April 2011

Buona Pasqua!

Cari figli miei, è a voi - ma anche a tutti quelli che mi leggono - che vorrei fare tanti auguri e proporvi di riflettere, nel piccolo spazio di un "Calepin", sulla profondità della Pasqua.
Per i cristiani è questa la festività più importante, perché rappresentativa della morte e della resurrezione di Gesù.
Lo so che è una vicenda strana da capire: ricordo da bambino che questa storia della crocifissione, della morte e poi della resurrezione mi faceva impressione e non capivo il vivo entusiasmo di chi ce la spiegava durante il catechismo.

Tra uovo e colomba

Mauro Morandin al lavoro con il cioccolatoL'amicizia con un "chocolatier" offre la possibilità di seguire la lavorazione. Per cui, grazie a Mauro Morandin (figlio d'arte del papà Rolando), ho visto il mega-uovo di Pasqua dedicato al 150esimo dell’Unità d'Italia durante il lavoro, seguendo ragionamenti e inventiva dell'autore che "parla" con questi suoi prodotti dolciari.
Ho sempre trovato interessante, perché questa è la caratteristica dell’artigianato d'eccellenza, il vedere "dietro le quinte", che consente di seguire la produzione nella sua progressione e nella fantasia di chi percorre un proprio filo logico creativo.
Così, mentre le lavorazioni industriali (penso alle uova della "Feletti" di Pont-Saint-Martin che sfilano come soldatini di piombo sul nastro trasportatore) hanno il fascino del macchinario industriale, il lavoro di fino dell'artigiano mette assieme la modernità con la profondità della tradizione. E la storia del cioccolato, grazie al cacao arrivato dalle Americhe (e cioccolato viene dall'atzeco cacahuatl, "bevanda di cacao"), pone la nostra Valle tra due fuochi: da un lato la tradizione del cioccolato svizzero e dall'altra l'esperienza piemontese.
Certo Pasqua ci permette in modo esemplare di trovarci di fronte al vecchio dilemma di che cosa sia tradizionale (trasmissione nel tempo) e che cosa sia tipico (proveniente da una certa località). Le due cose possono essere congiunte o disgiunte e la "colomba pasquale" – l'altro prodotto della festività assieme all'uovo, antico simbolo di fecondità in tutte le religioni - ne è esempio tangibile.
C'è chi cerca lontanissime tradizioni longobarde, ma poi – scava scava – scopri che all'inizio Novecento la Motta aveva bisogno di uscire dalla stagionalità del "panettone" per usare le apparecchiature ed ecco nascere la "colomba", tradizionale simbolo di pace pasquale. Oggi è un prodotto tipico italiano che è diventato, attraversando il tempo e persistendo nel successo, una tradizione.

Un ricordo... primaverile

Aldo PolettiChissà perché associo la primavera, che in questi giorni pasquali non si risparmia, ad una persona scomparsa alcuni anni fa e il cui ricordo risale ai miei esordi giornalistici, quando a "Rta - Radio Tele Aosta" curavo, assieme ad altri colleghi, rubriche televisive. Un "personaggio" di allora, che collego appunto al risveglio della natura, è l'esperto in piante, naturalista e scrittore Aldo Poletti, novarese di nascita ma valdostano d’adozione, che negli anni successivi fu autore di analoga rubrica televisiva sul neonato telegiornale regionale della "Rai".
In un mondo che dimentica in fretta, vorrei qui ricordarlo brevemente per l'efficacia e l'intelligenza delle sue spiegazioni, in cui con bonomia e chiarezza trattava della forza dei rimedi per curare le malattie utilizzando le piante. Tema ancora oggi di gran moda ma allora la fitoterapia era solo all'inizio di un interesse dell'opinione pubblica.
La sua conoscenza derivava da una vocazione giovanile (raccontava dello stupore avuto a sei anni per la cicatrizzazione rapida dovuta alla capacità paterna di applicare su di una ferita una foglia) coltivata con studio e osservazione e trasfusa in una grande attività divulgativa ed editoriale.
Andava particolarmente fiero della sua collaborazione alla ricostruzione del prestigioso giardino botanico "Chanousia" al Piccolo San Bernardo e delle sue conferenze "en plein air" con codazzo di persone entusiaste della sua capacità di spiegazione, sempre condita da una buona dose d'ironia, dietro alla sua barba profetica e al suo bonario ammonimento, ottimo nel periodo in cui la natura si risveglia, di saper guardare le bellezze attorno a noi.

