerebbe farlo bollire ancora un po' per essere sicuri di raggiungere la temperatura necessaria.
Malgrado questa mancata accortezza, sono vivo e vegeto e ho in bocca, se solo ci penso, il gusto del latte d'allora e non è semplice ritrovarlo oggi.

L'asse con il Tirolo del Sud (Südtirol)

Ho sempre seguito con attenzione l'evolversi della situazione politica nel Tirolo del Sud. Non a caso dopo l’annessione all’Italia, avvenuta come "bottino di guerra" della Prima guerra mondiale, anche gli autonomisti valdostani dell’epoca ebbero consapevolezza che, pur nelle diversità, un "fil rouge" avrebbe legato noi e loro all’interno dello Stato italiano.
Infatti nell’allora Regno d'Italia la piccola Valle d'Aosta francofona si trovò accomunata nella soluzione di diversi problemi con lo Stato centrale con un’altra ben più grande minoranza linguistica di lingua tedesca dall'altra parte delle Alpi.
Il riconoscimento della specialità attraverso uno Statuto d'autonomia di rango costituzionale, pur nel diverso percorso durante il fascismo, fu un altro segno di affinità con il paradosso che per noi la soppressione della Provincia di Aosta e la nascita della Regione autonoma era un segno autonomistico, mentre per loro la Regione era una gabbia rispetto allo sviluppo della Provincia autonoma.

I furti in casa e i sistemi di telecamere

L'installazione di una telecamera per la videosorveglianzaPer molti reati qui in Valle le statistiche sono tranquillizzanti. Certe preoccupazioni dell'opinione pubblica spesso sono solo un fatto di percezione pessimistica. Mi par di capire, però, che le cifre dei furti in casa siano tristemente coincidenti con le preoccupazioni dei cittadini e l'allarme sociale è crescente
Purtroppo ciascuno di noi ha sul tema storie da raccontare o per vicende di parenti o amici o - peggiore dei casi - ha qualche esperienza diretta. Colpisce la serialità di questi fatti: qualche giorno fa, nella stessa notte, a Saint-Vincent - dove abito - i ladri d'appartamento si sono scatenati in poche ore in un impressionante concatenamento di furti e per l'ennesima volta ho potuto constatare come questo tipo di reato generi paure e un senso profondo di frustrazione nelle persone che vedono violata la propria sfera più privata.
Sono stato promotore della prima norma regionale di finanziamento ai Comuni dei sistemi di telecamere per il controllo del territorio, convinto che le apparecchiature di videosorveglianza siano preziose in una Valle dove i controlli sulle vie d'accesso e d'uscita sono piuttosto facili. Ho letto dei molti sistemi funzionanti o in costruzione sia in una logica di territorio locale che regionale. Ormai i software consentono operazioni di verifica assai sofisticati e nulla sfugge all'occhio elettronico, la cui presenza ha anche una logica di deterrenza contro la delinquenza.
Ciò detto e senza nulla togliere ai trattamenti dei dati ex post, resta inteso che la pubblica sicurezza passa attraverso un controllo in tempo reale dei sistemi di telecamere, che devono consentire l'intervento delle forze dell'ordine non solo nelle inchieste successive ma nell'immediatezza dei fatti per stroncare i reati con tempestività.
Le funzioni prefettizie del Presidente della Regione, un caso unico in Italia, restano per la Valle un opportunità da sfruttare per non disperdere energie e per effettuare scelte confacenti al nostro territorio. E' una fiammella di federalismo che, in tempi burrascosi, va salvaguardata.

