February 2011

L'addio al gigante buono

Romano FossonC'è qualche cosa di ingiusto e drammatico nell'invecchiamento. Mi riferisco, avendolo vissuto con mio padre che ne soffriva molto, a quello stato di decadenza che cerca di rovinare i tuoi ricordi più belli, inchiodando una persona cara alle sofferenze e alle immagini conseguenti di un lungo addio. Chi deve mettere una foto in un necrologio lo ricordi.
Ecco perché mi sono abituato a pensare che un atto di giustizia è ricollocare le persone nel tempo. Così per Romano Fosson, che ci ha lasciati in queste ore, e che non ha nulla a che fare con cannule e respiratori di questo ultimo periodo perché era un uomo forte ed energico e così va ricordato.
La memoria in tante situazioni, private e conviviali come amico di famiglia (da piccolo mi appariva come un "gigante buono" e i figli hanno sorriso a questa definizione perché era un papà severo) e poi sono io ad essere diventato amico dei suoi figli. E lo ricordo, nel pubblico, impegnato, come Presidente del "Comitato caccia", nella sua passione civile, quasi febbrile per l'attività venatoria.
Fosson aveva capito che la caccia, su cui scriveva pagine vibranti sul "Chasseur valdôtain", doveva avere radici antiche ma anche adeguarsi ai cambiamenti e per questo si guardava attorno, specie nel resto delle Alpi, per vedere se e come adeguare la "nostra caccia".
I suoi occhi e il suo sorriso si trasfiguravano nei racconti della natura valdostana: un amore e una conoscenza del territorio rari, che gli consentivano una ricca aneddotica non fatta solo di animali ma anche di persone, specie dei cacciatori di cui conosceva vita, morte e miracoli.
Con lo zaino in spalla, è partito per la sua amatissima Ayas e lì, chi gli ha voluto bene, lo ritroverà, nello straordinario ambiente naturale della "sua" Champoluc.

La pentola a pressione

Se non si sfiata la pentola a pressione scoppiaLa storia dei rincari autostradali sulle tratte valdostane (che nel duopolio dei proprietari privati è bipartisan: "Rav" al "Gruppo Benetton" e "Sav" al "Gruppo Gavio") è come il fischio di una pentola a pressione, che periodicamente scandisce una situazione che ricade pesantemente sugli utenti con evidenti e salati rincari.
Sull'incremento particolarmente oneroso agiscono questioni specifiche: la "Quincinetto - Aosta" ha bilanci in difficoltà per varie ragioni, tra cui spicca la celebre e "salatissima" galleria verso il Gran San Bernardo, mentre la "Rav", autostrada già assai costosa per la sua costruzione, ha accumulato rincari, ora esplosi, dovuti alla attesa per la nuova concessione.
Quel che conta, tuttavia, è che cosa c'è - e questo vale per tutte le autostrade, comprese le nostre - dentro la pentola a pressione: la privatizzazione effettuata nel settore autostradale è stata una liberalizzazione a metà. Sia perché alla fine, con poche e rare eccezioni, al monopolio pubblico si è sostituito - e la concorrenza è altra cosa - un duopolio privato sia perché la liberalizzazione avrebbe previsto che, a un certo punto, fossero delle vere e proprie gare a decidere chi dovesse gestire le differenti tratte, mentre ora vige una proroga sino al 2032 (in quell'anno avrò l'età di Silvio Berlusconi e dunque non mi preoccupo...) che implica che grandi cambiamenti, in nome proprio della concorrenza (che dovrebbe essere una regola anche per gli appalti, ma per certi lavori ci sono le società in house delle stesse concessionarie...), non ci saranno fino ad allora.
Il piano dei rincari, invece, avanzerà con decisione. Aggiungiamo ancora che Anas, che dovrebbe essere il controllore della autostrade, essendo senza un becco di un quattrino a causa delle Finanziarie tremontiane, guadagna una percentuale sugli incrementi delle tariffe e dunque non ha interesse a "politiche calmieratrici".
Dovrebbe essere il sistema autonomistico, in primis le Regioni, come aveva annunciato di voler fare il Presidente della Lombardia Roberto Formigoni, a chiedere allo Stato come sia possibile, in epoca di grandi proclami federalisti, che la democrazia locale resti esclusa dalla "governance" reale di una struttura essenziale come quella autostradale.

