December 2011

Il giorno stesso: niente piva!

Il '53' più famoso del mondoTra un anno, se i maya avessero avuto ragione (o meglio chi ritiene di interpretarli), il mondo dovrebbe essere già finito. Basta un pochino di memoria per ricordarsi quante volte sia stata profetizzata la "fine del mondo", per cui - bufala più bufala meno - poco cambia. E dunque fra un anno il Natale ci sarà in barba a indovini, chiromanti e iettatori.
Però non ci vuole molto a capire che quest'anno, benché la crisi abbia già investito almeno tre Natali precedenti a questo, c'è davvero qualcosa di diverso. Non mi riferisco alle statistiche sui consumi, la cui credibilità in tempo reale è improbabile, quanto all'impalpabile atteggiamento psicologico di gran parte di noi. Esiste, più che in altre momenti, un senso di attesa e di sottile angoscia rispetto alle prospettive dei mesi a venire. Come se anni di preoccupazioni e disagi fossero alla fine confluiti in un gigantesco imbuto e oggi fossimo spettatori di un passaggio delicato di cui sfuggono gli esatti confini.
Rincari generalizzati, incertezze nel lavoro, volatilità del futuro pensionistico, politica in crisi nera e via di questo passo. Roba da passare il Natale, che dovrebbe essere il giorno della distrazione per eccellenza, con la piva (nel senso di muso, perché ormai le cornamuse natalizie tacciono!).
Ma Natale, per fortuna, ha la sua celebre magia e dunque utilizziamo questa tregua di qualche ora distraendoci dai cattivi pensieri. Per me poi il compleanno porterà 53 candeline: non me ne sono accorto e il tempo mi ha fregato!

Addio, Giorgio Bocca

Giorgio Bocca ed Enzo BiagiAvevo notato che da qualche tempo Giorgio Bocca non scriveva più. Un brutto segno per un novantenne.
Posso dire che ho letto Bocca negli ultimi quarant'anni. Mio papà correva con lui nello sci di fondo nelle squadre sportive di epoca fascista ed era fiero della sua conoscenza, leggendolo su "L'Espresso" e su "La Repubblica".
Poi il caso: nel 1978 quando iniziai a fare il giornalista Bocca faceva una rubrica settimanale per "Radio Reporter 93" di Torino e mi capitò di dovergli telefonare per per metterci d'accordo sulle registrazioni. Lui un "mostro sacro", io un pivello. Ma con me era gentile a dispetto della fama di cuneese brusco e taccagno.
Ho sempre letto quanto scriveva della "sua" Valle d'Aosta, prima villeggiante a Courmayeur e poi La Salle, dove - estremo gesto di affezione - verranno portate le sue ceneri. Raccontava in articoli e libri del suo amore per le nostre montagne, ritratti di montanari, pensieri sulla storia e sull'evoluzione del costume e molto altro ancora.
Scriveva e scriveva con ritmo infernale, come una sorta di Georges Simenon, aggiungendo, come dicevo, altre collaborazioni con radio e televisioni, dove sfiorò per un certo periodo il sogno berlusconiano. 
Anche quando scriveva della Valle, come per tutto il resto, alternava osservazioni acute e uniche, giocando con un ritmo secco e incalzante di scrittura a momenti in cui la dote della velocità veniva appena oscurata da imperfezioni nel controllo delle fonti.
Ma erano "scivoloni" che non oscuravano la luminosità della sua stella, che ora si è spenta. Mi auguro che qualcuno raccolga prima o poi quanto ha scritto sulla Valle d'Aosta. 
Giorgio Bocca è morto il giorno di Natale con un guizzo degno di certe impagabili conclusioni dei suoi editoriali.