Il toccasana miracoloso

Il libro di Claude AllègreVorrei segnalare, attorno al tema delle liberalizzazioni che domineranno in uno scenario di scontri a tutti i livelli le prossime settimane, un libro interessante di qualche mese fa. Si tratta del "Peut-on encore sauver l'Europe?" del bizzarro politico e scienziato francese ultrasettantenne Claude Allègre.
Già Ministro con il Primo Ministro socialista Lionel Jospin ha "svoltato", spostandosi verso lo schieramento avverso, avvicinandosi a Nicolas Sarkozy ed è finito di conseguenza - e per l'ennesima volta nella sua vita - in mezzo alle polemiche, da cui pare oggettivamente attratto.
Il libro è provocatorio e intelligente e punta il suo "j'accuse" contro gli eccessi nell'Unione europea della fascinazione della logica di mercato, che ha colpito - a suo avviso - a destra come a sinistra. 
La pericolosità deriverebbe da un esaltazione del mercato in cui sono mancate regole precise e controlli efficaci, perché ci si fidava dei meccanismi automatici della "deregulation" e della libertà di un mercato che sarebbe in grado di funzionare da solo come i meccanismi di un orologio: «si afferma nelle istituzioni europee - osserva Allègre, ed io ne sono testimone negli ultimi dieci anni - una fiducia enorme nelle conseguenze della concorrenza nel nome di un mercato unico armonizzato che aveva fiducia circa nel ruolo sistema bancario e nei mercati finanziari con gli esiti evidenti e tristemente noti».
«Così
- dice l'autore - l'economia come scienza esatta e programmatrice sovrasta la politica e la morale».
L'antica nozione di "servizio pubblico", secondo Allègre, «è stata sepolta nel nome del vero motore, il profitto, senza che il mercato sia giusto e regolato».
Interessante, vero? Allègre ha sistematizzato dei pensieri che da anni mi frullano per la testa e che corrispondono a molti dei pensieri del federalismo personalista in cui credo e in cui esiste un ruolo cruciale della politica, oggi in Italia e in Europa ridotta ad una caricatura. Intendiamoci: io credo nel mercato, ma il caso italiano dimostra che certe privatizzazioni senza controlli hanno generato il ben visibile sistema privatizzato delle autostrade. Pensiamo alle posizioni dominanti - oligopoli in barba alla concorrenza - in settori come quello energetico o televisivo. I disastri nei comparti "finti liberalizzati" come poste e ferrovie. La liberalizzazione del commercio o dell'autotrasporto mostrano lati oscuri e anche apparenti successi come i settori aerei o la telefonia hanno dei contro. 
Sembra in sostanza mancare - questo alla fine è il punto - una mano ferma della politica affinché la rete di obblighi, di regole e di controlli limiti gli eccessi del mercato senza scadere in un vieto e infruttuoso anticapitalismo, di cui è esatto e pericoloso contraltare l'idea che le liberalizzazioni siano da sole il toccasana miracoloso contro ogni male.

Ora spetta al Parlamento

La raccolta firma contro il 'porcellum'Avevo firmato i due referendum per abrogare la legge in vigore (nota non a caso come "Porcellum") per le elezioni politiche. Ma i referendum non ci saranno, così ha deciso la Corte Costituzionale e non vale la pena di dire «aspettiamo di leggere la sentenza». Appare infatti evidente che i giudici della Consulta abbiano ritenuto di dire «no» al pronunciamento popolare per la semplice ragione che l'abrogazione delle norme non avrebbe consentito, in questo momento, di avere una legge elettorale impiegabile.
Sarà pur vero che in questo modo si è solo stati coerenti con la giurisprudenza ampiamente assestata dei "giudici delle leggi", ma è indubbio che l'attesa che si era creata per avere un segno di cambiamento con un voto popolare svapora in un batter d'occhio. Come firmatario, mi colpisce che i promotori non avessero, sin dall'inizio del procedimento per giungere al referendum, preso in considerazione quei problemi tecnici che in queste ore sono, invece, apparsi preclari.
Tuttavia, resta il fatto che oltre un milioni di cittadini hanno chiesto di usare lo strumento del referendum e questo messaggio, che non finirà con un ricorso alle urne, resta in tutta la sua forza politica. Spetta al Parlamento, che si lamenta di un Governo di "tecnici" che quotidianamente ruba la scena agli eletti dal popolo, mostrare in questa materia la forza della sovranità popolare, riscrivendo per le prossime elezioni politiche le regole di voto.
So bene che per la Valle, nel passaggio fra "Mattarellum" e "Porcellum", nulla è mutato per eleggere il nostro deputato e il nostro senatore, ma il sistema vigente nel resto d'Italia per la Camera dei Deputati è un metodo avvilente che affida l'elezione più ai partiti che ai cittadini. E questo interessa anche i valdostani.

