March 2011

Una Festa che un giorno finirà

Una particolare toilette in un localeVorrei essere provocatorio. Ci sono elementi simbolici che finiscono per suonare negativamente. La "Festa della Donna", come attualmente concepita, rischia di essere una scatola vuota, che viene riempita di retorica, cioccolatini e fiori di mimosa. Meglio sorvolare sulle grottesche feste con tragici spogliarellisti in tanga, degne della peggior tradizione di stupidità maschile.
Se fossi una donna, chiederei che la Festa, che non è festività dando ad essa un rango minore come la "Festa del Papà" o la "Festa della Mamma", venisse abolita e con essa quel pensiero che finisce per considerare le donne come i panda, le stelle alpine, i libri antichi e tutto ciò che deve essere protetto.
Io non penso che le donne abbiano bisogno di retorica e di "protezioni" (le "quote rosa" sono un obbrobrio giuridico), perché si sanno difendere da sole, laddove naturalmente esista la democrazia.
Dove non c'è - e dove le donne sono perseguitate in quanto tali - siamo di fronte ad un'altra questione, pensando, come caso estremo, agli estremisti islamici e all'umiliazione quotidiana delle donne.
Per cui all’ingresso della Valle andrebbe scritto: "qui non si festeggia l'8 marzo". E in caratteri minori andrebbe aggiunto: "perché la cittadinanza non ha genere".
Capisco che è un atteggiamento astratto, forse solo una speranza.

Sapranno ribellarsi

Un momento delle nomination al Grande fratello 11Guardavo ieri sera, non trovando nessun film che mi interessasse, il "Grande Fratello".
Il declino della trasmissione è evidente negli ascolti e si accompagna ad una scelta dei concorrenti basata sempre più su una logica da circo, vale a dire autentiche attrazioni che in genere colpiscono per lo stupore e talvolta il ribrezzo che causano, della serie «fin dove si spingeranno?». Anche questo dovrebbe servire per far "audience" e temo che corrisponda anche ad una generale prevalenza del "cretino".
Ma quel che colpisce, detto oggi non a caso, è il prototipo femminile sguaiato e pecoreccio che emerge in certi programmi.
Va segnalata a questo proposito la polemica feroce fra Gad Lerner, giornalista a sinistra, con un'icona del giornalismo radical-chic, Antonio Ricci, accusato di aver inventato le "veline" per "Striscia la Notizia" come prototipo di un'immagine femminile da oca scosciata che ha fatto tendenza in televisione come nelle feste ad Arcore del suo patron televisivo.
Guardo sottecchi mia figlia Eugénie e i suoi quattordici anni con la voglia di crescere e di scoprire ed è ciò che rende l'adolescenza un passaggio straordinario ma complesso.
Mi domando se e come questa generazione cresciuta con molta televisione sappia ribellarsi a certi cliché che ammorbano le coscienze. Non è moralismo o, come dicono alcuni difensori di Silvio Berlusconi quando si segnalano i tratti distintivi del suo gallismo rétro (i reati li accertano i giudici), essere interpreti di puritanesimo, ma è un uso dell'immagine femminile grottesco e sconsiderato, a cui le ragazzine di oggi - sveglie e grintose, e la Valle è in questo un Paese nordico - sapranno ribellarsi.

