July 2011

Una disputa europea sul Bianco

Il Monte BiancoIl mio amico parlamentare europeo Niccolò Rinaldi, che è un buon alpinista che di recente è salito sul Monte Bianco, dopo la sua performance, ha deciso di porre un problema politico in un'interrogazione scritta rivolta alla Commissione europea.
Scrive Rinaldi: "La vetta del Monte Bianco è ancora oggetto di un conflitto tra Italia e Francia su a chi appartenga questa vetta. Secondo l'Italia, il confine fra i due Stati passa sul crinale della vetta, in virtù del trattato bilaterale del 1861, sospeso solo temporaneamente durante la seconda guerra mondiale. Secondo la Francia, non solo la vetta ma anche l'intero colle sommitale, fa parte del territorio francese".
In un'interrogazione parlamentare che presentai sul tema alla Camera nel 1999, il sottosegretario agli Affari esteri Umberto Ranieri rispondeva che il problema non appariva ancora risolto, anche se veniva specificato che «nessuno vuole trasformare questo problema in una disputa territoriale anacronistica» e che «l'ambiente dei lavori in seno alla Commissione mista è estremamente amicale ed ispirata dalla massima volontà di collaborazione reciproca».
In realtà ogni sforzo di trovare una mediazione, che si scoprì non riguardare solo la vetta, è finita con un nulla di fatto a livello diplomatico e dunque fa bene oggi Rinaldi a chiedere che cosa ne pensi l'Unione europea, sapendo che in effetti ormai - in una logica europeistica - certe dispute territoriali sono insensate, ma sapere chi è responsabile di cosa non è banale, come può essere nelle diverse materie di protezione civile.
Ora leggeremo la risposta dell'Europa, possibile ago della bilancia della disputa fra i due Stati. Io, dalla lettura dei Trattati e dallo sguardo alle carte (grazie allo straordinario lavoro di Laura e Giorgio Aliprandi), penso che la vetta sia valdostana (pardon, italiana).

Il dolore dei norvegesi

La devastazione ad OsloUn attentato e una strage, concatenati in una feroce logica omicida contro persone inermi, sconvolgono la Norvegia e riempiono le televisioni di immagini drammatiche, che nulla hanno a che fare con l'immagine stereotipata di questo Regno scandinavo tranquillo ed accogliente. 
Geograficamente è un grande Paese (più esteso dell'Italia), ma ha più o meno gli stessi abitanti del Piemonte. Dunque una comunità piccola che è stata colpita da una tragedia impensabile, di cui ancora restano confuse ragioni e responsabilità.
Scriverne qui è solo per dare il senso di partecipazione, ma anche per indicare il fatto sconcertante e assieme banale di come nessuno sia, in questo nostro mondo, al riparo dalla follia singola o organizzata.
Se poi si colpisce Oslo, sede storica del "premio Nobel per la Pace", allora le immagini di morte e distruzione, opposte all'ordine e alla compostezza cui si associa un popolo come quello norvegese, assumono una caratteristica di ammonimento su come oggi l'orrore possa bussare alla porta. Neppure i norvegesi lassù sul mappamondo, fieri della loro specificità (non sono nell'Unione europea) e che, ritrovatisi ricchi con il petrolio, hanno reagito come doveva fare una piccola democrazia: rendere più solido lo Stato sociale e non buttare via i "soldi facili", come fanno certi popoli "cicala" rispetto ad un popolo "formica".

Buttare via la vita

Amy WinehouseOgni generazione ha una sua "colonna sonora": la mia era fatta dall'uso fino allo sfinimento di dischi in vinile e cassettine e dall'ascolto di radio straniere che trasmettevano le novità.
Oggi la musica la comperi o l'ascolti in un batter di ciglia con la scelta in un repertorio immenso e le radio ti entrano in casa via Internet da tutto il mondo.
Il rock era una delle chiavi di lettura della vita e i "cattivi maestri" erano tanti a farci credere che la realtà non bastasse e che solo l'uso delle "sostanze" consentisse di vivere una vita diversa. Molti amici creduloni ci hanno lasciato le piume.
Alcuni "artisti maledetti" hanno fatto la stessa fine, come Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison e - nello stesso filone e con analoghe trasgressioni - ieri è morta (anche lei, come loro, a soli 27 anni!) la talentuosa Amy Winehouse.
Dall'osservatorio dei miei ragazzi, gli adolescenti di oggi, che pure hanno tutte le loro fragilità e su cui aleggiano tanti rischi, mi sembrano disincantati e severi verso chi, come la Winehouse, ha buttato via la sua vita.

Una sfida a colpi di menu

Trattorie e ristoranti in garaC'è stata anzitutto la selezione di alcuni ristoranti valdostani, posti in ordine alfabetico: "Ad Gallias" (Bard); "Café Quinson Vieux Bistrot" (Morgex); "Hotel Hermitage La Chandelle" (Cervinia); "La Clusaz" (Gignod); "Le Grenier" (Saint-Vincent); "Le Petit Restaurant Hotel Bellevue" (Cogne); "Vecchio Ristoro" (Aosta); "Village La Cassolette" (La Salle).
Così Fabrizio Favre sul suo sito impresavda ripropone, con questi competitori elencati, un concorso già presentato lo scorso anno (a vincere fu "Le Grenier", cui è stato assegnato il "forchettone di legno") e che vede quest'anno uno scontro gastronomico assai interessante. Non è facile scegliere chi votare fra queste eccellenze, che negli anni ho avuto il piacere di provare. Ogni ristorante ha una sua spiccata personalità a seconda dello chef e dell'ambiente del locale.
Favre raddoppia con la nuova categoria "trattoria", che vede in competizione: "Al Caminetto" (Saint-Pierre); "Baita Ermitage" (Courmayeur); "Bar à fromage" (Cogne); "La Maison Rosset" (Nus); "Lo Grand Baou" (Avise). Una sfida, anche in questo caso, per nulla scontata.
Chi ha preferenze da esprimere può farlo ancora per un mesetto. Resta da chiedersi dove vada la cucina valdostana fra tradizione e rinnovamento, fra uso di prodotti locali e incursioni di prodotti importati, fra chef valdostani e cuochi provenienti da fuori. Il sondaggio di Favre immagino serva proprio a questo: uno stato della situazione annuale della ristorazione della Valle.

No agli alpini in Val di Susa

Due alpini che manifestano in Val di SusaLa prima volta che avevo letto del possibile uso degli alpini "a difesa" dei cantieri della "Tav" in Val di Susa era stato, a inizio luglio, su "Europa", giornale del Partito Democratico.
Rispondendo ad un lettore, all'inizio di luglio, il condirettore Federico Orlando condivideva l'idea di un uso degli Alpini e plaudiva di conseguenza, pochi giorni fa, all'avvenuta scelta di schierare un centinaio di "penne nere" con relativi mezzi a Chiomonte, dove si stanno effettuando i sondaggi.
Alcuni alpini in congedo della zona, con ulteriore polemica dell'Associazione nazionale alpini, a sostegno dello spiegamento di forze, avevano annunciato la loro contrarietà a questa scelta, essendo sfavorevoli alla nuova direttrice ferroviaria.
Anche se ritengo le proteste dei valsusini (quelle dei violenti dei centri sociali vanno semplicemente represse) legittime ma di certo tardive perché ormai l'opera non si può più fermare, non capisco perché a fianco di Carabinieri, Polizia, Guardia di finanza e Forestali dello Stato si siano dovuti schierare proprio gli alpini, che hanno radici profonde in Val di Susa e andavano tenuti distanti da problemi di ordine pubblico.
Se proprio si voleva avere sullo scenario l'Esercito, non si sarebbero dovuti scegliere gli Alpini che già soffrono ormai, con la caduta della leva obbligatoria e con la professionalizzazione, di un serio problema di sradicamento dalla tradizionale realtà alpina e questa scelta di schierarli sul territorio valsusino accentuerà il fossato.

Dati certi

Una turista entra al nuovo office du tourisme di AostaImmaginate un medico di fronte al proprio paziente privo di elementari dispositivi diagnostici. Sarebbe ovviamente in difficoltà. E' quel che capita da sempre per il turismo valdostano, che è la principale attività economica in Valle.
Tutti i dati statistici, compresi i "classici" presenze e arrivi, transitano attraverso cifre che vengono elaborate "ex post" rispetto alla stagione turistica in atto e per questo, come un'eco successiva, leggiamo l'andamento parecchio dopo. Quando - diciamocelo francamente - l'interesse di sapere le cose è scemato.
Personalmente, quando mi sono occupato di questo settore e dovevo riferirmi più a percezioni che a fatti reali quando mi si chiedeva «Come va la stagione?», avevo provato a far elaborare un sistema istantaneo di rilevamento basato su dati certi come il consumo di energia elettrica e di acqua o ai rifiuti movimentati nelle diverse zone. Mentre per il turismo pendolare i dati nei passaggi autostradali, ormai storicizzati, sono un termometro interessante della "febbre turistica".
Ottenuta la formuletta, poi resta il problema di alimentare i dati e lì ci si ferma.
Quale sarebbe l'utilità di questo o di altri metodi possibili, specie nell'epoca della rapidità informatica? Evitare di inseguire giudizi e pregiudizi che si formano. Per esempio quest'anno i mugugni sulla stagione estiva salgono fino al cielo, ma ognuno offre valutazioni che sono soggettive e come tali non sistematiche.

Il federalismo di cartapesta

Le insegne dei ministeri davanti alla Villa Reale di MonzaBene ha fatto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a chiedere informazioni su questa storia dei Ministeri al Nord. Il folklore anche in politica ci sta, ma anzitutto ci sono le istituzioni e bisogna distinguerle dai "desiderata" dei partiti politici, in questo caso della Lega (pare che sui muri degli "sportelli", oltre alla foto del Capo dello Stato, ci fossero ritratti di Bossi...).
Dove sbaglia la Lega? Facile a dirsi: un federalista, come ho avuto modo di scrivere, i Ministeri li vuole chiudere e non aprire perché vuole che poteri e competenze vadano alle Regioni, sottraendoli allo Stato.
Oltretutto la presenza a Monza (!) all'apertura degli "ufficetti decentrati" del Ministro del Turismo, Michela Brambilla, rendeva ridicola la cerimonia, essendo quel Ministero stato soppresso con un referendum voluto dalle Regioni (compresa la nostra) e riapparso per accontentare i desideri ministeriali della signora.
Detto questo, completamente diverso sarebbe un disegno di delocalizzazione dei Ministeri, chiudendo le sedi romane, ma non è il caso in esame. Per altro, la Lega ha approvato la logica di "Roma Capitale" con l'apposita leggina applicativa della riforma costituzionale (sulla quale il mio voto fu negativo alla Camera) e dunque oggi non c'è da piangere, visto che la "particolarità" di Roma è stata accettata e condivisa, aggiungendo qualche cosa che i "padri costituenti" non avevano voluto scrivere, dopo la retorica fascista su Roma.

La centralità del lavoro

Il problema del lavoro resta un argomento centrale in questo periodo di crisi.
Sino a qualche anno fa, il tema era soprattutto quello della "qualità" del lavoro in una Valle che aveva saputo, anche con la crescita - oggi in piena inversione di tendenza con i "tagli" resi obbligatori - dell'impiego pubblico, controbilanciare le chiusure di molte fabbriche dagli anni Ottanta ad oggi.
Oggi il tasso di disoccupazione cresce anche da noi e forse non è rappresentativo, preso da solo, dei problemi del nuovo che avanza. Non trovare un lavoro è un fatto drammatico e lo è per tutti: dai livelli più bassi sino a quella disoccupazione intellettuale, che colpisce paradossalmente chi ha studiato di più.

Viva le montagne!

Io con Reinhold Messner nel 2002Mi venivano in mente, in questi giorni, meravigliosi momenti di gite in montagna, invidioso dei miei figli più grandi in giro per rifugi fra Cervino e Monte Rosa sull'Alta Via. Sono contento di aver trasmesso loro l'idea che l'estate non è tale senza qualche giorno lungo i nostri sentieri.
Ho dei flash di quando ero piccolissimo e sui sentieri di Pila mi sentivo raccontare la balla che si racconta ai bambini: «siam quasi arrivati...», classico per tener buoni i più piccoli.
O da ragazzino il campeggio vicino a Cunéaz in Val d'Ayas, con un freddo cane la notte, con l'invenzione geniale per scaldarsi di uno stoppino incendiato dentro una bottiglia di alcol: praticamente una molotov!
E da ragazzo, con le amiche gressonare che camminavano in salita come dei "4x4", con la borraccia riempita di "Negroni" per darsi un tono.
E qualche anno dopo, per un anniversario dell'Union Valdôtaine, in cima al Castore, che con i suoi 4.228 metri è la montagna più alta che abbia mai salito.
O quella volta giù a rompicollo verso il fondovalle dalla festa del Col du Mont in Valgrisenche sotto un temporale da tregenda che mi inzuppò fino al midollo.
Attimi di grande vitalità, come figurine di un immaginario "album Panini", che raccontano di come sia bella, varia, sfaccettata, multicolore la montagna o, come bisognerebbe dire, nella logica "plurielle", le montagne. Che sono come le persone: dalle diverse fattezze e caratteri e, d'altra parte, una visione antropomorfa della natura - e delle montagne - è insita nel nostro pensiero.
Ne ho parlato in diverse occasioni della montagna con un "professore" della materia come Reinhold Messner (con cui siamo stati assieme al Parlamento europeo), il primo alpinista ad aver conquistato tutti gli "ottomila". Grande affabulatore, era simpatico a sdrammatizzare la montagna dell'estremo che incarna ricordando, dopo mille rischi in quota di essersi fratturato una gamba scavalcando il muro di cinta del suo castello Juval e di aver temuto, rientrando dalle sue imprese più ardite, di scivolare in qualche laghetto di montagna e di annegare perché non sa nuotare!

Non rubare

Il semplice, ma efficace, avviso ad EatalyQualunque sia la versione biblica dei cosiddetti dieci comandamenti, l'ammonimento "non rubare" risulta netto e chiaro. Ci sono poi, in queste sacre scritture, una miriade di espressioni sul tema, come quella che dice "perché ci preoccupiamo di agire onestamente non solo davanti al Signore, ma anche di fronte agli uomini", che esaltano l'onestà e ridimensionano il rischio che il pentimento diventi un "passepartout", comodo per far finta di niente su questa terra.
Naturalmente di etica pubblica e legalità - sorelle gemelle dell’onestà - tutti parlano, compreso chi non le pratica. E ciò avviene anche nello "spazio politico", che è per definizione costituzionale "laico" e che dovrebbe prevedere la correttezza come principio (comma 2 dell'articolo 54 della Costituzione: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge").
E poi, naturalmente, ognuno si porta dietro e si riferisce nei propri comportamenti anche al suo credo religioso o al suo pensiero di riferimento.
Ci riflettevo di fronte al riaffacciarsi di una nuova "Tangentopoli" ed in presenza di un gran strillare contro le "macchine del fango" che sporcherebbero carriere e reputazioni. Margini di errore, anche grave, ce ne possono essere come dimostrato in passato e chi è innocente fa bene a battersi. Ma quel che insospettisce di questi tempi è la vastità del "coro" di chi strilla al complotto e, magari in certi casi, guardando i "precedenti", si dovrebbe tacere per pudore.
Nessuno vuole giocare alla "Vergine delle Rocce", ma non si può neppure pensare che ci sia una realpolitik che agisca come sbiancante delle coscienze. Far finta di niente, specie quando si finisce per ritenere certi comportamenti una prassi, assumendo di conseguenza un atteggiamento assolutorio, credo che sia inconcepibile.

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