September 2011

Povero grembiulino

Scolari degli anni '60 con il loro grembiulinoMi raccontano che in un asilo della bassa Valle si è detto basta all'obbligo per i bambini di indossare i grembiulini. Due le versioni sul perché di questa scelta controcorrente. La prima dice: frutto di un sondaggio fra genitori. La seconda: proposta degli insegnanti che è stata assecondata da mamme e papà.
La ragione, qualunque sia l'origine, starebbe nell'autonomia dei bimbi, frustrati dal conformismo della "divisa scolastica" nella ricerca di un loro modo di essere.
Sarà vero o sono vittima di uno scherzo? Si tratta, se fosse vero, di un caso isolato o di un fatto diffuso?
Io ho vissuto con il grembiule per tutte le scuole elementari con tanto di pantofole al posto delle scarpe e sono sopravvissuto. Anzi, devo dire che quando guardo le foto di quel tempo trovo che fossimo puliti ed eleganti contro il rischio della competizione da vestiti di marca e dalla voglia di look che primeggino.
Antifona ben capita dai preti che obbligano alla Comunione ad una semplice tunica proprio per evitare la rincorsa all'eleganza ostentata dei genitori pavoni. Poi vogliamo dire - pur capendo che è una considerazione banale - che il grembiulino impedisce che da bambini ci si sporchi come dei maialini?
E invece - chissà se è vero -sono un frutto inconsapevole della frustrazione della mia autonomia. A saperlo!
Sono purtroppo un passatista e in molti Paesi del mondo, specie quelli che sono stati influenzati da un'usanza tipicamente inglese, ho apprezzato la divisa scolastica anche nelle scuole superiori. Per cui direi che non faccio testo e forse, a ben pensarci, ho davvero qualche "tara" da grembiule e non è di conseguenza un caso se ho alternato per anni vestiti grigi e blu nelle mie funzioni istituzionali.
Forse l'unica obiezione convincente - lo dico per dare una buona ragione ai detrattori del grembiule - l'ho sentita da Diego Abatantuono«grembiule nero e fiocco azzurro: per un bambino milanista il primo giorno di scuola è un trauma».

P.S.: il dizionario "L'Etimologico" mi conforta sull'immaginifica origine di grembiule, che ci dovrebbe scaldare il cuore: «grèmbo, la concavità compresa tra le ginocchia e il seno di una persona seduta (per lo più di una donna). La formazione è latina di origine indoeuropea: dal latino grĕmĭu(m), di cui grembio è l'esito toscano. La radice ie germanica "raccogliere riunire" (da cui anche "gregge") si confronta col sanscrito grāmas "gruppo d'uomini, villaggio"».

Trenta candeline per "La Stampa" in Valle

La prima redazione della Stampa di AostaLa "moviola" è sempre esistita: non è affatto un'invenzione televisiva. Il meccanismo ce l'abbiamo nella testa e consente di tornare indietro agli episodi della propria vita, che esattamente come le vecchie immagini registrate appaiono un poco sbiadite e restituiscono in pieno un'atmosfera passata.
Così per i trent'anni dell'edizione valdostana de "La Stampa". Chissà che un giorno, con la giusta dovizia nelle ricerche, qualcuno non si occuperà di riscrivere la storia di quello sparuto gruppo di ragazzi che cominciarono a fare i giornalisti in un momento di trasformazione del giornalismo valdostano.
Con la seconda metà degli anni Settanta nascono e si sviluppano, fra alti e bassi, le radio e le televisioni "private" ed alla fine di quegli anni appare sulla scena - nel dicembre del 1979 - il telegiornale "Rai" nel solco della "Voix de la Vallée".
Gli anni Ottanta vedono la nascita delle pagine locali del quotidiano torinese, affiancandosi nei due anni successivi al giornale che da tempo aveva una pagina locale, "La Gazzetta del Popolo" e che proprio nel 1983 cesserà di esistere, mentre poco dopo nasceva "La Vallée notizie".
La vera fucina dove tutte le "nuove energie" si trovarono, magari vivendo assieme più o meno tempo, fu "Rta - Radio Tele Aosta" dell'impresario edile Giuliano Follioley (oggi ottantenne in grande forma). Ecco perché mi fa sorridere vedere nella foto della redazione de "La Stampa" degli esordi Enrico Martinet, Dario Cresto-Dina (all'epoca "Crestodina") e Beatrice Mosca con Piero Cerati. Eravamo stati assieme, in diversi momenti, in quella televisione privata e allora e negli anni successivi abbiamo vissuto assieme sugli stessi episodi di cronaca e poi me li sono ritrovati – "Bea", ragazza bellissima e sorridente, e "Chicco", cantore stralunato ma meticoloso di storie e pensieri – dall'"altra parte della barricata" nel mio impegno politico (e spesso certi articoli oppure il silenzio tombale sulla mia attività parlamentare mi facevano arrabbiare), mentre Dario spiccava il volo fuori Valle (oggi seguo il suo blog un po' surreale sul sito di "La Repubblica", di cui è vice direttore). Il loro capo, Piero Cerati, appariva come un uomo burbero, ma poi ti accorgevi subito che era un generoso e che giocava un parte che lo faceva persino sorridere da solo.
Così siamo tutti invecchiati nei rispettivi ruoli e nei cambi di attività o di visuale, mentre irrompevano sulla scena nuovi colleghi che seguivano la strada di noi "decani". Oggi la squadra de "La Stampa" è piena di giovani e alcune vecchie glorie non mollano il tiro. A dirigere c’è un valdostano "di confine", Stefano Sergi.
La prima volta che l'ho incontrato era un ragazzino che faceva autostop a Gaby. Io, caricatolo sulla macchina, ero convinto che fosse venuto a seguire il mio comizio e gli chiedevo dei commenti. Lui in verità era salito nella vallata per portare una ragazza in camporella e rientrava a Pont-Saint-Martin non c'entrando un fico secco con la serata politica, ma non me lo disse. Beata gioventù!

