November 2011

La libertà d'espressione

La finestra di un carcere del MyanmarMi capita spesso di suggerire, perché è una lettura più facile e interessante di quel che sembri, di leggere il nostro Statuto d'autonomia e la Costituzione.
Quel che colpisce e la capacità di sintesi e la chiarezza dei testi, che mostrano di come nella brevità si possano dire tante cose. Rispetto al linguaggio barocco dei Parlamenti successivi, con una deriva negli anni seguenti con una legislazione contorta e spesso scientemente incomprensibile, dai padri costituenti arriva una lezione non solo di correttezza linguistica formale, ma di una capacità sostanziale su materie che fanno tremare i polsi.
In questi giorni, ad esempio, mi è particolarmente cara la libertà d'espressione. Un principio cui ho cercato di attenermi nella mia vita e che penso si veda anche in questo blog. Un esercizio che è come una ginnastica intellettuale contro chi - e sono tanti - ama il conformismo e ci si adegua e contro chi si arrabbia per scomode verità e vorrebbe il silenzio di chi le dice. Trattasi di forme più o meno blande di censura. Un giorno vi racconterò di come certi miei post e non solo siano stati considerati un "caso politico".
Ecco perché fra i diversi articoli della Costituzione mi piace quel famoso primo comma dell'articolo 21, che andrebbe esposto con un cartello nelle redazioni e in tutti i luoghi in cui avviene una produzione intellettuale: "tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
Così come a rendere liberi da ogni condizionamento gli eletti al Consiglio Valle opera per i consiglieri regionali quell'articolo 24, norma di rango costituzionale, del nostro Statuto d'autonomia: "i consiglieri regionali non possono essere perseguiti per le opinioni espresse o i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni".
Dopo il fascismo e la compressione delle libertà sotto diverse forme, era necessario esprimerlo con chiarezza e quel fil rouge garantista arriva sino ai giorni nostri.

La fragilità degli indignados

A me questa storia degli "indignados", nella versione originale e nelle ricopiature internazionali, non convince dal punto di vista politico. 
Capisco le proteste e molte delle ragioni che ne sono all'origine, perché solo chi è in malafede può far finta di niente. Siamo in un mondo sottosopra e i punti cardinali sono spariti.
Invece mi sembrano vaghe le proposte concrete e questo passaggio è indispensabile per essere credibili. Certo che è più semplice per chi è contestatore occuparsi della "pars destruens" più che della "pars costruens".

In tempi difficili

Il piccolo Alexis tra le foglie d'autunnoLa quotidianità è pesante di questi tempi ed è bene trovare qualche contromisura per evitare di prendersela. A volte sono molti i cattivi pensieri che attraversano la mente, un mix di preoccupazioni e scocciature, e per dare il giusto peso alle cose è salutare concentrarsi sulle gioie. Senza voler utilizzare un luogo comune, è necessario a volte sforzarsi di non perdere gli attimi, di godere dei momenti e delle persone care per evitare di pentirsene.
Penso ai miei figli con la loro differenza di età che permette, nelle tappe cadenzate della vita, di godersi l'occasione unica per vedere la loro crescita contrapposta al mio invecchiamento, di cui bisogna prendere quel che c'è di buono.
L'altro giorno, con miei figli Eugénie e Laurent, ho passato una giornata alle Terme di Pré-Saint-Didier, ormai assediate da una vera folla. Il tempo si ferma d'incanto, quando si sta bene a scherzare con loro immersi come dei "califfi di Bagdad" (espressione familiare di chissà quale origine!) nelle vasche calde al cospetto del Monte Bianco. Una terapia adatta per scacciare ogni malumore.
E cosa dire del loro fratellino Alexis, che sta scalando il suo anno di vita con quella voglia di crescere che è un fatto straordinario. Tutte le scoperte - comprese le foglie d'autunno - appaiono qualche cosa di irripetibile. E' bene rubare un pizzico del suo stupore che è qualcosa di impagabile.
Chi ha avuto per tanti anni una dimensione pubblica, anche con un prezzo da pagare in termini di tempo per la vita personale, finisce forse - in una logica di contrappasso - per apprezzare di più quel che talvolta si è trascurato.
Sapendo che, come ha scritto Honoré de Balzac: "Il arrive un moment, dans la vie intérieure des familles, où les enfants deviennent, soit volontairement, soit involontairement, les juges de leurs parents".