I sentimenti contrastanti

Le Forze dell'ordine eseguono rilievi in quello che resta del rogoLa morte dei quattro bambini "rom" nella periferia di Roma riaccende le solite polemiche altalenanti. Se nei pressi di una delle tante baraccopoli si registrano dei delitti contro i residenti esplode la rabbia e si smantellano i campi abusivi, se capitano tragedie come queste prevale la "pietas" e si invocano campi attrezzati regolari, per altro previsti per legge.
D'altra parte il rapporto con gli "zingari" non è facile. Chiunque di noi, fin da piccolo, ha avuto qualcuno in famiglia che ti ha posto il "chi va là", che ha stratificato pregiudizi e ancora oggi, proprio a Roma dove gli "zingarelli" sfruttati per fare accattonaggio sono più numerosi, ti viene un senso di rabbia ed impotenza a vedere questi bimbi costretti ad una sorta di schiavitù. Come Presidente della Regione, ho vissuto la costruzione improvvisa, seppur temporanea, in Valle di campi nomadi di "rom" in transito al rientro dai loro raduni e vi assicuro che ragionare con i "capi" non è semplice.
C'è poi, per contro, la razionalità, specie per chi ha studiato, come mi capita ancora oggi, l'evoluzione dei diritti delle minoranze linguistiche e nazionali e i "rom" lo sono senza dubbio, portatori di una cultura particolare e millenaria, che li ha portati anche - come massimo della persecuzione - nei campi di sterminio nazisti.
Così, di conseguenza, ogni giudizio è sempre arduo e mi trovo con sentimenti fortemente contrastanti. Nel caso specifico mi aspetto che cosa deciderà la Magistratura, perché se è vero che nessuno oggi deve vivere in baracche pericolose e in condizioni degradate (su questo si può usare davvero il generico "colpa della società"), è altrettanto vero che non bisogna far finta di niente sulle responsabilità, come il possibile reato di "abbandono dei minori", derivanti dal rogo in cui sono morti i quattro bambini.

La Legione Straniera della politica

Il gruppo dei ResponsabiliCapisco che, oggi come in passato, in nome della realpolitik, si tende ad essere di "bocca buona". Voglio da questo punto di vista restare démodé nel pensare che il trasformismo sia stato e resti un fenomeno all'italiana aberrante e non mi consola che - sotto diverse forme - lo si pratichi da 150 anni.
Quel che conterebbe, insomma, sarebbero i risultati: per cui, come Faust, ci si può allegramente lanciare in patti luciferini; se c'è bisogno di trenta denari Giuda ce li ha e si possono accettare; se alle porte vedi un bellissimo cavallo di legno portatelo a casa, poco importa che possa essere un cavallo di Troia; se conosci il dottor Jekyll simpatizza pure con lui e non preoccuparti di mister Hyde. Si potrebbe proseguire a lungo fra il serio e il faceto, ma talvolta si ride per non piangere.
Ci pensavo leggendo le biografie di alcuni de "I Responsabili", il gruppo multicolore di transfughi (tipo Legione Straniera) che hanno "salvato" il Governo Berlusconi in alcune votazioni topiche. E ora il perimetro potrebbe allargarsi a La Destra che entrerebbe al Governo, sdoganando così questa destra fattasi estrema che non nasconde la propria simpatia per il fascismo. Ma credo che anche questo sia ormai digeribile: bisogna essere moderni e utilitaristici, pronti a tutto per fare davvero di necessità virtù.
Consiglierei perciò di cancellare una vecchia e desueta massima di Emmanuel Kant: "La morale n'est donc pas à proprement parler la doctrine qui nous enseigne comment nous devons nous rendre heureux, mais comment nous devons nous rendre dignes du bonheur".

Per ricordare l'opzione federalista

Luis Durnwalder con un altoatesino in abiti tradizionaliConosco bene e da tanti anni l’inossidabile Presidente della Provincia autonoma Alto Adige - Südtirol, Luis Durnwalder, che di recente – in merito ai festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia – ha detto: «noi abbiamo un'altra storia. Siamo una minoranza austriaca che vive in Italia»', giustificando la sua mancata partecipazione a cerimonie ufficiali.
Oggi a "Radio 24" ha aggiunto: «nel 1919 non abbiamo scelto liberamente lo Stato italiano ma siamo stati staccati dall'Austria a cui eravamo uniti da oltre mille anni. Da allora abbiamo sofferto moltissimo, molti dei nostri genitori hanno passato anni in carcere solo perché volevano parlare in tedesco e volevano vivere la propria cultura».
Ha continuato Durnwalder: «l'autonomia non è un regalo. Nel 1945 abbiamo chiesto l'autodeterminazione, lo Stato italiano avrebbe potuto darci tranquillamente questo diritto per farci decidere se volevamo tornare sotto l'Austria. Lo Stato avrebbe potuto rinunciare a questo territorio, non l'ha fatto e perciò ha ricevuto questo territorio con l'aggravio dell'autonomia legislativa ed amministrativa».
A chi grida allo scandalo, c'è da dire che quel che è stato detto è storicamente ineccepibile. I valdostani, a loro differenza, hanno seguito l'avventura dei Savoia alla "conquista" dell'Italia, rivendicando con l'Italia, come avevano sempre fatto con gli stessi Savoia, le ragioni del loro particolarismo, accentuatesi con la perdita nel 1860 dei "cugini" della Savoia, annessi alla Francia. Cosa sia avvenuto con l'Italia liberale e poi con il fascismo è stata un'evidente prevaricazione con punte violente e vessatorie proprio con la dittatura fascista.
Anche nel nostro caso l'autonomia non è un regalo ma un insieme di diritti "costituzionalizzati" nello Statuto per tutta una serie di ragioni che non sto qui ad elencare. Partecipare a qualunque tipo di festeggiamento ha senso dunque per capire meglio la nostra storia e, per quel che mi riguarda, nella logica di giuramento di fedeltà alla Costituzione e allo Statuto, per rimarcare come l'opzione federalista (quella vera e non i "tarocchi"), nel passato come oggi, sia l'unica vera alternativa ad un traballante Stato unitario.
Altrimenti ci sarebbe poco da festeggiare.

Tenersi strette le DOP

Il lardo d'ArnadI marchi di qualità comunitari hanno quasi trent'anni di vita. Sono tre marchi, con un valore declinante, quello DOP (Denominazione d'Origine Protetta), quello IGP (Indicazione Geografica Protetta) e - in fondo alla scala - quello STG (Specialità Tradizionale Garantita).
Dal 1996, con la pubblicazione dei rispettivi disciplinari di produzione, la nostra Valle ha quattro DOP e nessun altro marchio di qualità europeo. Si tratta, com'è noto, di due formaggi ("Fontina" e "Fromadzo") e due derivati dalla carne di maiale ("Jambon de Bosses" e "Lard d'Arnad").
Dal 2006 sono entrati in vigore due nuovi regolamenti (il 509 e il 510 del 2006) che rendono più severi e più forti i parametri nel legame fra il prodotto e il territorio e vi assicuro i funzionari comunitari son diventati spietati nell'esame dei dossier. Oggi - e non sto a tediarvi con particolari tecnici - è assai probabile che non riusciremmo a spuntare la DOP per il "Fromadzo" e rischieremmo seriamente, se presentassimo oggi la richiesta, di veder retrocessi ad IGP "Jambon" e "Lard", mentre la "Fontina" ha sempre avuto ed ha le spalle più larghe. Comunque sia, per fortuna nella DOP ci siamo con tutti e quattro i prodotti e ciò crea un evidente vantaggio nella tutela e nella valorizzazione in in mondo globalizzato in cui imperversano purtroppo le frodi alimentari.
Tuttavia sul tema ci vuole una grande cautela (specie per la correttezza dei disciplinari) e bisogna che ciò sia ben chiaro per il bene di questi prodotti, così come per i prodotti agroalimentari tradizionali tutelati a livello nazionale (qualche esempio del lungo elenco: "boudin", "saouceusse", "motsetta", "reblec", "seras", "beuro colò", miele...) e anche per i nostri vini. Siamo ormai di fronte a temi delicati a beneficio di consumatori che sono disponibili a pagare qualcosa di più per prodotti legati a territorio e a tradizioni, sapendo che le autorità preposte ai controlli diventeranno sempre più occhiute e esigenti. Ma per l'insieme della nostra agricoltura di montagna e delle aziende ad essa diversamente collegate non ci sono alternative alle "nicchie di qualità".
Sappiamo che questo settore sarà sempre meno "protetto" (e meno sostenuto) e sempre più soggetto alla concorrenza e ciò  significa - come dimostrato dal successo del label "Saveur du Val d'Aoste" - che tradizioni e tipicità (vere) hanno un effetto benefico e diffuso su tutta l'economia.

Le nostalgie del "baby boomer"

Piedini e maniFa sempre impressione, visitando un qualunque Paese del Terzo mondo, verificare la numerosità di bambini, frutto della grande natalità. In particolare chi, come me, è della generazione del "baby boom" del secondo dopoguerra questa sensazione di generazioni con tanti giovani l'ha vissuta direttamente. Ma oggi, in una società dove i giovani sono forte minoranza, il punto d'osservazione è molto diverso.
Ci pensavo appunto rispetto alla differenza fra oggi e allora rispetto ai bambini che, ridotti di numero, sono maggiormente oggetto di attenzione. Non che in passato non ci volessero bene ma - e non solo per le tante citate ragioni di pericolosità odierna - eravamo un pochino più liberi con logiche oggi scomparse dei "cortili" o delle "bande" di ragazzini di paese.
Rientrato da poco nel girone della primissima infanzia, con la recente nascita, sono ripiombato nel "clan" dei latti, cacche, pannolini e affini, che ormai ha caratteristiche ristrette rispetto all'usualità comunitaria di un tempo: una sorta di piccola consorteria che porta addirittura, tipo motociclisti, a salutarsi per strada senza conoscersi. Il passeggino è la garanzia...
Per altro, ho anche due adolescenti - da maneggiare con cura come avviene sempre a quell'età - e loro stessi si incuriosiscono dei racconti di un tempo in cui, quando i bambini erano tanti, i "giovani" si erano ritagliati maggiori spazi d'indipendenza.
Le cose cambiano ed è forse inutile indugiare in nostalgie.