Quel terribile logoramento

Io con Sergio Soave a BruxellesAnche il più convinto antieuropeista credo che di questi tempi debba riconoscere che, senza il quadro di protezione comunitario dovuto all'appartenenza all'euro e non solo, l'Italia sarebbe andata in bancarotta. L'aspetto curioso sta nel fatto che, mentre diventa evidente come il cammino del processo d'integrazione europea sia facilmente misurabile da questi fatti, le questioni più propriamente politiche del futuro dell'Unione europea hanno raggiunto in Italia il punto più basso e forse mai come in questi mesi il nostro Governo è stato estromesso da ogni decisione strategica.
Come valdostano, se dovessi avere una bacchetta magica, cambierei profondamente le geometrie istituzionali che si sono concretizzate dal dopoguerra ad oggi e lo farei nel nome di quel federalismo che tutti invocano e pochi praticano, simile alla spruzzatina di prezzemolo che ormai molti usano per rifinire i piatti cucinati. Come politico che da oltre dieci anni considera l'Europa la sua seconda casa, devo lavorare nel quadro esistente, augurandomi che lo si possa modificare, ma anche con il pragmatismo connesso alla politica.
Per questo - ne discuto sempre con l'esponente del Partito Democratico Sergio Soave, mio collega al "Comitato delle Regioni", che mai dimentica il suo lavoro di professore di Storia contemporanea - bisogna con distacco constatare come, purtroppo e non sempre a ragione, si tende a trasformare in folklore l'attuale ruolo politico dell'Italia. Anche con tratti francamente sgradevoli e forse eccessivi, Silvio Berlusconi "è" l'Italia di oggi e tutti gli schieramenti politici europei - anche quelli dove siedono i pidiellini in Europa - hanno una pessima opinione di lui e dunque dell'Italia "politica". Questa "personalizzazione" potrà non piacerci e prescinde dalle divisioni della nostra politica, ma esiste ed è evidentissima e ci nuoce gravemente. Anche per questo voltare pagina è indispensabile, perché l'attuale situazione di terribile logoramento, anche sullo scenario europeo, non potrà reggere a lungo.