Gnam Gnam

Opere di BoteroGuardo le foto dei miei vent'anni e mi faccio impressione: secco come un chiodo! Più o meno sono rimasto snello fino agli anni Duemila, quando ho cominciato a prendere peso e a sentirmi dire - che palle! - «sei ingrassato» e vi assicuro che il "bon ton" sull'argomento pare non esistere.
Confesso di essermi rotto le scatole, specie quando, abituato ad una pressione normale se non bassa, mi sono ritrovato con la minima un pochino alta e a quel punto - la salute anzitutto - il "dado è tratto".
Avrei potuto fare una full immersion in un centro benessere, come quello efficacissimo del mio amico Marc Mességué a Melezzole vicino a Todi, dove si mangia pochissimo (nel centro gli unici discorsi fra gli ospiti ruotano attorno a racconti di mangiate memorabili!) e i trattamenti in pochi giorni ti "asciugano". Simile è la formula di Henri Chenot a Merano, tuttavia ammantata da un'aurea filosofica e più prosaicamente da lassativi. Ma la realtà è che riprendi peso in poco tempo e con gli interessi.
E allora, vabbè, mettiamoci a dieta. Sto seguendo - confesso - una dieta alla moda che fa arricciare il naso ad alcuni dietologi: si tratta della dieta del medico parigino Pierre Dukan, che dalla biografia racconta di essersi occupato di far perdere peso ai suoi pazienti per caso. Negli anni ha affinato un approccio iperproteico in più fasi iper assestare il peso e cancellare l'"effetto memoria" che il nostro corpo ha e che rischia ogni volta di fregarti, facendoti tornare al punto di partenza, come nel gioco dell'oca.
Ora, ad un mese e mezzo dalla partenza e con più di dieci chili in meno, sto bene e inseguo nuovi traguardi, sapendo delle terribili forche caudine del periodo natalizio, la cui logica ipercalorica è mostrata con evidenza da Babbo Natale e dalla sua taglia... abbondante.
Ci voleva, però, questo dimagrimento, che annoto qui per farmi coraggio per il proseguo, sapendo quanto sia difficile riuscire ad equilibrare socialità e rispetto delle regole draconiane per arrivare in fondo al tunnel, dove c'è il ritorno alla normalità.

Cinque punti per l'Europa

La sede del 'Cdr', a Bruxelles, a novembreMi sembra che la tournée europea del Presidente Mario Monti sia andata bene. Ora temo - e ormai i tempi sono maturi - che arriverà il "calice amaro" della manovra. Alternative non ne vedo, anche se le misure andranno valutate punto per punto.
Sono undici anni che frequento le Istituzioni europee e credo di averne una buona conoscenza. Ho avuto il privilegio di studiare prima come parlamentare europeo, con un ruolo di Presidente di Commissione che ha moltiplicato le occasioni di comprensione dei meccanismi, e poi del "Comitato delle Regioni", di cui sono ormai uno dei decani.
In quest'epoca come non mai, essendo l’Unione europea nel cuore di una crisi di credibilità finanziaria e politica, bisogna riflettere sull’integrazione europea, sulla sua situazione attuale e sulle prossime tappe.
Come sempre avviene, ci sono diverse possibilità di scaricarsi vicendevolmente le colpe di una situazione ormai sull’orlo del precipizio. So che può suonare come uno slogan, ma molto deriva dall’incapacità di dare realmente delle gambe politiche ad un progetto europeista, che è rimasto concentrato sugli aspetti economico-finanziari e su di una armonizzazione normativa spesso più attenta alle quisquilie che alle cose di sostanza.