La testa sul ceppo

Chiavi e lucchetti d'antanMi pare che mettere "filtri" agli accessi Internet della pubblica amministrazione - per evitare a chi "naviga" di entrare in diverse categorie di siti - sia, nella migliore delle ipotesi, rischioso e turba il mio spirito libertario e confesso la mia curiosità di conoscere lo strumento giuridico o regolamentare che si occuperà della materia.
Peraltro, si sa dove si comincia a "tagliare" ma non dove si finisce, e se lo "stop" in ufficio è perché comprime la produttività del dipendente medio, allora il "no" all'accesso varrà anche per tutta l'informazione regionale (come amministrazione) non necessaria al singolo per svolgere il proprio lavoro (tipo rassegna o comunicati stampa). La visione in diretta del Consiglio regionale sarà consentita a seconda dei ruoli?
Certo alcuni di questi "filtri" sono basati, com'è ovvio che sia, su parametri automatici e ho già visto, con i "blocchi" del sistema del Consiglio Valle legati a ragioni serie (tipo siti porno), che si rischiano oscuramenti senza senso tipo la scomparsa di "YouTube".
Io credo che sia semmai legittimo capire quando e quanto un impiegato pubblico possa usare Internet per i fatti suoi. Non si può invocare la privacy o il diritto generico all'informazione se la navigazione avviene sottraendo tempo al lavoro per il quale si è pagati. Tuttavia c'è la ragionevolezza di dare un'occhiata, anche al lavoro, ad Internet e la logica dovrebbe essere quella di avere il buonsenso applicato oggi alla lettura del giornale o alla pausa caffè.
Comunque sia, metto la testa sul ceppo del "controllore" della Regione (non del Consiglio, dove opero come eletto) e chissà se sentirò il rumore della ghigliottina elettronica per poter dire: «Vive la liberté».

Aspettando il Mezzalama

Un momento di preparazione del Trofeo in uno scatto di Marco SpataroFra una settimana andrà in scena il "Trofeo Mezzalama". Il verbo non è sbagliato: questa gara di sci-alpinismo è come uno spettacolo con un crescente numero di attori - le squadre che vi partecipano - e un'ambientazione, il Monte Rosa ma partendo dal Cervino, che riassume in modo unico la bellezza dell'alta montagna alpina.
Ho avuto l'onore, come Presidente della Fondazione che ha voluto la rinascita del "Mezzalama", di seguire il Trofeo dal 1997 al 2003, sapendo quanto fosse radicato nel mondo della montagna il mito di questa gara storica, la cui prima edizione risale al 1933.
Questa gara, che ha avuto tre stagioni: quella degli anni Trenta, quella degli anni Settanta e l'attuale è la fotografia esatta di molti dei cambiamenti del mondo della montagna. Non solo dello sci, ma direi dell'economia, della società, del costume delle nostre vallate e chi organizza ha dovuto persino prendere atto dei cambiamenti climatici. Lo sciatore-alpinista è passato da essere un militare con attrezzature pionieristiche e con assistenza scarsissima e forti rischi lungo il percorso ad un atleta con attrezzature sofisticate in un ambiente "protetto" e le popolazioni montane attuali non sono quelle di ottant'anni fa.
Sono stati anni interessanti e mi resta un rimpianto: mi ero convinto che un giorno o l'altro le Olimpiadi invernali avrebbero dovuto aprirsi allo sci-alpinismo, avendo una dose straordinaria di spettacolarità resa tale anche dalle potenzialità televisive e tenendo conto che i Giochi olimpici hanno accettato specialità risibili in questi anni. Mi ero illuso: troppe divisioni lacerano questo piccolo mondo e direi buona parte degli sport invernali.
Parlo oggi del "Mezzalama" perché domani mattina alle ore 9.45, negli spazi di "RaiVdA" su "Rai3", va in onda uno "special" di Pietro Giglio che racconta delle ultime edizioni della gara.