La buffonata delle Province

Il raduno della Lega al MonvisoLa mia tesi sulle soppressione delle Province è nota, rifacendomi a quelle osservazioni sulla loro inutilità del grande federalista Luigi Einaudi, economista e politico che "capiva" i valdostani anche perché fiero delle sue origini montanare nell'occitana Val Maira.
Per cui, coerentemente, nell'ultima manovra economica, nella quale i sacrifici richiesti alle autonomie speciali sono iniqui e violano lo Statuto e le norme d'attuazione sul riparto fiscale, vedevo - come su di una tomba del buonsenso - un solo lumino acceso: l'abolizione di alcune Province (ne approfitto per confermare che nell'elenco al Consiglio dei Ministri figurava anche la provincia di Aosta, soppressa nel 1945!), come premessa alla loro definitiva soppressione. E poi, come un coup de théatre, il Governo decise, in uno dei radicali cambiamenti della manovra, la fine definitiva, approvando una norma costituzionale.
Leggendola si capisce che siamo ormai un Paese da operetta, in cui l'"effetto annuncio" - specie da parte leghista in remote feste di partito in paesini della bergamasca a dimostrazione di un "celodurismo" ormai da "viagra" - si ammoscia nel compromesso «per non far arrabbiare i nostri».
Per cui le Province nella proposta costituzionale, un'autentica buffonata, muoiono per risorgere come ente intermedio con legge regionale con il rischio persino che alla fine le Province aumenteranno di numero. In "Padania", in onore dei longobardi, potrebbero chiamarle "ducati" o "gastaldati" (lo dico per ridere ma potrei essere superato dalla realtà).
Occasione perduta che mostra come il tramonto di questa fase storica è di una lentezza terribile e si accompagna a fatti e misfatti che non finiscono mai di stupire. Con o senza le intercettazioni telefoniche.

Firmare contro il Porcellum

Un momento della raccolta di firme contro la legge 'Porcellum'Andrò a firmare in favore delle due proposte referendarie per l'abolizione della legge elettorale nota come "Porcellum", attualmente in vigore per l'elezione del Parlamento.
Per essere chiari: si tratta della numero 270 del 21 dicembre 2005, ideata dal ministro Roberto Calderoli, che successivamente la definì - con la sua consueta eleganza verbale - «una porcata» (per questo il politologo Giovanni Sartori usò la definizione "Porcellum", oggi in voga).
Questa legge, voluta fortemente da Silvio Berlusconi, sostituì le leggi 276 e 277 del 1993 (cosiddetto "Mattarellum"), che per i tre quarti degli eletti alla Camera prevedeva un sistema di elezione per circoscrizioni e collegi elettorali, simile a quello che si usa in Valle per eleggere deputato e senatore. Mentre il nuovo sistema è un proporzionale corretto, con logica di coalizione e premio di maggioranza, prevedendo l'elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi, senza la possibilità di indicare preferenze perché la lista è bloccata.
In sostanza i partiti decidono le candidature e gli eletti, usano i parlamentari come marionette e i cittadini non possono scegliere e poi non sanno neppure chi li rappresenta. Tutto ciò ha accelerato la deriva delle istituzioni italiane, oggi davvero in fondo all'abisso.
E' vero che né la legge attuale né quella che tornerebbe in vigore se l'altra fosse abrogata "toccano" il nostro sistema uninominale e avendo seguito il "Mattarellum" devo dirvi che evitai brutte sorprese grazie al nostro Statuto, che parla di "circoscrizione elettorale" per le elezioni politiche, garantendoci un deputato e un senatore.
Ma, anche se non ci tocca, è bene firmare come elemento concreto per cambiare e assieme simbolico per compartecipare a un cambiamento. Oggi tanto si parla di una situazione di degrado della politica e questa legge ci ha messo del suo. Ritornare a una maggior vicinanza elettore-eletto è un elemento da non sottovalutare.

Nebbia in Val Padana

Bossi e Calderoli alla festa dei popoli padani di VeneziaLa Lega non la capisco più, e lo dico avendola vista svilupparsi e avendo sempre nutrito un grande rispetto per un partito davvero popolare, nato e cresciuto seguendo idee federaliste, il cui "incipit" è legato, com'è noto ad ispirazioni iniziali che Umberto Bossi ebbe dalla conoscenza con il valdostano Bruno Salvadori, morto prematuramente sette anni prima che il Senatùr entrasse per la prima volta a Palazzo Madama.
Capisco bene che ogni partito, specie un partito territoriale di raccolta, debba essere in parte "di lotta" e in parte "di governo". Anche io nella mia attività politica ho seguito la linea dell'UV, movimento che ha "scelto" dalla nascita del 1945 di occuparsi dell'amministrazione e della politica senza mai lasciar perdere idee e valori per il futuro della Valle.
Questo vuol dire presentare progetti di governo e discutere anche, specie con i propri iscritti e simpatizzanti, di identità e di speranze. Esiste un tono nelle istituzioni e un tono da comizio, inutile negarlo.
Ma questi due linguaggi non possono sfociare in un comportamento schizofrenico con due realtà parallele e di certo non convergenti (le "convergenze parallele", un ossimoro attribuito ad Aldo Moro). Capisco che parlare di "secessione", tema che non mi scandalizza ma applicato ad un territorio astratto come la "Padania" appare eccentrico, serve a scaldare i cuori di militanti attoniti per un atteggiamento filoberlusconiano "perinde ac cadaver", cioè con la massima obbedienza.
Ma proprio guardando i comportamenti veri questo "secessionismo" suona come un tentativo di ritrovare una base che, caricata a molla in venticinque anni, si è trovata con una Lega zerbino della destra, vivacchiando di sottogoverno e di piccole vittorie spacciate per trionfi (come lo pseudofederalismo fiscale, oltretutto seppellito dalle manovre finanziarie) e forse il solo Roberto Maroni ha fatto il Ministro dell'Interno come si deve e per altro è l'unico a non avere un Ministero di cartapesta. Per il resto, purtroppo, vedo "molta nebbia in Val Padana".
Si aggiunge, insomma, confusione a confusione e penso che il gorgo della fine del berlusconismo inghiottirà la Lega, se non chiarirà cosa vuole veramente. E lo scrive chi ha sempre pensato e scritto che la Valle non può prescindere da un dialogo costruttivo con la Lega.

Guardando il cielo

Uno scorcio delle montagne dal balcone di casa miaGuardo il cielo e penso alle generazioni precedenti che sotto questo stesso cielo hanno vissuto la loro vita. Non posso neanche lontanamente comparare le difficoltà vissute dalla mia generazione con quelle, in periodi storici diversi, dei miei nonni o dei miei genitori.
Ma questa non può essere una chiave di lettura consolatoria. E' la constatazione che la logica della crescita, dello sviluppo, della "pancia piena" aveva innescato una sorta di speranza che un ambiente confortevole, almeno qui da noi avendo presente dolori e malesseri di una vasta parte del mondo, accompagnasse la nostra vita e quella dei nostri figli.
Sull'onda del "boom economico" e di un percorso lastricato di tanti ottimismi nulla lasciava presagire quanto sta avvenendo e sono stufo di quelli che, gufi silenti al momento buono, oggi predicano che «abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità».
Vien da sorridere a leggere poi che tutto un filone "anticapitalista" pensa oggi di essere vincente. Semmai è giusto – e l'ho scritto in epoca non sospetta – pensare che non di solo "Pil - Prodotto interno lordo" si campa, essendoci questioni immateriali difficilmente misurabili che compongono benessere e felicità. E anche quelle materiali non sempre sono misurabili con l’esattezza derivante dai numeri. Era George Bernard Shaw a dire che «esistono cinque categorie di bugie: la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale».
Comunque sia, questa speranza di una vita in continuo miglioramento si è infranta e oggi chiunque abbia buonsenso osserva lo scenario con evidente preoccupazione per oggi e soprattutto per domani. Non è solo una questione di economia, di difficoltà di lavoro e nel lavoro, direi che è qualche cosa di più profondo, come si trattasse di un sogno infranto, di un contratto stipulato che non viene rispettato.
Per me l'elemento più preoccupante è la crisi della politica e la tentazione ormai evidente di «fare tutta un'erba un fascio» dei politici e della democrazia rappresentativa. Il Novecento ci aveva illustrato, con molti esempi storici, la tragedia del potere incarnato da una persona sola, andando da una gamma di dittature sino alla deriva di scelte presidenzialistiche. Eppure la crisi sembra spingere di nuovo in quell'angolo con tutte le conseguenze del caso.

Capire il da farsi...