Dovendo immaginare delle "piste" per i valdostani di oggi e di domani, potremmo scegliere alcuni punti:

  1. L'Europa deve dare uno spazio vero alle Regioni con competenza legislativa significativa e funzioni amministrative forti come la nostra. Non possiamo non essere partecipi alla parte ideativa e applicativa nelle materie di nostra competenza e bisogna aver meccanismi flessibili per evitare che la Governance finanziaria impedisca gli investimenti;
  2. La cooperazione transfrontaliera, oggi cooperazione territoriale, deve fare un passo in avanti, essendo il "Gect - Gruppo europeo di cooperazione territoriale", come ha dimostrato l'Euroregione "Alpmed", uno strumento difficile da mettere in piedi e giuridicamente flebile. Chi vuole farmare la storia nel nome della "ragion di Stato" è anacronistico;
  3. Essere minoranza linguistica è oggi in Europa un vantaggio, perché si è in grado di esprimersi in più lingue, ma ci vuole una definizione giuridica certa su che cosa sia una minoranza linguistica, essendo il "Trattato di Lisbona" troppo generico. Che sia una base essenziale su cui poggia il nostro sistema autonomistico è evidente;
  4. Lo stesso vale per le "zone di montagna" di cui facciamo parte e c’è bisogno che vi sia una base giuridica che affermi, nella coesione territoriale, la particolarità della montagna in materie europee, come la concorrenza, i servizi d’interesse generale, l’agricoltura e molti altri ancora. E' una rete, cui apparteniamo naturalmente, che ci può essere utile;
  5. Oggi si lancia, nel solco di molti studi a livello culturale, la "macroregione alpina", dopo il fallimento della "Convenzione Alpina", dovendo essere uno spazio ampio di cooperazione simile a quelli aggregati attorno al Mar Baltico e al fiume Danubio. Un'occasione da non mancare.

Infine ci sono aspetti più filosofici riassumibili nell'idea di come si possa essere in modo biunivoco valdostani ed europei.

Tes beaux yeux...

Balzac, la mia gattaBalzac, la mia vecchia gatta nera, è sparita e penso sia finita nel paradiso dei mici assieme ai molti gatti che ho avuto nella mia vita.
Non è la prima volta che mi capita che spariscano così d'improvviso. Chissà che non ci sia qualcosa d'istintivo, nell'approssimarsi della fine, in questi piccoli felini formato famiglia.
Aveva il nome musicale del grande scrittore francese per un caso: quando venne rinvenuta in una soffitta di una casa a Châtillon era un batuffolo nero minuscolo, ma combattivo, gonfiandosi per apparire chissà chi, con una grossa zecca al centro della schiena. Fu adottato e mio papà veterinario, cui chiedemmo il sesso, guardò svogliatamente e - annunciato che si trattava di un maschio - venne battezzato Balzac, che poi mesi dopo dimostrò il suo vero sesso, quello femminile. Il nome restò.
Ha campato una quindicina d'anni, seppellendo gatti più giovani, vivendo con grande serenità e ritenendomi sin dall'inizio il suo padrone o forse con i gatti andrebbe detto «che lei fosse la mia padrona».
Che mi volesse bene, pur con l'opportunismo felino e con la permalosità per un nonnulla, nessuno potrà mai negarlo: ronfava volentieri, mi parlava con strani miagolii, amava le mie carezze sulla pancia, se non stavo bene zompava sulla mia di pancia e si stendeva con occhi ipnotici. Io penso che mi capisse e soprattutto "sentisse" il mio umore. 
Non tutti capiscono il fatto che si soffra per la morte di un animale, considerandolo quasi offensivo verso l'umanità. Mentre io penso che gli animali domestici siano parte di noi e finiscano per essere come dei familiari cui volere bene.
Balzac, gatto amato, ti ricordo con i versi sul gatto di Charles Baudelaire:
"Viens, mon beau chat, sur mon coeur amoureux; 
Retiens les griffes de ta patte,
Et laisse-moi plonger dans tes beaux yeux, 
Mêlés de métal et d'agate.
Lorsque mes doigts caressent à loisir 
Ta tête et ton dos élastique,
Et que ma main s'enivre du plaisir 
De palper ton corps électrique..."
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La danza della neve

Un brullo panorama di fine novembreIl passaparola è spasmodico: «inizio dicembre, forse, arriverà la neve». Speriamo davvero.
Trovo insopportabile il panorama brullo che ci attornia, smessi i colori autunnali più accesi. Fa impressione vedere sulle cime una deprimente spruzzata di neve al limitare dei sempre più sofferenti ghiacciai e quella dizione delle previsioni «mite in montagna» inquieta.
Ma certo quel che preoccupa è che non è nevicato e che nella gran parte delle stazioni sciistiche l'innevamento artificiale ("neige de culture", si dice ormai correntemente in francese) non va a causa delle temperature troppo elevate anche in quota.
Questo è purtroppo un problema per il settore funiviario. Da una parte i finanziamenti pubblici per investimenti e gestione ordinaria sono frutto di escamotage crescenti per evitare le regole sempre più stringenti sugli aiuti pubblici e sulla ricapitalizzazione di società partecipate. Bisogna ricordarsi che ci sono regole stabilite dalla Commissione europea con cui è bene non scherzare e le risorse, con i tagli subiti, non sono infinite.
Dall'altra in nessun settore economico grava così pesantemente l'incertezza dei cambiamenti climatici che si riflettono sulla meteorologia fra temperatura che cresce con difficoltà per gli impianti di neve programmata di funzionare e nevicate incerte che risultano indispensabili proprio a inizio stagione, quando fanno il fondo necessario sulle piste.
Così cresce l'apprensione per il turismo invernale già problematico per la crisi economica che rallenta tutto in Italia e nel resto d'Europa. Il sistema e in difficoltà e basta poco sulla bilancia per creare un tremendo effetto domino. Chi ostenta ottimismo lo fa - immagino  - per evitare catastrofici effetti psicologici, ma credo che sia anche bene affrontare la realtà per tempo.

Una vita per i walser

Eugenio Squindo con la moglie PieraTrent'anni fa la "Voix de la Vallée", cioè il notiziario radio che aveva iniziato all'inizio degli anni Sessanta le proprie trasmissioni, era più importante dell'appena nato telegiornale della "Rai". Si era già consolidata una rete di collaboratori che dai paesi inviava delle notizie.
Conobbi così, via telefono, Eugenio Squindo di Gressoney-Saint-Jean. Per me era all'inizio era solo una voce, dall'evidente inflessione germanica, che poi divenne un volto sempre sorridente e la scoperta di una personalità che era una memoria storica della sua comunità. La sua vita è stata dedicata alla difesa del suo piccolo popolo alpino, sapendo che il lavoro di ricerca e di studio era necessario a fronte di una crisi identitaria e nell'uso delle lingue tradizionali.
Mai avrei pensato che grazie a lui, già ammiratore di mio zio Severino Caveri (negli anni caldi della nascita dell'Union Valdôtaine partiva a piedi con gli amici per le grandi manifestazioni di piazza), avrei finito per modificare lo Statuto speciale, riconoscendo i diritti del popolo walser, minoranza nella minoranza.
Eugenio immagino fosse scettico quando gli dissi che la strada giusta era proprio lo Statuto e non la legge ordinaria. Invece nel 1993 l'articolo 40 bis dello Statuto divenne realtà e fu una sorta di coronamento della mia amicizia con Eugenio, l'unico che sapeva dirmi qualcosa della mia bisnonna walser nel dedalo delle reti parentali! Restavano i walser piemontesi, che vennero riconosciuti nel 1999 con la legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche. Allora ero Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e fra le deleghe c'era la materia delle minoranze linguistiche.
Eugenio era felice della protezione giuridica, ma conscio che da sola non basterà per evitare il rischio che la cultura walser rischi pian piano di scomparire. Ogni tanto gli rimproveravo l'esistenza di una sorta di gerontocrazia nelle strutture portanti, come il "Centro di cultura walser", che sembrava non assicurare il ricambio con l'inserimento di giovani che prendessero il testimone del lavoro di difesa identitaria e di ricerca storica e linguistica. Ammetteva l'esistenza di questo rischio, dando ad intendere che non era facile trovare chi si entusiasmasse per questo lavoro.
Che la sua lunga vita sia per i giovani gressonari un esempio di dedizione di un walser che amava il suo popolo e l'intera Valle d'Aosta. Oggi continua a sorridere dalla cima del suo Monte Rosa.