Datemi una "Trabant"

E' un bene che Silvio Berlusconi ci abbia aperto gli occhi. Pensavamo di essere in Italia (almeno così si diceva con la campagna per il 150esimo anniversario dell'Unità d’Italia) ed invece siamo nella Germania dell'Est.
Non è ben chiaro se ci sia da noi un equivalente del "Muro di Berlino", presidiato dagli spietati Vopos, pronti a sparare su chi volesse attraversare quella barriera. E neppure risulta oggi esserci un equivalente della macchinetta simbolo del regime, la "Trabant", che un giorno in Polonia ho guardato da cima a fondo per curiosità. Chissà che Sergio Marchionne non ci stia pensando.

Un anniversario "radiofonico"

Un vecchio standard televisivo, l'U-maticIl 2011 sarà un anno nel quale, a fianco ad anniversari molto importanti (compresi i 150 anni dell'unità d'Italia su cui emerge una crescente confusione), ce ne sarà uno cui tengo particolarmente per un legame professionale ma anche sentimentale, come penso sia per molti valdostani cresciuti con un appuntamento familiare alle ore 12.10, all'ora di pranzo.
Il 4 aprile del 1961, con produzione che all’epoca avveniva a Torino e che si spostò del tutto in Valle nel 1968, andò in onda la prima trasmissione radiofonica "Rai" nota come "La Voix de la Vallée", il Gazzettino radiofonico dall'inconfondibile sigla "Montagnes Valdôtaines" (ben prima che fosse inno ufficiale della Valle!), che ha dominato per anni il mondo dell’informazione locale. Solo nel 1976 ci fu invece la nascita della programmazione radiofonica conosciuta allora come "Pomeriggio in Valle".
Mezzo secolo e trentacinque anni di "voci amiche" (mia compresa) che hanno consentito la formazione di un patrimonio informativo e culturale impressionante, che andrebbe salvato da ogni rischio di dispersione. Anche se il materiale radiofonico ha, per fortuna, meno problemi tecnici di conservazione.
Purtroppo lo stesso non vale per il materiale elettronico della televisione, che ha ormai largamente superato i trent'anni di accumulazione con fatti e persone di cui è stato catturato l'"attimo fuggente". Se non ci sarà una "entente" di qualche genere, come so essere avvenuto in Sardegna, per  realizzare una complessiva digitalizzazione, che garantisca una perenne conservazione, i rischi sono quelli della degradazione o addirittura della perdita irreparabile.
Come una biblioteca in fiamme.

Il Paese dei bugiardi

Un po' di PinocchiL'Italia - e in Valle molti si sono adeguati - è il Paese dei bugiardi. Dire quel che si pensa è un errore. Chi fa politica spicca spesso per la capacità di "contare balle" e avere la lingua biforcuta. Ma pare che questo renda, essendo appunto la sincerità quasi un fatto eversivo.
Così la retorica sull'Unità d'Italia diventa occasione, dopo i distinguo storici del Presidente Luis Durnwalder, di cui ho dato conto in un post qui sotto, per una serie di belle strigliate sui giornali di oggi contro le Regioni autonome (Bolzano è, per altro, la sola ad avere una "garanzia internazionale" dell'Austria). Poco conta che a prevedere la "specialità" sia la Costituzione repubblicana: certi editorialisti, ignoranti come delle scarpe, spiegano che è ora di smetterla con i "ricchi e privilegiati".
Il Presidente del "Tirolo del Sud" (se preferite Alto Adige) ha detto quel che pensa e ha fatto male. Doveva raccontare bugie e sarebbe stato adorato. Spesso vince proprio chi sceglie di "dare un colpo al cerchio e uno alla botte". Dicesi, appunto, "cerchiobottismo", come fanno certi Ministri indipendentisti per scaldare le piazze e poi del tutto integrati nelle logiche "romane".
Perché la verità è che sulla situazione italiana a 150 anni dall'Unità d'Italia esiste un doppio linguaggio: le preoccupazioni di vario genere nei discorsi nel privato e la retorica patriottarda in pubblico. Un doppio registro che fa impressione e che non porta bene, come dimostra la realtà del bisticcio sul 17 marzo - giorno nel 1861 della nascita dell'Italia con il Re piemontese che si fece Re d'Italia - festività vera o fasulla e comunque, come tante altre cose, "una tantum".

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