La stagione delle "Foire"

La 'Foire' di DonnasSi apre la stagione delle fiere artigianali tradizionali. Nel breve volgere di pochi giorni, prima a Donnas e poi ad Aosta, le "Fiere di Sant'Orso" occuperanno la scena in una grande rappresentazione popolare.
Questi momenti di festa hanno radici antichissime, legate ai riti del mondo contadino e al passaggio fra il cuore dell'inverno più buio e il ritorno della stagione più favorevole con il bel tempo e il risveglio della natura. E' difficile oggi per tutti noi concepire come le società rurali del passato fossero ben più conformate e influenzate dai ritmi delle stagioni e di come l'inverno - quando la neve era una maledizione e non la materia prima per lo sci - significasse un elemento in più nella vita grama.
Oggi possiamo dire che le "Foire" sono un'occasione simpatica per muoversi "en plein air", per "fare festa" (e "festa" è una delle poche parole che resta uguale nelle principali lingue europee!) e anche per ammirare la crescente e multiforme produzione artigianale.
So che anche la tradizione artigianale, che culmina appunto nelle Fiere, divide e appassiona. Ci sono diverse scuole che si confrontano e faccio solo due esempi. Il primo è il pendolo che fa oscillare l'artigianato fra tradizione e innovazione, sapendo - come ho sempre detto - che la tipicità è un elemento mai fermo e in continua trasformazione, ma i cambiamenti devono essere pilotati dal buonsenso. Il secondo esempio, legato in parte al primo, riguarda le dimensioni delle Fiere fra il gigantismo e una taglia ridotta. Trattandosi appunto di momenti di festa non mi formalizzerei: meglio includere che escludere, lavorando semmai con formule espositive che distinguano bene prodotti e loro qualità.
Ma sono riflessioni che valgono poco rispetto alla ricerca vera in epoca di crisi, quella di un momento di distensione che "cementi" il senso di comunità.
E sappiamo quanto ce ne sia bisogno.

Il miracoloso rating

La sede di NY della celebre agenzia di ratingA dettare i destini politici è ormai un giudice mai previsto dai politologi e dagli studiosi del diritto costituzionale: "Standard and Poor's" e le sue consorelle che si occupano delle stesse cose, che sono tutte umanissime società private, trasformate in epoca di crisi in una sorta di entità ultraterrena dal cui verdetto dipendono i destini di interi Paesi.
Occupandosi di rating (che è - lo ricordo - la valutazione del livello di affidabilità e di efficienza ai fini della concessione di crediti. In sintesi: il grado stesso di affidabilità), ha declassato mezza Europa.
L'Italia slitta di due posti, scendendo a BBB+ (come Colombia e Perù) e ciò deprime il quadro finanziario per le paure generate.
Una scelta violenta per noi e per un'Unione europea che, pur fra mille incertezze, sta reagendo davvero ai problemi. E il caso italiano, dove sono stati "ingaggiati" tecnici al posto dei politici, è esemplare di un momento «lacrime e sangue».
Certo  a catena la decisione riguardante l'Italia inciderà sulla solidità di tutti i sistemi economici sottostanti, Valle d'Aosta compresa, in un'epoca in cui si è scelta - per alcune "grandi opere" - la strada dell'indebitamento della Regione attraverso un ruolo "tecnico" di "Finaosta". E' ovvio che il costo del denaro derivante dall'operazione complessiva sarà salato con questa situazione di continuo degrado, sapendo oltretutto quanto le "speciali" siano nel mirino, con il solito occhio di riguardo per la Regione siciliana, come se fosse un esempio di virtù.
Questo è quanto avviene e non resta che prenderne atto anche se non ci piace. Certo il periodo delle "vacche grasse" è definitivamente seppellito e con esso un certo modo di fare politica e di concepire l'amministrazione. Il passaggio appare difficile e doloroso, ma non resta che affrontarlo.