Il vecchio telefono di casa

Telefoni antichiSe qualche anno fa mi avessero detto che si poteva vivere senza il telefono fisso in casa avrei risposto: «impossibile!»
Il telefono fisso "era" il telefono, segno della modernità e ricordo ancora - lo sentivo da piccolo - quando per la teleselezione i miei chiedevano la connessione alla centralinista. 
Solo la telefonia mobile ci ha schiuso un mondo incredibile e in rapida progressione, che ha cancellato le cabine telefoniche, il telefono pubblico a scatti e appunto l'indispensabilità del telefono domestico.
Oggi vivo così in assoluta serenità, anzi aggiungerei che l'ossessività delle telefonate pubblicitarie sul telefono di casa - per nulla attenuata da meccanismi di difesa tipo il diniego manifestato rispetto all'accettazione di determinate promozioni - è una buona ragione per metodi alternativi.
Per telefonare c'è il telefonino e la connettività che spesso passa con Internet sul doppino telefonico del "vecchio" telefono transita, invece, nel mio caso attraverso una rete wi-fi via radio di "HI2", società valdostana che funziona bene e che si appresta a fornire un servizio per l'utente che si muove sul territori, prevedendo una vasta copertura regionale.
Naturalmente questo consente, se lo si vuole, di usare Internet in tutte le salse, compresi i servizi di telefonia - genere "Skype" - che sfruttano la Rete al posto delle tecnologie tradizionali del telefono.
In prospettiva il tema della "connettività", proprio per gli usi plurimi di Internet, sarà sempre più  da annoverare fra le necessità per i cittadini e le imprese. Su questo "diritto" la Commissione europea prende tempo, avendo annunciato l'intenzione di non cambiare il concetto di base, i principi e la portata delle norme europee sul "servizio universale" (l'obbligo per un concessionario di fornire a tutti un determinato servizio) per includere i servizi di telefonia mobile e le connessioni a banda larga. Non si tratta di sottigliezze giuridiche, ma di regolamentare il mercato.

Se non ora quando

Mario Monti a Bruxelles con i ministri dell'economia dei Paesi dell'UESono per tre giorni a Bruxelles per il mio "lavoro europeo" e trovo qui un clima fatto di attese e incertezze in vista di una serie di vertici decisivi per il futuro dell'Unione europea. Prevale la tesi che si andrà verso un'Europa a due velocità, che non è un tema nuovo, se non per la circostanza che l'Italia rischia di essere retrocessa in "serie B". Uno scenario davvero inquietante e da oggi il presidente Mario Monti sarà di nuovo nella Capitale europea.
Mentre in Italia e in Europa la crisi morde e dal bordo del precipizio si osserva la profondità dell'abisso, da noi in Valle tutto prosegue apparentemente nell'assoluta normalità. Nomine, leggine, appalti, promesse: il tempo sembra essersi fermato, anzi sembra che la moviola abbia riavvolto su se stessa la storia, tornando indietro.
Esiste qualcosa di strano e assieme di rassicurante in questo ritorno al passato, come una collettiva "coperta di Linus" da tenere stretta per stare sicuri e sereni. Un atteggiamento che mi pare dimostrerà tutti i suoi limiti.
In questo contesto, il silenzio è d'oro e chi si esprime è bollato come un frustrato. Perché in fondo il conformismo è una pantofola comoda e uniformarsi appare normale in pubblico e si mugugna in modo crescente in privato perché ci si crede o perché non si sa mai... 
Eppure ci sono molte ragioni per interrogarsi, se non ora quando, sul futuro della Valle, liberandosi da una sorta di ragnatela che paralizza i pensieri e le azioni innovative. Penso che saranno le circostanze complesse a spezzare una certa routine e a far prevalere - tanto per non perdere la patente d'ottimista - il confronto.
Sui tempi, purtroppo, non so dire.

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