September 2011

Complessità e convivenza

La moschea di SofiaHo già scritto di essere stato in Bulgaria nelle scorse ore e lì ho avuto la conferma di come questo Paese resti un laboratorio interessante e "storicizzato" per la convivenza di diverse religioni e di diverse etnie (davanti al Parlamento bulgaro c'era, a testimoniare i problemi, una manifestazione contro i rom dell'estrema destra). Tema che fa tremare i polsi e di fronte al quale ci troveremo sempre più anche noi con la massiccia immigrazione che prosegue.
Quando visiti il centro di Sofia, sembra tutta "rose e fiori", visto che in un perimetro ristretto convivono la chiesa ortodossa, quella cattolica, la moschea musulmana e la sinagoga ebraica.
La realtà, invece, è un'altra in tutti i Balcani. Come reso evidente dalle guerre dovute allo sfascio dell'ex Yugoslavia, il sistema di convivenza nei secoli è periodicamente saltato con stragi e orrori e non a caso le tensioni fra Kosovo e Serbia sono ancora ben vive e legate anche a fattori religiosi. Ricordo, quando durante le drammatiche vicende balcaniche, per visitare uno scenario di guerra, attraversai parte del territorio croato e vidi come ad incarnare il rinato nazionalismo fossero anche i discorsi ferocemente anti-Islam dei preti croati che ci accompagnavano e le bandiere simbolo di un certo sciovinismo garrivano in cima ai campanili.
Bel problema che nei Balcani è evidente dall'incrociarsi di diverse etnie e vale sempre il caso della Bulgaria dove il dodici per cento dei musulmani sono appartenenti alla minoranza turca e lo stesso vale - per fare un altro dei tanti esempi - per la minoranza albanese in Macedonia.
E' bene rifletterci per evitare che, alla fine, come sta avvenendo altrove in Italia o di recente anche in Svizzera, la discussione si sintetizzi nel "sì" o "no" alla costruzione di una moschea o degli annessi minareti. La convivenza è una moneta difficile da usare e molto preziosa, comportando sforzi degli uni e degli altri, buona fede reciproca e - spiace doverlo rimarcare - la necessità che il rispetto delle differenze culturali e religiose non sia l'alibi per una mancata integrazione nella comunità ospitante. Le comunità chiuse e impermeabili o che si sentono "alternative" o persino conflittuali rispetto alla società d'accoglienza - magari sotto dettatura di un imam intollerante -  creeranno problemi.

Un giorno al Parlamento

Il Parlamento europeo a StrasburgoEro tornato, mesi fa, al Parlamento europeo a Strasburgo per la gita di mia figlia Eugénie con una scolaresca di Saint-Vincent. Tutto si era risolto con un breve discorso sull'Europa in una delle belle sale, cercando di far capire le sfide per una generazione che è già nata con la cittadinanza europea. 
Ora torno in questo palazzo di vetro, legno e acciaio, che ho frequentato per  qualche anno, facendo il pendolare in auto da Aosta. Visto da fuori, sembra un'enorme astronave, atterrata da non so quale pianeta. Oltretutto è un edificio funzionale, se non fosse che in tempi di "vacche magre" spostarsi ogni mese da Bruxelles per fare solo le riunioni plenarie è un lusso difficile da permettersi. Ma bisognerebbe togliere questo pendolarismo dai Trattati e per questo ci vorrebbe l'unanimità degli Stati. Mai la Francia accetterebbe: sarebbe una lesa maestà alla "grandeur".
Per altro, va detto che Strasburgo, città francese imbevuta di cultura tedesca, è stata un campo di battaglia per secoli, come testimoniato dai cimiteri militari di varie epoche e di diversi eserciti. E dunque dal punto di vista simbolico è più significativa di Bruxelles, che oggi è comunque senza discussioni la capitale europea, anche se non si se resterà capitale del Belgio, perché ormai i belgi sono ad un pelo dalla separazione fra fiamminghi e valloni e ciò comporterebbe la sparizione e la spartizione del Belgio attuale.
Questa volta sono stato al Parlamento europeo a Strasburgo (a Bruxelles ci vado invece spesso) per presentare ai deputati europei dell'Integruppo che si chiama, a testimonianza di quanti approcci ci siano sin dalla sua intitolazione "for Traditional Minorities, National Communities and Languages", il rapporto da me proposto e di cui sono stato relatore, approvato dal "Comitato delle Regioni", sulle minoranze linguistiche storiche in Europa. Naturalmente presentato e discusso in francese, com'è consentito fare.
Non torno più sopra i contenuti, avendolo già fatto più volte. Mi fa piacere che abbia creato interesse e consensi e anche dibattito. Penso che sia positivo anche per la Valle d'Aosta e non solo per me che, pur piccoli come siamo, ci venga riconosciuto un ruolo più grande della nostra dimensione in questo contesto europeo.

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