I tormenti di una generazione

La figlia Nicoletta accompagna il feretro di Giorgio BoccaVorrei tornare sulla morte di Giorgio Bocca, un grande giornalista, significativo della sua generazione, la stessa - perché nati attorno agli anni Venti del secolo scorso - di mio padre.
Uomini segnati profondamente dalle tragiche vicende dell'ultima Guerra mondiale, formati in una cultura ancora ottocentesca e poi precipitati nel fascismo, con il quale erano cresciuti (racconto qui sotto che si conoscevano perché atleti dello sci), vivendo poi la ribellione antifascista grazie alle storie familiari e ad una scelta di libertà per nulla banale.
Quella generazione, che ho conosciuto anche attraverso mio zio Ulrico Masini, capo partigiano di "Giustizia e Libertà" in bassa Valle (le stesse formazioni partigiane di Bocca, suo coetaneo), che ha vissuto il boom del dopoguerra senza mai veramente liberarsi dai terribili fantasmi della loro giovinezza. 
Giorgio Bocca, con il suo pessimismo ormai cupo dell'ultimo periodo e anche certe "simpatie" politiche ondivaghe, esprimeva bene la loro paura, quella di essersi battuti per la democrazia e di aver lavorato come matti negli anni della ricostruzione con il timore appunto, negli ultimi anni della loro vita, di non avercela fatta con questa Italia che sembrava tornare al punto di partenza.
L'antifascismo non era per loro una medaglietta da mettere sul bavero della giacca. E per questo in mio padre e in mio zio il progressivo sdoganamento dei fascisti era un elemento di angoscia, specie con certi discorsi revisionisti da voltastomaco. Non lo facevano "perché di sinistra", essendo entrambi unionisti di simpatie azioniste.
Anche per questo mi colpisce la morte, molto più "pubblica" essendo un famoso giornalista, di Giorgio Bocca, trovando in lui tratti e pensieri dei miei cari e di molti miei amici della sua generazione, quasi tutti ormai scomparsi. Resta, coscritto di Bocca, il roccioso César Dujany.
Sembrerà singolare, ma quando ero giovane avevo come amici anche delle persone molte più vecchie. Trovavo nei loro racconti le ragioni per capire meglio i passaggi della storia e per questo credo di essere diventato molto più consapevole. Li ringrazio per questo.
Visto che Bocca "riposerà" in Valle d'Aosta, sarebbe davvero interessante, qualora la famiglia lo consentisse, se la messe enorme di archivi e scritti raccolti in una lunghissima carriera fossero visibili e consultabili in una nostra istituzione culturale.

Lo sconcerto

Una parola per riassumere il 2011?
Direi: sconcerto.
L'Italia si è trovata sull'orlo del baratro e tutto ci era stato accuratamente nascosto. Io di dubbi ne avevo e li avevo esplicitati qui.
Scrivere è sempre rischioso perché, come dicevano i romani  "scripta manent", ma  in questo caso l'esercizio si è rilevato utile. Anche se «l'avevo detto» serve a poco.
Lo sconcerto non è solo per la crisi economica, ma anche per la crisi della politica, portata alle estreme conseguenze nel degrado italiano.

Cambiano pure gli auguri

Uno dei tanti auguri arrivati via mailArrivano ancora cartoncini d'auguri per posta, ma sono sempre meno. Sono come dei sopravvissuti, che si aprono con sorpresa, in un'epoca di cambiamenti rapidi innescati dall'evoluzione tecnologica e che cambiano costumi radicati che mai si sarebbe pensato che sarebbero mutati. Ed invece anche il biglietto d'auguri tradizionale è destinato a morire. Non provo rimpianto pensando agli anni in cui ne spedivo migliaia e cominciavo a firmarli di mio pugno a novembre!
Il primo segno di cambiamento sono stati gli SMS, i "messaggini", che da alcuni anni hanno preso d'assalto i nostri telefonini in periodo festivo (giuro che me ne arrivò uno di un amico zelante per la... festa del papà). Divisibili comunque in due categorie: quelli graditi, che appaiono spediti appositamente a te con una personalizzazione che dimostra che ti ha no davvero pensato e quelli sgraditi, che sono standard e buoni per tutti, banalmente inviati tali e quali a tutta la rubrica telefonica.
Ma la novità in atto è il ritorno del biglietto d'auguri, inviato con la posta elettronica, che da quest'anno è apparso sulla scena, direi nella seconda versione appena evocata: un biglietto inviato alla cieca attraverso l'intero indirizzario sul proprio computer. 
Come già avveniva con i biglietti cartacei, siamo di fronte a immagini, disegni, grafiche le più fantasiose, quasi sempre copiate da qualche parte o frutto di veri e propri bricolage da "copia e incolla".
Certo il postino ringrazia (si fa per dire perché il rarefarsi della posta cartacea pesa come un macigno sui bilanci delle Poste!). E il Web diventa anche in questo protagonista di quei cambiamenti che stanno cambiando la nostra vita di fronte alla gigantesca e multiforme Rete.

E la pancia non c'è più!