Pasqua "alta"

Un turista sulla sdraio in mezzo alla neveA me questa storia della mobilità della Pasqua, che scende e sale nel calendario, perché convenzionalmente fissata nel IV secolo - dopo un sacco di liti e discussioni - nella prima domenica dopo il primo plenilunio (luna piena) di primavera, continua a sembrare una bizzarria. D'altra parte è convenzionale anche il Natale, che almeno ha il vantaggio della fissità.
Ci riflettevo per i "mugugni" del mondo turistico valdostano perché la Pasqua così "alta" (sino a quando avrò ottant'anni, se ci arrivo, una così non la vedrò più) ha spinto i turisti verso altre mete, complice anche il caldo che ha fatto squagliare la neve e chiudere buona parte delle stazioni sciistiche. Si è aggiunta una cattiva condizione del tempo, anche se questa volta le previsioni sono state date in modo garbato, ma - guardando il cielo azzurro - purtroppo sbagliato.
L'unico antidoto contro la Pasqua "ballerina", negativa per il turismo in montagna perché la primavera avanzata attira altrove, non potendo essere ovviamente la definizione di una Pasqua fissa, impensabile pena una revisione del calendario vigente (non ditelo a Silvio Berlusconi che rischia di metterci mano, con la solita leggina "ad personam", per fermare il suo invecchiamento, come fa con la chirurgia plastica), non può che essere l'agevolazione delle "settimane bianche" secondo il sistema francese concepito appositamente e agevolato da iniziative nelle scuole. Ogni tentativo in passato di "spingere" in questa direzione è stato accolto con vivo interesse nei palazzi romani, qualunque fosse l'inquilino di turno, per poi regolarmente finire nel dimenticatoio e così gli sciatori complessivi in Italia diminuiscono di anno in anno e tutti noi ne dibattiamo dottamente, andando "a caccia" di sciatori stranieri.

Gli occhi aperti alla luce

Alcuni labari delle associazioni d'arma valdostaneStrano Paese l'Italia: il 150esimo dell'Unità d'Italia, festeggiato in quella data "una tantum" che è stata il 17 marzo, sembrava aver scaldato i cuori, malgrado la credibilità in picchiata dello Stato (consiglio questa volta la lettura sul punto di Giorgio Bocca, di cui non sempre condivido i pensieri agri, su "L'Espresso" in edicola).
Del 25 aprile, festa della Liberazione, coincidente quest'anno per caso con Pasquetta (giorno per definizione di san... picnic), non interessa a nessuno se non ai pochissimi superstiti decimati con il passare del tempo e ad alcuni militanti che, con il loro impegno rispettabile, finiscono per "marcare", come se fosse di parte, una festa che dovrebbe essere di tutti e non nel nome di un nazionalismo astratto.
Peccato davvero che questo crescente oblio avvolga questa giornata e un lento e inesorabile revisionismo, impastato di luoghi comuni e banalizzazioni, cancelli questo pezzo di storia. Per altro va ricordato come i neofascisti - opportunamente ripuliti e "pentiti" - siano al governo e dunque va giusto bene che una sorta di nebbia confonda memorie e ricordi. Questo addormentamento delle coscienze è come se mirasse a far credere che tutto alla fine sarebbe stato più o meno uguale se a vincere fosse stato nel 1945 il nazismo con i suoi lacchè.
Che i valori della Resistenza (che non ho mai santificato perché di errori ce ne furono molti) fossero perdenti in questa Italia lo ha capito chi, leggendo la storia del dopoguerra, si è accorto in fretta che il "vento del nord" a Roma era durato poco e con evidente e inquietante continuità si è passati dal fascismo alla Repubblica. 
Così la Liberazione, a furia di essere ridimensionata e riletta, sta facendo una brutta fine e chi ci crede, ritenendola un momento di riscatto, fa la figura del retrò e in questo sentirmi "fuori moda" mi sento molto a mio agio.

Ricordo in chiusura la poesia di Giuseppe Ungaretti "Per i morti della Resistenza":

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce                    
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

Brutto episodio

Gli alpini mentre lasciano il giardino della Rimembranza (foto 12vda.it)Torno oggi, dopo essermi informato, sul brutto episodio in corso in una parte delle celebrazioni del 25 aprile. Durante l'intervento, a nome dell'ANPI (l'associazione dei partigiani) di un 19enne che calca la mano sulle polemiche attuali sulla Resistenza, il picchetto dell'Esercito - immagino per decisione di qualche superiore, perché un picchetto di non si "autoscioglie" - se ne va e, se è vero quel che dicono le cronache, prima dell'inno valdostano se ne vanno anche alcune autorità. La logica è: troppo virulento e politicizzato l'intervento del giovane, che tra l'altro va "a braccio", cosa sconsigliabile per chi è alle prime armi, perché o sei un mostro di cultura e hai le doti di un Demostene in erba oppure i "grandi" lo avrebbero dovuto consigliare di avere, magari leggendolo prima, un testo scritto.
Per altro, gli alpini hanno fatto malissimo a fare un gesto clamoroso e francamente non si capisce la mano tesa all'Anpi, cui viene proposto di salire al Castello Cantore (sede del Comando), come se esistesse una gerarchia fra associazione e militari!
Per altro, appunto, l'Anpi dovrebbe esercitare maggior controllo ed è indubbio che, morti alcuni esponenti "equilibratori", esiste una certa tendenza della "Sinistra" di impossessarsi della Resistenza, che in Valle, più che altrove, ha avuto caratteristiche specifiche e pluraliste, mentre la scelta degli oratori, diversamente dal passato, appare ormai a senso unico.
Lo dico con dispiacere e parlando per una famiglia, la mia, che sotto diverse forme e anche con diversi orientamenti ideologici, la Resistenza l'ha fatta.
L'occasione serve a me per ricordare mio zio Antonio Caveri (di secondo nome Luciano e per questo porto questo nome), comunista, che era stato uno dei fondatori della "Jeune Vallée d'Aoste" ed all'epoca era uno dei capi della Resistenza alla Cogne, morto in uno stupido incidente (cadde una pistola e partì un colpo che lo uccise) il 28 aprile del 1945, quando nell'allora piazza Carlo Alberto (oggi piazza Chanoux) si festeggiava la Liberazione, avvenuta quel giorno.

Le democrazie mature

Meglio il dialogo che il cieco scontro. Così, in un titolo, si può riassumere il pensiero del Presidente Giorgio Napolitano, che dal Quirinale si sforza di "raffreddare" la politica italiana e gli scontri quotidiani sempre più violenti.
Immagino che, in cuor suo, il vecchio Presidente sappia bene che questo suo appello, una sorta di mozione degli affetti nel buio della razionalità dei contendenti, è destinato a cadere nel vuoto. Sino a quando Silvio Berlusconi, con la sua personalità, dominerà la politica italiana saranno i sentimenti più rozzi e gli scontri tribali fra fazioni ad averla vinta e non quel confronto che caratterizza, pur con la virulenza giusta, le democrazie più mature.

Finalmente l'ultimo 8000!

Abele Blanc tra le montagneLe notizie si bruciano in un batter d'occhio e dunque come non annotare subito il "bouquet" di Abele Blanc, che ha sconfitto - ultimo degli attesi "ottomila" della Terra - anche il travagliato e sofferto Annapurna, il mancante, montagna insidiosa che Abele non ha mai sottostimato.
Il grande alpinista valdostano non ne scrive ancora sul sito abeleblanc.com, segno evidente che la spedizione vittoriosa era stata tenuta riservata forse per quella scaramanzia cui non si sottraggono neanche i grandi alpinisti per una cima che sembrava "maledetta".
Oggi Abele, proprio nel suo sito ricco di immagini e che testimonia quella sua forma di spiritualità maturata nel tempo, descriveva così la propria persona nel riquadro "Io, guida alpina": "per le vostre salite in montagna scegliete il massimo della professionalità. Un mestiere esercitato da trent'anni sulle montagne più belle e difficili del mondo. Tredici ottomila scalati, trenta spedizioni extraeuropee, in vetta a tutti i "quattromila" delle Alpi, ma sempre pronto a condividere con Voi anche la più semplice delle escursioni con l'entusiasmo di sempre. Grande appassionato di fotografia e cinematografia documenteremo la nostra avventura con splendide foto ed emozionanti video. Programmate ora la vostra prossima estate! Vi aspetto".
Ora potrà scrivere che gli ottomila sono diventati quattordici ed è, per un professionista come lui, una soddisfazione straordinaria, alla quale partecipo con gioia conoscendolo e apprezzandolo da tanti anni, anche nei momenti dolorosi della sua vita.
I suoi occhi, in questo momento, saranno certo sorridenti e dunque vale questa citazione di Gaston Rébuffat : "Les montagnes ne vivent que de l'amour des hommes. Là où les habitations, puis les arbres, puis l'herbe s'épuisent, naît le royaume stérile, sauvage, minéral; cependant, dans sa pauvreté extrême, dans sa nudité totale, il dispense une richesse qui n'a pas de prix: le bonheur que l'on découvre dans les yeux de ceux qui le fréquentent".

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri