March 2011

Il nucleare dopo il Giappone

Un bimbo al controllo radioattivoMuore prima di ripartire il programma nucleare italiano e credo che in pochi rimpiangeranno un pasticcio fatto di dichiarazioni roboanti e pochi esiti a dispetto dello slogan sulla "politica del fare".
Malgrado una grancassa mediatica la questione già languiva di suo, ma ora le drammatiche vicende in Giappone in quattro centrali, pur con diversa gravità, seppelliscono i progetti per la paura che emerge dai fatti. Vorrei davvero sapere, pur immaginando i colossali interessi in gioco (spesso le scelte politiche sono imbevute di logiche affaristiche...), chi potrà sfidare l'"idem sentire" popolare che è di fatto negativo. Così se il referendum di giugno su questa materia raggiungerà il quorum dei votanti questo sarà l'esito scontato.
So bene e l'ho sempre detto che per i valdostani oggi, come già con i tre referendum sul nucleare del novembre 1987 che vennero dopo la tragedia di Chernobyl, poco cambierebbe in termini di sicurezza, avendo già  alcune centrali nucleari a poca distanza in Francia e in Svizzera.
Consiglio, comunque la si pensi, la lettura dell'editoriale di oggi sul "Corriere della Sera" di Sergio Rizzo da cui si desume quanto segue: l'assenza di una reale politica energetica in Italia e questo è l'aspetto più sconcertante.

La cornucopia avvelenata

Paperone indica...Avete presente la "cornucopia", il corno mitologico dell'abbondanza da cui fuoriescono frutta e verdura in abbondanza? Ecco, trasformando tutto questo in soldi, come nei sogni di Paperon de' Paperoni, questa è la ragione principale a supporto dell'ingresso in maggioranza («senza chiedere nulla in cambio», è stato detto) del Popolo della Libertà in Regione.
Ieri sono stato uno dei pochi nella grande assemblea unionista del Conseil fédéral a dire di «no» a questo accordo politico improvvido e lesivo del "patto" elettorale che presentò agli elettori nel 2008 l'alleanza autonomista oggi forte di una larga maggioranza in Consiglio.
Ma il Governo Berlusconi oggi ci ama (anche se Silvio non è mai venuto in visita in Valle da quando è entrato in politica...) e chiede che i "pidiellini" entrino in maggioranza e in cambio, appunto, avremo la cornucopia. Naturalmente non ci credo e anzi penso sia uno sbaglio macroscopico e le vicende future lo dimostreranno con la lenta fine del "berlusconismo" e le conseguenze che ne deriveranno che consigliavano collaborazione ma non un matrimonio d'interesse senza amore.
Intanto subisco il dispiacere di un'assemblea unionista che abbacinata da grandi interessi a vantaggio della Valle vota come un solo uomo.
Ma sono davvero gli interessi della Valle? Per tutti i dubbi che ho e nel rispetto delle mie idee e convinzioni sono lieto di aver pronunciato un voto negativo e, senza il piacere di "gufare", temo per quel che avverrà.

L'intesa

Lo storico incontro a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele IIIl 150esimo dell'unità d’Italia non prevede regali e personalmente non penso – vista la curiosa combinazione dei tempi - che la nuova alleanza in Regione fra UV e PdL sia da considerarsi tale. Ma, come dicevano i latini, "De gustibus non est disputandum" e sarà proprio il tempo della storia a rimettere i pezzi a posto.
Quella storia che avrebbe previsto, invece, una riflessione importante per questo anniversario e che purtroppo è mancata: forse si sarebbe potuto fare con un dibattito ad hoc in Consiglio Valle per uscire dalla routine dell'amministrazione, dando un colpo d'ala politico.
E' indubbio, infatti, che le vicende di questo secolo e mezzo sono quelle che, più di ogni altra cosa, hanno forgiato l'Autonomia speciale di oggi, fatta da uomini ancora vicini culturalmente ai valori risorgimentali sfociati poi nella Resistenza. Gran parte di loro non avevano ceduto alle lusinghe del fascismo (Emile Chanoux e Severino Caveri) o si erano pentiti di un'adesione di carriera (Federico Chabod) e poi coltivando gli ideali autonomisti o quelli federalisti (purtroppo perdenti all'epoca dell'unificazione) hanno consentito alla Valle un destino non appiattito che ci avrebbe altrimenti destinati ad essere una negletta provincia piemontese.
Resta sin dai tempi della Costituente un tema decisivo che vale più di qualunque prebenda che ci arrivi da Roma. Si tratta del concetto dell'intesa per la modifica dello Statuto, come ribadito dal Consiglio Valle con la proposta di legge costituzionale indirizzata nel gennaio 2009 alla Camere, che parla dell'Autonomia speciale come "rapporto pattizio". Si tratta di una precondizione quale tutela di ogni necessaria modifica statutaria per adeguarci ai tempi. Nella riforma costituzionale del centro-sinistra questa "intesa"” non figurava ed io votai contro, mentre nel 2005 un principio di intesa figurava nella riforma costituzionale del centro-destra, bocciata dal referendum popolare e questa scelta era giusta per una serie di storture presenti in quella riforma.
Da allora, malgrado promesse bipartisan, tutto tace.

Vaudeville

Nicole Minetti"On lui reprochait, étant vieux, de trop aimer les femmes. Que voulez-vous, mon cher, on n'est vieux qu'une fois!"
Scriveva così lo scrittore francese ottocentesco Henri de Régnier: il tempo passa ma le storie si ripetono e questa frase restituisce un'immagine di un vecchio satiro che "perde il pelo ma non il vizio" e suscita più l'ironia che talvolta è peggio della riprovazione sociale. 
D'altra parte appare flebile la linea dei difensori di certi costumi grotteschi, quando se  la pigliano con la pruderie (ostentare moralità) di quelli che vengono sprezzantemente definiti "puritani" (da purezza), talvolta evocando l'"uomo cacciatore" o il "riposo del guerriero".
Meno elegante, nella celebre interpretazione del prestante panettiere meridionale di cui è innamorata l'orrida signora Pina (moglie di Ugo Fantozzi), è la canzoncina di Diego Abatantuono«Son diabolico nell'amplesso, sproporzionato per quanto riguarda le dimensioni del sesso, ma se trovo la donna giusta, me la pippo come un'aragusta».
In fondo credo che sia un misto fra questi due estremi il "bunga bunga" - un po' trasgressione da "cumenda" e un po' da tycoon brianzolo - che ci accompagnerà nei due processi: uno con imputato Silvio Berlusconi, l'altro - i cui atti sono noti in queste ore - con il trio Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti.  
E' stata citata come modellistica la trasmissione "Drive In" della mia infanzia, dove il prototipo era la "maggiorata americana" procace e simpatica nella sua divisa da camerierina, ma certi travestimenti nelle celebri feste parevano essere tout court da entraîneuse o, come si dice oggi, da escort. Sappiano che le descrizioni piccanti vengono smentite dalla difesa che denuncia la violazione della privacy, come sostenuto autorevolmente anche dalla rivista "Chi" dello "spin doctor" Alfonso Signorini.
Temo che i processi ci faranno sprofondare nel "vaudeville" (comédie légère, divertissante, dont l’intrigue est fondée sur les quiproquos) con la stampa internazionale, che non è la "Spectre", che seguirà purtroppo l'evento.

Un pensiero per la Festa

Una vetrina commemorativa nel centro di AostaAmbiguità non possono esserci: l'unità d'Italia è una realtà storica e non si ragiona sul passato ormai consolidato con i "se" e con i "ma". Scenari alternativi sarebbero stati possibili, ma gli avvenimenti concatenati sono stati quelli noti.
Per la nostra Valle ci sono stati diversi passaggi delicati, partendo dal "distacco" con la Savoia del 1860 e poi dall'unificazione al fascismo è stato un progressivo degradarsi dei rapporti con - nessuno si offenda ma è così che dico spontaneamente e senza ideologismi - l'Italia.
Questo ha comportato un crescendo di incomprensioni verso i Savoia compromessi con il regime fascista e per questo i valdostani hanno voltato la schiena alla Monarchia votando la Repubblica (chi è rimasto monarchico dopo il 1946 è patetico).
Il dopoguerra, specie a cavallo fra la coda della Resistenza e l'emanazione dello Statuto nel 1948, è stato un periodo di grandi passioni da cui è emersa l'Autonomia speciale in una visione antifascista come eredità contro ogni dittatura.
Chi è federalista avrebbe preferito altri scenari e come valdostano conosco i limiti del nostro regime autonomistico. Per cui l'unità d'Italia vale come riflessione su quel che siamo più che su che cosa saremmo potuti essere.
Non mi interessa la "fantapolitica" (o la - scusate il neologismo - "fantastoria"), perché è bene ragionare sull'oggi e sulle decisioni future.
Questo oggi manca in larga misura: sembra esserci una visione solo materialistica e l'ideale o la speranza sono considerate sovrastrutture. Un certo cinismo mi addolora ma mi convince che questa visione della "roba" (per usare la celebre definizione di Giovanni Verga) come cardine di una sorta di bramosia del possesso arida e avida non porta da nessuna parte.
Per cui oggi si può pensare all'unità come occasione per guardare al futuro, ma sapendo guardare più in alto e non solo al gonfiore del proprio portafoglio.

I luoghi parlano delle persone

Un momento della demolizione (foto 12vda.it)Impressiona lo smantellamento di quella vasta area nota come "area Sogno", ormai fatiscente da tempo ed un tempo cuore pulsante dell'impresa fondata e diretta dal più importante costruttore edile che operò in Valle dalla seconda metà degli Quaranta fino agli anni Settanta.
Ugo Sogno Fortuna era nato in un paesino biellese della Valle Mosso, Camandona, nel 1907 e giovanissimo si era trasferito in Valle. Aveva partecipato alla Resistenza come partigiano in alta Valle, nella Coumba Freida, con l'87esima Brigata autonoma che partecipò alla Liberazione di Aosta.
Sul sito del suo Comune di nascita si cita anche un suo ruolo nell'espatrio in Svizzera di Luigi Einaudi e di altre persone la cui vita era messa a rischio dal fascismo.
Poi il lavoro nella temperie del boom economico e della nascente Autonomia speciale e la serie impressionante di lavori di costruzione delle strade con quella spinta propulsiva che mirava a dare collegamenti alle vallate laterali e lungo l'asse centrale. 
Mio padre lo conosceva bene e mi raccontava dello scambio di battute in piemontese e di una certa familiarità specie durante la costruzione della strada della Val d'Ayas, dove mio papà era veterinario.
E fu sempre lui a raccontarmi del dramma che visse Sogno, che era appassionato di volo e di motociclette, quando regalò un'auto sportiva al figlio Ezio e questi - era il 1960 - proprio durante il giro di prova morì in un incidente.
Prosegui in Valle e nelle Regioni vicine la sua attività d'imprenditore e la figlia Carolina sposò l'avvocato Gianni Bondaz. Nel 1972 venne stroncato da un infarto e l'impresa venne chiusa qualche anno dopo.
Il ricordo di Sogno è doveroso perché anche i luoghi, soggetti in questo caso al processo di espansione dell'aeroporto, parlano delle persone che c'erano prima di noi e il dovere della memoria deve far parte del patrimonio di una comunità.

Il logo "rinnovato"

Il nuovo logo delle DolomitiPochi mesi fa, il nuovo logo delle "Dolomiti patrimonio dell'umanità Unesco", concepito dal designer valdostano Arnaldo Tranti e scelto attraverso un concorso, aveva suscitato molte polemiche nel nord est con l'accusa che le Dolomiti (i "monti pallidi" che ebbero il nome derivato dal geologo Déodat de Dolomieu) diventassero troppo simili nel disegno a dei grattacieli.
Arnaldo aveva reagito con il suo aplomb, motivando le sue scelte in modo accurato, ma alla fine - con sano realismo - ha accolto l'invito ad operare alcune modifiche.
Così il nostro architetto-grafico spiega la scelta del "ritocchino": «nella versione ridotta le cime risultavano ben evidenti, ma si perdevano nell'ingrandimento, ricordando quasi dei grattacieli. Questo effetto di ambiguità, che era comunque un elemento voluto, è stato eliminato attraverso tre interventi di ritocco: l'aggiunta di linee oblique, il ritmo delle linee più compatto e diversificato e la creazione di ombre tra le cime, disegnando così una catena montuosa».
Par di capire che vi sarà anche un colore "di base" diverso, come spiega Tranti: «il logo nella sua forma istituzionale primaria è di un colore grigio "Dolomiti" e, come succede in natura nelle varie ore del giorno, le cime si tingeranno nelle varie sfumature cromatiche per essere utilizzate nei rispettivi settori della comunicazione»
A me, devo dire sinceramente, piaceva anche il logo precedente, specie con la colta spiegazione della simbologia.
Certe polemiche - a fronte dei problemi che pesano sulle montagne - hanno dimostrato l'evidente "buon tempo" di molti addetti ai lavori.

Godersi la festa

Calzino celebrativoOvviamente considero la "Festa del Papà" una pura invenzione e ci scherzo sopra come faceva con ironia mio padre. Peraltro, chi mi segue sa come la penso. Con Gabriel García Marquez: "Un uomo sa quando sta diventando vecchio perché comincia ad assomigliare a suo padre". Noto tracce del fenomeno.
Trovo  in più che la scelta di fissarla il giorno di San Giuseppe, pur scontata in un Paese cattolico, assume un'evidente complessità, visto che i Vangeli non dicono molto di Giuseppe, se non che fosse un vedovo padre di altri figli, quando diventa padre putativo di Gesù (dunque non padre biologico) per le ragion ben note della misteriosa maternità della moglie Maria.
Eppure - sarà che ho un cuore tenero - ma oggi questa festività d'accatto la festeggio volentieri e la figliolanza, due adolescenti e un neonato, mi consente spesso di riflettere su questa benedetta paternità e sull'evoluzione mia e complessiva di noi... pater familias.
Siamo, come tutto, di fronte a cambiamenti evidenti: avendo una vita sola, a meno di non credere nella metempsicosi, è bene vivere il ruolo senza drammatizzazioni e, se gli eventi lo consentono, con allegria.
Credo lo si "senta" nella trasmissione "Generazioni allo specchio", con mio figlio Laurent, ogni sabato dopo le ore 16 su "Top Italia Radio".

Gli aerei sopra le nostre teste

Un caccia francese in partenza per la LibiaIeri sera, come già all'epoca della guerra dei Balcani, ho sentito nella notte il transito - lungo l'aerovia che si trova sopra Saint-Vincent - di chissà quale tipo di aerei che immagino diretti verso le basi aeree del Sud Italia.
Sulle nostre teste ci sono tre "strade" per velivoli del tutto cruciali per il traffico aereo e la guerra alla Libia tocca in qualche modo anche il nostro territorio.
Uso il termine "guerra" perché non bisogna essere ipocriti: di questo si tratta e la mia opinione è che non ci fossero alternative e spiace semmai che i soliti balletti diplomatici alle Nazioni Unite e la solita assenza di una linea comune europea abbiano in fondo reso tutto più difficile.
Sulla posizione italiana, che all'inizio ha scontato le titubanze dovute alle grandi e imbarazzanti attestazioni di stima fra Silvio Berlusconi e il dittatore Muammar Gheddafi, vale la constatazione che contiamo poco e le dichiarazioni spesso contraddittorie dei Ministri ne sono state la limpida dimostrazione. Per non dire delle posizioni della Lega, di cui mi sfugge il significato e riecheggiano la linea favorevole alla Serbia proprio della già citata guerra dei Balcani.
Dice Umberto Bossi: «ci sono preoccupazioni per gas e petrolio e per una mostruosa migrazione verso l'Italia». Bella scoperta, ma quale fosse stata la soluzione alternativa sfugge.
Chi ha deciso - in particolare la Francia - di prendere in mano la situazione lo ha fatto per considerazioni geopolitiche, calcoli d'interesse e anche ragioni umanitarie.
Da noi, talvolta con ragionamenti da cazzeggio da "Bar sport", si fanno le dichiarazioni in televisione.

La porta d'Europa

La Porta di LampedusaNel 2008, su di una scogliera di Lampedusa, venne posizionata l'enorme "Porta di Lampedusa - Porta d'Europa", il monumento in ceramica refrattaria alto cinque metri e largo tre venne dedicato alla memoria dei migranti che hanno perso la vita in mare.
L'opera - che vidi proprio in quell'anno e devo dire che è davvero impressionante - è stata realizzata da Mimmo Paladino e mai come in questo momento assume un valore simbolico e forse anche segno dell'ipocrisia della retorica quando si scontra con la rudezza della realtà.
Lampedusa, che è un pezzo d'Africa, territorio italiano per i casi della storia, è il luogo più semplice da raggiungere per i disperati che tentano di entrare in Italia e nell'Unione europea.
Quando passai qualche giorno a Lampedusa, che è ormai un'isola sciatta e imbruttita rispetto alla mia prima visita una trentina di anni fa, era già in corso un periodo di emergenza per gli "sbarchi" del clandestini. Tuttavia, l'area dov'erano ospitati gli immigrati era circoscritta, mentre ora il flusso continuo ha fatto saltare ogni frontiera fra l'isola e gli isolani e la zona dove stanno gli africani (e altre etnie) in arrivo dalle coste dall'altra parte del Mediterraneo.
Il peggio dovrà venire, visto che il "lavoro sporco" di intercettare una parte dei flussi era stato assunto da Gheddafi con i suoi metodi spicci e violenti e la stessa Italia, pure con chi poteva vantare un asilo politico, non era andata tanto per il sottile.
Ora i rivolgimenti in Africa e la guerra con la Libia - cui non credo ci fosse alternativa - fanno temere una sorta di invasione di una massa di folle dolenti in cui si mischiano poveracci, delinquenti, perseguitati.
Il rischio esiste ed è un problema europeo che illumina sulla necessità di avere presto e bene una strategia comunitaria di aiuto e di supporto a Paesi con economie ridotte allo sfascio e alla ricerca della democrazia. Se non cambierà nulla nei Paesi d'origine, i migranti arriveranno qui e sarà come una tsunami fatto di persone.

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