L'Italia ha perso un'altra 'A'La notizia arrivata nella notte è così riassumibile: "Standard and Poor's"ha deciso di tagliare il rating sul debito italiano, portandolo da "A+" ad "A". La decisione è almeno in parte una sorpresa, dopo che "Moody's" aveva deciso di tenere sotto osservazione il debito sovrano ancora per un mese.
Brutta botta per l'Italia e le altre società di rating, appunto come Moody's, potrebbero tra breve appesantire il loro giudizio sull'Italia.
Potremmo a lungo discutere su fatti, misfatti e soprattutto interessi di questi "valutatori" che paiono tutt'altro che indipendenti e dietro certe scelte si agitano gli speculatori del mercato finanziario. Ma sino a quando i giudizi erano positivi tutto andava bene e dunque meglio non essere ipocriti.
La sfiducia nel Governo Berlusconi è una delle ragioni indicate dal declassamento e la pervicacia di Silvio Berlusconi nel restare al suo posto, spinto anche da quel suo vasto entourage che cadrà con lui, peggiora la situazione. Ma soprattutto renderà più remota ogni ipotesi di aiuto all'Italia nel complesso mosaico europeo e internazionale.
Visto che in Valle d'Aosta si susseguono le riunioni incentrate sui "costi della politica", con una corsa al ribasso per fare i "piacioni", sarebbe bene ricordare come questo tema sia significativo nel rapporto con gli elettori, ma nella lista delle priorità andrebbe scritta la parolina "crisi". Sarebbe bene cioè capire, al di là dei cospicui tagli alle casse regionali, quali ricadute sul sistema economico e sulle nostre famiglie avrà il continuo peggioramento della situazione italiana e quali misure andranno prese sotto il profilo politico e finanziario. Si chiude un'epoca e se ne apre un'altra.
La "Cassandra" sottoscritta, che non ha mai creduto al tardivo abbraccio fra autonomisti valdostani e Berlusconi e alla promesse di doni e prebende in direzione Aosta (ricordate l'immagine della cornucopia?), aveva sommessamente detto che la situazione economica reale dell'Italia era tenuta nascosta e che la figura e le gesta del Cavaliere non ci avrebbe aiutato in Europa.
Scoprire di avere ragione è scarsamente consolatorio, ma è bene ora capire il da farsi e soprattutto non risolvere lo "tsunami" che ci sta investendo con sufficienza e senza una visione d'insieme. Altrimenti i guai anche da noi si moltiplicheranno.

Un eccesso di feste!

Prendete un mese medio, senza ovviamente rifarsi al mese di agosto quando la vacanza impazza, e verificate quanto i valdostani siano diventati "festaioli".
Ogni Comune piccolo o grande, talvolta con lo zampino della Regione, propone feste, sagre, "rencontre", pranzi, cene, momenti conviviali e avanti con le manifestazioni le più varie, spesso davvero frutto della fantasia di "Pro Loco" e comitati organizzatori.
Ci vorrebbe un sociologo per capire che cosa ci abbia colto in questa voglia collettiva di stare assieme mangiando e bevendo all'infinito e con una varietà di prodotti impressionanti, spesso neppure coincidenti con vere tradizionali locali, come se si trattasse di una forma comunitaria per esorcizzare tempi difficili.

Yak in transito

La spedizione con gli yakNon so dove sia in questo momento in Valle la strana spedizione che è partita dalla Svizzera per raggiungere la Costa Azzurra e che sta attraversando il nostro territorio sino a sabato, quando entrerà in Francia.
Spiega "Le Nouvelliste": "Elles ne sont en route que depuis une semaine sur les six que va durer le périple mais le plus dur est fait, serait-on tenté de dire. Rosula Blanc et Sonja Mathis ont en effet passé le col Collon en compagnie de leurs trois yaks jeudi dernier. Les deux éleveuses sont parties la semaine dernière d'Evolène pour rallier Menton au bord de la Méditerranée, une épopée de 600 kilomètres".
Ecco il passaggio in territorio valdostano: "Elles ont campé à Plan Bertol et ont atteint le plus haut point de leur périple trois heures plus tard. Au col Collon juché à 3.080 mètres, l'expédition a été accueillie par le président de la commune valdôtaine de Bionaz, Armando Chentre, par Candido Joly, seul éleveur de yaks de la vallée, ainsi que par le président du "Tour du Cervin" Roger Anzévui"".
In effetti la passione di Candido è una storia interessante di "importazione" del bovino himalaiano nei nostri pascoli e ricordo che il primo in Europa a portare gli yak sulle Alpi fu l'alpinista Reinhold Messner. Ma torniamo all'articolo con il collega Pascal Fauchère che aggiunge sul "genius loci""L'occasion d'évoquer le caractère mythique de ce lieu emprunté autrefois par les éleveurs, les marchands et autres contrebandiers qui redevient aujourd'hui un trait d'union entre les communautés d'Hérens et de Valpelline".
In effetti è stato uno dei colli di passaggio più importanti, ma questa storia degli yak è del tutto nuova e davvero curiosa!

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri