September 2011

Privacy e realtà

Nicole MinettiQualche anno fa, dopo le elezioni regionali, periodo in cui qualcuno si era divertito con il tam tam sulla mia omosessualità come arma pecoreccia per un dileggio da bar, scrissi su "Le Peuple valdôtain", nel "Calepin" che allora pubblicavo sul giornale unionista, un pezzo garbato in cui ribadivo che, per me, le preferenze sessuali di qualunque essere umano non sono un problema mio ma suo, che però io gay non lo ero mai stato né "strutturalmente" né "occasionalmente".
Per cui, libero ognuno di far quel che voleva della sua vita con il mio massimo rispetto, libero io di chiedere di smetterla con una notizia semplicemente infondata.
L'Ansa - chissà perché - trasformò sua sponte, cioè senza neppure una telefonata all'interessato, il "Calepin" in notizia che finì in nazionale. Questo mi creò una serie di telefonate di colleghi che, incuriositi dalla "non notizia", volevano scriverne ed io ero a Lampedusa in una zona dove il telefono cellulare andava e veniva. Particolarmente insistente fu un cronista de "La Repubblica" e, dopo parecchi minuti di una conversazione difficile per via del segnale, sbottai - sfinito dall'evidente ricerca del mio interlocutore di un particolare piccante - che al limite da giovane potevo essere stato considerato un "figaiolo". Espressione goliardica orrenda, detta per scherzo nel contesto sbagliato, che trovai ovviamente pubblicata sul giornale l'indomani. Colpa della mia stupidità e della mia attitudine ad essere sempre disponibile con i giornalisti, pagandone il conto. Temo faccia bene chi si dimostra irraggiungibile o viene "filtrato" dall'ufficio stampa.
Questa lunga premessa per dire che ribadisco qui che - in linea di principio e sulla base delle mie convinzioni - esiste uno spazio di libertà in certi ambiti. 
Così l'appetito sessuale di Silvio Berlusconi è un fatto suo personale, semmai commentabile con lo stupore di una virilità a dispetto dell'età e di problemi di salute del passato. Buon per lui, come mi ha detto qualche sostenitore del Cavaliere, lasciandomi capire che queste "prestazioni" creano solo invidia.
Spiace rilevare, tuttavia, che quel che emerge in vicende giudiziarie che tornano prepotentemente in primo piano e che si incrociano fra di loro (in cui la «nipote di Mubarak» - nella memoria alla Camera il premier ribadisce che all'epoca credeva davvero che ci fosse questa parentela! - era solo la punta dell'iceberg) è che penchant privato e pubblico si mischiavano pericolosamente (basti pensare alla scelta di alcune "candidate" per elezioni e comparsate televisive) e la "corte dei miracoli" era incredibile. Saranno i giudici a rilevare o meno implicazioni penali, per il resto credo che bellezze vistose, festini, telefonate intercettate, foto, regalini e tutto il campionario faranno fiorire - finito il berlusconismo - una letteratura e una memorialistica minori in cui si ricostruiranno, con retroscena "rosa", tante vicende di questi anni.
Non credo che si dovrà aspettare molto.

Due libri sul rogo del Bianco

I due libri sul rogo del Traforo del Monte BiancoE' strano che nessuno in Valle d'Aosta abbia scritto della terribile tragedia del traforo del Monte Bianco del marzo del 1999 con il suo bilancio luttuoso di 39 morti.
Racconta, invece, "L'Express", ma si trovano sul Web ampio materiale illustrativo e anche delle recensioni, di due libri recenti usciti in Francia.
Il primo volume, che sembra essere meno realistico e più poetico, viene così descritto: «Le récit de Fabio Viscogliosi, "Mont Blanc", revient dans la galerie de onze kilomètres. On ignore ce qui a réellement déclenché l'incendie, explique Viscogliosi : "Peut-être un mégot de cigarillo qui se serait glissé dans le filtre à air, les avis d'experts divergent." Outre le semi-remorque, rappelle-t-il, on dénombra les carcasses métalliques de vingt-cinq véhicules.
Les parents de l'écrivain, chanteur et dessinateur, ont eu le malheur de passer là au mauvais moment. Bloqués, ils ont parcouru cinq cent trente mètres à pied avant de succomber. De mourir "en amoureux, main dans la main, ou presque, saisis sur le vif".
Fabio Viscogliosi a cherché "les liens invisibles qui nouent les choses les unes aux autres". Dans un texte poignant et étonnant, il parle comme personne de la perte et de la mélancolie. Mais aussi de la pluie, de la musique de Kraftwerk ou d'un voyage en train avec Borges»
.
Il secondo, che sembra essere maggiormente realistico, è così raccontato: «Le premier roman d'Eric Sommier, "Dix", prend quant à lui le parti de la fiction pour raconter un drame bien réel et faire évoluer ses involontaires protagonistes. Lucio, son héros, est surnommé "l'Epée". Agé de trente-six ans en 1999, il patrouille pour le compte de la société italienne chargée de la gestion du tunnel - qu'il met 12 minutes 40 à traverser à moto s'il n'est pas retardé -, surveille le trafic et porte assistance aux usagers en cas de besoin.
Le jeune romancier décrit le début de la catastrophe, son déroulement. Il montre un chauffeur qui abandonne son camion et se met à courir, "droit devant lui, en direction de l'Italie". Et surtout un Lucio qui va sauver dix personnes avant de perdre la vie, de glisser "lentement vers l'oubli"».

Si tratta, insomma, della storia di Lucio "Spadino" Tinazzi. Certo - e vale a maggior ragione e su numeri molto più grandi per l'attentato delle "Torri Gemelle" di dieci anni fa - è incredibile come la vita delle persone si incroci talvolta, per elementi insondabili, nel meccanismo dell'esistenza umana, con drammi che sono appuntamenti con la morte.

Dieci anni fa

Il libro di Richard Labévière sugli attentati dell'11 settembre 2001Il pomeriggio dell'11 settembre di dieci anni fa ero nel mio ufficio al Parlamento europeo a Bruxelles. Con il mio assistente parlamentate, Davide Donati, guardammo la diretta televisiva della "Cnn", inorriditi dal susseguirsi degli avvenimenti delle "Torri Gemelle", mentre attorno a noi il palazzo si vuotava per un'ondata di panico per la notizia - che giudicammo ridicola - che anche la sede del Parlamento europeo potesse far parte di una catena d'attentati.
Furono giorni interessanti vissuti in quel crogiolo culturale e politico delle istituzioni europee, che consentiva una visione d'insieme altrimenti difficile da raccogliere.
Oggi, dopo un decennio, quei fatti vengono rievocati e commentati. Io vorrei farlo segnalando - non diventerò, state tranquilli, una rubrica libraria! - il libro del giornalista Richard Labévière , "Vérités et mythologies du 11 septembre", delle "Editions nouveau monde". L'inchiesta, che ovviamente non riecheggia affatto quel filone ridicolo complottista e negazionista degli avvenimenti, serve a capire alcune cose.
La prima: quale fu il contesto internazionale in cui maturò l'attentato con il ruolo da finanziatori di ambienti dell'Arabia Saudita, Paese che pure è legato dal dopoguerra agli Stati Uniti per via del petrolio. La seconda: la modestia della figura di Osama Bin Laden assurto a "mostro numero uno" per il suo ruolo in "Al Qaeda", ma più che un ideologo e stratega appare come un finanziatore dal carattere moscio. La terza: i rischi che i terroristi colpissero negli Stati Uniti esisteva ed era ben noto, ma ci furono errori grossolani da parte dei "servizi" che potevano prevenire. La quarta: il pregio del libro è quello di arrivare sino ai giorni nostri, sino all'azione in cui Bin Laden è stato ucciso, con un'occhiata al futuro del terrorismo islamico e con attenzione all'influenza dell'estremismo religioso sulla "primavera araba" (compresa la Libia) su cui l'autore nutre un evidente pessimismo rispetto a certi entusiasmi, ricordando che la prima situazione da risolvere per togliere acqua ai pesci del terrorismo è la "questione palestinese".
Ma quel che Labévière segnala con dovizia di analisi è il rischio reale che l'11 settembre ci sia un attentato "rievocatore" della tragedia di dieci anni fa, vedendolo inserito l'episodio, più che in una macchinazione simile a quella di allora, in un attentato di un singolo o di poche persone che agiscano come detonatori della violenza.
Facciamo le corna.

Chiedete a Nostradamus

Più di una sfera nel sostro futuroQualcuno, dopo diverse rivelazioni su andirivieni e movimenti più o meno strani nella Giunta regionale, mi chiede lumi su possibili verità.
Purtroppo non so cosa dire e, mi spiace, ma non è legata a promesse di riservatezza ma all'ignoranza degli scenari disegnati, invece, con realismo e dovizia di particolari.
Magari è una balla colossale oppure è ancora qualche cosa di esoterico, una sorta di segreto per ora riservato solo agli iniziati chiusi in qualche "conclave" (o "cabina di regia" che dir si voglia) e solo a qualche ora dalla decisione sarà reso noto agli altri, comuni mortali, me compreso.
Qualche dubbio su possibili movimenti viene dalla lettura di una quartina di Nostradamus, vale a dire quel Michel de Notre-Dame o Miquèl de Nostradama, astrologo del Cinquecento che nelle sue centurie ha previsto il futuro e al quale si fa riferimento quando bisogna interpretare alcune vicende come questa in itinere.
Sul periodo politico attuale in Valle d'Aosta parrebbe esistere questo brano:
"Alla rivoluzione del grande numero della decisione   
Apparirà ai tempi dei giochi del grande Arco
Dentro la valle del celebre graal
Coloro che entrano saranno nelle sue grazie"
.

Che si tratti della Valle d'Aosta starebbe tutto nel riferimento al graal (la grolla), mentre il grande Arco sarebbe quello di Augusto di ieri e di oggi e quindi solo da lui, come si evince dalla centuria, dipenderebbe la scelta e la decisione parrebbe a vantaggio di chi è "nelle sue grazie".
Non tutti gli interpreti del celebre provenzale sono d'accordo fra loro, anzi alcuni dicono che più semplicemente la centuria annunciava l'ingresso del Popolo della Libertà nella maggioranza regionale e la bontà della previsione sta nel fatto che solo pochi anni fa il fatto sarebbe stato considerato stupefacente.

Non è solo un problema di definizione

Un indiano al lavoro sul 'Grana Padano' nella foto di Samuele Pellecchia pubblicata sull'Herald TribuneL'International Herald Tribune ha dedicato un reportage, richiamato in prima pagina, al mondo contadino della provincia di Cremona, raccontando come il lavoro degli immigrati indiani del Punjab, per lo più Sikh, abbia permesso all'industria casearia - in particolare al "Grana Padano" - di sopravvivere. In Italia, nel settore agricolo, il quaranta per cento degli addetti sono stranieri in lavori per i quali, pur con disoccupazione crescente, gli italiani non sono più disponibili per orari e fatica.
La stessa cosa vale anche per la Valle d'Aosta, dove - specie in alpeggio - la percentuale di extracomunitari è elevatissima, compresi i casari-fruitiers e senza di loro il settore e pure la catena di apprendimento di antiche conoscenze della lavorazione del latte si fermerebbe.
E' la realtà con cui confrontarsi e non esiste alternativa a meccanismi d'integrazione perché il multiculturalismo in Europa ha mostrato tutti i suoi limiti in società come quelle inglese e francese.
Pare che un prima problema sia linguistico, dopo che il Procuratore di Savona, Francantonio Granero, ha inviato alle Forze dell'ordine una circolare con l'invito a non usare più il termine, che suonerebbe discriminatorio, di "extracomunitario" a favore di "cittadino straniero". In Questura hanno risposto indirettamente proponendo, per distinguere bene i cittadini europei dagli "stranieri", la parola "extraunionisti", immagino tradotto dall'anglicismo "non EU citizen".
Esaurito questo problema di definizione, resta la sostanza.

Suona la campanella

Un'antica campanellaQuanti sono esattamente i giorni dal "primo giorno di scuola"? Per me, che non sono andato all'asilo, direi in sequenza: prima elementare, prima media, quarta ginnasio e primo giorno di Università.
Come i gradini di una scala, sono queste le tappe che mi hanno accompagnato lungo la strada della vita, dando quel senso della prima volta di fronte alla scuola.
Certo è un "salto", che quest'anno spetta anche a mia figlia Eugénie, iscritta - ed è un'emozione per suo papà - al primo anno del Classico "bilingue" di Aosta. Si tratta di un momento, come un rito d'iniziazione, della crescita verso l'età adulta. Loro crescono e noi genitori invecchiamo! Fugit irreparabile tempus!
E confesso che oggi, a veder sciamare bambini e ragazzi verso le loro scuole, mi si stringe il cuore, sono contento per loro e vorrei che non perdessero neppure un briciola di questi ricordi che poi rischiano di essere spazzati via facilmente dalla furia della vita. 
Per meglio spiegarmi: l'altro giorno, in un'intervista, Francesca Soro mi ha chiesto se fossi "melanconico". Avendo escluso il significato "medico" del termine che definisce una nevrosi piuttosto autodistruttiva, ho pensato - prima di rispondere - che si rifacesse al significato letterario del termine, che un dizionario francese, sotto "mélancolie", così sintetizza: "Sentiment d'une tristesse vague et douce, dans laquelle on se complaît, et qui favorise la rêverie désenchantée et la méditation".
Ho risposto di «no» senza alcun dubbio. 
Il ricordo del passato non è mai per me motivo di tristezza e men che meno di rimpianto. E' un "vissuto" che amo e spiega quel sono oggi con pregi e difetti. Ognuno è in parte la costruzione derivante dalle proprie esperienze.
Mi fa, semmai, tenerezza quando mi raccontano che in prima elementare, il primo giorno di scuola, non mi capacitassi dell'obbligo di stare a scuola, quando a casa stavo benissimo! Non posso che provare simpatia per quel bambino che ero e che si limitava ad esprimere, facendosi pure venire il mal di pancia, quel che sentiva il primo giorno di scuola.

"Une langue est un logique"

Gli stand presenti sotto i portici del Municipio di Aosta durante il Festival des peuples minoritairesMi ha fatto piacere parlare di diritto delle minoranze linguistiche al "Festival des Peuples frères", che si è concluso sabato ad Aosta.
Per me è stata un'occasione interessante, perché sono convinto che ogni lingua, anche se parlata da una comunità minuscola, sia una ricchezza per l'umanità. Con Émile Zola: «Une langue est une logique». E' bello pensare, dunque, come ogni lingua rifletta mentalità, costumi, adesione al territorio e senso di appartenenza.
Il binario è fatto di due rotaie. La prima è la coscienza dei propri diritti e dei propri doveri, frutto necessariamente di conoscenza e di meccanismi di formazione. Questo vuol dire aver sapere delle diversità che derivano dalla taglia della comunità, dalla coscienza politica, dalla vitalità culturale, dagli interlocutori statali. 
La seconda rotaia è fatta dalla diversità culturale: una ricchezza che va praticata e questo può avvenire fra minoranze conoscendosi meglio. Solo in Europa siamo di fronte ad un "reticolo" ricchissimo, complementare alla tradizionale Europa degli Stati.
Vale ovviamente l'applicazione del principio di sussidiarietà: dall'impegno personale sino al ruolo delle organizzazioni internazionali.
Importante è il livello europeo, cui spetta un meccanismo di riconoscimento-tutela derivante dai Trattati, che dovrebbe essere oggetto di una direttiva europea che fissi alcuni principi cardine a beneficio delle legislazioni statali e regionali.
Se in futuro la Commissione europea nicchierà, allora basterà che sette cittadini europei, ciascuno appartenente ad un diverso Stato membro, si facciano promotori di una bozza di direttiva, attraverso l'"initiative citoyenne", raccogliendo un minimo di un milione di firme in un quarto dei Paesi dell'Unione. Un numero assolutamente alla portata delle minoranze europee per imporre una scelta all'Europa.

La politica è mobile

L’esito delle elezioni va sempre rispettato. L’ho sempre pensato tutte le volte che mi sono candidato e sono stato eletto ed ormai si avvicinano i venticinque anni di carriera politica, per mia fortuna cominciati presto.
Ecco perché quando in Italia ha vinto Silvio Berlusconi, che aveva molti elementi per non piacermi, l’ho sempre considerato un interlocutore. L’inizio non fu brillante quando lo incontrai la prima volta: mi pareva che più che ascoltare si guardasse la punta e la pulizia delle sue scarpe, che notai essere dotate di un robusto rialzo.
L'ho poi incontrato altre volte nella mia carriera politica, ricavandone l'idea che la Valle d'Aosta non gli interessasse in una logica da "contabilità aziendale": pochi voti, scarso interesse.
Credo che sia la stessa ragione per la quale veniva in Valle quando era al vertice delle sue televisioni e del colosso "Publitalia" con incontri a Saint-Vincent, ma come politico non si è mai visto in una visita ufficiale, attenendosi ad una sorta di proporzionalismo del suo interesse.

Naso lungo

Il classico Pinocchio di Walt Disney insieme all'immancabile Grillo ParlanteIl blog sfugge, per sua natura, alle classificazioni.
Non è un giornale, certo non si tratta di "stampa di partito" e non è neppure memorialistica e la "pamphlettistica" ha altro respiro.
Si tratta di una sorta di diario a cielo aperto, che consente una garbata interlocuzione, ma nel salotto di casa di qualcuno – credo giustamente – i modi sono felpati.
Ci pensavo quando ho scoperto che per alcuni esponenti politici i miei "post" – modesto contributo alla quotidianità per i frequentatori del mio sito – sono un "problema politico", perché non sempre corrispondono alla "linea".
Linea politica, immagino, perché la linea è plurima: va dalla frontiera al campo di calcio, dall'ombra alla luce, dal palmo della mano alla geometria, può essere legata alla moda e riguardare il combattimento, è ferroviaria o dei pullman, vale per il telefono e per l’elettricità, può riguardare la parentela o misurare la febbre.
Io trovo, tutto sommato, che la libertà d’espressione è una bella cosa e mi spiace sinceramente se «capisco ma non mi adeguo» per un fastidio naturale ai "diktat". La libertà contraddice, per sua natura, il nido accogliente o la prigione grigia di «chi vuole pensare per te» ed evita che i neuroni finiscano per anchilosarsi, essendo la ginnastica mentale un esercizio utile per il cervello.
La sincerità è una rottura di scatole o, come diceva caustico Leo Longanesi, «una forma d'espressione primitiva. Invidio perciò la "modernità" dei bugiardi, quelli ai quali anche quando dici qualche cosa di sgradevole, che li dovrebbe fare inca**are, «prendono e portano a casa». Come un punching ball assorbono qualunque cazzotto e ti danno pure ragione. E tu, nel girargli intorno per menarli dialetticamente, ti stanchi, mentre loro no – geneticamente bugiardi – sono freschi come delle rose.
Loro non scrivono.
Mai.
E ti resta il rimpianto che il naso di Pinocchio non sia stato niente altro che una finzione letteraria (la Fata nel capitolo 17: «vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso lungo»).

L'addio a Bonatti

Walter Bonatti con Kay Rush, presentatrice degli ultimi 'Piolets d'or'Guardavo ancora poco fa le immagini dell'ultimo "Piolet d'Or" con un Walter Bonatti ottantenne con una vigoria fisica e un sorriso impensabili per un uomo della sua età. Sembra incredibile che questo grande alpinista, diventato poi nella sua seconda vita fotografo di grande qualità per una serie straordinaria di reportage d'avventura per l'ormai scomparso settimanale "Epoca", sia morto.
Questa sera negli spazi televisivi di "RAI VdA" manderemo in onda un programma realizzato nel 1998 da Carlo A. Rossi, in cui viene disegnato un ritratto di Bonatti un uomo dal carattere difficile, direi permaloso, che anche in Valle ha diviso il mondo fra odio e amore per il suo carattere franco e spigoloso.
Fra il 1949 e il 1965, quando a 35 anni lascia di fatto l'alpinismo estremo, le sue salite diventano memorabili. A creare il "personaggio" ci pensa anche l'attenzione che radio e televisione, quest'ultima nascente, gli dimostrano per la sua capacità dialettica e il tratto un po' guascone. Una caratterizzazione che a Bonatti piace e che gli servirà anche nel giornalismo in giro per il mondo.
Negli ultimi anni diverse occasioni erano servite per stemperare molte polemiche, quella famosissima sul K2, con il "CAI" che dopo un'inchiesta vera e propria riconobbe il suo ruolo e i torti subiti durante la scalata della seconda vetta del mondo, ma anche il difficile rapporto con le guide alpine (restituì il suo libretto di guida non a caso nel 1964), specie con i colleghi di Courmayeur, per nulla teneri nel commentare alcune sue imprese sul Monte Bianco.
Ora il velo della storia si posa sulle spoglie mortali di un'eroe della montagna, cui va il riconoscimento di "grande" senza "se" e senza "ma".
La storia dell'alpinismo ha ormai deliberato di questa sua grandezza in parte vissuta e realizzata sulle nostre montagne.

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