Come un equilibrista

Il sottoscritto durante la riunione a BruxellesL'Unione europea è come un equilibrista che vuole conciliare politiche di sviluppo indispensabili per il rilancio dell'economia e austerità nella spesa pubblica (con la revisione del patto di stabilità saranno dolori per la spesa sociale).
Ho avuto modo di parlarne ieri a Bruxelles in occasione di un incontro interessante e eccentrico, per il mix dei partecipanti, fra i Capi delegazione del "Comitato delle Regioni" e gli Ambasciatori delle Rappresentanze nazionali presso le istituzioni comunitarie, che ho scoperto - con vivo stupore e spero non per... diplomazia - sostenere la causa di un ruolo delle Regioni nella governance multilivello che dovrebbe essere una delle chiavi della sussidiarietà.
L'occasione era la presentazione di ciascuna delegazione del lavoro in corso per il "Piano Nazionale di Riforma" che dovrebbe confluire poi nelle scelte definitive nell'Unione all'orizzonte 2020, ammesso - ho ricordato - che la programmazione regga ai fatti improvvisi e alla forte imprevedibilità della storia.
In Italia le Regioni, in barba al federalismo, compartecipano alle decisioni - mica da ridere, visto che si parla di aiuti alle imprese, di politiche del lavoro, del ruolo della ricerca e di molto altro - in modo troppo limitato in quella che viene definita la fase ascendente, da cui derivano le scelte definitive di politica comunitaria. Questo vuol dire mancato rispetto del dettato costituzionale che, specie con la riforma del 2001, avrebbe dovuto sdoganare la politica europea dai lacciuoli della politica internazionale da sempre campo minato per le Regioni.
Certo in Italia resta la constatazione del fallimento delle politiche di coesione nel Sud e questa circostanza sta spingendo il Governo verso una centralizzazione di decisioni e di spesa, come se lo Stato avesse dato buona prova delle sue capacità d'intervento nel cosiddetto Mezzogiorno nei 150 anni di storia italiana. Questo sarebbe oltretutto in netta controtendenza rispetto all'auspicio del Comitato delle Regioni che suggerisce invece accordi pattizi fra Stati e Regioni. Ovvio che una scelta così drastica di "rinazionalizzazione" rischia di incidere sul complesso del regionalismo italiano nel suo rapporto con la politica comunitaria. Sembrano tecnicismi ma dietro ci sono elementi concreti: decisioni strategiche e denaro utile.

La forza del "centralismo democratico"

Una statua di Stalin un po' dimessaRino Formica, socialista mai pentito di epoca craxiana (la maggior parte di quelli valdostani si sono bellamente riciclati con perfetto mimetismo e alcuni sono delle trottoline assai mobili), ha sostenuto, con linguaggio immaginifico, che «la politica è sangue e merda».
In effetti noto un degrado impressionante nel quale non mi riconosco: chi in certi partiti obietta rispetto alle linee "ufficiali" è un reietto da spazzar via. Insomma il "centralismo democratico", ispirato da Lenin e cuore pulsante del comunismo militante, si insinua nei partiti che si definiscono liberali o federalisti e che, in buona o cattiva fede, sostengono di aborrire quei metodi "comunisti", che poi usano con grande dimestichezza. Da questa dottrina discende una logica amico-nemico (quest'ultimo accusato di "frazionismo") che sfocia, con Stalin, nei gulag e negli omicidi politici.
Per cui "sangue e merda" è in fondo acqua di rose rispetto all'uso estremo del "centralismo democratico" contro il bieco "traditore" interno ovviamente considerato in combutta con il "nemico". Il linguaggio è guerresco e da caserma, ma - devo dirlo? - la democrazia è altra cosa. Ma forse la mia e solo miopia e non capisco - perché stupido, sfigato o frustrato - gli avvenimenti storici che incalzano. Proprio Joseph Stalin diceva: «Non si può fare una rivoluzione portando guanti di seta».

Bandiere tricolori

Un tricolore in piazza Chanoux ad AostaOggi a Torino ho visto sui balconi delle case dei tricolori esposti: segno inusuale nei comportamenti collettivi degli italiani e conseguenza dell'imminente data del 150esimo dell'unità d'Italia (17 marzo: festività "usa e getta").
Un fenomeno da indagare nelle sue ragioni. Sino ad ora l'esposizione della bandiera nazionale è stata in genere un fenomeno calcistico in occasione delle vittorie al Mondiale degli azzurri.
Siamo di fronte ad una forma di patriottismo o a un senso di espressione dell'identità nazionale? Io francamente non credo, pur rispettando chiunque scelga qualunque forma, anche materiale, di manifestazione del proprio pensiero.
La crisi istituzionale in Italia è profonda e irrisolvibile se tutto continuasse a ruotare attorno alla figura e ai destini umani e giudiziari di un anziano leader. Non credo che ci sia mai stato un mix così difficile da affrontare con una politica impotente, specie a fronte di una crisi economica ancora grave. L'impressionante partito degli astensionisti - stabili al trenta per cento - segnano, in una realtà come quella italiana, la fine di una partecipazione democratica e chi scomoda il basso tasso di partecipanti al voto nelle democrazie "mature" fa il furbo.
Il Sud si sta allontanando sempre più dalle medie europee e in tutta Italia i trentenni hanno in prevalenza occupazioni instabili e i ventenni disertano l'Università o non sanno che Facoltà scegliere per vincere la lotteria di un lavoro.
La stretta sulla spesa pubblica pesa già oggi sul futuro della previdenza (pensioni) e i servizi pubblici, sanità e scuola come esempi, soffrono delle riduzioni dei finanziamenti per lo Stato sociale. Quei "tagli" che mettono in crisi ruolo e funzionalità della democrazia locale tutta intera.
Guardando le bandiere sui balconi, mi sono chiesto se era un gioioso segno di festa o un silente "SOS".
Pessimismo? No, riflessione sull'importanza di non farsi travolgere dagli eventi.

Aspettando il 2013

Ego Perron, presidente UVAlla fine anche nella mia sezione unionista, quella di Saint-Vincent, c'è stata un'assemblea per affrontare il tema "ingresso PdL nella maggioranza regionale".
Vorrei fare qualche osservazione, dopo aver partecipato e seguito il dibattito, introdotto da un lungo intervento del Presidente del Movimento, Ego Perron, che ha spiegato diffusamente e direi con entusiasmo le ragioni del "sì".
La prima: ha fatto bene il presidente della sezione, Stefano Juglair, a segnalare la scarsa partecipazione, una ventina di iscritti sugli ottanta complessivi (l'UV ha nel paese 1.500 voti di media e dunque il rapporto aderenti-votanti è bassissimo). La mancata partecipazione, che ha giustificato la mancata votazione lasciando liberi di decidere - così è stato esplicitato - i membri del Conseil fédéral, deve far riflettere: meglio non esserci che finire in una "lista nera" (mi rifaccio al post sul "centralismo democratico").
Seconda: il Popolo della Libertà romano è stato e sarà generosissimo verso la Valle e dunque gli esponenti locali devono essere accolti in maggioranza. Poco conta che l'alleanza autonomista fosse stata la proposta all'elettorato nel 2008 e che i pidiellini ne dicessero "peste e corna" dei governanti unionisti. Ed è poco importante che in passato l'Union abbia fatto leva sulla propria forza e autorevolezza in difesa della nostra autonomia senza avere "amici" locali anche minacciosetti nel caso in cui non si tenesse conto di loro. Va benissimo collaborare a Roma, ma perché questo matrimonio in Valle?
Terzo punto, direi decisivo. L'alleanza alle Europee e le elezioni aostane mostravano la nuova via da tempo, malgrado all'epoca si smentisse. Ora Perron giustifica così il fatto che i pidiellini (non tutti, come noto) appoggino in Regione senza nulla chiedere: sono pronti ad essere i nostri alleati nel 2013. Così si capiscono le critiche per nulla velate ai partner attuali della Stella alpina...
Ho ripetuto poi - e qui mi fermo - di un berlusconismo al tramonto, ma questo mio pensiero è ben noto.

Contraddizioni

La 'Manza' al salone di GinevraEsiste qualche cosa di simbolico nel fatto che a Ginevra, per andare e venire dal "Salone dell'auto", si sia obbligati a code mostruose a passo d'uomo.
E come non cogliere l'evidente paradosso fra lo sforzo ideativo e produttivo di auto più ecologiche per combustibili e consumi e la calca del pubblico con la macchina fotografica d'ordinanza attorno alle auto più costose e assurde con prestazioni che possono essere "sfogate" solo in un autodromo da un nababbo per i costi folli d'acquisto.
Colpisce poi l'evolversi delle marche sfigate che si fanno pretenziose e i pubblicitari cercano di rendere glamour anche delle utilitarie bruttine e non a caso la "Tata" - la marca indiana che sta motorizzando milioni di persone - presenta la macchina più brutta del salone, la "Manza".
Sulla "Fiat" (e la "Lancia") permettetemi di ricorrere alla carità di patria, vista l'idea balzana di "italianizzare" auto americane nel nome del matrimonio con la "Chrysler".
La crisi dell'auto sembra lontana dagli stand lussuosi e rutilanti, ma le divise delle ragazze ginevrine, che "occupano" gli stand con grazia e il tocco multietnico della città elvetica, sono di tutta evidenza al risparmio, segno dei budget al ribasso.

Un pensiero per il Giappone

La devastazione a RikuzentakataIl Giappone è per noi un mondo difficile da capire. In più io, per i casi della vita, non ci sono mai stato e le letture non bastano. 
Più di una volta del "suo" Giappone ho parlato con l'unico valdostano, a mio modo di sapere, che ci abbia vissuto davvero, l'artigiano-artista Giovanni Thoux, che nel dopoguerra lavorò in quel Paese come insegnante presso i salesiani, sposandosi una ragazza giapponese.
Oppure Takeshi Sugiyama, il consulente "storico" della Valle d'Aosta per il Giappone, cui si devono le istruzioni per evitare che facessi delle gaffes con gli ospiti nipponici e con lui - per altro valdostano d'adozione e prezioso "ponte" fra culture - avevamo costruito un bel progetto, purtroppo sparito, di presenza in Valle di parte degli atleti delle squadre giapponesi per le Olimpiadi di Londra del prossimo anno.
E ora questo sisma che colpisce e addolora, pensando che il Giappone ha fatto della convivenza con i rischi del terremoto uno dei capisaldi della vita personale e collettiva. Ma la natura non si imbriglia e resta purtroppo la tremenda indeterminatezza dei fenomeni che incombono sulla fragilità umana, anche laddove ci si prepara e ci si esercita con serietà.

Rileggere Einaudi

Dopo moltissimi anni di annunci, Silvio Berlusconi ha presentato un "pacchetto" di riforme sulla Giustizia, sostenendo che si tratta dell'applicazione del programma di Governo.
E citando niente di meno che Alexis de Tocqueville ed il rischio della «dittatura dei giudici».
Citazione decontestualizzata rispetto agli ammonimenti, legati alle sue osservazioni del modello americano. Infatti questa preoccupazione del pensatore francese rientrava invece - ma questo a Berlusconi piacerebbe molto meno - nei rischi della «dittatura della maggioranza» per un uso inappropriato del suffragio universale come deriva demagogica con rischi appunto di una "dittatura" della maggioranza sulla minoranza.
Certamente riformare la Giustizia è necessario, ma Berlusconi appare la persona meno adatta a proporlo per il contesto in cui si trova oggi con i processi in cui è coinvolto.

Caleidoscopio 15 marzo

Paolo Momigliano Levi"Caleidoscopio" non demorde e la trasmissione, condotta da Christian Diémoz, corre verso giugno quando arriverà la programmazione estiva.
In vista della festività di giovedì, i 150 anni dell'unità d'Italia, lo storico Paolo Momigliano Levi ricorderà la posizione di Emile Chanoux sul Risorgimento e il filo di continuità con la Resistenza.
Assieme al linguista Saverio Favre ci occuperemo dei toponìmi - i nomi dei luoghi - in Valle d'Aosta, che non a caso il fascismo voleva stravolgere. 
Michela Ceccarelli, nella sua rubrica, parlerà del "Mercante di Venezia" e di una recente pièce presentata in Valle.
Nello spazio conclusivo "Un libro, un disco" sarà dedicato, nel commento di Diémoz, a "Il prato dei quarzi e altri appunti di viaggio" di Luciano Violante, recentemente ristampato da "Le Château" per la collana "Corpo 16".
Alle ore 12.35 sulle frequenze di "Radio1" negli spazi di "RaiVd'A".

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2021 Luciano Caveri