La nave contro gli scogli

La 'Costa Concordia' all'Isola del GiglioIeri, come tutti, ho seguito attonito, nel corso della giornata in un crescendo di preoccupazione, la vicenda della gigantesca nave da crociera che ha sbattuto contro gli scogli all'isola del Giglio. La televisione ha nella forza dell'immediatezza la capacità di portarti in casa le tragedie e l'immagine della nave letteralmente coricata su di un lato superava ogni fantasia.
Ma a colpire erano soprattutto le testimonianze dei viaggiatori della mini-crociera nel Mediterraneo, palesemente fuori stagione e che dimostrava al volo come questo turismo, un tempo élitario, sia oggi un'espressione del low cost, se comparato ai prezzi di un tempo. Ma ovviamente per contenere i costi - mi avevano raccontato gli amici che c'erano stati - come il personale di bordo fosse in larga misura manodopera proveniente dai Paesi poveri del mondo.
E forse, ma sarà l'inchiesta a dirlo, per questo - per mancanza, come si dice, di professionalità - i piani di allerta e di sicurezza sono andati in tilt.
Ma spicca in queste ore l'italianissimo comandante della nave, fermato per due terribili sospetti: il primo, confermato da un video amatoriale, è che questo passaggio della nave a rasentare l'isola per "salutarla" fosse diventata un abitudine a dispetto delle norme; la seconda è che ad un certo punto il capitano abbia lasciato la nave, pensando alla propria incolumità e non al suo ruolo.
C'è veramente da augurarsi che non sia così. Sarebbe il segno, grave per le sue conseguenze ma anche per i suoi elementi simbolici, di che cosa in Italia non va. Un misto fra furberia e sciatteria, che allontana spesso chi ha delle responsabilità dai suoi doveri e la violazione delle regole, talvolta considerata o come un peccato veniale o come un gesto simpatico, innesca poi catene di eventi che trasformano la commedia all'italiana in tragedia.
Così in mondovisione appare un caso di cronaca fatto di imperizia e stupidità che alimenta un'immagine dell'Italia alla quale mi sono sempre ribellato perché ingiusta e dovuta a quella minoranza che continua a ritenere le regole da rispettare una "rottura".
Spesso di questi tempi, per descrivere i problemi italiani, si è usata, come metafora, la tragedia marittima del "Titanic" (sulla nave morì un valdostano di cui racconteremo la storia quest'anno per il centenario dall'affondamento). I misteriosi o casuali meccanismi che sovrintendono gli eventi ce ne hanno fornito un altro esempio, certo meno terribile, ma la dinamica di una nave lanciata a tutta velocità verso gli scogli è davvero impressionante.

Taxisti in lotta

Un momento della protesta dei taxistiIl tentativo di cambiare la situazione dei taxisti nelle grandi città è stato fatto parecchie volte negli ultimi vent'anni da parte di tutti i Governi. Ma la categoria, una grande corporazione simile davvero a quelle medioevali per i meccanismi d'accesso specie per il ruolo chiave della licenza, ogni volta ha giocato la carta del blocco degli aeroporti e del traffico. E ogni volta la politica ha fatto un passo indietro, spaventata dalla reazione.
La teorizzazione del «ci lascino stare» l'ho sentita decine e decine di volte, salendo su di un taxi a Roma, dove più che altrove non ci si capisce mai nulla fra cooperative, compravendita e affitto delle licenze, apertura centellinata a nuove auto, scarso controllo su qualità e correttezza e via di questo passo. L'aspetto grottesco sta nel fatto che le licenze sono date dal pubblico e così la fissazione delle tariffe che restano salate, come dimostrato dal tragitto con l'aeroporto di Fiumicino per il quale, se si ha fretta, non si hanno alternative al taxi.
Ma a questa logica della stretta regolamentazione pubblica corrisponde la ribellione al pubblico ogni volta che si cerca di fare qualche cambiamento. In qualunque Paese "normale" non sarebbe tollerabile il blocco di intere città con una sorta di tattica da guerriglia urbana. In Italia questo non avviene e i taxisti dettano legge, consci dei costi e dei disagi dovuti alla loro protesta.
Mercoledì, per fare un piccolo esempio dovrei, come capo della delegazione al "Comitato delle Regioni", andare a due riunioni a Roma, e so già quale sia il rischio: trovarmi bloccato all'aeroporto di Caselle o a quello di Fiumicino, ostaggio di chi non vuole cambiare mai.
Leggo in queste ore che ci sono "liberalizzazioni" più importanti. Verissimo. Ma non sfugge il valore simbolico che ha questa storia infinita dei taxi.

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