Mimmo Craig nella famosa pubblicitàLe vacanze di Natale tra le premesse e la "coda" sono una tremenda trappola per chi, come me, si sia messo da inizio novembre a dieta per tornare al proprio peso forma. 
Ne ho già scritto qui, segnalando come abbia scelto la "dieta Dukan", metodo studiato dal nutrizionista francese Pierre Dukan. Su Internet troverete, se interessati, il suo sito ricco di notizie sulle diverse fasi della dieta. Io mi sono trovato bene, ma penso che ognuno debba trovare quel che gli piace e che soprattutto risulti efficace.
Aggiungo, per correttezza, che una dieta fortemente proteica ha anche i suoi critici. E' naturale che sia così perché il mondo dei dietologi è fatto da "scuole" fra di loro fieramente contrapposte.
Ricordo che si deve alla traduzione di Eddy Ottoz, alla fine degli anni Novanta, la diffusione del primo libro di Barry Sears sulla "Dieta a Zona", che ha spiegato i rischi dell'eccesso di carboidrati. Inutile dire, come Eddy mi abbia spesso spiegato, quali siano gli interessi contrapposti dei produttori di pasta...
Comunque sia, seguire la dieta in piene festività non è semplice: da una parte ci sono la socialità e il buonsenso che non possono obbligarti a regole draconiane in certe festività che hanno in leccornie e prelibatezze uno dei punti forti; dall'altra, quando si sono persi più di quindici chili, buttare all'aria il buon esito sarebbe stato un peccato. Per cui, come uno slalomista, sto cercando di arrivare in fondo alla prova, evitando di uscire di pista. Come diceva uno slogan del "Carosello" della mia infanzia: «E la pancia non c'è più!».

Decisionismo? No, grazie

Un somaro affettuosoIn vista del passaggio fra un anno e un altro, proporrei di abolire dal lessico della politica un brutto termine: "decisionismo"
Inventato all'inizio degli anni Settanta, è così riassumibile: "volontà e capacità di affrontare e risolvere rapidamente i problemi, specialmente. politici, assumendo personalmente la responsabilità delle decisioni".
Chi si si autodefinisce decisionista lo fa in una logica più o meno autoritaria, cui si accompagna quasi sempre , al di là delle affermazioni di facciata, una rappresentazione grottesca dei meccanismi della democrazia rappresentativa, come fonte di ritardi, di lacci e lacciuoli, di procedure bizantine. Tutto sarebbe da contestare nel nome del "fare in fretta", "scegliere", "non perdere tempo".
Naturalmente questa visione titanica del lavoro politico è spesso solo un abile capacità di sapersi vendere e di creare ad arte un mito che, ripetuto di bocca in bocca, finisce per essere un dato di fatto. 
Contestabile almeno in tre modi. I fatti parlano chiaro e smontare la propaganda di chi esalta il proprio decisionismo contro la lentezza è facile nel confrontare realtà e promesse, come si evince dal celebre sfottò veneto "faso tuto mi". In secondo luogo disprezzare i meccanismi politici e amministrativi sembra autorizzare le "scorciatoie" e questo crea fondati sospetti. Ad esempio all'epoca di Tangentopoli si è capito bene dove certo "efficientismo" finisse per portare...
Terzo elemento: il decisionista tende a glissare sugli errori fatti, omettendo talvolta magagne del passato e si è già visto quanti scheletri negli armadi si sono trovati quando il decisionista esce di scena.
Per cui benissimo chiudere a un certo punto le discussioni e assumere le decisioni. Questa logica di efficacia, però, deve passare attraverso i meccanismi della democrazia, che prevede responsabilità forti in capo agli eletti. Basta con il giochino di chi, per esaltare le proprie azioni, tende a rappresentare gli altri come dei somari.
Animale, per altro, assai nobile.

Aspettando il nuovo anno

Un 'botto' di CapodannoPer quanto mi sforzi, non trovo ricordi d'infanzia sul Capodanno. Segno che venivo spedito a dormire: regola che trovo ragionevole, quando mi capita di vedere in occasione festive e no bambini di tutte le età, stanchi morti, portati in giro da genitori gaudenti.
Ho invece nettissimo il ricordo dei Capodanni a cavallo fra adolescenza e giovinezza, molti dei quali "celebrati" a Champoluc. Ricordo una villetta isolata nel "Bosco alle Fate nere" sede di divertenti baccanali. Evoco i ripetuti fine anno nella tavernetta di un amico torinese, trasformata in vera e propria discoteca. A me piaceva organizzare queste feste e ricordo un periodo in cui mi ero fissato con i fuochi d'artificio e ne compravo ad Aosta di mirabolanti (oggi vige il proibizionismo pirotecnico, che mi domando come sarà fatto rispettare, se non non si comincia dal divieto di vendita!).
Mi fermo qui per non piombare in un patetico elenco di ricordi di quella "compagnia", dispersa per le circostanze della vita, che mischiava noi autoctoni con ragazzi di diversa provenienza. Un'esperienza di crescita e di confronto preziosissima.
Poi, negli anni successivi, il mio Capodanno si è "imborghesito", diventando sempre più un'occasione familiare e intima, eccettuata qualche esperienza di viaggio esotico in cui la mancanza di panorami invernali crea uno strano effetto di straniamento.
Spero che il vostro Capodanno sia gioioso e che l'anno che verrà risulti foriero di tante cose belle.
Ce n'è bisogno.

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri